Giorgio Ansaldo
Tatuaggi di uomini soli

Titolo Tatuaggi di uomini soli
La terza inchiesta dell’ispettrice Paola Trani
Autore Giorgio Ansaldo
Genere Narrativa - Giallo, Noir, Poliziesco      
Pubblicata il 01/08/2013
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Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Le Vespe  N.  11
ISBN 9788873884651
Pagine 210
Prezzo Libro 14,00 € PayPal

Versione Ebook

ISBN EBook 9788893390569
Prezzo eBook 4,99 €
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Tanti uomini si aggirano nell’ultima vicenda che vede protagonista l’ispettrice Paola Trani: un uomo oppresso dalla propria possessiva madre, un uomo che ha un difficile e competitivo rapporto col proprio padre, un uomo sconvolto dall’abbandono inatteso della moglie, un uomo combattuto tra l’essere succube di genitori molto ricchi e conservatori e la sua voglia di trasgressione, un uomo straniero che abbandona l’Italia in maniera repentina e sospetta.
Uomini soli che portano sul loro corpo tatuaggi sia fisici che metaforici.
Intanto, nel corso di una calda ed umida estate, nella città di Genova vengono uccise una serie di donne, ritenute facili, e sarà compito di Paola Trani di indagare e tentare di acciuffare il colpevole.
Dopo ‘Azalee rosse’ e ‘L’esplosione’, in questa terza inchiesta dell’ispettrice Trani, ancora una volta, è al centro della trama il puntuale disegno delle psicologie dei vari indiziati: alcuni personaggi 
Il lungo velo di tulle della sposa fluttuava nella piazza danzando sulle ali della brezza marina, spezzata in mille refoli che si erano incanalati subdolamente nei vicoli circostanti, per poi ritrovare il loro punto di ricongiunzione proprio sugli spalti dinnanzi alla cattedrale. Un vento animato da un’imprevedibile felicità, recante con sé il salmastro ubriaco del mare, che giocava a nascondino nei tanti cantucci reconditi delle labirintiche abitazioni del centro storico con le finestre spalancate.
I fogli sparsi, come bianchi gabbiani in volo, di una tesi di laurea, tanto più preziosi quanto più fuggitivi, i capi di biancheria stesi sui terrazzi dei tetti che si gonfiavano come vele colorate di un’immaginaria flotta antica, gli ombrelloni dei bar sottostanti che pulsavano su e giù come meduse irrequiete. 
Una sarabanda di correnti birichine che si divertivano a giocare con l’acconciatura di quella sposa non appena lei aveva sporto fuori il capo dalla limousine, che l’aveva condotta fino lì.
Il padre della ragazza, l’esimio professor Luciani, morbidamente fasciato in un tight di buon taglio, porse la sua chirurgica mano alla figlia, che abbandonò con fiducia la propria, inguantata e tremante, in quella del sussiegoso genitore.
Sulla grande piazza deserta e lambita dal molle sole di giugno, solo Anna Luciani in bianco sfolgorante, quasi abbacinante, e la figura scura ed imponente di suo padre, gridi di rondini e le note solenni e lontane dell’organo: la classica ma sempre suggestiva marcia nuziale di Mendelssohn.
L’amica di famiglia, Cicci Ansoldi, sbucò dal portale spalancato del duomo genovese con affettuosa premura e sistemò il velo di Anna allargandolo sullo scalone per esaltarne la vaporosa bellezza.
“Ci siamo, cara Anna.” Sussurrò il professore all’orecchio della figlia, come ad infonderle coraggio, ma ottenendo l’effetto opposto.
“Ci siamo.” Ribadì Anna, ma solo dentro di sé, mentre un ingiustificato brivido di timore serpeggiava nel suo petto istoriato e punteggiato da piccole preziose perline.
La naturale frescura del tempio spirò refrigerante sul viso della sposa, mentre il suo braccio s’incuneava in quello del padre. Cicci si accodò garbatamente dietro la coppia e tutti insieme affrontarono il lungo cammino sulla passatoia tinta rubino.
Gianluca Galli, lo sposo, pure lui in tight, a cagione del fatto che la cerimonia si svolgeva prima delle diciotto, apparve alla ragazza in lontananza, compostamente in piedi sotto l’altare maggiore.
Difficile per Anna rendersi conto che l’enorme chiesa era gremita, solo una sensazione di giallo pallido nella prima fila: il colore prescelto da sua madre per l’abito da indossare in quell’importante occasione.
I sei testimoni parevano far barriera ai due lati della balaustra, quasi contrappunto ai quattro ecclesiastici schierati davanti a loro ai due lati dell’altare. Tra i testimoni, un uomo più attraente degli altri i cui occhi azzurri non lasciavano trasparire alcun sentimento: né gioia, né rammarico, né felicità, né sconforto.
Gli occhi fissi di Pietro Luciani, unico fratello presente della sposa, scrutavano semplicemente il tabernacolo dorato e sembravano sfidarlo, come in una lotta tra il bene ed il male, tra la fede e la blasfemia, tra la preghiera e la bestemmia.
Un risentimento acido albergava nel cuore del giovane Pietro. Il lungo ‘braccio di ferro’ tra lui e suo padre lo aveva visto perdente: la sua donna, Aika, non era stata ammessa alla cerimonia, non aveva ricevuto l’invito che Pietro si auspicava, anzi era successo di peggio. Il professor Luciani aveva imposto severamente al figlio che ‘quella tipa poco raccomandabile’ non apparisse in chiesa, neanche in maniera non ufficiale: per la famiglia Luciani la spogliarellista amata da Pietro non doveva proprio esistere. Punto e basta.
Che voglia di fare uno sproposito nel mezzo della cerimonia! Che voglia di creare sgomento ed imbarazzo nell’eccelsa assemblea! Ma no. Pietro sapeva di non possedere gli attributi per fare una cosa simile. Voleva troppo bene alla sorella ed un gesto sconveniente in quell’occasione avrebbe colpito solo lei e la sua attuale felicità. Eppure la rabbia era tanta. Verso suo padre, verso sua madre e, inaspettatamente, anche verso Aika, che lo teneva avvinto in un rapporto sensuale e soggiogante che lui stesso a volte aborriva.
L’Ave Maria di Gounod, gli sposi dicevano i loro sì, le fedi venivano scambiate, ma il pugno serrato nella tasca di Pietro sanguinava: le unghie conficcate nel palmo avevano aperto delle piccole funeste ferite. Una rabbiosa e dolorosa imprecazione scivolava muta sulle sue labbra.
 
Da tutt’altra parte, in quello stesso sabato di sole, nell’immenso e labirintico stabilimento balneare del ‘Lido’, Marco Ruggeri si godeva la prima giornata di bel tempo estivo, giocherellando su un enorme asciugamano da mare blu con la sua bimba di sei mesi, la piccola Viola.
Da alcuni minuti, stupidamente, lo spilungone tormentava il pancino della bimba con il piede nudo e andava in brodo di giuggiole vedendola ridere. Se poi lei gli afferrava l’alluce per farlo smettere, Ruggeri cominciava a ridacchiare in maniera scomposta al punto che la gente attorno finiva per considerarlo un simpatico imbecille.
“Vorrei sapere dove è finita tua madre: è andata al bar da mezz’ora per prendere dei panini e non si è più vista…uffa, uffa, uffa!”
Viola sicuramente non poteva capire le lagnanze del padre e, mentre lui occhieggiava tutto intorno a sé, facendosi solecchio, alla ricerca della moglie, pensò bene di mordere con forza l’alluce del papà.
Il balordo paparino scattò in piedi improvvisando una danza bislacca per dimostrare alla piccola che gli doleva assai il ditone e in quel mentre avvistò la moglie sul bordo della piscina olimpionica, che conversava placidamente con una bella signora in costume intero nero. Marco non ebbe dubbi: la donna elegante, con cui s’intratteneva sua moglie, era l’ispettrice di polizia Paola Trani, il suo capo.
 
“Non pare una donna felice, tuttavia emana una certa serenità.” dichiarò Giada Ruggeri al marito, sbocconcellando un toast ormai freddo, difficile da deglutire.
“Io la ritengo una donna eccezionale, lo sai. Separata da un anno e mezzo, con un figlio che studia all’estero, potrebbe abbandonarsi alla depressione e riversare i suoi problemi sul posto di lavoro, invece non è così. Anzi, al contrario, mi trovo benissimo a collaborare con lei.”
“Ahi, ahi, potrei essere gelosa…” scherzò Giada, che in realtà riponeva la massima fiducia nel marito vanesio, ma assolutamente innocuo.
Marco Ruggeri ridacchiò di gusto tormentando di nuovo la figlia col piedone nudo.
“Cerca di non farla piangere, per favore.” Lo rimproverò la moglie.
“Chi? La Trani?” ribatté il marito, fingendo di equivocare.
“Ma no, la bimba!”
Fu la piccola Viola a risolvere la situazione, stufa di essere stuzzicata dal padre, si rifugiò tra le braccia della sua mamma, che a quel punto abbandonò l’idea di finire il poco appetitoso spuntino.
“Una donna così attraente non faticherà a trovare un nuovo compagno…” ipotizzò Giada, scrutando in lontananza il corpo ancora piacente dell’ispettrice poco più che quarantenne.
“Non credere che sia così facile. Direi che per ora l’ispettrice si dedica strenuamente al suo lavoro, piuttosto che cercarsi un nuovo marito.”
“Vuoi dirmi che non ha nessuno?” indagò ancora Giada, che sotto sotto un po’ gelosa lo era davvero, sapendo il suo vanitoso maritino a stretto contatto quotidiano con l’affascinante signora.
“A onor del vero, si è mormorato in ufficio che abbia avuto una relazione segreta con un collega siciliano, un certo Deodato, trasferito provvisoriamente qua a Genova, ma una volta partito lui, credo che la cosa sia finita lì. Lei stessa mi ha fatto capire di averlo già perso di vista da un po’ di tempo.”
“Sarebbe bello presentarle qualcuno…” fantasticò Giada, sempre dell’idea che se l’ispettrice si fosse riaccasata sarebbe stato un bene per tutti, ma il marito escluse l’ipotesi categoricamente:
“Ma cosa dici, tesoro!? Conosciamo solo dei gran buzzurri, assolutamente inadatti a lei e comunque troppo giovani: quella donna lavora come ispettrice di polizia, ma appartiene a ben altra classe…”
Ruggeri, che amava smodatamente tutto ciò che trasudava ricchezza e che lui puntualmente non poteva permettersi, trovò la proposta della moglie assolutamente ridicola.
A Giada, che in generale provava simpatia per la Trani, dopo questi discorsi del marito, cominciò ad apparire un tantino antipatica. L’affabilità dell’ispettrice si trasformò ai suoi occhi in supponenza ed i suoi modi semplici in un atteggiamento d’affettazione più cercato che spontaneo.
La piccola Viola vomitò sul bikini a buon mercato della madre e Giada dovette rifugiarsi nella loro bella e costosissima cabina, pagata a stento in piccole rate mensili, frutto delle manie di grandezza del suo ineffabile marito.
Sul bordo della piscina, spiccava la silhouette sinuosa dell’ispettrice, pigramente intenta a sfogliare il numero estivo di Vogue.
Marco Ruggeri, vedendola buttare un occhio verso di loro, si sentì in dovere di farle un cenno stupidino con la mano, mentre la piccola Viola gli addentava l’alluce con ferocia per l’ennesima volta. Subito dopo, l’improbabile bellimbusto cercò di darsi un tono sfogliando lui pure un giornale: un misero tabloid gratuito distribuito all’entrata dello stabilimento balneare.
“Ma guarda ‘sto cretino!” sibilò sua moglie tornando nella loro postazione e sfoggiando un bikini pulito, ma decisamente ancora più brutto del precedente.
Ruggeri all’improvviso sobbalzò e tuffò il naso aquilino tra le pagine stazzonate del quotidiano:
“Io questi li conosco!” esclamò dandosi aria d’importanza, dopo il primo stupore.
“Chi?” chiese Giada, tanto per dargli soddisfazione.
“La famiglia Luciani. Gente molto in vista. Qui dice che stamani la figlia si sposa in cattedrale, davanti a quasi trecento invitati.”
Giada, che pur facendo la superiore nei confronti del marito, in realtà anche lei era affascinata, come tanti, dal bel mondo, lo guardò interrogativamente inducendolo a spiegarsi meglio, approfittando del fatto che la piccola si era finalmente addormentata sotto l’ombrellone sghimbescio per il vento.
Lui si mise comodo, tormentando il minuscolo coccodrillo di stoffa cucito sui suoi slip taroccati, e cominciò a raccontare, tutto fiero di aver attirato l’attenzione della sua adorata compagna.
“L’estate scorsa, questi Luciani ospitarono per lungo tempo nella loro splendida villa di Albaro un amico di famiglia, un milanese molto attraente, che, a fine estate, quando lasciò la casa con armi e bagagli, scomparve nel nulla. L’ispettrice Trani fu incaricata delle indagini, ma non si venne a capo di niente ed il caso fu archiviato.”
Sul viso di Giada si dipinse un’espressione di delusione.
A questo punto, Ruggeri preferì chiudere il discorso poco glorioso, si accovacciò a fianco della bimba dormiente e, coprendosi il viso col giornale, decise di schiacciare un pisolino.
Giada, prima di accoccolarsi tra le braccia del marito, buttò un ultimo sguardo verso il corpo ben tornito dell’ispettrice Trani e con le dita pizzicò il proprio ventre, ancora rilassato e molle dopo il parto avvenuto ormai più di sei mesi prima.
“Me ne frego!” esclamò tra sé e pure lei tentò di addormentarsi.
 
Tanti uomini si aggirano nell’ultima vicenda che vede protagonista l’ispettrice Paola Trani: un uomo oppresso dalla propria possessiva madre, un uomo che ha un difficile e competitivo rapporto col proprio padre, un uomo sconvolto dall’abbandono inatteso della moglie, un uomo combattuto tra l’essere succube di genitori molto ricchi e conservatori e la sua voglia di trasgressione, un uomo straniero che abbandona l’Italia in maniera repentina e sospetta.
Uomini soli che portano sul loro corpo tatuaggi sia fisici che metaforici.
Intanto, nel corso di una calda ed umida estate, nella città di Genova vengono uccise una serie di donne, ritenute facili, e sarà compito di Paola Trani di indagare e tentare di acciuffare il colpevole.
Dopo ‘Azalee rosse’ e ‘L’esplosione’, in questa terza inchiesta dell’ispettrice Trani, ancora una volta, è al centro della trama il puntuale disegno delle psicologie dei vari indiziati: alcuni personaggi 

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