Sergio Badino
ErreQuattro

Titolo ErreQuattro
Autore Sergio Badino
Genere Narrativa - Romanzo      
Pubblicata il 01/02/2015
Visite 7418
Editore Liberodiscrivere® associazione culturale edizioni
Collana Il libro si libera  N.  158
ISBN 9788899137175
Pagine 164
Prezzo Libro 12,50 € PayPal
Doveva essere una tranquilla serata tra amici per inaugurare la Renault 4 appena rimessa a nuovo, ma Sandro, Oscar, Ennio e Pietro – quattro compagni di scuola alla vigilia degli esami di maturità – sono risucchiati in un vortice d’imprevisti e sbattuti a ritmo di blues ai quattro angoli della loro città, trovandosi a vivere una nottata di situazioni sempre più surreali e grottesche, in un crescendo d’azione, a bordo dell’automobile che insieme hanno sistemato. Perché qualcuno vuole impossessarsi della loro R4? Che cosa cercano i quattro che li inseguono a bordo di due sidecar? Chi è la mostruosa tassista che li tampina? In fuga dai vigili urbani, tra protettori, prostitute, meccanici clandestini e pittoreschi gestori di locali notturni, i quattro amici dovranno trovare il tempo di rimettere insieme la loro band di black music, di risolvere – o almeno tentare – i problemi con le loro ragazze e, con l’aiuto dell’R4, provare anche a presentarsi in orario, la mattina dopo, alla prova d’esame.

Romanzo di formazione, avventura «tutta in una notte» e metafora dei fantasmi che ci si trova ad affrontare nel passaggio tra adolescenza ed età adulta, ErreQuattro è anche il sogno a occhi aperti di uno dei protagonisti, Sandro, che vive un’avventura con gli amici del cuore, con l’auto che ama, nella città in cui abita e che conosce: Genova. In questa nottata che fonde onirico e reale ci sono tutti gli elementi con i quali è cresciuto: libri, fumetti, cinema, telefilm, musica e, su tutto, la sua auto.
Domenica, ore 19.01
 
Il ragazzo si alzò dal letto, si lavò di corsa, infilò la tuta blu da meccanico che lo accompagnava sempre più spesso e tirò su la cerniera sul davanti; prese chiavi inglesi, un cacciavite piatto e uno a stella. Mise in tasca una delle sue armoniche a bocca. Allacciò gli anfibi graffiati e polverosi, aprì la porta e scese i gradini in cemento che separavano casa sua dal garage, nel quale entrò da una porta laterale. Nessuno, a parte un vecchio randagio, assistette al momento: il box si aprì con un cigolio e rivelò due occhi gialli nel buio. Il motore ronzava alla perfezione, come se quel gioiello fosse appena uscito dalla fabbrica. Il portellone si alzò del tutto e il cane vide la Renault 4, lucida come un’auto da esposizione, imboccare di scatto il vialetto privato e, con un balzo da tigre, far fischiare le gomme sull’asfalto.
Il collaudo del giorno prima non aveva dato l’esito sperato: la tenuta non era quella prevista e Sandro era rimasto sveglio tutta la notte per risolvere il problema. Poi l’aveva sognata di nuovo. Gli capitava ormai ogni volta che prendeva sonno, e nelle ore a venire restava pensieroso e malinconico. Ma quella sera sarebbe stato diverso: doveva essere speciale a ogni costo.
Lo stereo, un vecchio modello a cd collegato a quattro casse incastonate nelle portiere, pompava «B-Movie Box Car Blues», un pezzo di Delbert McClinton. Sandro, che nel frattempo aveva infilato un paio di Ray-Ban Wayfarer neri, tamburellava con le dita sul volante e ne seguiva il crescendo mentre l’ErreQuattro sfrecciava per le strade del quartiere, terra di nessuno tra Cornigliano, Bolzaneto, Rivarolo e Borzoli. Il traffico era assente e il termometro segnava trenta gradi centigradi con percentuale di umidità da foresta tropicale: il sole estivo rendeva intrigante la brezza dal finestrino.
L’auto si addentrò in una zona poco frequentata, ex area industriale in cui binari in disuso da decenni sconfinavano sulla strada e la tagliavano in più parti di continuo. Edifici grigi con vetrate rotte servivano solo a dare asilo a qualche poveraccio e a ciuffi d’erba cresciuti facendo a pugni con l’asfalto. La spazzatura, ritirata di rado, stagnava nei cassonetti e dava ristoro a sciami di gatti. Nel mezzo di tutto questo spiccava il ristorante della madre di Oscar. Sandro sgommò sulla ghiaia e fece il suo ingresso nel cortile: strombazzò con quel clacson che ricordava il verso del Bip-Bip e frenò l’ErreQuattro davanti alle pompe di benzina ferme da secoli.
Oscar si tirò su dal divano: era ancora intontito dalla sera prima, ma non avrebbe perso il momento per niente al mondo. Si buttò un po’ d’acqua sul viso, indossò un paio di bermuda, candidi, che gli arrivavano alle caviglie, una camicia bianca hawaiana, di due taglie più grande, a fiori azzurri, e calze di spugna sotto immacolate scarpe da ginnastica. Calcò una visiera da giocatore di poker, anch’essa bianca, sulla testata di riccioli neri e stopposi. Prese al volo il telefonino, poggiato accanto a una foto che lo ritraeva con Laura. Scese le scale saltando da un pianerottolo all’altro e andò incontro all’amico.
Sandro uscì dall’auto e vide Oscar: tutto il bianco con cui si vestiva dava risalto al nero della sua pelle. I due si salutarono alla loro maniera segreta, una stretta di mano che avevano ideato fondendo quelle viste in «Balle Spaziali» e in «Animal House». Gli occhi di Oscar brillarono.
– È a posto? – disse.
– Dovrebbe – sorrise Sandro.
Oscar si avvicinò all’ErreQuattro. Ci girò intorno e la squadrò, abbagliato dai dettagli: tetto apribile, cerchioni cromati, pneumatici larghi e grossi – quelli posteriori un po’ più grandi di quelli anteriori, con l’asse un poco rialzato – volante da rally in gomma e metallo, sedili anni Settanta in pelle con poggiatesta sportivi. Altri particolari non si vedevano: scomparti segreti nei posti a sedere e nel cruscotto, pieni di attrezzi per eventuali emergenze. Per gioco erano stati installati diversi accessori particolari degni della Batmobile. Per gioco, sì, ma si trattava di dispositivi efficaci. O quasi.
Sandro interruppe il silenzio.
– Ho scoperto un’altra cosa che bisogna sapere di «Baywatch».
– Tette che rimbalzano; Newman, quello pelato con i baffi, è un bagnino vero, e…
– La sigla la canta David Hasselhoff.
– Guarda che non è lui.
– Come no? Anche in «Supercar» ogni tanto cantava.
– Non è lui, ti dico. Fidati.
– Vabbè, – disse Sandro – andiamo?
– Tu non hai fame?
Il ristorante della madre di Oscar apparteneva a un’epoca che non c’era più. Costruito nella seconda metà degli anni Cinquanta, ricordava un diner stile «Happy Days» o «American Graffiti». Anche la pompa di benzina all’esterno aveva le forme maggiorate e tonde del periodo. Una volta tutto era dipinto in toni di rosso acceso, ma negli anni non era stata più fatta manutenzione e l’impero della ruggine aveva esteso su ogni cosa il proprio dominio.
Arrivata con la famiglia dall’Eritrea subito dopo la guerra, la madre di Oscar aveva rilevato l’area negli anni Settanta, quando ancora nei dintorni si trovava lavoro. Lo spazio, all’epoca, era ciò per cui era stato costruito: un benzinaio con bar per operai. Con l’abbandono della zona industriale, la madre di Oscar aveva trasformato il posto in un ristorante tipico: cucina genovese. La donna, ormai, s’intendeva di piatti liguri come se la sua famiglia avesse vissuto lì da generazioni. La trattoria, pochi posti e gestione familiare, era nota grazie al passaparola: nel fine settimana accorrevano tutti per assaggiare il cappon magro e la cima di «Baciccia neigru».
– Come va, Sandro? – disse la madre di Oscar con un sorriso abbagliante come quelli del figlio.
– Non male, signora.
– Scusami, – porse ai ragazzi due piatti di trenette al pesto avvantaggiato e due bicchieri di minerale – sono un po’ di corsa.
Il locale era stracolmo e la madre di Oscar faceva tutto da sola con l’aiuto di due cameriere. Seduti sugli sgabelli del bancone, circondati dal tintinnare di posate e bicchieri degli avventori, Sandro e Oscar trovarono il tempo di sbafare anche tre fette a testa di pandolce e un bicchiere di latte sotto lo sguardo di Bogart e della Bergman che, dalla locandina di «Casablanca», indicavano la grande passione della madre di Oscar: tutto il locale era tappezzato di manifesti di film dell’epoca d’oro di Hollywood.
I due ragazzi uscirono. Dopo aver promesso alla madre di Oscar che le avrebbe salutato la sua, Sandro si pulì le labbra in una manica della tuta e aggiunse una strisciata bianca alle chiazze di grasso sulla divisa da meccanico. Oscar, che era sempre impeccabile, gli rivolse un’alzata di sopracciglia.
Sandro mise in moto. L’ErreQuattro partì e fece saltar via qualche sassolino che colpì la pompa di benzina. Oscar cambiò cd scegliendone uno che lui stesso aveva regalato a Sandro: un live di Muddy Waters del 1979 in cui il vecchio Morganfield, quattro anni prima di lasciare questo mondo, dava sfoggio del suo vocione e dei suoi assoli di chitarra da pelle d’oca. Trascinato da «Got My Mojo Workin’» e dall’incessante battito di mani di Oscar, Sandro estrasse l’armonica a bocca e sovrappose il suo assolo a quello di Jerry Portnoy. Il fatto che suonasse guidando non scomponeva Oscar: Sandro si era esibito al volante altre volte e la sua guida non ne aveva mai risentito.
Oscar si era di nuovo avvicinato alla musica: raccontava di aver ricevuto in sogno la visita di Ray Charles in groppa a un cavallo bianco. The Genius, brandita una scimitarra, aveva intimato a Oscar di riprendere a suonare il basso, ordine che il ragazzo aveva preso più che sul serio, ributtandosi nell’ascolto di tutti gli album di blues, meglio se suonati da artisti neri, di cui una volta non poteva fare a meno. “Una volta” prima di Laura.
Il fatto che Oscar avesse dato ascolto a un cieco a cavallo per giunta morto piuttosto che a lui, che da un anno a quella parte lo tormentava con la storia della musica, non dispiaceva a Sandro: quel che contava era che l’amico si fosse rimesso al basso.
Pensava a queste cose gigioneggiando con l’armonica e non si accorse del semaforo rosso. Non vide nemmeno le due ragazze che avevano preso ad attraversare la strada. Oscar le notò, non gliene scappava una, e tirò un urlo afferrando per un braccio Sandro, che inchiodò. L’ErreQuattro si arrestò sulle strisce a pochi centimetri dalle ragazze, che attraversarono sorridendo. Oscar ricambiò il sorriso con uno dei suoi, che facevano sciogliere gli iceberg al polo sud, e diede una gomitata a Sandro, impegnato a guardare dall’altra parte. Oscar sapeva che la testa di Sandro fosse occupata da un’unica persona, ma non smetteva di stuzzicarlo.
Doveva essere una tranquilla serata tra amici per inaugurare la Renault 4 appena rimessa a nuovo, ma Sandro, Oscar, Ennio e Pietro – quattro compagni di scuola alla vigilia degli esami di maturità – sono risucchiati in un vortice d’imprevisti e sbattuti a ritmo di blues ai quattro angoli della loro città, trovandosi a vivere una nottata di situazioni sempre più surreali e grottesche, in un crescendo d’azione, a bordo dell’automobile che insieme hanno sistemato. Perché qualcuno vuole impossessarsi della loro R4? Che cosa cercano i quattro che li inseguono a bordo di due sidecar? Chi è la mostruosa tassista che li tampina? In fuga dai vigili urbani, tra protettori, prostitute, meccanici clandestini e pittoreschi gestori di locali notturni, i quattro amici dovranno trovare il tempo di rimettere insieme la loro band di black music, di risolvere – o almeno tentare – i problemi con le loro ragazze e, con l’aiuto dell’R4, provare anche a presentarsi in orario, la mattina dopo, alla prova d’esame.
Romanzo di formazione, avventura «tutta in una notte» e metafora dei fantasmi che ci si trova ad affrontare nel passaggio tra adolescenza ed età adulta, ErreQuattro è anche il sogno a occhi aperti di uno dei protagonisti, Sandro, che vive un’avventura con gli amici del cuore, con l’auto che ama, nella città in cui abita e che conosce: Genova. In questa nottata che fonde onirico e reale ci sono tutti gli elementi con i quali è cresciuto: libri, fumetti, cinema, telefilm, musica e, su tutto, la sua auto.

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