Giulietta Ruggeri
Cambiare le parole per cambiare il mondo

Titolo Cambiare le parole per cambiare il mondo
Pari Opportunità punto a capo, uno studio del caso Genova.
Autore Giulietta Ruggeri
Genere Saggistica      
Pubblicata il 17/08/2012
Visite 12996
Editore liberodiscrivere® edizioni
Collana L´approfondimento  N.  13
ISBN 9788879021029
Pagine 176
Prezzo Libro 14,00 € PayPal
La società è composta  di donne e di uomini che devono affrontare  il conflitto con tutte le identità sessuali. La libertà femminile è una pratica quotidiana di moltissime donne con cui tutti devono misurarsi in primo luogo gli uomini che devono a loro volta imparare a disegnare la propria libertà.
Le politiche di Pari Opportunità sono ormai intese come politiche per tutti, dove “tutti” sono i soggetti “deboli”, ma, le donne non sono soggetti deboli. è necessario, invece, un nuovo patto sociale fra tutti i soggetti per rifondare una cultura dell’interdipendenza tra gli uni e gli altri e il mondo, contro una deriva culturale che vede l’individuo sempre più atomizzato.
Il linguaggio  che si usa è fondamentale per una comprensione del rapporto tra i sessi e, dunque, anche per capire il fenomeno della violenza di genere.
Genova rappresenta un caso particolare di forte emancipazione femminile che, talvolta non permette di percepire neanche più le discriminazioni di genere nel tentativo di superarle con la forza dell’orgoglio femminile. 
Questo studio vorrebbe anche essere uno stimolo per studios* con specifiche competenze sociologiche a indagare sulle peculiarità che emergono dalla presente ricerca così come aveva iniziato a fare il compianto sociologo Paolo Arvati.    
 

Introduzione

 

Negli anni ‘40 del 1900 Simone De Beauvoir si era chiesta come fosse stato possibile che le donne avessero subito tante discriminazioni intollerabili e così a lungo, senza essersi mai ribellate in massa per concludere che donne non si nasce ma si diventa. In altre parole: adeguarsi al modello maschile dominante circa le donne è una scelta che le donne, sotto la pressione della cultura prevalente nel momento, possono sentirsi costrette a fare. Pertanto, “se vogliamo che l’essere donne sia una scelta libera e non un destino, non possiamo non valorizzare la femminilità così come è e come potrebbe essere senza, contemporaneamente, criticarla”. Ed è quello che la De Beauvoir ha fatto nel suo massiccio Il Secondo Sesso.

Negli anni ’60/’80 le donne si sono ribellate un po’ dovunque: nelle piazze, nelle case, nei partiti e nelle varie formazioni politiche extraparlamentari e hanno cominciato a cambiare la loro vita. Ma hanno anche prodotto studi e ricerche dando avvio a veri e propri filoni culturali e discipline a carattere universitario come, ad esempio la storia orale con il grande contributo della rivista Les Annales in Francia, dei quaderni del GRIF in Italia; oltre a fondare riviste di carattere generale come Reti, Lapis, Memoria, Orsa Minore, per citare solo alcune di quelle che non escono più.

Le forze progressiste in Parlamento, sulla spinta della piazza e delle femministe cosiddette della “doppia militanza” (militanti femministe e militanti di partito) hanno promulgato importanti leggi orientate a quelle che sembravano le indicazioni costituzionali sull’uguaglianza tra i sessi. Ma, in Italia, la maggior parte delle donne del movimento era orientata all’affermazione della “differenza” tra i sessi e, così, ad ogni legge che veniva immessa nell’ordinamento giuridico, si percepiva una puntuale “delusione” di una parte delle femministe con conseguenti ulteriori divisioni tra le donne.

Questa delusione circa le risposte istituzionali rispetto alla “domanda” di libertà femminile, di riconoscimento della irriducibile differenza maschile/femminile, di riconoscimento del valore sociale della maternità, faceva aumentare la “diffidenza” delle femministe rispetto alle istituzioni, alla politica e all’utilità di leggi che comunque erano prodotte da maschi che si percepivano come Uomini (con la U maiuscola) capaci di ricomprendere (ma non comprendere) anche le donne. D’altra parte: come potevano gli Uomini pensare che la denuncia del disagio femminile avesse altra risposta che l’offerta dell’uguaglianza a se stessi? Come potevano le donne desiderare altro che le stesse condizioni già godute dagli uomini?

La Parità o più precisamente le Pari Opportunità sono state rese possibili dal 2° comma dell’articolo 3 della Costituzione voluto tenacemente dalla costituente (erano 21 le donne in tutto) Teresa Mattei, comunista, che nella seduta del 18 marzo 47 sottolineava come, proprio per le donne, andasse affermata la pienezza della cittadinanza sino a quel momento non goduta e venne accettata la sua proposta di aggiungere la specifica “di fatto” nel secondo comma dell’art. 2. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine e economico e sociale che limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini impediscono il pieno svolgimento della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Quella specifica frasetta: limitando di fatto, apre poi le porte a tutte le politiche di pari opportunità e soprattutto alle azioni positive. In pratica si tratta di emettere validamente misure diseguali, in favore delle donne, per far loro superare il gap rispetto agli uomini. 

E quale sarebbe questo gap? Il “fatto” di nascere donna? In certo qual modo sì, è proprio il fatto di nascere donne. Perché è sulla differenza femminile sancita come secondarietà, di meno, subalternità che è stata costruita, nel tempo, una ingente serie di stereotipi e di discriminazioni nei confronti delle donne.

Innanzi tutto sulla dicotomia natura/cultura si è innestata la dicotomia uomo/donna. Le donne sono state relegate nella natura, nei sentimenti, nell’istinto e agli uomini è stata attribuita la razionalità, il Pensiero, la Cultura. E, per rendere ancora più credibile questa divisione sessuale dei ruoli, è cominciata anche un’opera meticolosa e diffusa di oscuramento di ciò che le donne avevano prodotto in quanto a razionalità, arte, cultura, pensiero. Tra i numerosi meriti dei movimenti delle donne degli anni ’70/’80 c’è anche quello di aver rivisitato la storia e tutte le discipline umanistiche e scientifiche alla ricerca dei contributi delle donne in tutte le imprese e le arti. Memorabile il libro di Margaret Alic, L’eredità di Ipazia, 1989 che indaga l’apporto delle donne alla scienza, libro mai più ristampato ma rinvenibile, in fotocopia, presso la Libreria delle donne di Milano. Nel gruppo Donne della ricerca, di cui facevo parte alla fine degli anni ’70 a Genova, ci si interrogava come mai le donne connotate dal famoso “intuito” femminile fossero contemporaneamente ritenute inadatte alla ricerca scientifica proprio in base alla mancanza di intuito (scientifico). 

Riprendendo il discorso sull’oscuramento delle donne, bisogna dire che questo continua ad avvenire e non solo a livello simbolico (come il linguaggio) ma anche a livello sostanziale. Una delle complicazioni a ricostruire la posizione sociale ed economica delle donne nel nostro paese, scrive Francesca Vitali, consiste “anche nella difficoltà di reperimento, o addirittura, nella mancanza di dati raccolti e analizzabili secondo una prospettiva di genere, a riprova della scarsa attenzione (…) che tale aspetto riveste”.

Alcuni esempi: la raccolta e l’elaborazione dei dati statistici ancora adesso, dopo varie raccomandazioni ministeriali e una legge, non sempre sono divisi per sesso. Un caso eclatante: noi votiamo divisi per sesso. Nel seggio c’è il tavolo per uomini e quello per donne. Alla Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Genova, Istituto di Sociologia politica c’è “l’Osservatorio sui flussi elettorali”. Io ogni tre quattro anni chiedo se hanno i dati dei votanti divisi per sesso e, soprattutto, se fanno elaborazioni in tal senso e la risposta, un po’ imbarazzata, è sempre no. Avrei anche voluto sapere quante sono le ragazze che fanno servizio civile a Genova e sono venuta a sapere che l’Arci ligure aveva appena fatto una ricerca sul servizio civile, ma… non aveva i dati disaggregati per sesso.

Altro caso emblematico di una mal posta fiducia nell’uguaglianza tra i sessi: ora, ma solo da pochi anni, si parla di medicina di genere. Da sempre invece la ricerca farmacologica è prevalentemente maschile ma applicata irresponsabilmente alle donne. Da almeno quindici anni due ricercatrici hanno dimostrato che certi farmaci (in particolare per le malattie cardiache e per la depressione) essendo come quasi tutti i farmaci testati solo su uomini, hanno effetti paradosso sulle donne. Ma solo due anni fa è stata istituita la cattedra e la ricerca sulla medicina di genere. Anche se, fin dagli anni ‘80 una psichiatra femminista di Napoli, Elvira Reale, aveva aperto un centro pubblico per il disagio psichico femminile, riconosciuto dal Ministero della Sanità. 

Ma tutto ciò ancora non bastava a rassicurare circa la secondarietà delle donne. E, così, vediamo che anche la maternità, in Italia, è tutelata dai rischi del lavoro ma non riconosciuta come fondamentale valore sociale. Eppure, per prima cosa, in ogni Società, ad ogni latitudine, bisogna nascere. E, fino ad ora, si nasce dal desiderio e dal corpo delle donne.

Pur tuttavia, ancor oggi, la maternità è la principale fonte di discriminazione delle donne sul lavoro. 

“Complimenti signora, lei aspetta un bambino…” È il pomeriggio di un giorno qualunque a Roma e la destinataria dell’annuncio è Mariarosa, trentatre anni, un lavoro finalmente ottenuto ma a fatica dopo anni di ricerca, uno stipendio non entusiasmante ma utile per integrarsi con quello del marito. Mariarosa desidera un figlio ma è anche assolutamente consapevole di una realtà che, al di là di retorici proclami sul valore della famiglia e sulle Pari Opportunità, è fondamentalmente “nemica delle madri”. I dati Istat e le ricerche su maternità e lavoro ci illustrano continuamente come le donne madri siano troppo spesso costrette a dover lasciare il lavoro, siano lasciate sole con la possibile depressione post parto, affogate in eccessi di sensi di colpa se riescono a mantenere il lavoro. E allora fortunate quelle che hanno nonni disponibili o la possibilità di trovare un nido.

Del resto il ruolo della “solidarietà familiare” era stato esplicitamente enunciato nell’ultimo libro bianco sul welfare state e ribadito nel documento Italia 2020 sull’occupazione femminile e la conciliazione. Scriveva Chiara Saraceno: “Entrambi questi documenti indicano appunto nella solidarietà familiare la principale risorsa su cui contare per far fronte a tutti i problemi di cui nella maggior parte dei paesi si fa carico in larga misura lo stato sociale: dalla povertà alla dipendenza in età anziana, dalla disoccupazione giovanile alla cura dei bambini piccoli quando la madre lavora”. E sappiamo anche che la solidarietà familiare è, prevalentemente, solidarietà femminile.

Poiché in Italia la prima legge di Parità è del 1977 e, negli ultimi anni continuano ad uscire libri sulle discriminazioni contro le donne, sulla sopravvivenza di mutilanti stereotipi di genere, di scomparsa delle donne, della difficoltà di essere donne, di essere vecchie, di avere signoria sul proprio corpo, forse è arrivato il momento di interrogarci in tante sulla efficacia di alcune normative vigenti in Italia. È arrivato il momento di re-interrogarci su Cosa vuole una donna, di riprenderci i fili della differenza perché, come scrive Elena Giannini Belotti: “Mentre negli ultimi decenni si è assistito all’omologazione femminile al modello maschile - la cosiddetta parità, che invece di assicurare pari diritti garantisce alle donne il doppio lavoro- non è nemmeno iniziata l’assunzione da parte dell’uomo dei compiti e delle qualità femminili, quelle che rendono il mondo meno feroce e meno competitivo, compresa la scelta da parte maschile di professioni finora ritenute ‘da donne’”. 

Anche Susanna Camusso, la nuova Segretaria della C.G.I.L (anche se lei ha optato per essere chiamata Segretario adducendo “la tradizione”. Sull’uso del maschile per le donne v. Il linguaggio sessista) il 19 maggio 2010 in una intervista a “D.W.F” ammette: “Abbiamo oscillato tra uguaglianza e differenza; nel lavoro crescevano le parità ma anche le diversità. Oggi siamo pronte ad affrontare le differenze”.

D’altra parte, proprio nel giugno 2011, abbiamo visto la ricerca fatta dalla demografa Rossella Palomba, ricercatrice C.N.R. secondo la quale la piena parità arriverebbe nel 2601. “Ovviamente se le donne e gli uomini continuassero a crescere nei posti al vertice ai ritmi attuali la parità non verrebbe mai raggiunta poiché si manterrebbe sempre lo stesso divario… Quindi bisogna fare delle ipotesi. Nel mondo scientifico accademico, ipotizzando che vengano promosse solo le donne, si dovrebbe attendere 63 anni. Invece se diamo agli uomini la possibilità di accedere alle posizioni di vertice della scala gerarchica ma con l’inversione del tasso di crescita tra uomini e donne, data la disparità esistente, bisogna attendere l’anno 2183.” Secondo i suoi calcoli i primari medici saranno alla pari nel 2095, gli ingegneri professori ordinari nel 2094. Certo si tratta di un esperimento “in vitro” ma le cose stanno più o meno in questi termini se abbiamo presente le resistenze italiane al provvedimento europeo che prevede il 20% di donne nei CdA dal 2012 e il 33% dal 2015. Eppure è dimostrato che le società italiane quotate o non quotate in borsa, con almeno il 20% di donne nel top management hanno ottenuto nel triennio 2007-2009 una redditività superiore a quelle che hanno meno del 20% di presenza femminile. Va peggio in Magistratura, le donne sono entrate in magistratura solo nel 1963, in cinquant’anni solo poche hanno raggiunto i vertici direttivi, se crescono a questo ritmo la parità si raggiungerà nel 2601”. Bisogna però precisare che il 22 ottobre 2011 l’Assemblea generale dell’Associazione Nazionale Magistrati, organo di rappresentanza sindacale dei magistrati italiani, ha approvato una riforma epocale che favorisce la presenza femminile all’interno dell’organismo associativo: lo Statuto dell’A.N.M. è stato infatti modificato, nella parte relativa alle elezioni del comitato direttivo centrale, nel senso di prevedere non solo che ciascuna lista di candidati dovrà garantire la presenza paritaria di genere, ma anche che, nella distribuzione dei seggi disponibili, in proporzione dei voti riportati da ciascuna lista, sia comunque garantita l’elezione di una quota pari al 30% per il genere meno rappresentato (le c.d. “quote di risultato”). Del resto anche le magistrate risentono in modo pesante della carenza di politiche per la famiglia, il che le porta spesso a scelte compatibili con i carichi familiari: esse si candidano meno, rispetto ai colleghi maschi, per cariche di responsabilità, quindi sia per uffici direttivi, sia per le cariche sindacali e scelgono con maggiore difficoltà i posti nelle procure, ancor oggi considerate “maschili”. 


La società è composta  di donne e di uomini che devono affrontare  il conflitto con tutte le identità sessuali. La libertà femminile è una pratica quotidiana di moltissime donne con cui tutti devono misurarsi in primo luogo gli uomini che devono a loro volta imparare a disegnare la propria libertà.
Le politiche di Pari Opportunità sono ormai intese come politiche per tutti, dove “tutti” sono i soggetti “deboli”, ma, le donne non sono soggetti deboli. è necessario, invece, un nuovo patto sociale fra tutti i soggetti per rifondare una cultura dell’interdipendenza tra gli uni e gli altri e il mondo, contro una deriva culturale che vede l’individuo sempre più atomizzato.
Il linguaggio  che si usa è fondamentale per una comprensione del rapporto tra i sessi e, dunque, anche per capire il fenomeno della violenza di genere.
Genova rappresenta un caso particolare di forte emancipazione femminile che, talvolta non permette di percepire neanche più le discriminazioni di genere nel tentativo di superarle con la forza dell’orgoglio femminile. 
Questo studio vorrebbe anche essere uno stimolo per studios* con specifiche competenze sociologiche a indagare sulle peculiarità che emergono dalla presente ricerca così come aveva iniziato a fare il compianto sociologo Paolo Arvati.    
 

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