Alessandra Palombo
Un giardino privo di mura

Titolo Un giardino privo di mura
Prefazione di Manrico Murzi
Autore Alessandra Palombo
Genere Poesia      
Pubblicata il 19/03/2013
Visite 7340
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Nuda Poesia  N.  37
ISBN 9788873884217
Pagine 80
Prezzo Libro 10,00 € PayPal

Nuda vitalità, in questi versi, che esibiscono la Natura e la natura dell’isolitudine. C’è un fuori vestito con la stoffa della vita, c’è un dentro abitato dal sempre altrove del ricordo, in mezzo c’è la discolpa delle stagioni che trascorrono nella toponomastica affettiva di Alessandra Palombo. La sua poesia è gentile come la voce dei bambini in una beata ricorrenza, è solida come una grossa pietra viva dove poggiare l’anima e farla riposare un po’, è maiuscola come il pronome di una frase d’amore. 

L.R.Carrino

PREFAZIONE

 

L’acqua salata le scorre nelle vene, così Alessandra gioca con le voci ora sussurrate ora urlate dall’azzurro presente tutt’attorno alla sua isola. D’altronde, per lo più le parole che l’interiorità le detta nascono in un incavo dove raccogliermi, quasi tana in scoglio subacqueo, e un misterioso personaggio ne facilita la sortita a galla. “Odiarsi e amarsi è un limarsi mosso”, è il cozzo della sassola contro una paratia e l’altra. dentro all’ inquieta barca un po’ allagata che ci trasporta nel mare della vita.

Quando canta, magari pensando, il poeta pesca immagini e metafore da un denso deposito di memoria cristallizzata, quasi mistura di sali e resine nel fondo di una coppa dalla quale si è bevuto, seccata dall’evaporazione nel tempo. Scomparso il bagnato, il piccolo amalgama è magazzino di eventi e di emozioni archiviati in un ordine non dato dalla ragione ma dalla logica. Il flusso della vita continua a dispensare, e però quel che affiora dal fondale dell’anima viene risvegliato da un suono o da un colore, da un gesto o da un odore. Quando pesca, Alessandra lascia che la densità persista, che l’imbroglio di realtà e fantasia sia tessuto da fili robusti, dove la parola poetica, benché libera, si lega all’altra parola in un disegno geometrico spesso ed essenziale. Ne danno prova i venti haiku, cinque per ogni stagione, che arricchiscono la raccolta con un tipo di composizione che ben si adatta alla nudità e alla immediatezza, aspetti tipici della poesia di Alessandra: perfetti nella metrica e nella sostanzialità di un attimo vissuto. 

Se il racconto si fa poesia, i bocconi di sonorità e ritmo sono pezzi di carne dura da addentare, sono sapore d’aglio e di cipolla rimasti crudi tra i segmenti dello spiedino. È così perché vi è freschezza di memoria, lontano dal presente e dal reale, in vita nel passato e nel futuro per una consacrazione spontanea che perpetua. L’invisibile rende le cose durature nel tempo e nello spazio, l’intangibile trasforma gli eventi in accadimenti prolungati nella loro sostanza. Le parole vagabonde si dispongono come su un pentagramma e il motivo musicale di continuo si rafferma imponendo respiri e suoni colmi di significato, tanto che i silenzi parlano più delle parole scritte: queste, recitate a voce alta in modo che scorrano dalla bocca all’orecchio dello stesso lettore. Grosse gocce di fluidi colorati sono il linguaggio pastoso, frutto di un intelletto spesso affettuoso con la realtà fluttuante. Vi sono spazi per qualche ingiustizia patita, attimi di pena pura, di passaggi ad altro che ricalcitrano. E vi è un cenno al prezzo da pagare, continuato nel tempo come tutto ciò che Poesia partorisce. Ecco lo slancio, allora, di restare a mezz’aria, con la visione di piante e fiori, di tetti e selciati che consolino. Nel bollore dell’aria luminosa di un’estate elbana, volentieri ci si disperde e ci si allontana: nel giro del giorno e della notte, i piccoli gesti della riva come quelli del bagnante, i suoni e le voci che spaziano sui campi e le vigne all’intorno fondono mare e campagna, sabbia di spiaggia e pietre di monte, così all’energetica vita d’estate già si accompagna la visione della dormizione invernale. I ricordi non danno pena, semmai malinconia, e l’autrice non guarda mai alla terra come ad un luogo da abbandonare, anzi apre la finestra per goderne la vista. Si muove in aria lata, allora, sfiora nuvole o luna o stelle, struscia i capelli nell’azzurro salato, mentre l’amore per le cose colora pensieri e idee. La sua memoria è vita vissuta riportata con stringatezza di immagini. Sappiamo, la parola poetica non ha niente del Quotidiano, non scorre sui marciapiedi o sulle pagine dei giornali, non serve nel mercato o nei bordelli della vita moderna, e Alessandra veste i suoi canti con il linguaggio che appartiene al continuum. La delusione è dietro ogni angolo, scorre altrove la vita che volevo, la pena del vivere abita negli animi sensibili fino a farli sentire nel posto sbagliato, fino a guardare a sé come a un brano di vita fumosa, ma non è così per la Palombo, la quale si abbandona alla felicità della natura, reagisce con fiducia e speranza, offre al lettore ritmi e metafore di benefica vitalità. Infatti, come un’opera lirica, anche questa raccolta ha un preludio animato dai vari motivi che la formano, Non nego al passante … E la vita è partita giocata a un tavolo con giocatori imprevedibili. Le sorprese sono sempre dietro l’angolo ed è meglio girare verso le case/al sicuro. La condizione, la fatica di un’alba/la via crucis delle ore/e più tardi le lacrime indurite, non impedisce una predisposizione affettuosa verso il prossimo e le cose del mondo. Sono commoventi, allora, certi tocchi femminili: i cammei di gioia e il cappello con il nastro, mentre l’ala di febbraio è come quella di una farfalla; la cipria e l’imbellettarsi, le orchidee e l’ornarsi, e i fiorellini sulla stoffa della vita sbocciare il corpo nei vestitini a fiori, la scamiciata a quadri, il sale e le ruote di spighe come addobbi. Basti leggere il seno e il sangue, oppure Le mani che tremavano.
 Qua e là, continuando la recitazione, si avverte un respiro di mare e vi è anche il geometrico gioco del cerchio: in principio dà il via al breve momento poetico dove il vento pizzica i vetri, e poi lo chiude; nel canto che segue col dondolio dell’altalena, vi è un mia all’inizio e un mio alla fine; in se scartassi il tempo trascorso/nell’attesa di … l’arco del canto si chiude con un liberi di …. La Nostra vive in profondo gli affetti familiari, mentre la nostalgia intride il canto, ed è particolare nel ricordo di quel che rimane di tutta una giornata di vita del padre, con il tanto di provvisorio, e nel rapporto infinito con la madre persiste l’amore per i frutti della maternità, e l’assenza si concretizza nell’attesa di un messaggio dallo stesso mare che bagna le sponde dell’al di qua e dell’aldilà.

Persino un distributore di benzina si fa cristallizzazione duratura nel tempo, l’odore della benzina si mescola a quello dell’infanzia, un odore svanito e pure sempre attuale nel ricordo. Altrove la vena del Livornese riesce ad esprimere con efficacia e schiettezza quanto lo scirocco sia di peso: nella metafora dell’utero che lo abortisce tra le rocce salate in basso o quelle fresche al monte. E vi è il traffico dei sentimenti tra lo scoglio e il continente, con le navi che li fanno incontrare. In domestica è la dimensione del mio paese, raro gioiello poetico, poche pennellate sonore dipingono il paese marino dove su tutto aleggiano le creature del cielo in cerca del caldo: voglia di volare delle umane creature prese dallo stesso desiderio.

Nonostante è l’avverbio che, in due composizioni, meglio di ogni altra parola nasconde una fede nella vitalità della natura pur senza l’intervento dell’Uomo; una convinzione che risalta in quell’eppure vissi messo a chiusa a in un cerchio oltre il quale: ancora la geometria come ambito del numero pitagorico che tutto regola e comanda.

Manrico Murzi

 

 

 

Possa perdonarmi la parola se la uso per parlarmi

 mentre picchio e picchio contro il tronco 

a scavare un incavo, dove raccogliermi.

 

Odiarsi e amarsi è un limarsi mosso

un’asse traversa in un tugurio 

del tempo

sommerso dai marosi, in eterno movimento.

 

 

ESTERNI

 

Ha un che d’infinito

la curva striscia di ciottoli rossi

 

- stretta tra la torre e le rovine romane-

 

ha un che di mito e d’eterno

e appare un respiro di mare.

 

 

In principio

la prima casa

fu zucchero sparso

su piano di marmo

trasparenze di vetri

pizzicati dai venti

amici o nemici

- a seconda -

in una Calata

bardata d’azzurro

in principio.

 

 

 

In quella (mia) stanza terra/tetto

- nel tempo delle pareti verdi –

l’aria era dolce cibo per i sensi

l’altalena un legno tra due pali

in un campo a San Giovanni

dove esisteva solo l’istante( mio).

 

 

 

A Porto Giglio la nostra casa

aveva un giardino privo di mura

fatto di mare, di vento e di vele

di sabbia finissima e scogliere

dove pranzare tra ricci e patelle

e un faro a illuminare l’entrata

così neppure la notte s'aveva paura.

 

 

Una penna d’argento
un orologio rotto
una pipa e poco più
è quel che rimane
dell’ era paterna
prima che il suono

dei suoi passi sparisse

nell’appartamento
in affitto - come la vita -

al Ponticello.

 

 

È sempre lì

nello stesso punto

il distributore di benzina.

 

È sempre lì

lo stesso benzinaio

che osservavo da bambina.

 

È sempre lì

l’odore dell’infanzia

che riaffiora appena passo.

 

 

Non ricordo nuvole nere

sopra il cappello con il nastro

lungo il porto odoroso di nafta

 

non ricordo nuvole nere

quando all’edicola

Tira e Molla costava venti lire.

 

 

Io so d’alte scale semioscure

d’ un corrimano in legno chiaro

di bossoli in ottone con i fiori.

 

Io so dell’oltre dell’ingresso

di lenzuola calde di trabiccolo

di nonna che chiamava cocca.

 

Io so d’ essere stata

a Livorno in via Ugo Conti 12

uno scricciolo al sicuro.

 

 

 

Oh i libri, i tuffi, i frutti e i flutti giovanili 

nella casa che svettava bianca sulle mura
sotto al Forte del Falcone!

 

Fu là che tornammo a riveder le stelle
coronare i soli, le nuvole mollare le colline
e l’utero abortire lo scirocco tra le rocce.

 

 

A dicembre, fra il ruggire del mare 

e i ghirigori schiumosi dell’onde
stava l’abete in un vaso di coccio,
rivestito con la carta da pacchi,
a disegnare arabeschi sui vetri
dischiusi sul bambino e i tre re magi.
Era, il Natale, calore di casa
era colore in cammino di Luce. 

Nuda vitalità, in questi versi, che esibiscono la Natura e la natura dell’isolitudine. C’è un fuori vestito con la stoffa della vita, c’è un dentro abitato dal sempre altrove del ricordo, in mezzo c’è la discolpa delle stagioni che trascorrono nella toponomastica affettiva di Alessandra Palombo. La sua poesia è gentile come la voce dei bambini in una beata ricorrenza, è solida come una grossa pietra viva dove poggiare l’anima e farla riposare un po’, è maiuscola come il pronome di una frase d’amore. 

L.R.Carrino

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