Antonio Oleari
Guerre bianche

Titolo Guerre bianche
Autore Antonio Oleari
Genere Poesia      
Pubblicata il 06/06/2012
Visite 7003
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Spazioautori  N.  124
ISBN 9788873883890
Pagine 104
Prezzo Libro 10,00 € PayPal
La resa, questa nuova (e classica?) fiducia nell’abbandono per uscire dal conflitto perenne che noi si chiama vivere, le guerre bianche, nemmeno dichiarate, solo subite, scontate.
Magari l’intenzione senza intenzione, magari. […] Ecco. Un ben denso e quadripartito inizio.
Fuor di carriera, e per ora anche di salotti, fossero pure quelli buoni.
Giulio Casale
 

Prefazione

 

 

 

Ad Antonio Oleari non manca nulla per essere definito poeta. In queste sue prime Guerre bianche, ben al di qua della manifesta capacità di esprimere in versi l’universale che alberga e pulsa nel cuore dell’essere umano (perché questo fa un poeta, cos’altro sennò?), c’è in lui soprattutto l’atteggiamento, la cura, lo sguardo-memoria di ogni dettaglio che dovrebbe informare sempre una letteratura che tenga la nostra “vita in comune” quale oggetto d’indagine. In più si avverte il desiderio e la predisposizione (che nessuno ti può aver insegnato) a dover vegliare sui destini degli altri, i noi tutti, cominciando ogni volta dal proprio specifico ma non imponendolo mai: le notti dei militari rivedibili che correggono le bozze delle ore mentre si parla a vuoto. E nel caso di specie trattasi di prosa poetica, ma più volte nel corso dei versi sovrapposti Oleari sente il bisogno di avvisare il lettore che egli è perfettamente in grado di riconoscere, anche come dovere “morale” (leggi: come peso) quale sia il punto esatto, la parola, dopo cui andare a capo. Come se da quella scelta potesse dipendere un altro spicchio di destino, di futuro mancato, altrimenti. Dimestichezza con l’oggetto libro oltre che con la lingua italiana anche, e l’aggettivazione e la scelta dei verbi a scavalcare di netto l’orale che incombe; e le sfumature, le sostanze (le illusioni), la nicotina, i pigmenti, gli aromi e le puzze a pervadere il campo ricettivo, sensoriale. Io che volevo salutare l’insonnia. Ho vegliato cento ore senza un battito di palpebra. L’eco del sentire che si fa parola, fonema in grado di riverberare il brivido agghiacciante dell’esserci e di poterne ancora parlare. Nonostante tutto - l’attesa. La dialettica tra il fuori (il mondo, tutto il mondo sin qui) e l’interiorità, dove il mio destino / è cercare porte, accessi contigui che consentano fluidi passaggi tra l’esterno e l’interno di sé, abbozzi di utopie segrete, solo individuali. A tratti il giovane poeta si vorrebbe in grado di sprezzarlo questo cosiddetto “reale”, ma non può e non può stare al sicuro in quell’angolo di ri-sentimento: Antonio è un viaggiatore, è troppo affamato di conoscenza, lo intuisci subito e quando infine giunge a Mosul non gli resta che appuntarsi al petto la scoperta, l’intuizione secondo la quale laggiù (come qui, come ovunque) con i verbi al futuro / non ci compri nemmeno il pane, / si figuri la speranza. E ancora il caos sovrapposto di segni e simboli di troppe epoche da tenere a mente, e quel che è peggio ormai irriconciliabili dentro un’armonia e una saggezza comprensiva. Ma chi è che ha fatto la foto a Dio mentre mangia con gli amici? L’epoca questa, quella odierna, in cui ci ostiniamo a scrivere cercando sempre le giuste domande, è non da oggi nient’altro che irredimibile. L’Io narrante è dunque un coro e la solitudine si fa da subito una foto di gruppo. C’è ancora giusto da farsi fumare, lasciarsi volare giù, nel posacenere degli Dei. La resa, che torna come ipotesi anche nel finale della raccolta, questa nuova (e classica?) fiducia nell’abbandono per uscire dal conflitto perenne che noi si chiama vivere, le guerre bianche, nemmeno dichiarate, solo subite, scontate. Magari l’intenzione senza intenzione, magari. Oppure certo: ancora l’amore, l’amore a due. Lei, Beatrice non trecentesca. Ma qui la scena si complica, inevitabile. Amare al giorno in cui siamo giunti, avendo a disposizione soltanto un cuore e per di più con la meningite, è faccenda almeno accidentata. Ora mi sento un siero, / quasi positivo. E diverrà disagio /guardare attraverso, guardarsi dentro e d’attorno come fa chi deve scriverne poi, e non per vanità: perché lo scrivente (nel migliore dei casi: Lo Scrittore) non ha più scelta, l’espiazione è una scusa che non regge, l’auto-terapia aiuta ma non basta, non hai più scelta – devi dire, aggiungere il tuo proprio suono che allude ancora a Dolcezza. Sommarlo al rumore sempre in moto, e terrificante, al ghiaccio del globo. Eppure Non vorrei / sia una cosa nostra / dare nomi, numeri / anima al tempo. Eppure ancora la ritrosia nel nominare (Nec dominus sum), il dubbio segreto, il tormento a farsi adulto, l’isolamento nella folla, e sperando sparire, una sterminata adolescenza a inchiodarti nell’attesa febbrile d’un consapevole inizio di transito, principio di chi però intanto si scopre piuttosto teso a pre-tendere: egli vuole leggere il futuro / prima che si sciolga; e ogni giorno e ogni notte benedetta che passi non potrà, lo sappiamo oramai (oramai ci siamo), non saprà levare da dentro la nostra testa-rompicapo, sempre e comunque, Il Grande (eterno …) Argomento

 

Non trascurare nulla,

lascia asterischi e

croci sopra parole vili,

dimmi solo se ci fu

una giuntura, il punto d’unione

(…)

Una volta, dico 

senza che io

non t’abbia prediletta.

 

Ecco. Un ben denso e quadripartito inizio, mi pare. Fuor di carriera, e per ora anche di salotti, fossero pure quelli buoni.

 

 

Giulio Casale

 

 

 

A nulla

o delle armi

 

“Chiedigli di chiudere”

È così che tutto rimarrà aperto.

Gli anni che ci fecero capire il tempo,

quelli in cui il tempo tardava

a quattro cifre, piene d’inchiostro,

innevate.

Le vie si fanno chiudere da mattoni 

a vista, ci cadiamo dentro.

Con una goccia bianca mettiamo fine,

a un tè caldo d’estate.

La posizione, Antonio

la rilassatezza delle dita, 

l’intenzione senza intenzione.

Solo così lui “si tende”.

Non guardarne la punta,

dei mesi, le piccole sere

le stagioni che tornerai a verificare.

Seguine solo la traiettoria,

accompagnala come un figlio che va male a scuola,

adorala come un affluente che ha il dovere di non portare a nulla.

 

 

 

Andiamo là

 

La brezza viene dal mare.

 

Zoppicavi, prima…

 

E il mare rimane lontano.

Il sale diventa neve sopra i campi alluvionati.

Infine cade, a fianco di questo cancello.

Profumo di jacaranda, e paramenti.

 

Una volta c’era di fronte il venditore di sanguisughe,

con una foto di John Lennon in vetrina.

Mi chiedevo cosa guarisse di più…

 

E viene un ragazzo geloso a stringerti la mano.

Ci sono uomini così in tutte le città.

 

Era la casa di un monsignore e delle sue sorelle, una volta.

Mi chiedevo chi soffrisse di più…

 

Morire in una stagione che muore è portare primavera.

 

A scuola spezzavi le matite e le gettavi dalla finestra.

Mi chiedevo che genio fossi…

 

Stanotte nevicherà il mare.

 

Eri un pesce, una volta…

 

 

 

Carezza sul cuore

 

Il cuore di chi scrive

messo a frollare nella neve

 

cuore cardiopatico

aritmico, pedofilo

 

non più muscolo

pallido osso

ignorante a gocciare

 

tubero che non gemma

 

un cuore con la meningite

portato a guarire

tra filari d’uva

di nuvole

schiarite. 

 
La resa, questa nuova (e classica?) fiducia nell’abbandono per uscire dal conflitto perenne che noi si chiama vivere, le guerre bianche, nemmeno dichiarate, solo subite, scontate.
Magari l’intenzione senza intenzione, magari. […] Ecco. Un ben denso e quadripartito inizio.
Fuor di carriera, e per ora anche di salotti, fossero pure quelli buoni.
Giulio Casale
 

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