Filippo Giugni
Capi Bastone

Titolo Capi Bastone
Ideali, interessi, emozioni e trabocchetti in un grande partito politico
Autore Filippo Giugni
Genere Narrativa      
Pubblicata il 28/03/2015
Visite 4811
Editore Liberodiscrivere® associazione culturale edizioni
Collana Spazioautori  N.  3554
ISBN 9788899137144
Pagine 152
Prezzo Libro 12,00 € PayPal

Un “caso didattico” per fare politica.

Porto Amato è una cittadina immaginaria stretta tra il monte e il mare in una riviera imprecisata. Si avvicina il tempo del rinnovo delle cariche amministrative e il Sindaco si aspetta di essere rieletto, quando due avvenimenti scuotono la vita quotidiana della comunità.


Il primo avvenimento è l’improvviso incendio del teatro dismesso, che riaccende tra i cittadini il dibattito sulla sua destinazione, tra chi vuole riconvertirlo ad attività commerciali e chi vuole ripristinarlo per dedicarlo ancora ad attività culturali.


Il dibattito è in corso quando una violenta alluvione colpisce la cittadina, e questo riporta all’attenzione vecchi problemi e nuove solidarietà. I politici cercano di trarre dalla disgrazia l’occasione di nuove opportunità, in cittadini vedono aumentato il livello della propria consapevolezza.


Si pone così in discussione non solo il tipo di futuro che si vuole disegnare per Porto Amato, ma anche il ruolo che gli amministratori comunali, le forze politiche e i semplici cittadini possono esercitare.
Questi soggetti, naturalmente, sono portatori di letture diverse degli avvenimenti e forse anche di prospettive differenti: il confronto si sviluppa, ciascuno secondo i propri codici, fino a quando le elezioni primarie portano ad una soluzione per alcuni sorprendente.


Il lettore non si aspetti avvenimenti eclatanti, in questo racconto di fantasia è proprio la normalità a giocare un ruolo importante, che lo rende un utile strumento, quasi un “caso didattico” per riflettere e discutere sui seguenti interrogativi:
Quali sono le motivazioni che portano le persone a interessarsi di politica?
Quali sono i compiti e i ruoli di elettori, iscritti e circoli di Partito?
Quali sono i modi e i comportamenti che più ricorrono nella vita spicciola della politica?
In politica è più efficace essere egoisti o altruisti?
Quali sono le ragioni del risultato finale proposto nel racconto?
Quanto il lettore può sentire vicine alla propria esperienza le vicende narrate?

 

 
Fili di fumo si sollevavano ancora dal vecchio edificio. Le tegole smosse facevano intravedere le capriate affumicate del tetto, e sbaffi neri segnavano le finestre dei piani più elevati. Vetri rotti e schegge del vecchio intonaco avevano raggiunto la strada. Neppure la vecchia insegna si era salvata. I vigili del fuoco stavano raccogliendo il loro armamentario di soccorso e qualche mezzo iniziava a fare manovra nella piazza intasata di auto e di curiosi. Le ambulanze, arrivate poco prima a sirene spiegate, lasciavano il luogo dell’incendio, fortunatamente senza alcun ferito a bordo.
Dalle stradine laterali il personale del Comune finiva di sistemare le transenne e i nastri bianchi e rossi per delimitare la zona di rischio. I rivoli d’acqua che scorrevano ancora per la strada formando una fanghiglia sdrucciolevole non dissuadevano le persone del posto dal cercare di avvicinarsi il più possibile per vedere cos’era successo.
Sulla piazza principale si erano riuniti capannelli di cittadini per commentare l’avvenimento. Erano arrivati dalle strade laterali, usciti dai negozi, scesi dai mezzi pubblici. Il sole stava calando all’orizzonte, tingendo di rosso le nuvole e facendo luccicare le onde del mare, in lontananza. Dalla stazione poco distante il treno scodellava file di pendolari che tornavano dal lavoro.
 
Fortunatamente qualcuno aveva dato subito l’allarme e l’incendio era stato affrontato per tempo. Il teatro Garibaldi stava ancora in piedi: il vecchio palazzo aveva deciso di non morire ancora, voleva resistere anche a questo.
Le persone del posto si chiedevano quale potesse essere la causa di questo scempio, che aveva provocato un grande allarme nel centro cittadino. I vigili del fuoco, entrati per vedere se ci fosse qualcuno da soccorrere, avevano trovato materassi semi carbonizzati, vecchie suppellettili e qualche capo d’abbigliamento bisunto. Si sapeva che la sera qualche persona senza dimora talvolta dormiva lì, nonostante le porte fossero sprangate e l’entrata comunque interdetta.
“Il teatro Garibaldi è andato a fuoco” Diceva uno “Dicono che sia stato un corto circuito”.
“Sono i marocchini che ci dormono, avranno acceso un fuoco” Rispondeva un altro.
Intanto si era radunata una piccola folla.
“Buoni quelli,” commentò il fruttivendolo “mi rubano sempre le arance dalle cassette in esposizione!”.
“Almeno si lavassero. Certe volte hanno una puzza insopportabile.” Aggiunse una signora anziana “Si radunano qui in piazza per mendicare davanti alla chiesa, e il parroco non li manda neanche via, anzi li accoglie in canonica per la loro preghiera del venerdì!”
 
“Tu che ne pensi, Serafino?” Domandò un altro dei presenti, rivolgendosi a un signore di mezza età che stava arrivando da una strada secondaria. Serafino Bilonghi era il segretario del Circolo del Partito di maggioranza che governava il Comune, e per questo veniva chiamato in causa. Lì per lì non rispose. Si guardò in giro e chiese informazioni al capo dei vigili. “Non sappiamo ancora cosa abbia provocato l’incendio” rispose quest’ultimo “ma certo abbiamo trovato di tutto là dentro. Non c’era nessuno perché a quest’ora sono tutti in giro, non mi meraviglierei …”
“Questo lo so.” Interruppe Serafino e, rivolgendosi anche all’interlocutore del momento, che aveva ascoltato, aggiunse “Bisognerebbe dare più assistenza a questi poveretti, ma i nostri servizi sociali sono ridotti all’osso, e queste persone non dovrebbero stare qui, lo ho già detto al Sindaco. I soldi sono quelli che sono, e l’assistente sociale più di tanto non riesce a fare. Poi succedono queste cose. Fortuna che nessuno si è fatto male!”
Il malumore stava crescendo, i luoghi comuni nei commenti della gente, di destra o di sinistra che fossero, si sprecavano e Serafino era in imbarazzo. Sapeva che in quel momento nessun ragionamento avrebbe potuto contrastarli.
Si allontanò in silenzio pensando che bisognava mettere alle strette il Sindaco, perché facesse qualcosa. Su una cosa del genere, il Partito, che per anni aveva governato la città, si giocava la faccia.
 
Il teatro si trovava a ridosso della piazza principale, sulla quale si affacciavano la chiesa, alcuni uffici pubblici e una galleria di negozi di abbigliamento, di antichità, di tecnologia, oltre al bar più frequentato del paese e a un ristorante di una certa fama. Il Comune di Porto Amato , una popolosa cittadina un tempo abbarbicata su una collina, e poi sviluppatasi in discesa verso la costa e la zona del porto, ora  dedicato al turismo ma ancora animato da alcune barche di pescatori, aveva una tradizione di cultura, navigazione e scambi commerciali. In epoca più recente aveva dato vita ad alcune piccole fabbriche. Il suo tessuto sociale, come quello dei comuni vicini, era venuto sempre più integrandosi con la metropoli distante pochi chilometri e ben collegata con la ferrovia.
Il teatro, che aveva avuto momenti di notorietà, anche se da qualche anno era stato abbandonato, apparteneva ancora al Marchese Gian Roberto Liberto Della Zucca, l’ultimo erede di una famiglia di antica nobiltà che nei secoli passati aveva avuto una posizione preminente in quel territorio, e godeva ancora di un certo prestigio.
I suoi avi, infatti, avevano saputo riciclarsi nell’era moderna. Il teatro, prima dedicato alla Marchesa Angelina Della Zucca, era stato intitolato a Garibaldi. I Marchesi avevano avviato dapprima una serie di attività commerciali e poi erano passati ad attività produttive collegate alle caratteristiche del territorio. Avevano saputo svolgere il ruolo di interprete delle tradizioni locali soprattutto nei settori alimentare e turistico, trasformando la propria villa, situata in un grande parco poco distante, in uno degli hotel raffinati della catena dei Rélais Chateaux, ed aveva valorizzato la produzione gastronomica locale, in particolare producendo il Pan della Zucca, un dolce che per tradizione veniva consumato nei periodi di Carnevale.
Le generazioni precedenti dei Della Zucca avevano ottenuto la gratitudine dei cittadini perché, oltre a valorizzare l’immagine del luogo, era stata fonte di occupazione e movimento turistico. La loro fabbrica di prodotti da forno aveva costituito per decenni un motivo di orgoglio per tutti i cittadini. Ma poi, intervenute le nuove generazioni, l’interesse per il territorio da parte della famiglia si era rapidamente affievolito: la fabbrica era stata venduta ad una multinazionale, che aveva finito per spostare altrove la produzione, e anche le altre proprietà immobiliari, in primis il teatro, erano state abbastanza trascurate.
L’incendio rappresentava così una ulteriore ferita nella coscienza dei cittadini, e aveva posto ancor più in risalto quei sintomi di decadenza che già da tempo stavano manifestandosi nella città. Industrie chiuse o delocalizzate, giovani che trovavano lavoro altrove, servizi sempre più carenti. Anche qui la cassa integrazione e la disoccupazione avevano fatto sentire il loro peso, il commercio e i consumi diminuivano per i morsi della crisi. Il turismo diventava sempre più asfittico e, quello che rimaneva, parsimonioso e pretenzioso.
Eppure lo spirito dei cittadini non era domato, la voglia di rinascita si sentiva ancora. Porto Amato doveva tornare a fa risplendere le sue bellezze e riportare in alto il proprio nome nel mondo, come quando i suoi Capitani e i suoi Armatori, tornando da viaggi lontani, raccontavano che all’estero si dicevano meraviglie della Città dalle Mille Vele.

Il vecchio teatro, nel centro di una piccola città, è in pessime condizioni. Cosa farne? Un supermercato o un centro culturale polivalente? Anche in previsione delle prossime, vicine elezioni, cittadini, politici e imprenditori di diversi generi si impegnano in un confronto senza esclusione di colpi. Sarà un violento nubifragio a rimescolare le carte, avviando la vicenda verso una soluzione imprevista.

Nessuna foto disponibile

  • Carissimi amici, Dopo aver letto, con inusuale avidità, il libro di Filippo, e averlo riletto per “cercare gli eventuali refusi ortografici”, sono arrivato alla conclusione che quel libro è bellissimo. Intanto, dal punto di vista della lettura, è scorrevole come l’olio. Per me, abituato ormai da anni a leggere quasi esclusivamente saggi politici o scientifici, per loro natura “noiosi e faticosi”, questo piccolo romanzo (politico, filosofico?) è stato un momento di riconciliazione con la letteratura di fantasia. Mi permetto di dare qualche giudizio sui famosi Capi bastone. Quelli che Filippo tratteggia sono, a mio giudizio, troppo umani e, in definitiva, deboli. Quelli veri, quelli che popolano i nostri territori, ormai non solo nel nostro Sud, hanno una scorza ben più dura e, sicuramente, in grado di mettere a perdere l’Alice di turno. Però, dal libro viene fuori un’atmosfera di ottimismo tutta naturale: come se, presi dai nostri dubbi e dalle nostre incertezze, non avessimo pensato che, invece, è così semplice far marciare le cose come veramente le vorremmo, senza secondi fini e verso quello che, in maniera abusata, viene definito il bene comune. Per questo, alla fine della lettura, si arriva a pensare che, perché no?, si può fare! Franco Tomassini
    Filippo Giugni (11/05/2015 13:46:02)

  • Caro Filippo, ho terminato poco fa, la lettura del tuo libro. GRAZIE! Alla fine non ho potuto trattenere una lacrima di commozione, perché il tuo libro è un inno alla Speranza.... Speranza che davvero qualcosa possa cambiare e si possa attuare realmente un´inversione del percorso di questa politica, che ormai ha raggiunto un livello infimo!. Conserverò gelosamente questa tua frase, anzi...mi permetto di postarla su fb e farla circolare, perché solo una scelta coraggiosa, un po´ folle, ma responsabile, potrà permetterci di uscire da queste secche e riportare la nostra città ai fasti che la resero...Superba!! La frase è: "Il problema che avrebbero dovuto risolvere con il voto era se, di fronte a un mondo che cambiava e metteva in discussione le certezze del passato, fosse meglio garantirsi quello che già avevano, tenendoselo stretto con i suoi pregi e difetti, o se fosse meglio aprirsi ai sogni, ma anche alla responsabilità, facendosi carico di un futuro ancora da scrivere." Io, nonostante le delusioni e le amarezze, voglio aprirmi ai sogni e sperare che il Tempo migliore debba ancora venire! Laura Cevasco
    Filippo Giugni (25/06/2015 13:49:39)

Pubblica il tuo commento (minimo 5 - massimo 2.000 caratteri)

Qui devi inserire la tua Login!

Nascondi Qui devi inserire la tua password!

Hai dimenticato la password?

Qui devi inserire il tuo nickname!

Qui devi inserire la tua email!

Nascondi Qui devi inserire la tua password!

Hai dimenticato la password? Inserisci il tuo indirizzo email e riceverai i dati di accesso.

Qui devi inserire la tua email!

Ritorna alla login

Chiudi