Pier Guido Quartero
L’eredità di don Diego

Titolo L’eredità di don Diego
Una storia tabarchina, tra corsari e rinnegati, alla caccia di un tesoro nascosto
Autore Pier Guido Quartero
Genere Narrativa - Storico      
Pubblicata il 06/05/2014
Visite 5692
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Il libro si libera  N.  149
ISBN 9788873884927
Pagine 144
Prezzo Libro 14,50 € PayPal

Quartero, fedele alle regole proprie delle rivisitazioni rigorose del passato, anche in un romanzo fa del rispetto dei fatti reali il criterio che gli consente di narrare in modo convincente e vivace anche quegli altri fatti che sono creati dalla sua fantasia. 


Michele Olivari


 


NEL RISVOLTO: Prosegue, con questo nuovo romanzo di Pier Guido Quartero, la saga della famiglia Pittaluga, iniziata con “L’oro di Tabarca”.


Nel 1632, anno in cui si sviluppa la nostra storia, il Siglo de oro, o “Secolo dei Genovesi”, è al proprio apogeo e la Superba si arricchisce di palazzi e chiese sontuosi, in un momento in cui, nell’antica Repubblica Marinara, fioriscono anche le arti del periodo barocco, con risultati di rilevo particolare nella pittura e nella letteratura.


Nello stesso anno, il tabarchino Giovanni Battista Pittaluga (Baciccìn), discendente di quel Giovanni, che è stato protagonista del romanzo precedente, ritorna nella città della Lanterna, per recuperare un tesoro lasciato in eredità da Diego Prefumo, un antico amico di famiglia. Nel corso di questa avventura, Baciccìn, affiancato dalla sorella Maria e sempre accompagnato dal fido Platone, ha modo di incontrare personaggi diversi: da Osta Morato (rinnegato di origini liguri realmente esistito, poi divenuto Bey di Tunisi) ad uno strano turcomanno, ad una fanciulla che, inevitabilmente, gli ruberà il cuore.


Dopo una serie di peripezie e di colpi di scena, il nostro protagonista non solo coronerà il proprio sogno d’amore ma otterrà, grazie al tesoro conquistato, di partecipare alla installazione della prima tonnara di Tabarca, divenendone il Raìs. 

Prefazione


Questo romanzo di Pier Guido Quartero - secondo di una trilogia inaugurata da “L’Oro di Tabarca” - si inserisce in uno spazio tuttora aperto. Che io sappia, non sono molti i testi narrativi di carattere storico che hanno fatto di Genova il proprio scenario, nonostante l’importanza della città nella configurazione politica, economica e culturale dell’Europa moderna. Si direbbe che la ricchezza del suo rapporto col passato, che anche di tale ruolo primario è effetto, ed è attestata da innumerevoli tipologie di fonti, non si sia tradotta facilmente in rielaborazioni letterarie: un dato di fatto sulle cui cause forse varrebbe la pena interrogarsi, e che Quartero contribuisce apprezzabilmente a ridimensionare.

L’autore non è nuovo al recupero in chiave narrativa della storia genovese. Infatti il mondo mercantile del Medio Evo; la vita sociale del secondo dopoguerra e degli anni sessanta rivisitata alla luce della memoria dei conducenti di taxi; il sistema di strade e “creuze” - quindi di forme di vita tradizionali e non - che si snoda tra le periferie, l’entroterra e le riviere, hanno dato luogo ad altrettante opere precedenti. Il romanzo si inserisce così in un disegno di recupero e rielaborazione letteraria del passato concepito all’insegna di una robusta continuità tematica, tanto che, anche in questo caso, il protagonismo di Genova appare indiscutibile. Infatti i singoli personaggi incarnano altrettanti aspetti della sua età moderna, dalla cultura alla prassi mercantile del ‘600 ai termini peculiari in cui le vicende personali intersecavano una storia cittadina scandita da elementi tipici forti. In primo luogo una aperta o sorda lotta di fazioni a base famigliare, che aveva il proprio momento eclatante in congiure dalla varia consistenza oggettiva, ma immancabilmente seguite o accompagnate da un profluvio di commenti, racconti e delazioni. Questi, come sempre in casi simili, dei fatti ridisegnavano e amplificavano i contorni reali. 

A tale dinamica Quartero dedica un’attenzione puntuale, che si esplica sia nelle narrazioni sia nelle valutazioni compiute dai personaggi, dalle quali emerge la sua conoscenza approfondita dell’argomento. Così la congiura di Vachero viene ricostruita cogliendone bene i risvolti extra genovesi connessi all’espansionismo sabaudo. Questa precisa riproposizione di un passato cittadino, non plasmato dalle sole vicende interne, costituisce l’elemento qualificante della strategia narrativa. Sul piano storico, si tratta di un’opzione obbligata, se pur non del tutto scontata. Dal punto di vista letterario, un approccio simile consente all’autore di arricchire la trama del racconto aprendola a mutamenti di scenario pressoché continui, che ne movimentano l’andamento e ne accrescono la “suspense”.

Il lettore viene così posto a contatto con scorci ambientali svariati, di cui sono puntualmente colti i tratti peculiari: l’enclave mercantile di Tabarca, a ridosso del litorale maghrebino, teatro di vicende personali dei personaggi del romanzo, condizionate dal governo e dagli interessi genovesi ma anche da rilevanti proiezioni della storia europea e mediterranea; i porti della Provenza, talvolta infidi per le navi della Repubblica; la Tunisi dei pirati e dei cristiani “rinnegati”…

Se dunque le dimensioni non solo genovesi del passato ligure acquisiscono uno sviluppo ampio, il profilo ed il concreto comportamento dei protagonisti, il loro linguaggio e cultura hanno però nell’identità genovese la propria matrice forte ed inequivocabile. È in primo luogo l’uso del dialetto ad attestare tale caratteristica. Non infrequente, se pur nel complesso contenuto, esso svolge l’importante funzione di accostare effettivamente i personaggi al lettore consentendogli di cogliere la loro peculiare modalità espressiva. E come sempre lo strumento linguistico è significativo di tratti caratteriali profondi. Il dialetto genovese, con la sua sobria essenzialità, col rapporto stretto e asciutto che instaura tra parole e cose, si presta bene ad esprimere l’esperienza vitale dei personaggi del libro: uomini e donne capaci di sentimenti tenaci, per i quali però la concretezza più rigorosa costituisce una dimensione esistenziale inderogabile. Che si tratti di amori incipienti o di affetti famigliari, in loro non c’è posto per autointrospezioni emotive che dilatino gli spazi dell’intimità: la realtà è sempre alle porte, ed è essa ad incardinare tutto il resto.

Oltre al linguaggio, il romanzo pone in risalto anche altri tratti inequivocabilmente genovesi, a partire dal rapporto col mare. Se pur non esclusivo - anche l’entroterra appenninico è oggetto di rievocazioni incisive - tale rapporto condiziona in modo ferreo gli sviluppi narrativi a cui è affidata la ricostruzione delle vicende dei protagonisti, dei loro successi e sconfitte. Sono infatti gli sbarchi improvvisi di pirati maghrebini o truppe francesi, gli abbordaggi, il blocco delle navi nei porti, i viaggi da un capo all’altro del Mediterraneo compiuti per trasportare le merci tipiche del commercio genovese a costituire, oltre le scansioni del racconto, le ragioni cogenti della sorte dei personaggi e delle loro strategie vitali.

Il rapporto “sine quo non” tra Genova e il mare emerge dunque in piena luce, integrato da altri elementi funzionali anch’essi alla rappresentazione di un profilo storico particolare ben percepibile, fra cui la mappa urbana entro la quale si svolge buona parte del racconto. La Genova del ‘600 infatti costituisce uno sfondo attivo, articolato in una fitta rete di riferimenti precisi, e ciò non solo per quanto riguarda l’onomastica di piazze e strade. Anche i mutamenti urbanistici, recenti o in atto, trovano una collocazione pregnante nella valutazioni e riflessioni di alcuni dei protagonisti. Quartero così connette con accortezza tali innovazioni alla percezione che di esse dovettero avere i contemporanei, inevitabilmente colpiti da taluni contrasti evidenti: per esempio, fra la lussuosa e ariosa armonia dei palazzi della “Strada Nuova” e la vicina Piazza San Matteo, uno spazio chiuso e rigidamente delimitato, sovrastato dalle case torri erette a garanzia del potere dell’”albergo” che essa ospitava nel Medio Evo. I due scenari urbani rinviavano alle modifiche di un tessuto politico ed economico che nella prima metà del seicento i genovesi attempati - come alcuni dei nostri protagonisti - avevano avuto modo di constatare personalmente.

Attraverso scorci narrativi simili, la storia della città, talvolta, penetra nelle pagine direttamente, acquisendo un rilievo proprio quasi autonomo. Così i teatri, le accademie, le pinacoteche, il mondo affollato dei letterati liguri, sono oggetto di una rivisitazione ampia e puntuale, a cui dà luogo il racconto vivace di una serata colta trascorsa - non senza qualche noia - da personaggi che colti non sono. Alcune traversie porranno alcuni di essi a contatto con un’ulteriore importante novità di quel periodo: la comparsa delle gazzette e la loro incidenza sulla vita politica e sui meccanismi dell’opinione pubblica incipiente. Avranno infatti modo di constatare come la notizia di una rissa tutto sommato banale, che li aveva coinvolti, in realtà costituisce l’esito di giochi dietro le quinte orchestrati nell’ambito della consueta contrapposizione tra gruppi famigliari, che ormai si servivano della stampa periodica per screditare i rivali coinvolgendoli in resoconti di cronaca nera.

Ma, come la storia politica della città, anche la sua fisionomia culturale appare sì caratterizzata da tratti propri forti, ma aperta all’arricchimento degli apporti stranieri: nulla di “insulare” dunque, come del resto inevitabile in un grande porto, centro da sempre di relazioni internazionali continue. Tra queste, Quartero considera con attenzione particolare il va e vieni di merci, uomini, storie e racconti che si dipana tra Genova e il Nord Africa islamico, Tunisi soprattutto.

È la base genovese di Tabarca, a breve distanza dalla città, che consente a liguri tutti d’un pezzo, quali sono i personaggi del romanzo, contatti incisivi con l’alterità islamica. Questi giungono a condizionare la loro vita modificandone le abitudini e la cultura, quella materiale in primo luogo. Così il cuscus entra a far parte delle consuetudini alimentari, se pur, certamente, addomesticato con gli ingredienti di casa, come la pasta, e cucinato nelle pentole tradizionali. Dettagli simili svolgono egregiamente la funzione di far percepire al lettore la vita reale dei protagonisti, con i suoi sapori e odori, nonché come essa finisca per divenire la risultante del rapporto fra ciò che sono e ciò che stanno imparando.

Le scene ambientate a Tunisi però - a mio avviso le più concettualmente dense e stimolanti del romanzo - evocano il contatto ravvicinato non solo fra forme di cultura materiale, ma tra sensibilità religiose in reciproco conflitto. Esse hanno modo di specchiarsi una nell’altra, non senza cogliere elementi affini, o quasi comuni, in quella che osservano.

Quartero affida la traduzione in termini narrativi di tale problematica complessa soprattutto a due figure: il “turcomanno” Toni e il bey di Tunisi Osta Morato. Il primo, nato in Spagna, catturato dai pirati maghrebini in giovane età, vive da allora una vicenda esistenziale che lo costringe a valicare ripetutamente le frontiere politiche e religiose tra Islam e cristianesimo. Paggio e soprattutto allievo di Osta Morato a Tunisi, ove diviene Musulmano, la sorte lo riconduce nel mondo cristiano proprio a Genova. Qui, mentre alcune famiglie potenti lo utilizzano in delicate missioni di riscatto dei parenti prigionieri nel Maghreb, egli intraprende un percorso spirituale di riconversione al cristianesimo fortemente anomalo. Secondo Toni infatti sulle sponde del Mediterraneo vi è un unico Dio che regna al di sopra delle diverse Leggi, senza discriminazioni, e questa unicità legittima la tenace aspirazione del turcomanno a divenire niente meno che gesuita, senza per questo dovere pentirsi della propria apostasia e meno che mai rinnegarla. Ma, per uno come lui, l’obiettivo ovviamente si rivela impossibile: la Chiesa e la Compagnia di Gesù della Controriforma sono quanto mai lontane dall’essenzialismo irenista, e ai loro occhi l’alternarsi di adesioni alle diverse religioni costituisce comunque un motivo di pesante sospetto. Tale diffidenza è condivisa dai personaggi laici del romanzo, che non apprezzano il turcomanno: “Quelli come lui sono da lasciar perdere”, afferma uno di loro. Ed in effetti lo sviluppo della narrazione sembra convalidare queste riserve. Toni infatti tradisce, uccide e finisce ucciso. Parrebbe dunque che il mancato ancoraggio stabile ad una legge religiosa e ad una civiltà abbia reso il turcomanno propenso al superamento delle regole poste a presidio della società e della morale, le quali da quella legge traevano fondamento e legittimazione tanto nel cristianesimo quanto nell’Islam. Per Toni, il superamento delle frontiere - spirituali e non - si traduce così nell’obliterazione dei limiti che dividono il lecito dall’illecito. La conclusione, innegabilmente pessimistica, trova però riscontro nella concreta configurazione storica di società ai cui occhi etica, religione e norme sociali erano indissolubilmente connesse. Del resto, numerose ricerche recenti e non attestano la spregiudicatezza e il frequente opportunismo che caratterizzavano non pochi protagonisti dell’oscillazione tra i due mondi. 

Quanto al vecchio Osta Morato, questi, in una cortese conversazione con gli ospiti cristiani seduti alla sontuosa tavola allestita nel suo palazzo, sembra fornire qualche conferma al nesso tra labilità delle frontiere mediterranee e spregiudicatezza di chi viveva quotidianamente del loro attraversamento. La sua storia personale però lo colloca a ben altro livello di potere e di esperienza, tanto che in lui la quasi naturalità della violazione delle norme etiche viene spesso a coincidere col cinismo del governante e del generale - islamico o no, non importa - pronto a tutto o quasi. Gli stupri così divengono un risvolto della guerra logico e comunque inevitabile; la cattura di schiavi un investimento accorto; l’estrema mobilità di alleanze e fedeltà una risorsa indispensabile per chi detiene il potere. Ma questi tratti non esauriscono il profilo di Osta Morato, che Quartero delinea con piena consapevolezza della multilateralità di personaggi come questo.

Originario della riviera ligure di Levante, Osta è legato alla sua terra da ricordi tenaci. Il rapporto emotivo con la Liguria, così, in lui è tanto operante da poter trasformarsi in patriottismo che lo induce ad offrire alla Repubblica il proprio sostegno militare, anche se Genova si guarderà bene dall’accettare le proposte di un alleato così scomodo. Osta Morato è dunque un genovese divenuto islamico, almeno ufficialmente, quindi lontano in ogni senso dalla patria, ma pur sempre, in fondo, ancora in parte genovese. È la ricchezza eterogenea della sua esperienza a fargli percepire la dura immanenza della guerra in atto fra le due aree del mediterraneo, nonostante i rapporti di ogni tipo che continuano a collegarle. Nel giovane Toni, aspirante gesuita pur dopo una lunga e sostanzialmente positiva parentesi islamica, non operava un’analoga consapevolezza della radicalità della contrapposizione che, nonostante tutto, divideva i due mondi. Ma questa consapevolezza non impedisce al vecchio Bey, ottimo conoscitore dell’uno e dell’altro, di cogliere tratti fortemente analoghi, che i suoi ospiti cristiani ritengono invece vizi esclusivi dell’Islam. L’omosessualità diffusa, per esempio, di cui egli ricorda la ricorrenza in taluni ambienti ecclesiastici, o l’abitudine di castrare dei giovani, sia quelli dedicati alla custodia dell’harem, sia i futuri coristi di alcune cappelle. Questo rispecchiarsi di un mondo nell’altro puntella bene il relativismo morale di Osta Morato, distogliendo in pari tempo il lettore da ogni manicheismo nel considerare lo scontro in atto. Uno scontro che viene magari messo tra parentesi da positivi rapporti umani, da lunghe tregue, da zone franche che prosperano al riparo della tolleranza reciproca, come Tabarca, ma pur sempre scontro, in fin dei conti.

È questo un dato di fatto che i contemporanei spesso percepivano bene come attestano le tante dimostrazioni di violenta ostilità nei confronti dell’Islam che scandirono l’età moderna: la dura e belligerante xenofobia che nel 1609 determinò l’espulsione dei moriscos spagnoli, l’esultanza per Lepanto, e in particolare per le alte perdite subite dai turchi, che esplose dopo la battaglia in tutte o quasi le città cristiane del Mediterraneo, a riprova di una frustrazione antica che ora la sanguinosa disfatta inflitta al nemico di sempre giungeva a cancellare. Dall’altra parte della barricata, le stragi di Cipro, che il romanzo ricorda.

Al riguardo, non condivido l’ottimismo retrospettivo di alcuni studiosi attuali, nelle cui pagine le frontiere che si sono aperte talvolta rischiano di obliterare il peso della guerra di ieri e di oggi. Ma Quartero, fedele alle regole proprie delle rivisitazioni rigorose del passato, anche in un romanzo fa del rispetto dei fatti reali il criterio che gli consente di narrare in modo convincente e vivace anche quegli altri fatti che sono creati dalla sua fantasia. Riesce in tale intento intercalando le parti più direttamente storiche, sempre puntuali, con vicende tipicamente romanzesche, come la caccia al tesoro che costituisce il filo conduttore tra il primo libro della trilogia e questo, oppure inscenando corteggiamenti andati a buon fine nonostante l’occhiuta sorveglianza che le matrone genovesi del ‘600 esercitavano sulle loro protette. Ma, anche là dove lo scrittore inventa, lo storico, benché sullo sfondo, resta ben presente, come ci dimostra l’esistenza documentata di procedimenti inquisitoriali che punivano i popolani tanto sensibili al richiamo di presunti tesori, sepolti in tempi remoti, da ricorrere a pratiche magiche per ritrovarli. 

Penso che un lettore come me, dedito alla storia moderna da molti anni, del romanzo debba apprezzare, in primo luogo, questo rispetto rigoroso per le regole dello studio e della ricostruzione del passato. La capacità dell’autore di narrare con sobrietà, con uno stile asciutto e un andamento rapido, nonché con ottima capacità di tenere il lettore in sospeso, fa da opportuno contrappeso al versante colto e più intellettualmente impegnato del libro.


M.O. Pisa 27/2/14


Quadro cronologico 


1453 Caduta di Costantinopoli

1455 Gutenberg inventa la stampa a caratteri mobili

 

1485 Nasce Diego Prefumo

1490 Leonardo da Vinci disegna l’uomo di Vitruvio e viene dipinta la Città ideale 

1492 Scoperta dell’America

 

1502/1504 Quarto viaggio di Colombo (con la partecipazione di Diego Prefumo)

1517 A Wittemberg Lutero pubblica le 95 tesi

 

1520 Nasce Giovanni Pittaluga (Giuanin)

1521 Scomunica di Lutero

1522 Inizia la costruzione della Basilica dell’Assunta in Carignano (su progetto di Galeazzo Alessi), che sarà terminata tre secoli dopo

1528 Andrea Doria scaccia i Francesi da Genova e si allea con Carlo V

 

1542 I Lomellini a Tabarca

1545 Inizia il Concilio di Trento

 

1547 (2 gennaio) Congiura dei Fieschi


 

prima storia: L’ORO DI TABARCA


1555 Pace di Augusta (Cuius regio eius religio)

1561 Nei pressi di Tabarca, vicino a Marsacares, viene installato il Bastion de France. La corte spagnola si trasferisce da Valladolid a Madrid

1563 Si conclude il Concilio di Trento

 

1565 Nasce Pietro Pittaluga, figlio di Giovanni 

 

1567 Muore Don Diego Prefumo

 

1571 Battaglia di Lepanto; I Grimaldi escono dall’asiento tabarchino

 

1575 Muore Giovanni Pittaluga

1587 Processo alla streghe di Triora

1600 Giordano Bruno viene arso in Campo dei fiori

 

1606 Nasce Giovanni Battista Pittaluga (Baciccin) figlio di Pietro;

1610 Galileo Galilei pubblica il Sidereus Nuncius

1618 Inizio guerra dei trent’anni: nata come conflitto tra cattolici e protestanti, evolve in scontro tra gli Asburgo e la Francia per il predominio in Europa

1625 Guerra di Zuccarello: Battaglia del passo del Pertuso (Santuario della Vittoria)

1628 Congiura di Vachero 

1630 Peste a Genova e in Europa, a causa della guerra dei trent’anni 

 

1632 Cospirazione del Bastion de France contro Tabarka


seconda storia: L’EREDITA’ DI DON DIEGO 


1633 Condanna di Galileo Galilei

1637 Nasce Ambrogio Pittaluga, figlio di Giovanni Battista Genova diviene Regno e nomina propria sovrana la Madonna

 

1638 Muore Pietro Pittaluga. A Panama nasce Old Father Strawberry, alias Barba Luigin

1648 Fine guerra dei trent’anni (pace di Westfalia firmata dagli Asburgo d’Austria: fine delle aspirazioni asburgiche di egemonia imperiale sull’Europa))

1659 Anche la Spagna cede alla Francia: pace dei Pirenei

 

1671 Morgan il pirata conquista e distrugge Panama - Nasce Laura Pittaluga (Lalletta), figlia di Ambrogio 

 

1676 Nasce Michele Pittaluga, figlio di Ambrogio

 

1678 Muore Giovanni Battista Pittaluga 

 

1683 Secondo assedio Turco a Vienna. Nasce Alessandro Merello (alias Alex Strawberry), figlio di Luigi. 

1684 Genova bombardata dal Re Sole torna sotto il controllo francese 

 

1687 Nasce Nina Rivarola, che sposerà Michele Pittaluga

 

1705 Nasce Enrico Pittaluga, figlio di Michele e Nina

 

1707 Nasce Nora Pittaluga, figlia di Michele e Nina

 

1710 Muoiono Ambrogio e Michele P., in un incidente di mare

1726/29 Esilio inglese di François-Marie Arouet che assume lo pseudonimo di Voltaire

1728 Montesquieu a Genova, su cui esprime giudizi negativi

 

1738 Insediamento dei primi coloni tabarchini a Carloforte 

 

1741 11 giugno Ikonos, figlio del Bey di Tunisi Alì Pascià occupa Tabarca 


 

terza storia: IL SEGRETO DELL’ALCHIMISTA 


 

1751/56 Giovanni Porcile riscatta molti schiavi tabarchini

1768 Trattato di Versailles: Genova cede la Corsica alla Francia in garanzia di quanto dovuto per l’assistenza militare sull’isola

 

1768/69 Riscatto ultimi schiavi, che si trasferiranno parte a Carloforte, parte a Nueva Tabarca, parte a Calasetta. 

Assalto notturno


L’ufficiale francese, seduto a poppa, tiene lo sguardo rivolto verso la sagoma scura dell’isola. Ha deciso di sbarcare dal lato di ponente, che offre un accesso più agevole. Tiene le braccia aperte, appoggiate alla murata in atteggiamento rilassato, anche per infondere fiducia nei suoi uomini. All’avvicinarsi del momento dell’azione, la tensione sta montando anche dentro di lui. Cerca di pensare ad altro, per distrarsi: se riesce a prendere Tabarca, il Cardinale Richelieu gli vorrà mostrare la propria riconoscenza, come ha già fatto dopo il successo delle missioni diplomatiche di cui lo ha incaricato, a Istanbul e ad Algeri. La mente si perde per qualche momento, ripensando a una fattoria in Provenza dove passare tranquillo gli anni della vecchiaia. Poi si riscuote e torna ad oggi: è il 10 maggio 1633 e sono quasi le cinque del mattino; il momento dello sbarco si avvicina. Bisogna concentrarsi.


L’imbarcazione accosta al molo, ed uno dei marinai salta veloce sulla banchina per fissare la gomena alla bitta d’ormeggio. Manovra perfetta. I soldati scendono a terra ordinatamente e si mettono in marcia. A bordo sono rimasti quattro marinai, pronti a partire se qualcosa dovesse andare storto, ma è solo una precauzione. La fila di armati inizia a salire verso il forte, mentre comincia ad albeggiare. È l’ora in cui dormono anche gli insonni: la sorpresa dovrebbe essere completa. Monsieur Sanson Napollon, in testa alla truppa, ha sguainato la spada, pronto all’assalto. La lama ha un bagliore, cogliendo il primo raggio di sole; l’ufficiale francese apre la bocca per comandare l’assalto e, in quel preciso istante, una palla di moschetto lo fulmina, colpendolo in mezzo alla fronte.


---


Platone, che precedeva gli altri portando sulle spalle una delle reti volanti riparate il giorno prima, si fermò di botto, alla prima salva di fucileria.


- Cöse succede? - domandò a se stesso, girandosi a guardare i compagni.


- Fermi, figgiêu! - comandò Baciccin tendendo l’orecchio, mentre Santo e Balletta si addossavano al muretto della crêuza scaricando contro le pietre a secco una parte del peso delle ceste.


La fucileria dei moschetti, subito salita di intensità, si era poi rapidamente rarefatta. Lo scontro si era concluso in fretta. La curiosità ebbe il sopravvento sulla prudenza.


- Anémmo, figgiêu.

 

I quattro uomini si rimisero in marcia, calandosi silenziosi lungo la crêuza che tagliava in senso verticale il fianco dell’isola, diretta verso il porto principale. Erano venuti giù di nascosto malgrado il divieto che il Governatore, Camillo Mercante, aveva emanato la sera prima per andare a controllare la rete lasciata in acqua da più di due giorni: un fortunale improvviso aveva impedito di salparla al momento dovuto e, a lasciarla in acqua troppo, si rischiava di non trovare più niente. Dopo gli spari, avevano aumentato la cautela nel procedere: il coprifuoco era stato decretato senza alcuna spiegazione e non avevano idea di ciò che avrebbero incontrato. 


Poco prima di arrivare al porticciolo, nel punto in cui il viottolo doveva incontrarsi con la strada carraia, udirono il rumore precipitoso di uomini in fuga che stavano sopravvenendo dalla parte del forte. Voci spezzate, dall’accento francese, cercavano di impartire ordini. Poco più lontane, si sentivano le grida degli uomini del forte, all’inseguimento dei fuggitivi. Baciccin, che si era fermato alzando una mano, fece un cenno a Platone, dietro di lui, il quale, senza che ci fosse bisogno di scambiare parole, venne ad appostarsi sull’angolo della strada e, fatta scivolare la rete dalla spalla, la tenne sciolta, a due mani, accanto a sé. Nel momento in cui i soldati francesi in fuga stavano per passare davanti a loro, con un ampio gesto delle braccia l’omone lanciò il rattazzo, che si aprì in un volteggio aereo perfetto e ricadde sul gruppetto dei nemici, avviluppandoli. I quattro pescatori si mossero all’unisono, gettandosi su due uomini che erano sfuggiti alla rete e disarmandoli dai loro moschetti. Quando si rivolsero verso quegli altri che erano rimasti imprigionati dalla rete, i primi militi della guarnigione dell’isola erano già sopravvenuti e non ci fu bisogno di fare altro.


- Cöse ti dixi, Bacci, gh’anemmo a-o maeximo a vedde quelle rae? - domandò Platone, recuperando la rete.


Quartero, fedele alle regole proprie delle rivisitazioni rigorose del passato, anche in un romanzo fa del rispetto dei fatti reali il criterio che gli consente di narrare in modo convincente e vivace anche quegli altri fatti che sono creati dalla sua fantasia. 


Michele Olivari


 


NEL RISVOLTO: Prosegue, con questo nuovo romanzo di Pier Guido Quartero, la saga della famiglia Pittaluga, iniziata con “L’oro di Tabarca”.


Nel 1632, anno in cui si sviluppa la nostra storia, il Siglo de oro, o “Secolo dei Genovesi”, è al proprio apogeo e la Superba si arricchisce di palazzi e chiese sontuosi, in un momento in cui, nell’antica Repubblica Marinara, fioriscono anche le arti del periodo barocco, con risultati di rilevo particolare nella pittura e nella letteratura.


Nello stesso anno, il tabarchino Giovanni Battista Pittaluga (Baciccìn), discendente di quel Giovanni, che è stato protagonista del romanzo precedente, ritorna nella città della Lanterna, per recuperare un tesoro lasciato in eredità da Diego Prefumo, un antico amico di famiglia. Nel corso di questa avventura, Baciccìn, affiancato dalla sorella Maria e sempre accompagnato dal fido Platone, ha modo di incontrare personaggi diversi: da Osta Morato (rinnegato di origini liguri realmente esistito, poi divenuto Bey di Tunisi) ad uno strano turcomanno, ad una fanciulla che, inevitabilmente, gli ruberà il cuore.


Dopo una serie di peripezie e di colpi di scena, il nostro protagonista non solo coronerà il proprio sogno d’amore ma otterrà, grazie al tesoro conquistato, di partecipare alla installazione della prima tonnara di Tabarca, divenendone il Raìs. 


 

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