Sergio Badino
Uccidete il Pipistrello!

Titolo Uccidete il Pipistrello!
Autore Sergio Badino
Genere Narrativa      
Pubblicata il 10/04/2014
Visite 7918
Editore Lliberodiscrivere® edizioni
Collana Il libro si libera  N.  150
ISBN 9788873885023
Pagine 274
Prezzo Libro 16,00 € PayPal

Versione Ebook

ISBN EBook 9788873885078
Prezzo eBook 4,99 €
Un romanzo d’azione ambientato in dieci città italiane; un omaggio al personaggio di Batman a 75 anni esatti dalla prima pubblicazione a fumetti. Ma, soprattutto, un thriller avvincente e ricco di suspense.
NEL RISVOLTO: Roberto Canis è un uomo come tanti: la routine della pensione, un divorzio alle spalle, un figlio con cui parla poco. Ma quel che gli fa brillare gli occhi è un’eterna passione per il personaggio di Batman, che lo ha portato, fin dall’infanzia, a divorarne i fumetti, a collezionarne le action figure e ad appassionarsi prima ai telefilm con Adam West negli anni ’60, poi alla serie di film cominciata con il «Batman» di Tim Burton del 1989. Come molti altri, Roberto freme per l’uscita dell’ultima, attesa pellicola, «Il Cavaliere Oscuro – Il Ritorno», ma anche qualcun altro sta aspettando il momento: un folle, imprevedibile terrorista ha preparato una catena di crimini e delitti ispirati ai colpi che gli avversari di Batman mettono in atto film dopo film. Soltanto Roberto Canis sarà in grado di capirlo e di decifrare la chiave che lega un misfatto all’altro, fino a prevedere – inascoltato dalla polizia – l’ultimo, efferato attentato. Aiutato dal figlio Alfredo e dal cane Bruce, a bordo di una scalcinata, ma rombante Mini, Roberto arriverà in fondo fino a scoprire la motivazione dietro il piano dell’insospettabile – e per questo spaventoso – avversario.

1.


Oristano, 20 ottobre 2011


Ore 20.19


Loredana aveva fretta. Voleva tornare a casa a cucinare qualcosa prima che il figlio, in licenza, schizzasse via con gli amici.

– Vada tranquilla – aveva sorriso qualche ora prima Matsuhito – so cavarmela anche da solo, sa?

– Lo so, lo so… Allora l’aspetto stasera e poi vado. Ce la fa mica a tornare un po’ prima?

– Non si preoccupi.

Il benestare dell’uomo non aveva attutito il senso di colpa di Loredana. Matsuhito sapeva che lei e Paolo non si vedevano da un mese: non aveva obiettato e la donna era certa che mai l’avrebbe fatto.

Eppure lasciare da solo quel vecchietto che tanto l’aveva aiutata – e che era la sua unica risorsa – non la faceva stare tranquilla.

Si era sempre sentita in debito con Matsuhito. Non fosse stato per quell’orientale magrolino dai modi gentili, lei e Paolo non avrebbero avuto di che vivere. Quando Giorgio era sparito per farsi una nuova famiglia in Spagna con Ana Lucia, Loredana si era ritrovata da sola con un figlio piccolo da mantenere. Presto si era accorta che per tirarlo su non avrebbe potuto continuare a essere soltanto una casalinga. Erano trascorsi mesi d’incertezza e disperazione. Loredana era riuscita a comprare i libri di scuola per Paolo solo grazie al contributo di qualche parente. Era arrivata a pensare che l’unica via di salvezza fosse la prostituzione prima che la mannaia della menopausa avesse cominciato a calare.

Poi, grazie ad amicizie comuni, l’incontro con Matsuhito. Quell’uomo aveva bisogno di una domestica e, su Loredana, il giudizio che metteva tutti d’accordo era che non avesse rivali nel gestire una casa. Sembrava cosa fatta, ma la donna aveva paura a legarsi ancora a un uomo, anche se solo per lavoro. Un giapponese, poi! Ne aveva sentite di ogni tipo sulle strane usanze degli orientali.

Ogni pregiudizio svanì non appena poté conoscere Matsuhito. Loredana non aveva mai visto una persona più distinta. Un vero gentiluomo. Discreto, riservato, educato, affabile. L’aveva subito messa a suo agio stabilendo orari e compenso. A Loredana era sembrato di sognare. Mai avrebbe pensato di trovare condizioni di lavoro migliori, per giunta facendo quello che le piaceva! L’ordine e la precisione di Matsuhito erano l’abbinamento perfetto per il suo rigore nel portare avanti l’economia domestica. Il giapponese poi non amava solo sushi e tempura. Era un vero buongustaio e impazziva per le specialità sarde i cui segreti, nella famiglia di Loredana, si tramandavano da generazioni.

Il vapore della pentola le fece appannare gli occhiali. L’acqua bolliva e Loredana aggiunse il sale. Era riuscita a preparare tutto con anticipo. Pavimento lavato, bagno pulito, mobili e soprammobili spolverati, tappeti sbattuti, camicie stirate e ora cena sul fuoco. Matsuhito sarebbe stato contento. Loredana stava anche per lasciargli il frigo pieno, così non avrebbe avuto bisogno di lei per tutto il fine settimana. In più gli spaghetti con la bottarga di muggine che il giapponese avrebbe trovato al rientro stavano poco a poco facendo sparire il senso di colpa.

La donna buttò la pasta e guardò l’orologio. Come mai Matsuhito ci metteva tanto? Avrebbe già dovuto essere a casa, di solito era sempre puntuale. Loredana voleva salutarlo prima di tornare a casa da Paolo. In più gli spaghetti pretendevano di essere consumati al dente.

Era così assorta nei suoi pensieri da non udire lo scatto nella serratura. Non si accorse, nemmeno con la coda dell’occhio, della figura scura che si stava avvicinando alle sue spalle.


Kantaro Matsuhito si era perso con lo sguardo sul mare. Il tramonto di quella sera era splendido e aveva finito con l’incantarlo più di quanto già non facesse di solito il golfo della sua città di adozione. Più l’età avanzava e più se ne convinceva: non avrebbe potuto scegliere luogo migliore per trascorrere gli anni che ancora gli erano concessi.

Era venuto a Oristano la prima volta con la moglie, in luna di miele. Erano entrambi molto giovani, ma il costo del viaggio non era stato un problema: lavoravano come ingegneri elettronici in una delle principali aziende produttrici di apparecchi televisivi del Giappone. Si erano conosciuti lì, sul lavoro. Ben presto avevano scoperto di avere molte cose in comune, tra cui le famiglie di provenienza distrutte dalla guerra. Uno zio di Kazuko era morto kamikaze a Iwo Jima, mentre entrambi i genitori di Kantaro avevano perso la vita vicino a Nagasaki per lo scoppio della bomba. I percorsi dei due ragazzi erano stati simili: gli studi a Tokio e l’assunzione nella stessa azienda. Poi il colpo di fulmine e il matrimonio. Il viaggio di nozze in Italia era da sempre un sogno di Kazuko. Suo padre raccontava di un loro ricco antenato commerciante che, un secolo prima, aveva girato l’Europa per conoscerne ed esportarne i segreti. Stabilitosi in Sardegna, aveva però deciso di non tornare più. Stessa cosa aveva promesso Matsuhito alla moglie, cingendole la vita mentre osservavano il tramonto a Marina di Torre Grande, sul golfo di Oristano.

– E se ci trasferissimo qui? – gli aveva chiesto lei – Mi piacerebbe tanto.

–  Eh?

Matsuhito non era stato in grado di rispondere altro. Poi, davanti alle lacrime di commozione di Kazuko di fronte alla bellezza di quel posto, aveva ceduto.

– Se ti rende felice, fa felice anche me.

Il lavoro, un bambino nato, ma morto quasi subito e la difficoltà nell’avere altri figli avevano rimandato la partenza. Poi, prima di compiere trentaquattro anni, Kazuko era stata uccisa da un male sconosciuto. Mesi dopo il funerale, Matsuhito aveva parlato della moglie a un medico incontrato nel frattempo. Non era il primo caso del genere che l’uomo sentiva. Le eredità delle due atomiche americane erano tante e potevano assumere varie forme. A volte era sufficiente nutrirsi per qualche tempo di prodotti coltivati in una zona che nessuno sapeva essere contaminata dalle radiazioni. Ma c’era anche chi sapeva e, per convenienza, taceva.

Kantaro non aveva potuto fare niente per salvare la moglie. Negli anni successivi si era dedicato al lavoro, divenendo uno degli ingegneri più stimati fuori e dentro la sua azienda. Giunto il momento di andare in pensione non aveva avuto dubbi su come investire il denaro della liquidazione. Aveva scelto una bella casa in pietra al limite del centro storico di Oristano. Per raggiungere il mare e osservare il tramonto a Marina di Torre Grande bastava qualche chilometro in auto. Ogni pomeriggio andava lì a leggere e a passeggiare fino all’imbrunire, poi salutava Kazuko osservando il tramonto. Da anni le sue giornate si concludevano in quel modo.

Quella sera, però, quando il disco solare sparì all’orizzonte, Matsuhito sentì che qualcosa non andava. Che cosa? Per quanto si sforzasse non riusciva a capirlo. Pensò alla cena che lo aspettava a casa: lo avrebbe riconciliato con se stesso. I manicaretti di Loredana gli fecero trovare la soluzione: aveva promesso alla domestica che sarebbe ritornato prima. Era già in ritardo. Alcuni pescatori notarono un uomo attempato, in panama bianco e completo di lino, affrettarsi verso un piccolo fuoristrada appoggiandosi al bastone da passeggio. In pochi minuti fu a casa. Quella donna era sempre gentile, si conoscevano da anni e mai una volta lei gli aveva chiesto un favore. Nell’unica occasione in cui era successo, Matsuhito se n’era scordato. Impegnato a biasimarsi, il giapponese non fece caso alla porta già aperta – di solito Loredana dava un giro di chiave dall’interno – e all’odore di gas proveniente dalla cucina.

– Loredana, mi dispiace… ero soprappensiero e non mi sono accorto che…

La mazza da baseball lo colpì con forza.


– Avevi detto che la vecchia era a casa sua!

– Chi se ne frega! Ammazzala!

Loredana era spaventata. Chi erano quei due? Le erano piombati alle spalle senza produrre il minimo rumore. Quando aveva avvertito la presenza di qualcuno dietro di lei si era voltata sorridendo, pensando di trovarsi davanti Matsuhito. Invece quei due ragazzi avrebbero potuto avere l’età di suo figlio. Erano, però, del tutto diversi da Paolo. I capelli lunghi, appuntiti con il gel, erano colorati di viola e di blu. Portavano piercing alle sopracciglia, alle labbra, alle orecchie e chissà dove altro. Gli occhi, cerchiati di trucco nero, li rendevano ancora più inquietanti. Indossavano guanti e tute nere, aderenti e piene di tasche. Com’era più bello di loro il suo Paolo! Certo, quei capelli tagliati sempre corti secondo Loredana davano troppo risalto al naso schiacciato unica eredità del padre, ma il fisico atletico e muscoloso indicava che suo figlio scoppiava di salute e di sicuro le avrebbe donato splendidi nipotini. Quei due, così secchi, sembravano anche mezzi malaticci.

– Allora? Ti muovi? – aveva gracchiato uno.

– Per favore… aspettate – Loredana aveva teso le mani in avanti – Non vi ho fatto niente…

Il primo colpo le aveva rotto due falangi. La donna aveva emesso un grido soffocato e ritratto le braccia. La mazza da baseball si era abbattuta una seconda volta fracassandole la testa. Un rumore secco, come di un grosso ramo che si spezza, e Loredana era caduta sul pavimento. Un liquido rosso e vischioso aveva iniziato a fuoriuscirle dal cranio. La vista della sostanza non aveva impedito al ragazzo con la mazza di continuare a colpire il corpo ormai senza vita. Il secondo giovane aveva acceso una sigaretta; poi, chiuse le tende della cucina, aveva aperto un poco la finestra e si era sistemato accanto alla feritoia tra i due battenti guardando fuori. In attesa.


Matsuhito era entrato trafelato. Con il cappello tra le mani, mortificato, stava chiedendo scusa. Loredana, invece di attenderlo con la tavola apparecchiata e la pasta appena un poco scotta, giaceva riversa in un mare di sangue e materia cerebrale. Il giapponese l’aveva vista ed era sconvolto: subito il suo sguardo era saettato su quello dei due ragazzi. L’occhiata, forse troppo simile a quella di un genitore o di un insegnante, aveva in qualche modo indispettito il giovane con la mazza. Il colpo, violento, aveva scaraventato a terra anche Matsuhito.


– Che cazzo fai! – gridò quello con la sigaretta.

– Lo so, lo so, scusa… è vivo, guarda…

Quello con la mazza indicò Matsuhito, che cercava di tirarsi su poggiando una mano nel sangue di Loredana. Sigaretta aiutò l’anziano a rialzarsi.

– Forza, andiamo. Ce la fai a camminare, nonno?

– Sì… sì…

I due giovani si calcarono in testa due berrettini da baseball di colore chiaro che li fecero sembrare quasi normali. Poi, guardandosi intorno, scortarono Matsuhito all’esterno.

– Se incontriamo qualcuno, fa’ parlare noi – sussurrò Mazza, che aveva depositato il suo strumento di morte in un borsone da palestra.

L’auto del giapponese era lì in strada, sistemata obliqua davanti alla porta. Segno della fretta che aveva accompagnato il rientro in casa dell’uomo. La macchina dei ragazzi si trovava poco più in là. A quell’ora, nella cittadina, erano quasi tutti a cena. Il trio non incrociò nessuno tranne un tizio con un cane che non li guardò nemmeno. La casa dell’orientale, pur essendo nel centro storico, si trovava in una piccola strada di scarso passaggio.

Matsuhito fu fatto sedere davanti. Sigaretta si mise al volante mentre Mazza, dai sedili posteriori, teneva d’occhio il prigioniero. L’automobile, una vecchia Tipo ammaccata, si allontanò con discrezione.

– Sono sotto sequestro? È un rapimento?

– Ti sembriamo l’anonima sarda, Hiroshima?

L’orientale tacque. Forse, se fossero stati veri sequestratori, si sarebbero dedicati a prede più appetibili di lui, che non era poi ricchissimo. Chi erano allora quei due? Che cosa potevano volere da lui? Lo stordimento e il pensiero di Loredana morta gli impedivano di ragionare.

Il buio calò rapido. Matsuhito vedeva la strada, illuminata dai soli fari dell’automobile. L’ampiezza della carreggiata, in un viaggio che durò circa un’ora, si ridusse sempre di più. Il giapponese non riuscì a leggere nessuno dei pochi cartelli stradali cui il veicolo passò accanto.

Lo fecero scendere in mezzo al nulla. La zona era buia, non si vedeva niente. Sigaretta e Mazza presero il loro borsone e accesero due torce. Matsuhito poté scorgere una strada sterrata con molta erba e rocce intorno. Non si trattava di un prato, dovevano averlo portato tra i monti.

– Vi prego, se mi spiegaste il motivo forse potrei…

– Dai, smettila, su.

Matsuhito fu spinto sopra un piccolo ponte di metallo, la cui passatoia era costituita da assi di legno malferme.

– Occhio a dove metti i piedi, nonno.

Alcune tavole erano marce, altre del tutto mancanti. Dopo il ponte, nascosta da alcuni arbusti, si apriva una galleria mezza crollata. Sigaretta e Mazza mandarono avanti Matsuhito, che dovette procedere a tentoni stando attento a non battere la testa. Il giapponese scorse alcune travi e un vecchio carrello arrugginito. Dovevano trovarsi in una miniera abbandonata: la zona ne era piena.

Dopo diverse decine di metri la galleria sfociava in un’ampia caverna al cui centro, sotto una luce da campeggio appesa alla volta, sedeva una persona di spalle.

– Eccola qua. Finalmente ci conosciamo.

La voce era alterata da un qualche apparecchio che la rendeva monocorde e metallica. La figura si voltò verso Matsuhito, che fu assalito dal terrore. Il volto di quella persona, chiunque fosse, era bianco come quello di un cadavere.

– Non si spaventi, è solo una maschera. Qui se ne trovano solo di questo tipo.

Matsuhito guardò meglio: era davvero una maschera, di quelle utilizzate durante la Sartiglia, folcloristica manifestazione di Oristano. Acquisire l’informazione non tranquillizzò il giapponese: aveva sempre trovato inquietanti quei travestimenti inespressivi. I fori per gli occhi creavano cavità scure che gli infondevano tristezza e malinconia. Sentimenti che, quella notte, accrebbero il suo orrore.

– Che cosa volete da me?

– Non abbia paura. Venga, si sieda.

La figura mascherata si alzò e cedette il posto sotto la luce a Matsuhito. L’orientale si sedette. Poco dopo avvertì un movimento alle sue spalle, il passaggio di un oggetto tra Sigaretta e Maschera. Ancora qualche istante e avrebbe smesso di vivere.

 

Un romanzo d’azione ambientato in dieci città italiane; un omaggio al personaggio di Batman a 75 anni esatti dalla prima pubblicazione a fumetti. Ma, soprattutto, un thriller avvincente e ricco di suspense.
NEL RISVOLTO: Roberto Canis è un uomo come tanti: la routine della pensione, un divorzio alle spalle, un figlio con cui parla poco. Ma quel che gli fa brillare gli occhi è un’eterna passione per il personaggio di Batman, che lo ha portato, fin dall’infanzia, a divorarne i fumetti, a collezionarne le action figure e ad appassionarsi prima ai telefilm con Adam West negli anni ’60, poi alla serie di film cominciata con il «Batman» di Tim Burton del 1989. Come molti altri, Roberto freme per l’uscita dell’ultima, attesa pellicola, «Il Cavaliere Oscuro – Il Ritorno», ma anche qualcun altro sta aspettando il momento: un folle, imprevedibile terrorista ha preparato una catena di crimini e delitti ispirati ai colpi che gli avversari di Batman mettono in atto film dopo film. Soltanto Roberto Canis sarà in grado di capirlo e di decifrare la chiave che lega un misfatto all’altro, fino a prevedere – inascoltato dalla polizia – l’ultimo, efferato attentato. Aiutato dal figlio Alfredo e dal cane Bruce, a bordo di una scalcinata, ma rombante Mini, Roberto arriverà in fondo fino a scoprire la motivazione dietro il piano dell’insospettabile – e per questo spaventoso – avversario.

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