Edgar Lee Masters
Spoon River Anthology

Titolo Spoon River Anthology
Edizione integrale con testo a fronte - traduzione e introduzione a cura di Benito Poggio
Autore Edgar Lee Masters
Genere Poesia      
Dedicato a
Dedicato a Fernanda Pivano e a Fabrizio De André
Pubblicata il 30/10/2013
Visite 10668
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Nuda Poesia  N.  40
ISBN 9788873884712
Pagine 310
Note Introduzione, Traduzione e Note a cura di Benito Poggio. Edizione integrale con testo inglese a fronte. Postfazioni di Stefano D’Oria, Stefano Verdino, Luigi Garbato, Dario G. Martini.
Prezzo Libro 19,50 € PayPal

Una nuova traduzione integrale per godere della lettura ancora attualissima del libro "cult" di Edgar Lee Masters, l'Antologia di Spoon River.

La versione di Benito Poggio, agile, a tratti discorsiva e piena di soluzioni geniali,  aggiunge nuova freschezza a un testo già tradotto o adattato anche da "mostri sacri" quali Fernanda Pivano e Fabrizio De Andrè.

Questa nuova edizione condurrà per mano sulla Collina tutti coloro che hanno amato Non al denaro né all'amore né al cielo di Faber e anche quelli che invece conoscono bene il testo di Masters e che qui troveranno nuovi spunti.

Claudio Pozzani

“Poggio traduce con estrema scioltezza e nel paragone con i vari predecessori spicca la sua conquistata naturalezza linguistica. Un lavoro puntuale quanto minuzioso e di cesello.”

Stefano Verdino

INTRODUZIONE

“Spoon River Anthology”: 1943, la prima traduzione italiana e le altre traduzioni

Sia ben chiaro – e lo ammetto in partenza – che in questa mia Introduzione riprendo precedenti argomentazioni non mie o dovute ad altri autori cui rendo merito. Che mai si può dire di nuovo e di non detto riguardo a Edgar Lee Masters (23 Agosto 1868 o 1869?-7 Marzo 1950) e a proposito della sua celebre e celebrata Antologia di Spoon River pubblicata – ormai un secolo fa – nel 1915 e che, poco più di dieci anni dopo, nel 1928 poteva già contare ben settanta edizioni? È soltanto grazie alla vivace e scorrevole traduzione risalente al 1941 di una giovanissima e curiosa studiosa, l’allora poco più che ventenne Fernanda Pivano – traduzione suggerita o istigata prima e scovata e carpita poi da Cesare Pavese – che l’Antologia venne per la prima volta edita da Einaudi nel 1943. Da allora in poi la fama dell’Antologia, dopo il grande successo in America, in Francia e in altre nazioni, si diffuse per tutt’Italia, in ispecie tra la gente comune e i giovani (perplessi invece gli accademici e gli addetti ai lavori) e ne fu venduto un notevolissimo numero, che, in varie edizioni e ristampe, ha raggiunto oggi e forse superato – davvero impensabile per un libro di poesia – il milione di copie. Un certo numero di altre traduzioni, alcune non sempre del tutto appropriate o rispettose, non sempre del tutto originali o autografe, seguirono quella prima, a mio modo di vedere pregevolissima, traduzione dovuta a Fernanda Pivano e da lei condotta con assoluta libertà e in assenza di inibizioni. Ecco di seguito alcuni testi e le traduzioni più note e più diffuse, di cui sono personalmente in possesso:

- Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River, a cura di Fernanda, Universale Einaudi/13, Giulio Einaudi, Editore - Torino, 1943-XXI.

- Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River, Quinta edizione integrale a cura di Fernanda Pivano, Universale Einaudi/11, Giulio Einaudi editore, 1949.

- Edgar Lee Masters, Spoon River Anthology, Traduzione di Fernanda Pivano con testo integrale, I millenni, Giulio Einaudi editore, 1955/Quinta edizione; 1957/Sesta edizione.

- Edgar Lee Masters, Spoon River Anthology, With a New Introduction by May Swenson, Collier Books, New York, N.Y. (Collier-Macmillan Ltd., London), 1962. 

- Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River, Traduzione integrale della “Spoon River Anthology” (1915). A cura  e con prefazione di Fernanda Pivano, Nuova Universale Einaudi/10, Giulio Einaudi Editore, 1962/Sedicesima edizione.

- Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River, Traduzione di Fernanda Pivano. Gli struzzi/13. Giulio Einaudi editore, Torino 1971.

- Edgar Lee Masters, Spoon River Anthology, unabridged, Dover Thrift Editions, Dover Publications. Inc., New York, 1992.

- Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River, A cura di Fernanda Pivano. Con tre scritti di Cesare Pavese. Testo a fronte, Einaudi Tascabili. Letteratura/122, Giulio Einaudi editore, Torino 1993.

- Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River, Traduzione di Letizia Ciotti Miller, Edizione integrale, Grandi Tascabili Economici Newton, Roma 1974 (Quarta edizione 1994).

- Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River, N.N., Nota introduttiva di Roberto Sanesi, Testo inglese a fronte, Euroclub (Grandi libri), BG 1986.

- Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River, Una Divina Commedia dei nostri giorni, Introduzione di Viola Papetti, Traduzione e note di Alberto Rossatti, Testo inglese a fronte, prima edizione BUR, MI 1986; prima edizione BUR Superclassici, MI 1989; quarta edizione BUR Superclassici, MI 1995.

- Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River, Traduzione di Alberto Rossatti, Prefazione di Giorgio Montefoschi, Testo originale a fronte, - RCS Libri, MI 1986-2004, RCS Quotidiani, MI 2004.

- Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River, a cura e con una postfazione di Antonio Porta, Testo inglese a fronte, Arnoldo Mondadori Editore, prima edizione Oscar poesia, MI 1987; prima edizione Oscar classici moderni, MI 1992.

- Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River, Traduzione e note di Alberto Rossatti, Testo inglese a fronte, La Biblioteca Ideale Tascabile, Prima edizione MI 1995.

- Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River, Traduzione e note di N.N., Introduzione di S.M., Testo inglese a fronte, Gulliver, BO 1995.

- Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River, Introduzione di Viola Papetti, Traduzione e note di Alberto Rossatti, Testo inglese a fronte, Fabbri Editori (Sulla collana I Grandi Classici della Poesia – RCS Libri & Grandi Opere), MI 1997.

- Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River, Traduzione e presentazione: Alessandro Quattrone, Demetra, VR 2001.

- Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River, Introduzione di Viola Papetti, Traduzione e note di Alberto Rossatti, Testo inglese a fronte, prima edizione BUR Pantheon, MI 2002.

- Edgar Lee Masters, out of Spoon River Anthology (40 epitaphs)/Benito Poggio, dalla Antologia di Spoon River (40 epitaffi), Presentazione di M.M. (Mauro Montarese), Introduction di B.P. (Benito Poggio). Testo inglese a fronte. Copertina e illustrazioni di Beatrice Poggio. Ideazione di Corrado Poggio, De Ferrari Editore, GE 2002. (Excavating for a… meaning: allegato a cura del traduttore e delle angliste Lucia Bellentani e Luisa Taddei).

Nel corso di una telefonata ricevuta dalla Pivano discussi a lungo con lei, on the phone, di questo mio personale impegno a ri-tradurre l’Antologia in toto, fornendo possibilmente una versione nuova e più fedele: debbo dire che da lei ebbi solo parole di augurio per l’ardua impresa e di solidale incoraggiamento. Il tutto accadde a seguito di una mia recensione sul suo libro Cos’è più la virtù ch’io, ignorando allora il suo indirizzo, avevo inviata alla Rusconi e a lei trasmessa dalla stessa casa editrice. Il libro l’avevo acquistato da una bancarella con lo scopo, come si suol dire (e fare), di ammazzare il tempo del mio viaggio da Genova-Brignole ad Asti, ove mi recavo per tenere una conferenza proprio sull’Antologia di Spoon River; conferenza che, su espressa richiesta, ripetei in due successivi affollatissimi incontri all’Unitre di San Pier d’Arena. Ricevuto il mio scritto, ella benignamente mi chiamò da Roma e mi diede il suo indirizzo di Milano; dopo di che parlammo varie volte e davvero a lungo delle molte traduzioni dell’Antologia di Spoon River e dettagliatamente le illustrai altresì il mio impegno traduttivo in atto. Fu assai gentile e prodiga di consigli; mi disse tra l’altro di evitare certe “sue” sviste (più che veri e propri errori), dovute alla giovane età, che erano state, ahimé! – aggiunse lei – bellamente e pedissequamente riportate in talune traduzioni troppo… affini alla sua. Mi augurò buon lavoro ed espresse vivo apprezzamento per quella quarantina – arricchita dalle illustrazioni ad hoc di mia figlia Beatrice – ch’io, con dedica a lei e a De André, avevo già tradotto e sottoposto al suo esame.

1915, “Spoon River Anthology” e 1971, “Non al denaro, non all’amore né al cielo”. Del compito del traduttore

Affrontare una discussione, in relazione all’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, su Fernanda Pivano (1927-2009; colei che per prima, con la sua fresca e illuminante traduzione, fece conoscere l’Antologia in Italia: come ricordato in precedenza, da sempre presa in grande considerazione dai giovani, da sempre snobbata dagli addetti ai lavori e dai “chierici rossi o neri”) e su Fabrizio De André (colui che seppe cogliere e stagliare dall’Antologia alcune figure simboliche e universali prolungando, attraverso di esse, il senso più autentico e profondo di una raccolta poetica, come già ribadito, molto amata dai giovani, dagli spiriti liberi o anarchici e in generale poco considerata dagli accademici e dai critici togati) non significa soltanto trattare della traduzione in sé (lavoro, sempre e comunque, arduo e difficile), ma implica altresì, in qualche misura, circoscrivere il compito del traduttore.

“Sìsifo condannato ad esistere solo attraverso l’opera di un altro”, affermazione che si deve a Rosario Portale, docente dell’Università di Macerata, è, a mio parere, la definizione più completa e la chiosa più significante del termine traduttore (colui che ama viaggiare di lingua in lingua) e soprattutto del compito cui il traduttore è delegato (traghettare testi da una lingua ad un’altra). V’è, tuttavia, subito da aggiungere che sono davvero tanti i linguisti (grammatici o glottologi) e, di conseguenza, tanti anche i discorsi (più o meno specialistici, più o meno approfonditi), ch’essi, nel corso dei tempi, hanno affrontato, portato avanti e concluso sul tradurre e sui traduttori., rinviando al mio saggio Della Traduzione e dell’Arte del Tradurre. A mo’ di semplice esempio mi limito a citarne brevemente alcuni a iniziare da Dante Alighieri (1265-1321), il Ghibellin fuggiasco, il quale, per la verità, sostenendo l’impossibilità del voltare da una lingua ad un’altra, in un passo del Convivio (I, VII, 13-16: passo fatto proprio, tra l’altro, da Giorgio Caproni, 1912-1990), icasticamente precisa che “nulla cosa per legame musaico armonizzata si può de la sua loquela in altra transmutare”. A lui, secoli dopo, tentò di opporsi Karl Wilhelm von Humboldt (1767-1835), filosofo e linguista, affermando della traduzione validità e pregio: “Tradurre, e tradurre soprattutto poeti, è uno dei compiti più doverosi per una letteratura”, facendo così della traduzione, come da traduttore, sosteneva anche Giuseppe Ungaretti (1888-1970), prioritario “mezzo di propagazione” di una lingua. Colui che, da seguire nel campo della traduzione, concertò una famosa serie di fasi (Metafrasi, cioè la traduzione letterale; Parafrasi, cioè la trasformazione di un testo in altre parole, specie per chiarirlo; Imitazione, cioè l’adattarsi allo stile di un’opera passata) più che definire vere e proprie regole fu il poeta inglese John Dryden (1631-1700), traduttore di poeti e autori classici (Teocrito e Omero; Lucrezio, Orazio, Ovidio, Giovenale e Persio; Boccaccio; Chaucer). Si dedicarono con passione e competenza alla traduzione anche Ugo Foscolo (1778-1827) e Giacomo Leopardi (1798-1837): il primo, mai pago di sé e del proprio lavoro, affrontò per ben tre volte la traduzione di Un viaggio sentimentale attraverso la Francia e l’Italia di Laurence Sterne (1713-1768) e stabilì che si ha una triplice fase traduttiva passando per traduzioni cadaveriche, quelle tradotte parola per parola; animate, quelle trasposte con stile vivace; accurate, quelle rispettose della fidelité religieuse; il secondo nello Zibaldone, discetta, in lungo e in largo e con acume, dell’arte del tradurre e delle traduzioni, considerate negativamente se – concetto, a mio parere, fondamentale e da tener presente in ogni circostanza – “non in grado di commuovere come l’originale”. Tralasciandone molti altri (da prendere eventualmente in considerazione in uno studio di più ampio respiro), non si può fare a meno di citare, in questa brevissima rassegna e a questo proposito, Giuseppe Ungaretti, già richiamato in precedenza, il quale, per lunghi anni, fu preso da folle estro traduttivo. Tra le sue splendide traduzioni (leopardianamente in grado di commuovere come l’originale) quelle delle poesie di William Blake, a interpretare le quali egli si dedicò per oltre sette lustri. In tempi a noi più vicini Elio Vittorini (1908-1966) e Cesare Pavese (1908-1950), nelle collane da loro curate, diedero forte impulso alle traduzioni, specie di autori americani, ma non solo. Di Vittorini è degna di nota l’antologia titolata Americana (1942): un’allegoria in cui, presentando 33 autori, viene delineata un’America che è dei non-Americani, preceduta da una prefazione di Emilio Cecchi (1884-1966) e con un corredo di splendide fotografie. Di Pavese, indefesso traduttore, sono di particolare grande valore le traduzioni di Moby Dick (1932) di Herman Melville e di A Portrait of the Artist as a Young Man (1934) di James Joyce: il traduttore riesce in maniera eccellente ad esaltare e a convogliare le angosce e le pene interiori, particolarmente in Moby Dick, in un simbolismo di tinta e di sapore universali; ed è proprio in Moby Dick che la Balena Bianca (la Pivano la assumerà come titolo di una sua nota e prestigiosa raccolta di saggi) diventa l’inafferrabile fantasma della vita e il capitano Ahab è l’uomo che, nel suo sconfinato orgoglio, affronta la balena bianca (i.e.: la vita e le sue difficoltà estreme) senza tregua. Notevoli, per giunta, gli studi de hoc dovuti a Roland Barthes (1915-1980). E anch’io non posso che concordare con il poeta scomparso Antonio Porta (1935-1989), lui che, come il sottoscritto, si cimentò nella traduzione completa dell’Antologia di Masters ed ebbe a dire: “Sarebbe importante tradurre qualcosa tutti i giorni, più che scrivere qualcosa di proprio”. Così non è dato prescindere dall’imponente portata di eccellenti traduzioni dei “suoi amici americani”, poeti e prosatori, dovute ancora a Fernanda Pivano, che, come sopra ricordato in avvio, fu altresì la prima a far conoscere l’Antologia di Spoon River agli italiani. Da essa Fabrizio De André (1940-1999), di cui la Pivano fu amica e ispiratrice, come ho già accennato, scelse non tanto con provocatorio piglio da “scapigliatura” quanto con perspicacia antisentimentale proponendo in veritate cordis a suo modo, cioè da autentico poeta più che da semplice se pur valido traduttore-cantautore, nove testi tratti dai 244 epitaffi, raccolti e musicati in un LP uscito nel 1971 dal titolo “Non al denaro, non all’amore né al cielo”. In esso – proprio perché a differenza di Masters sono qui volutamente anonimi – i personaggi selezionati per il suo viaggio all’interno dell’Antologia assurgono sovente o a positivo paradigma di vita liberamente (leggi: anarchicamente) vissuta, o a perentoria condanna dei disvalori e/o dei falsi valori (tipicamente borghesi e schermati da perbenismo e moralismo) che più abbrutiscono l’uomo. Per il poeta genovese si va da

- La Collina, vera cornice entro cui rivivono e si agitano, ché il sonno è apparente, tutti i personaggi di Masters e di De André che 

“Dormono, dormono sulla collina”.

alle precise figure-simbolo richiamate di seguito:

- Il suonatore Jones, come lo stesso De André non inquadrato nei soliti schemi sociali, e come lui insolente e anarchico, a cui – come fu e continua ad essere per lui pure – anche post mortem)

“suonare tocca

per tutta la vita”; 

- Un ottico che fa gli occhiali su misura per vedere, come avrebbe voluto anche De André, solo e soltanto

“la luce, luce che trasforma

il mondo in un giocattolo”, 

nel quale non siano possibili né guerre (se non quelle gioiose e ilari, e soprattutto senza armi di sorta, dei bambini) né divisioni, invidie e pregiudizi (così frequenti e ineliminabili fra gli adulti);

- “Un blasfemo” – e anche De André fu considerato tale dai perbenisti – ucciso non da una morte naturale, ma da 

“due guardie bigotte”;

- Un chimico – e chi più di Fabrizio De André fu “abile chimico” nel combinare i sentimenti d’ogni uomo? – che, pur avendo 

“il potere

di sposar gli elementi e di farli reagire”, 

afferma 

“ma gli uomini mai mi riuscì di capire

perché si combinassero attraverso l’amore”;

- Un giudice, alto appena 

“un metro e mezzo” 

e soggetto a subire 

“le battute della gente

o la curiosità

di una ragazza irriverente”, 

ma che, per rifarsi, prima da procuratore e poi da giudice diventa 

“arbitro in terra del bene e del male” 

e amministra le leggi ad personam e solo per prendersi le sue rivincite, e non – come pretendeva Fabrizio – solo per far giustizia vera;

- Un malato di cuore, al quale, per la forte emozione di un incontro d’amore (e l’amore, senza alcuna distinzione, è sempre stato il sentimento più elevato e più apprezzato proprio da Fabrizio De André), 

“l’anima d’improvviso prese il volo”;

- Un matto che, dopo una vita in manicomio (e secondo Fabrizio De André nessun uomo va mai rinchiuso per il suo comportamento o per le sue idee), 

 “una morte pietosa lo strappò alla pazzìa”;

  - Un medico capace di curare i clienti speditigli dai colleghi e tutti con la medesima diagnosi:  “ammalato di fame, incapace a pagare”: ed è chiaro il messaggio di De André sulla gratuità delle cure mediche perché, se è odioso far pagare parcelle care, é disumano arricchirsi sulle malattie altrui.     Di un classico della letteratura americana di cent’anni fa: 1915 - 2015 Premesso che in lei, in Fernanda Pivano intendo (e nelle sue traduzioni), ho incontrato, se così mi posso esprimere, “lo mio maestro e lo mio autore”, è proprio da lei che ho appreso come operare al meglio (o, dopo di lei, alla meno peggio), indagando dietro la facciata di testi in cui serpeggiano sentimenti contrastanti e addivenendo ad una sorta di impudica ma profonda intimità – di timbro intellettuale e di natura esistenziale a un tempo – con l’autore da affrontare e tradurre, nel caso specifico Edgar Lee Masters, dopo essere entrato in totale sintonia di mente e d’animo con lui e misurandomi con passione e pervicacia in un lavoro certamente smisurato se non immenso, spesso arduo, qualche volta molto vicino all’ostacolo insolubile: enigma o crux. Lavoro prolungatosi (forse, o senza forse) troppo nel tempo e che, in certa misura, m’ha assomigliato alla fatica (“si parva licet…”) del Foscolo, impegnato duramente, a volte esaltato e pienamente soddisfatto, ma che ogni volta, superate esaltazione e soddisfazione, si sentiva del tutto inappagato e si cimentava in un’ulteriore traduzione del Sentimental Journey di Laurence Sterne, tanto, come s’è già detto più sopra, da accumularne ben tre. Dal mio punto di vista, per così dire operativo e lungi da una esasperata ricerca formale, ho cercato (saranno, speriamo, almeno i manzoniani 25 lettori a dire se ci sono riuscito) di essere il più possibile fedele alla mentalità, se non sempre al linguaggio, ch’io definisco poetico-discorsivo, dell’avvocato-poeta Edgar Lee Masters. Che è poeta sì, ma, essendo stato a stretto contatto con giudici e magistrati, con il cuore e la mente sempre impastati di diritto, spesso prevaricato o non rispettato, e sempre incrostato di ingarbugliate leggi e leggine (ancora mi soccorre Manzoni con i suoi proverbiali lacci e lacciuoli), sovente trasgredite o non bene applicate, è solo apparentemente semplice e chiaro, ché, nella realtà, si rivela essere un linguaggio – ora metaforico e simbolico, ora religioso o moralistico, ora con l’ingerenza di Eros e Thanatos, talvolta tecnico se non oscuro – denso di sottigliezze d’ogni genere e carico di connotati particolari specifici e propri d’un mondo, quello americano, se pure a quei tempi ancora in divenire o ancora in fieri, e che non è sempre facile cogliere né agevole interpretare, neppure attenendosi alla letteralità sostenuta per le traduzioni della poesia e perseguita nei suoi molti lavori traduttivi, da solo o con altri, ad esempio da Ted Hughes (1930-1998). È chiaro che, più che le discettazioni dei citati autori (linguisti o traduttori, critici o traduttologi), la presente traduzione non ha potuto non tener nel dovuto conto altresì delle numerose traduzioni dell’Antologia che ho elencato in apertura e che la mia hanno preceduto. Ma in particolare, e ci tengo a ribadirlo, io reputo questa mia fatica frutto primigenio della prima traduzione in assoluto ch’io, quondam giovane studente, ebbi modo di leggere, meglio di divorare e rileggere più e più volte: intendo proprio quella dell’amica Fernanda Pivano, a mio modesto avviso, la pavesianamente più importante studiosa e la più impegnata traduttrice di testi anglo-americani, ma anche – di suo – affermata e sàpida scrittrice. Ai miei studenti citavo costantemente lei e l’Antologia da lei tradotta, attestando nei suoi confronti stima e approvazione, per i testi non solo tradotti in piena sintonia, non tanto col verbo quanto con lo spirito dell’autore americano e quasi, come ha sottolineato qualcuno, ripercorrendoli “con il suo stesso passo” (come asseriva la Pivano) e il suo stesso ritmo, ma resi sempre, a mio modo di concepire, con radici esistenzialistiche su una base dal progredire musical-poetico e filosofico mirante alla comprensione dell’umanità (donne e uomini, litigiosamente o meno, parlanti; uomini e donne in costante, vivace diatriba, pur se da morti) e delle problematiche, tra loro interconnesse, da quelle stesse donne e da quegli stessi uomini vissute, esternate e sofferte: traduzione “tutta pervasa di una gioia ingenua della scoperta, che trascina e convince” aveva commentato Pavese alla sua prima lettura. Un generoso grazie lo debbo all’attore e regista genovese scomparso Mauro Montarese e al suo “Soffia il vento sulla collina” (da me tradotto in: “The Wind is Blowing over the Hill”), in due tempi, pubblicato da Erga Editore in Genova, nella collana di teatro a cura del Centro Cultura “il Tempietto” di San Pier d’Arena ed elogiato dal drammaturgo Dario G. Martini, la cui fama va ben oltre i confini nazionali. Nella scelta di una quarantina di epitaffi e di altrettanti interlocutori dalla mastersiana Antologia di Spoon River, il Montarese mette nel gioco delle parti e collega fra loro parole e riflessioni per il tramite di quattro personaggi primari: il Protagonista, il Contadino, l’Attore e l’Attrice. Ai quaranta epitaffi da lui scelti aggiunsi, mea sponte meoque longo commodo, tutti gli altri, cioè i 204 mancanti… per cui oggi, alla buonora!, sono leggibili nella mia versione tutti e 244. Pur spesso snobbato dalla critica ufficiale e non (“neanche una poesia americana” – chiara e diretta l’allusione – disse, nel 1946, Marcello Venturi d’un suo racconto pubblicato su un quotidiano), l’Antologia di Spoon River si confermò, al suo apparire, la quintessenza della poesia e della cultura americana e resta, a dispetto di tutto e di tutti, testo sacro non solo della letteratura americana e vera monumentale storia, senz’altro datata, della società americana vista e giudicata attraverso le iscrizioni di un piccolo cimitero di provincia: caleidoscopio d’una realtà più ampia – l’intera società americana – drammaticamente tormentata perché già allora vittima e prigioniera dei suoi miti. Duplice la visione complessiva: interna la prima, che si rifà a come sono strutturati i contenuti e a come sono articolati gli epitaffi sotto l’aspetto formale, linguistico e stilistico; esterna la seconda, collegata a problematiche storico-culturali e sociali, specchio – a volte fedele, altre volte infedele – di modi di vita e usanze, di tradizioni e norme giuridiche, e tant’altro ancora; ed è evidente come la doppia visione costituisca l’intelaiatura stessa e lo stimolo primario a congetture individuali e collettive. Tra l’altro l’Antologia è spesso servita a pretesto non solo per spettacoli, come quello del Montarese più sopra citato (Chissà se mai qualcuno vorrà, o oserà, metterlo in scena?), ma anche per registrazioni su disco (quella più sopra citata – e tratteggiata nei suoi contenuti – di Fabrizio De André, Non al denare, non all’amore, né al cielo, 1971, è certo la più notevole e la più nota) e per rese radio-televisive. I testi dell’Antologia di Spoon River, lo si può dire, hanno una radice dotta e antica, in quanto in qualche misura si richiamano a quella insuperata miniera poetica di oltre quattromila frammenti che è l’Antologia palatina. Ad essa, se non si rifece direttamente, certo si ispirò (chi sostiene inconsciamente o più o meno consciamente, chi plagiandoli) Edgar Lee Masters, ricco avvocato di fama (che, dopo aver scialacquato i suoi più che lauti guadagni, morì in miseria), poligrafo e biografo pieno di ampie pretese storiche e, pare tra l’altro, autore anche d’un’ignota vita di Cristoforo Colombo, il grande navigatore menzionato in “Dora Williams” – uno degli epitaffi più drammatici e più intensamente descritti – come segue: “young Columbus dreamed new worlds” ovverosia “Colombo, che da ragazzo, sognava nuovi mondi” (questa la mia interpretazione). Ma il clima letterario che, per così dire, informa quest’opera insolita si deve andarlo a ricercare anche nella cosiddetta Graveyard School, altrimenti detta “scuola sepolcrale”, che indubbiamente avalla quel macabro compiacimento funereo proprio della poesia cimiteriale di radice e d’àmbito tipicamente anglosassone, alla quale – per fare qualche nome – diedero forma e sostanza autori quali: l’ecclesiastico irlandese Thomas Parnell (1679-1718), poeta e saggista, oltre che traduttore della Battle of the Frogs and Mice (Batracomiomachia), attribuita a Omero: egli è autore di un componimento notturno sulla morte: A Night-Piece on Death (1722) in cui uno dei versi recita: “Think, mortal, what it is to die.”: Pensaci, o uomo, che è mai morire.” Il poeta inglese Edward Young (1683-1765), i cui diecimila versi sciolti del suo compianto che accumula pensieri notturni sulla vita, la morte e l’immortalità: The Complaint, or Night Thoughts on Life, Death and Immortality (1742) danno voga a quella poesia sepolcrale (“gufaggine sepolcrale”, dirà Carducci) che avrà influenza anche in Italia (Foscolo, ad es.) ed erano noti anche al nostro Leopardi, stante la presenza nella biblioteca paterna delle due note traduzioni in italiano di L. A. Loschi e G. Bottoni. Lo scozzese Robert Blair (1699-1746) che compose The Grave (1743), componimento che ha per oggetto la tomba e che lo fece uscire dall’anonimato rendendolo famoso in tutt’Europa. James Hervey (1714-1758), ecclesiastico e scrittore: il suo scritto di meditazioni tra le tombe, Meditations among the Tombs (1746), al suo tempo ebbe grande successo; vi si legge: “And Death makes equal the high and the low”, come dire che la morte livella tutti: ricchi e poveri, superbi e umili (sullo stesso tema Totò compose A livella). Essi influirono sul classicista, dotto e riservato, Thomas Gray (1716-1771), autore della famosissima elegia composta in un cimitero campestre, Elegy Written in a Country Churchyard (1750), che conserva anche reminiscenze dantesche del giorno che si muore: “The curfew tolls the knell of parting day” e petrarchesche della paventosa speme: “trembling hope”. Nato in Cornovaglia, il Rev. Anthony Moore (1727-1760) compose, imitando quella del Gray, la sua elegia scritta tra le rovine della residenza di un nobile in Cornovaglia, Elegy Written among the Ruins of a Nobleman’s Seat in Cornwall (1756), cui fece seguire un pensoso e meditativo soliloloquio in un cimitero di campagna, Soliloquy Written in a Country Church Yard (1760). Con nella mente l’eco delle letture dall’Antologia palatina e degli autori sepolcrali sopra elencati, e con negli orecchi l’eco a lui più prossimo dei motivi di canzoni popolari, Masters, allinea le sue composizioni, l’una dopo l’altra, in un’opera destinata a stupire e durare, anche se lui, come autore, fu crudamente, ma con più d’una qualche ragione, definito da Mario Praz “l’uomo d’un libro, d’un tono, d’una data”. Dei molti libri scritti, infatti solo quest’uno gli procurò fama e ricchezza, e solo quest’uno sopravvive ancor oggi – si può dire a ormai cent’anni di distanza: 1915-2015! – all’inesorabile opera distruttiva del tempo. Pur se passate del tutto inosservate e non prese in alcuna considerazione dalla critica, prima di recarsi a Chicago Masters aveva già composto, sotto l’influsso di Poe, Shelley, Keats, Swinburne, circa quattrocento poesie, in cui quasi con ossessione ricercava musicalità: “More poems came to me as sound. Sometimes as vision, but mostly as sound” (i.e.: “Sovente le poesie nascevano in me come musica. A volte come visioni, ma il più delle volte come musica”). Prassi comune a tanti poeti che non vogliono perdere l’attimo fuggente dell’ispirazione, Masters raccolse quei frammenti poetico-musical-visionari, che avrebbero in seguito dato forma e sostanza alla sua Antologia, nel corso delle udienze in tribunale, scrivendoli un po’ ovunque (lo farà anche Montale, ma non solo lui): sui bordi di pratiche, su buste, su menu, su bigliettini, ecc. È proprio per questo motivo che l’opera rischiò di fare una brutta fine: che era poi quella di… finire nel cestino della carta straccia. Per nostra fortuna, checchè se ne pensi e se ne dica, ciò non accadde e siffatto documento, emblema altresì dell’American anxiety, l’angoscia americana, è pervenuto fino a noi. Apparso, lo si può proprio dire, un secolo fa, esattamente nel 1915, quando uscì alle stampe fu preso come violento pugno nello stomaco dai tradizionalisti benpensanti; ma fu accettato dagli studiosi più avvertiti e dai giovani più attenti di allora come luminoso coup de foudre nel cielo letterario, non solo americano. Più d’uno asserì che era apparso “un nuovo Whitman”, più d’uno gridò “habemus novum poetam”; tra costoro Ezra Pound che proprio nell’anno dell’uscita, elogiò fino all’esaltazione l’Antologia, per condannarla in seguito, esattamente nel 1932, accusandola di frettoloso e ripetitivo “leemasterism”. C’è chi l’Antologia l’ha definita (e lo si legge di sovente sui risvolti delle varie edizioni, non sempre accurate – vale la pena ribadirlo – e talvolta dozzinali, ma che comunque fanno mercato, attirano, fanno abboccare costantemente nuovi lettori e si vendono sempre ad abundantiam) una sorta di Divina Commedia del Nuovo Mondo: direi che è troppo, e neppure Masters giunse a pensare (e pensò mai) a tanto, pur tra le inevitabili citazioni del sommo poeta: “the song of Dante” – qui da intendersi e da tradurre “il poema di Dante” – in “Judson Stoddard”, definito “a mighty shade… who sings/of one named Beatrice” – “uno spirito maestoso… che celebra le lodi/di una donna che ha nome Beatrice” – in “Lucius Atherton”. Ma, in generale, fatta eccezione per sporadiche e fuggevoli sfumature dal timbro e dal nesso più purgatoriali che paradisiaci, ci si può limitare semmai, e anche questo con tutte le dovute e necessarie riserve, al solo Inferno, giacchè altri sono i modi, altri sono i danteschi ritmi interiori: più sfumati quelli del Purgatorio, più teologici quelli del Paradiso. Si può infatti affermare, questo sì, che i personaggi hanno, qui e là, voci toni e tratti che possono rifarsi agli infernali dannati danteschi, proprio a conferma di quel pavesiano esprimersi in universali cui farò cenno. È pur vero che, dopo quella dei Francesi, la scoperta dell’Antologia da parte degli Italiani, per così dire, avvenne, in primis, grazie a Cesare Pavese, il quale, alla ricerca di una libertà intellettuale negatagli in patria dal regime del tempo, divenne infatuato lettore di autori d’oltreoceano e scrisse, per averne notizie precise e dettagliate, all’italo-americano Antonio Chiuminatto, allora residente negli USA. Ottenuto – vero o falso che sia, lo raccontò Pavese in persona – con uno stratagemma il consenso a pubblicare l’Antologia di S. River, la censura del tempo, prima di provvedere al suo sequestro, la lasciò inizialmente circolare come e in quanto… agiografia di un non meglio identificato “San River” (sic!). In guisa criticamente ancor oggi insuperata, Pavese non mancò, oltre a tradurre al meglio alcuni epitaffi (e li avrebbe tradotti tutti, se non avesse generosamente, per così dire, trasmesso tale compito alla poco più che ventenne Pivano), di chiosarla da par suo e nelle composizioni spoonriveriane – mi piace richiamare i suoi concetti – colse: a) l’utopia della rivoluzione, già iniziata con il mito della terra eletta dei Padri Pellegrini e che, attraverso la Nuova Inghilterra, avrebbe dovuto realizzare il sogno della “grande America”; b) la feroce e impietosa messa a nudo della più meschina involuzione di quella ch’era stata la gloriosa rivoluzione: involuzione – a ben intendere, ahinoi!, cespugliosamente rafforzatasi – che fu della rivoluzione l’unico rattrappito frutto; c) il travaglio angosciato e basato sui vizi e disvalori della piccola America di provincia, che palesano una generale situazione di tormento e inquietudine (da inserire, quindi, nella grande storia sociale americana); mentre virtù e valore, che non mancano, restano lati positivi di singoli. E per sempre risuoneranno nelle orecchie dei critici i quattro aggettivi, da considerarsi, questi sì, davvero danteschi, cui Pavese fece ricorso per definire le voci che emergono dal cimitero di Spoon River: “spettrali, dolenti, terribili, sarcastiche”. Tali sintetiche e puntuali definizioni nella loro icasticità ci fan capire perché fu sempre e ancora lui, Cesare Pavese e non altri, a evidenziare lo stretto legame di Masters al pensiero e alla forma mentis – “pensare in universali”, come s’è già detto più sopra – di Greci ed Elisabettiani, gli uni e gli altri membri di civiltà nelle quali, appunto, “si pensava (e ci si esprimeva, aggiungo io) in universali”. Ed è noto che Masters nutrisse un amore sviscerato e profondo per il mondo greco (e, si dice, per la professoressa che a quella lingua e a quella cultura ebbe a iniziarlo), tale da sentirsi spronato a leggere e rileggere poi più e più volte, oltre l’Antologia Palatina (che si procurò non appena pubblicata), tutte le tragedie greche. E nel tutto, costituito dai 244 epitaffi, lo si deve ammettere, aleggia nonostante tutto un’aura di tragedia universale, presente fin da The Hill, prologo che è una sorta di epitaffio collettivo (e come tale ripreso e reso accattivante melodia – e l’ho già richiamato – da De Andé nel 1971 in “Non al denaro, non all’amore né al cielo”): il sunto forse, poi più singolarmente dettagliato e passim riprodotto, d’una chiacchierata informativa della madre (vero e proprio materno Lust zu erzählen) recatasi a far visita, nella lontana Chicago, al figlio avvocato. Come già avvenne alla Pivano, pur io mi innamorai – ma io per suo tramite – dei versi spesso crudi e prosastici di Masters, indubbie radici, assieme ai versi di Whitman, del “narrativo verso-in-prosa” di Pavese. Ma è da rilevare che in Masters la forma, d’andamento prevalentemente prosastico, si fa, di volta in volta, piana ed elevata, dolcissima e forte, indurita e levigata, rozza (al limite dell’american slang) e colta; e conserva, comunque e sempre grazie ad un miracoloso wordsworthiano inward eye e, mi piace aggiungere, ad un attento e solerte inward ear, una sua musicalità (quel sound sempre ossessivamente inseguito e perseguito da Masters) interiore ed esteriore. Se, come sosteneva, da esteta, Oscar Wilde (1854-1900), “il nome è tutto” (“Names are everything”, cfr. The Picture of Dorian Gray, cap. XVII), all’opposto qui “il contenuto – pur se al nome (e ai nomi) strettamente connesso – è tutto”: inserimento, anzitutto, nella vicenda storica in corso; ardente forza partecipativa alla vita familiare, sociale, politica; ricerca di quella misteriosa chiave che ci apra la porta della verità; tentativo di capire il senso stesso della vita d’ognuno dominata dal Destino. Forma e contenuto sottendono vivi e incandescenti messaggi, dal tono, mi sia consentito, dirlo, blakiano: quel visionario William Blake (1757-1827), seme mai citato di Masters, ma che a mio parere lo è per quella vis biblica (e pur anche, per dirlo con Pavese, puritana-antipuritana, se si vuole) del messaggio in sé, per quell’andamento spesso salmodiante, da vera e propria “Rivelazione”. Volutamente lascio da parte e non approfondisco la definizione di puritano-antipuritano, che ha, almeno in parte, un che di vero, ma, come ben ha chiarito proprio Pavese, il problema non sta qui, ché varrebbe a ridurre Masters, cito a memoria, a “trascurabile e misero libellista”. Ambiente e vita in esso: ecco i due aspetti primari, ai quali “Webster Ford” (pseudonimo assunto da Masters, celandosi sotto il quale pubblicò tre volumetti di versi nel 1905, 1910 e 1912) connette ispirazione non mediata, sostanza descrittiva, sincerità di intenti (si veda, eodem sub nomine, anche l’epitaffio 244). Il tutto attraverso gli amati, sì, amati personaggi, i quali, stagliando netti, da quell’ambiente prendono vigore; in quell’ambiente si innervano, con quell’ambiente corrispondono, colà, insomma, anche se con un certo evidente distacco, soffrono e ri-soffrono, pensano e ri-pensano, dialogano e ri-dialogano, vivono e ri-vivono: e proprio dalla loro vita precedente, a volte immotivatamente se non insensatamente, essi, dal primo all’ultimo, proprio grazie al loro nuovo senso di distacco – per mortem, i.e. through death – emergono, anche se furono piccoli o meschini, sovente umanamente grandi nella post-vita, pur se a volte incapaci della loro precedente vita di rintracciarne il significato o il non-significato o, per dirla questa volta con Montale, “ciò che non siamo/ciò che non vogliamo”: vale a dire la certezza della non-certezza. Non è mai tenero Masters, con nessuno: è la verità che richiede una certa qual durezza, ma non c’è mai traccia marcata di odio netto e profondo. L’odio pervasivo (anche se le diatribe proseguono senza soste, trascinate dalla vita precedente alla post-vita) è rimasto per lo più bagaglio dell’aldiqua; l’aldilà – che è lassù, non nell’alto dei cieli (pur occasionalmente richiamato), ma sulla terrestre collina – se non le ha del tutto dissolte, le ha molto diluite e allentate le tensioni umane scaturenti dalla malignità, dalle piccinerie, dai dissapori, perché tutto – lo sostenne anche Pavese – è stato filtrato in veritate. Ribadisco, non c’è mai traccia marcata né di odio netto e profondo né di sentita e intensa antipatia e solo raramente c’è ridicolizzazione e resa caricaturale: c’è empatia, questa sì; immedesimazione più o meno convinta e consapevole nell’altro, chiunque esso sia; ci si colgono l’animus e la mentalità dell’autore: “il difensore degli oppressi”, ma un difensore se non freddo, certo un poco apatico o, se si vuole, professionale: del resto era un avvocato, e a Chicago un buon avvocato… delle cause perse legate agli oppressi e ai derelitti, agli emarginati e ai reietti, alla feccia e ai rifiuti della società. Più sopra si accennava a Dante: i morti di Spoon River, si diceva, hanno talvolta voci, toni e tratti che si avvicinano un poco a quelli dei dannati danteschi, ma a tali dannati para-danteschi non si applica, come già anticipato, la ragione dantesca del “contrappasso”: quella corrispondenza tra comportamento che loro inerisce in vita e pena che inserisce gli stessi in un disegno universale. Ogni uomo, tutti gli uomini sono stati segnati da un destino, vale a dire, e l’immagine qui è dantesca, – come si legge in Robert Fulton Tanner – una gigantesca mano che ghermisce e stritola: “a giant hand/that catches and destroys”, ribadita in chiusura – in Webster Ford – che, rafforzandola, cita “la spaventosa mano”: “the grisly hand”, ch’altri non è che il Fato che, abbattendosi sugli uomini e le donne di Spoon River tratteggiati con insolita maestria, non ammette libero arbitrio, non può essere contrastato e contro cui è inutile opporsi: essi non hanno né cielo né alcun orizzonte. E così senza possibilità di riscatto e di scelta, tutti insieme, “lassù sulla terrestre collina”, restano ancorati alla terrestrità dell’aldiqua, quasi come elementi di una umana commedia che in qualche modo sembra a volte trascinarsi ancora e continuare in appena larvate diatribe tinte di inevitabile scontento, in dichiarazioni e ammissioni che, pur in un paesaggio familiare ma che risulta senza precisi punti di riferimento, evidenziano a volte piccole o grandi virtù (generosità e conforto, grandezza d’animo e persistente distacco dalla vita d’un tempo), a volte piccoli o grandi vizi (piccinerie e miserie, povertà morale e pervicace attaccamento alle cose e ai fatti di un vissuto che non è più): le une e gli altri vivisezionati da Masters con umana/disumana (legale?) acribia in una “commedia” così terrestre che nessuno penserebbe mai di fregiare, come quella dantesca, dell’epiteto “divina”. Premesso che la sigla R.I.P., che nei cimiteri appare sulle lapidi mortuarie, può essere letta e interpretata come segue: Requiescat In Pace/Rest In Peace/Riposa In Pace, ne consegue che tradurre “sleep” con “riposano” suona semanticamente più significativo (e più vicino, almeno, al religioso eterno riposo della Chiesa) del pur musicale e suggestivo “dormono”. Per me, dunque, i personaggi mastersiani “dormono il sonno della morte in pace” (cfr. The Hill/La collina), ma meglio riposano/restano (si noti l’anglica radice rest!) lassù nel cimitero di Oak Hills (che qualcuno ha suggestivamente intravisto come Langhe americane), in un ambiente che, anche se non totalmente, può essere definito a suo modo langarolo: più per l’atmosfera esistenziale che vi si respira che per le linde casette, gli orticelli ben curati, i prati in declivio, le dolci colline, gli ombrosi alberi e altre consimili connotazioni descritte dalla Pivano che, dopo averli visitati, quei luoghi mantenne negli occhi. Negli epitaffi i vari personaggi, di qualsiasi estrazione sociale, narrano, chi più chi meno e con maggiore o minore convinzione, fatti di normale quotidianità senza enfatizzare e senza declamare una realtà ormai lontana da loro, ma che loro, per disvelare la propria verità, sono ansiosi e desiderano raccontare, spesso per filo e per segno. E quelli quivi descritti sono tutti i personaggi di cui la madre – si legga in apertura The Hill, quasi un précis della realtà duologata degli epitaffi a seguire (marito-moglie, padre-figlio, madre-figlia, insegnante-allievo, oppure marito-amante o moglie-amante con relazioni extraconiugali, ecc.) – gli narrò davvero “vita-morte-miracoli e… malefatte”, senza tralasciare alcun dettaglio, vivi o morti che fossero; ma ve ne sono altri che Masters, poiché li conobbe di persona, li volle descrivere o li delineò sua sponte. Sono e stanno “in istato di accettazione”, lo si è detto, per voler narrare la loro vita che fu, più che limitarsi a “dormire” riposano/restano lassù, quasi-sereni (o, a causa della permanenza di un intimo rodìo), sereni solo “a metà” ormai, di una serenità anòdina, impersonale; rientrati – qualunque sia stata la loro vicenda umana – in seno a Madre Terra ché tale va intesa “la Collina” (con richiami evocativi anche alla “collina” vista e intesa, se non come grande madre o mater matuta o grembo materno, come una sorta di non proprio anomala pavesiana magna mammella: due termini, grembo e mammella, ai quali, riferiti al paesaggio, era ricorso anche D’Annunzio). Ma, a differenza dei morti danteschi, senza un destino e senza una destinazione, senza un verdetto e senza una risposta se non quella di essere finiti lì, a “dormire/riposare/restare” per sempre sulla collina; se non quella dapprima di “farsi loro stessi humus clamans: terra che parla” per trasformarsi (oserei dire: transustanziarsi) e ritornare pertanto ad essere terra sulla/della/nella collina: in pulverem reverteris. Non aleggia alcuna Divinità, neppure la montaliana Divina Indifferenza; la terra sulla/della/nella collina pulsa d’una post-vita (o d’una post-mortem?) tutta umana ma in veritate, eppure – come s’è detto – di totale distacco dalla vita umana di maniera, proprio per la verità senza reticenze e senza remore con la quale, per la quale e nella quale essi – gli Spoonriveriani defunti – desiderano palesare se stessi, anche nel proseguire, ma solo in parte, le loro piccole o grandi, ma passate ormai, diatribe fino all’ultima fibra. Il classico (greco/romano, religioso e foscoliano) parce sepultis sta tutto e solo nell’essere sulla collina, nel dormente riposo sulla collina, nel rivelarsi completamente uguali per storie e vicende da dirsi. Tutto o quasi tutto è scritto, sta scritto (a volte antifrasticamente) nei singoli epitaffi, tutto resta relegato e fermo nelle parole, in quelle parole incise, quasi sempre con cruda/crudele verità, sulle lapidi: sono parole che si fanno pietra, non come peso ma come intensità; non come assillo ma come auctoritas densa di verità, e lo si è detto, anche antifrastica. E tali parole pongono tutti i forastici, asociali e scontrosi abitanti di Spoon River allo stesso lapideo livello (come avviene in tutti i cimiteri del mondo): genitori e figli, mogli e mariti e rispettivi/rispettive amanti in relazione nascosta, da vivi, sulla terra (e ormai, una volta morti, non più da nascondere), medici e pazienti, insegnanti e allievi, saggi e ubriaconi, uomini e donne di ogni età e di ogni ceto: esemplari di una umanità finalmente, questo si può dire, “alleggerita” e “libera” in mortis veritate: nella cruda verità di morte. Ogni epitaffio non è mai a sé, ma è da considerare parte di un tutto dilatato e oserei dire sconfinato perché il lettore gli epitaffi può leggerli e percepirli singolarmente, ma senza mai prescindere da una visione d’insieme tanto i personaggi sono tra loro abbarbicati e per così dire impastati. Anche se Masters non appare del tutto impegolato nelle loro vicende, non è mai però neppure del tutto distaccato da loro: forse non li esamina e non li ama tutti nella stessa misura e con la stessa intensità, ma sicuramente – e professionalmente – li rispetta tutti nei loro limiti e li accetta tutti nelle loro terrestri magagne e umane manchevolezze.           1. THE HILL  WHERE ARE ELMER, HERMAN, BERT, TOM AND CHARLEY,  The weak of will, the strong of arm, the clown, the boozer, the fighter? All, all, are sleeping on the hill.   One passed in a fever,  One was burned in a mine,  One was killed in a brawl,  One died in a jail,  One fell from a bridge toiling for children and wife- All, all are sleeping, sleeping, sleeping on the hill.   Where are Ella, Kate, Mag, Lizzie and Edith,  The tender heart, the simple soul, the loud, the proud, the happy one? All, all, are sleeping on the hill.   One died in shameful child-birth,  One of a thwarted love,  One at hands of a brute in a brothel,  One of a broken pride, in the search for heart’s desire,  One after life in far-away London and Paris Was brought to her little space by Ella and Kate and Mag All, all are sleeping, sleeping, sleeping on the hill.   Where are Uncle Isaac and Aunt Emily,  And old Towny Kincaid and Sevigne Houghton,  And Major Walker who had talked With venerable men of the revolution? All, all, are sleeping on the hill.   They brought them dead sons from the war,  And daughters whom life had crushed,  And their children fatherless, crying All, all are sleeping, sleeping, sleeping on the hill.   Where is Old Fiddler Jones Who played with life all his ninety years,  Braving the sleet with bared breast,  Drinking, rioting, thinking neither of wife nor kin,  Nor gold, nor love, nor heaven? Lo! he babbles of the fish-frys of long ago,  Of the horse-races of long ago at Clary’s Grove,  Of what Abe Lincoln said One time at Springfield.           1. La collina MA DOVE SONO FINITI ELMER, HERMAN, BERT, TOM E CHARLEY,  L’indolente, il gagliardo, il burlone, il beone, l’attaccabrighe? Tutti, proprio tutti, dormono il sonno della morte in pace lassù sulla collina.   Uno spirò per febbre,  Uno finì carbonizzato in miniera,  Uno fu pestato a morte in una lite,  Uno fu fatto fuori quando si trovava in carcere,  Uno precipitò da un viadotto mentre faticava per sfamare moglie e figli Tutti, proprio tutti dormono il sonno della morte in pace, in pace, in pace lassù sulla collina.   Ma dove sono finite Ella, Kate, Mag, Lizzie e Edith,  L’emotiva, l’ingenua, la strillona, la presuntuosa, la spensierata? Tutte, proprio tutte, dormono il sonno della morte in pace, lassù sulla collina. Una se ne andò all’altro mondo per aborto da tutti ritenuto infamante,  Una per una passione amorosa avversata,  Una per mano di uno stupratore in un postribolo,  Una per arroganza umiliata, mentre si struggeva per l’uomo ideale,  Una dopo la bella vita nelle esotiche Londra e Parigi Fu restituita al suo picciol sito presso Ella e Kate e Mag Tutte, proprio tutte dormono il sonno della morte in pace, in pace, in pace lassù sulla collina.   Ma dove sono barba Isaac, l’esperto e lalla Emily, la saggia,  E il canuto Towny Kincaid e Sevigne Houghton,  E il maggiore Walker che aveva familiarizzato Con rispettabili personaggi della rivoluzione? Tutti, proprio tutti, dormono il sonno della morte in pace lassù sulla collina.   Qui li ricondussero, figli senza vita vittime della guerra E figlie che la vita aveva ridotte allo stremo,  E i loro marmocchi orfani di padre, piagnucolanti Tutti, proprio tutti dormono il sonno della morte in pace, in pace, in pace lassù sulla collina.   E dov’è il decrepito Jones, violinista ambulante e imbroglione,  Che si giocò la vita per ben novant’anni,  Sfidando la grandine a torso nudo,  Ubriacandosi, cercando rogne, non curandosi né di sua moglie né dei suoi familiari; Né dei quattrini, né dell’amore, né dell’aldilà? Senti? Farfuglia ancora di abbuffate a base di pesce ormai perse e lontane nel tempo,  Di corse a cavallo, tanto remote ormai, nella valletta di Clary,  Di quanto Abe Lincoln proclamò Tanto, tanto tempo fa a Springfield

Una nuova traduzione integrale per godere della lettura ancora attualissima del libro "cult" di Edgar Lee Masters, l'Antologia di Spoon River.

La versione di Benito Poggio, agile, a tratti discorsiva e piena di soluzioni geniali,  aggiunge nuova freschezza a un testo già tradotto o adattato anche da "mostri sacri" quali Fernanda Pivano e Fabrizio De Andrè.

Questa nuova edizione condurrà per mano sulla Collina tutti coloro che hanno amato Non al denaro né all'amore né al cielo di Faber e anche quelli che invece conoscono bene il testo di Masters e che qui troveranno nuovi spunti.

Claudio Pozzani

“Poggio traduce con estrema scioltezza e nel paragone con i vari predecessori spicca la sua conquistata naturalezza linguistica. Un lavoro puntuale quanto minuzioso e di cesello.”

Stefano Verdino

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