Giorgio Boratto
Me lo dai un bacio?

Titolo Me lo dai un bacio?
Autore Giorgio Boratto
Genere Narrativa      
Pubblicata il 28/08/2015
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Editore Liberodiscrivere® associazione culturale edizioni
Collana Spazioautori  N.  3583
ISBN 9788899137403
Pagine 156
Prezzo Libro 12,00 € PayPal

Versione Ebook

ISBN EBook 9788899137816
Prezzo eBook 4,99 €
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Una storia che si snoda tra Europa e Africa; un racconto sui sentimenti di una coppia separata da anni e con un figlio, ormai ventenne, che deve decidere del suo futuro.
Sul cammino, sulla strada di ognuno, succede sempre qualche cosa di imprevisto che impone decisioni.
Un libro fatto di libri: sono molti quelli citati. Ogni libro è inserito nella storia raccontata, quasi a ricordare che le storie si legano tutte: sono le storie di uomini e di donne che vivono in una narrazione più grande.
I - Milena Sandri
Milena lo pensava da tanto tempo: da quando aveva ascoltato che per fare una signora occorrevano almeno tre generazioni. Lei ne era convinta: per fare una signora bisognava che almeno la nonna avesse iniziato a pensarlo e provato a farla. Fare la signora significava muoversi con grazia, parlare con proprietà di linguaggio, dimostrare disinvoltura nelle occasioni speciali… insomma essere un tantino superiore.
A Milena piaceva e pensandoci bene sua nonna un po’ signora lo aveva a suo tempo iniziato ad essere.
Ricordava che la nonna leggeva molti libri, parlava di molti argomenti con conoscenza e il nonno un po’ la temeva. Giuseppa si chiamava la nonna, forse il nome non era tanto da signora, ma la figlia Cestina, diventata poi sua mamma, lo era diventata. Be’, neppure Cestina era un nome da signora, ma intanto, per chi l’avesse conosciuta, il giudizio risultava unanime: era una signora. Così lei, Milena, poteva essere finalmente una vera signora: lei era la terza generazione. Non la generazione X, come qualcuno aveva chiamato all’epoca la generazione dei ventenni; lei era una signora per grazia, comportamento, educazione e cultura.
Cestina, chissà, forse quel nome era una storpiatura di Celestina; fatto sta che nessuno si era posto il problema. Cestina era e Cestina rimaneva. Per i nomi bisognava aprire un altro capitolo. Il nome: prima ingiunzione della programmazione parentale, fungeva da stimolo positivo o negativo al diventare signori. D’altronde è sempre valido il detto Nomen omen, che significa ‘nel nome il destino’.
Poteva essere un nome da signora Addolorata o Crocifissa? E per l’uomo Attila? D’accordo, nomi oggi desueti, ma che sicuramente erano un ostacolo in più al raggiungimento dello stato di signora.
Milena, osservando le persone e le cose che la circondavano, continuava a pensare di chissà quante generazioni invece sarebbero dovute passare per riuscire a elevare un po’ tutti a signori. Forse non erano tutti cafoni, sicuramente, però molti si comportavano in modo cafonesco. I rumeni ad esempio, le sembravano tutti coatti; come molti maschi latinos – i maschi sudamericani – che si potevano incontrare sempre più numerosi in città. Berretto con la visiera, pantaloni informi, t-shirt con scritte indecifrabili e scarpe Nike o All Star, formavano per questi ultimi una specie di divisa: un’altra cultura mutuata dagli statunitensi che esercitavano su di loro, oltre che una oppressione economica e politica sui loro paesi, anche un fascino irresistibile.
Le donne sudamericane per contro, in verità, l’avevano impressionata positivamente, e non per il culo grosso, le gambe corte o i folti capelli neri, quanto per l’intelligenza: trovava quelle donne molto intelligenti, perspicaci e senz’altro a quelle sarebbe bastato poi poco per diventare signore: signore come lei. Insomma due generazioni.
Il mondo va così: ci sono modelli per tutti e per tutto. Diventare signori era come diventare borghesi; quei borghesi che solo qualche anno prima erano i contestati modelli degli studenti. Ora, nei suoi pensieri, Milena inconsciamente si era assurta a modello: un modello a suo tempo cercato e un tempo contestato.
Il mondo va avanti così: tra corsi e ricorsi. Tutto racchiuso in idee e ideali che di volta in volta cambiano per ritornare uguali.
Un altro aspetto che Milena non tralasciava nell’osservazione delle persone per classificarle signori o no, erano le mani. I signori avevano mani curate, con le dita affusolate, in armonia con il palmo. La mamma Cestina aveva lavorato da ragazza per un certo periodo come manicure in un negozio di parrucchiera: da Marisa. Dopo, sposata e con la nascita di Milena, si era fermata dal lavoro, ma non aveva mai smesso di guardare le mani alle persone e da lì trarre giudizi. Lei, Milena aveva seguito…
E papà Mario? Lui lo era un signore? Lui era un signor lavoratore, era un signore per dignità e ideali; era un signor operaio meccanico e per quello era di una categoria speciale: era un uomo ricco di umanità. Le mani di Mario erano callose, forti, ruvide ma bellissime: erano mani molto maschili e armoniose. Quelle mani andavano al di là di ogni classificazione. Le mani di Mario erano quelle che l’avevano carezzata da sempre; erano state la sua prima conoscenza tattile. Erano le mani dell’amore paterno. Sì le mani erano una componente importante dell’amore. Nessun amore può escludere un intreccio di mani.
Mario poi le aveva insegnato che tutti avrebbero dovuto imparare a usare le mani. Mani è la desinenza di ‘umani’. Quale uomo poteva definirsi tale se non usava le mani? E poi Mario ricordava sempre che non c’è luogo dove viva un uomo che non sia contraddistinto da un manufatto. “Senza l’uso delle mani l’uomo vale la metà”: una frase di papà Mario che risuonava spesso nei pensieri di Milena.
Lui le aveva insegnato che la vera ricchezza era data dalla cultura, dall’intelligenza, dalla capacità di affrontare le difficoltà della vita con la lotta e la solidarietà sociale. Mario aveva frequentato la scuola fino alla quinta elementare; però quante cose aveva da insegnare. Mario leggeva tanto e non c’era argomento su cui non avesse una qualche minima conoscenza. Mario aveva fatto il sindacalista e spesso a casa raccontava di quella stagione eccezionale in cui si erano conquistati i diritti per tutti. Raccontava della classificazione unica. Milena e sua mamma, a dire il vero, ne capivano poco. Lui si infervorava e spiegava che nei luoghi di lavoro gli impiegati avevano diritti maggiori degli operai: se si sposava un impiegato, ad esempio, aveva diritto a venti giorni di ferie pagate, un operaio solo dodici giorni. La paga dell’impiegato era calcolata mensilmente e percepiva lo stipendio. L’operaio aveva un salario calcolato a quindicina, se non a settimana. C’era una divisione storica tra il lavoro cosiddetto intellettuale e quello manuale. I primi erano i prestatori d’opera impiegatizia, gli altri i manovali. Quella divisione doveva essere superata. Erano i primi anni ‘70 e veniva approvata la legge 300 – la legge Brodolini. Quella legge conosciuta da tutti come lo Statuto dei Lavoratori.
Quanti ricordi. Milena era piccola quando il papà portava a casa i suoi amici sindacalisti e poi stavano a parlare tutta la notte, procurando un grande nervosismo a Cestina.
Il papà operaio meccanico, in una officina nel porto di Genova, era riuscito a pagarle l’università, a farla studiare non facendola mai sentire a disagio con le amiche che frequentava. Ecco, quello era fare il signore: con sacrifici, ma con risultati che rendevano fieri tutti. Tutta la famiglia. Ora lei, Milena, era un’impiegata. Una signora laureata e impiegata. Ora lavorava in una agenzia di spedizioni internazionali: una import–export a ridosso del porto.
Mario con il sindacato aveva fatto un percorso di formazione sociale, intellettuale e politica. Il suo essere signore, non era l’avere raggiunto una condizione borghese; lo era nella nobiltà d’animo, nella consapevolezza di possedere i talenti per autoaffermarsi, manifestando con ciò la propria dignità affinché quest’ultima diventasse merce comune. In fondo era quello il messaggio politico: testimoniare dignità e impegno per il bene comune; un bene che passa attraverso la condivisione con il prossimo. Gli altri.
Chissà come corrono i ricordi e come affiorano improvvisi, tant’è che si ricordò di una canzone cantata in quegli anni quando era bambina: Contessa. Quello era il titolo. Un passaggio diceva: Del resto mia cara di che si stupisce, anche loperaio vuole il figlio dottore e pensi che ambiente che può venir fuori, non cè più morale, Contessa. Ecco, Mario voleva lei dottore, voleva che Milena si laureasse. Lui era già un signore. Lui operaio voleva la figlia dottore. La società a quei tempi era divisa in modo abbastanza netto tra ricchi e poveri e le professioni a loro volta venivano esercitate dentro ruoli familiari e di classe sociale. Negli anni ‘70 – dopo il cosiddetto boom economico – si ruppero gli assetti sociali consolidati da anni e anni.
Milena camminava veloce nel centro della città. Quella mattina, mentre era assorta in quei pensieri, camminava veloce verso Palazzo di Giustizia. Era stata convocata come testimone dall’avvocato del suo vicino di appartamento, che aveva intentato una causa per danneggiamenti fisici e morali ai vicini di un altro appartamento. Chi aveva intentato la causa era Giovanni Sensato con la moglie Piera, due anziani che non sopportavano più i vicini; gli abitanti dell’interno numero 6, Luca e Sara Piverno.
Al 5° piano del Palazzo di Giustizia, dove era stata convocata Milena, c’era un corridoio lunghissimo intervallato da porte numerate con affisso sopra un foglio con il nome del giudice istruttore. N° 23 – giudice Catalano Luigi: questa era l’indicazione, ma dentro non c’era nessuno. Si sedette sulle sedie disposte nel lungo corridoio e attese.
Una giornata persa. Il permesso dal lavoro per questa testimonianza le pesava. Si guardò intorno. Fuori da ogni stanza c’era movimento: gente che entrava e usciva dalle stesse. Quelli con le borse o cartelle si intuiva fossero gli avvocati; gli altri che non avevano tra le mani niente, qualcuno qualche foglio arrotolato, che chissà quante volte era stato rigirato e aperto, poi piegato e ancora ripiegato erano i testimoni, gli accusati o accusatori. Anche lei aveva un foglio, ma lo aveva riposto nella borsa. I giochi drammatici della vita passavano certo per quelle stanze. I giochi, a cui Milena faceva riferimento nei suoi pensieri, erano quelli psicologici descritti bene da Eric Berne nel libro: A che gioco giochiamo?
Milena aveva partecipato solo qualche tempo prima ad un seminario sull’Analisi Transazionale (l’A.T.) che l’aveva impressionata molto. Si diceva, in quell’incontro, che ogni relazione era uno scambio di carezze e prevedeva il riconoscimento uno dell’altro. L’uomo era proprio un animale strano: bisognava che qualcun altro gli confermasse la sua esistenza; che gli dicesse che era vivo. La questione delle carezze era così importante che la cosa peggiore che si potesse fare al prossimo, all’altro, era quello di ignorarlo; mostrargli indifferenza. Allora era meglio piuttosto un insulto, uno schiaffo o l’odio che la dimostrazione di indifferenza. Ecco che i giochi erano relazioni che costruivano forme per contrabbandare carezze o schiaffi. Per lo più riconoscimenti perversi. Altro elemento importante era lo stato dell’Io che si assumeva nella relazione. Alla base c’erano tre diversi stati: lo stato Bambino, lo stato Adulto e quello Genitore. Il migliore di tutti era quello Adulto. E Milena come signora si pensava adulta. Molto adulta.
A Milena venne poi in mente un libro letto qualche tempo dopo: I giochi drammatici, di un certo Stephen Karpman. In quel libro i giochi di E. Berne venivano raggruppati dentro tre precisi ruoli: Vittima, Persecutore e Salvatore.
Quasi tutte quelle persone che si aggiravano nell’enorme palazzo di Giustizia erano in un certo senso dentro un grande gioco drammatico. Si potevano dividere tutti in Vittime, Persecutori e Salvatori. Chissà, lei come testimone pensava di non giocare nessun ruolo attivo. La Vittima o le Vittime erano i coniugi Giovanni e Piera Sensato ed i Persecutori la coppia dell’interno 6, Luca e Sara Piverno, e il giudice Luigi Catalano? Certo doveva diventare il Salvatore. Il triangolo si completava. Lei era testimone e quindi doveva solo certificare la veridicità di una situazione. Però, lei vittima lo era stata. Anche lei aveva giocato: fu quando terminò il suo matrimonio con Marco, Marco Tumiati. Si trovò allora davanti ad un cancelliere del tribunale per firmare la fine del rapporto coniugale. Era già entrata in quel palazzo molti anni prima. Ora si ricordava. Si era separata da Marco, suo marito ormai da parecchi anni e non aveva rimpianti.
Lei aveva giocato? Nel rapporto con Marco, l’ex marito, lei era la vittima e non le sembrava davvero di aver giocato…anzi. Era stata un’esperienza maledettamente seria: un figlio da crescere e lui, Marco, a fare lo scemo. Ecco il persecutore: quello che faceva finta di niente. Su tutto. Poi la Persecutrice era diventata lei. Un classico per il gioco illustrato da quel Karpman: lo scambio dei ruoli. Quegli scambi c’erano stati, se erano ruoli non ne aveva coscienza. Lei subiva e poi, stufa, aveva detto basta. Lui zitto era andato via e la separazione era la conseguenza più naturale. Le relazioni si rompono e diventa fisiologico cambiare. Uscire. Se ci si fermava a rivangare o a riempire di risentimenti e rancori la fine del rapporto, allora sì che al lutto si aggiungeva il dramma e quel triangolo poteva anche concludersi in un ospedale o ancora peggio in un obitorio.
I luoghi dove si concludevano o passavano i giochi drammatici, descritti da Berne, erano – non a caso – : il Tribunale, l’Ospedale, la Questura o in casi estremi l’Obitorio.
Chissà dove era Marco Tumiati. Dalle ultime notizie, apprese da sua sorella Gianna e dal figlio Sebastiano, Marco era in Africa, aveva lasciato l’Egitto e viaggiava verso l’Algeria.
Marco aveva raggiunto la sua libertà, l’aveva ottenuta a scapito della responsabilità. Era libero dal dover fare il marito e il padre. Marco era libero dalle bollette di luce, gas e telefono; libero da lei, libero dalla vita di condominio. Marco era come forse voleva essere da sempre. Libero e solo. Beato lui. Ora Milena faceva scorrere pensieri non proprio suoi: non era astiosa e anche lei viveva le sue scelte. Non c’era da recriminare. Era circondata dall’affetto dei suoi genitori, della sorella e poi al centro della sua vita c’era il figlio: Sebastiano, il bravo e bello Seba. Sebastiano era il figlio avuto con Marco Tumiati e la somiglianza fisica con il papà era impressionante.
Marco, il bel Marco… bello lo era: alto, nero di capelli, magro con le lunghe gambe e un passo dinoccolato. A Milena, giovane universitaria della facoltà di Lettere, era piaciuto subito. Non ci volle molto per fidanzarsi e sposarsi e ancora meno per mettere al mondo un figlio: Sebastiano.
Marco sembrava un simpaticone, quando era nel gruppo di amici che frequentava a quell’epoca, dimostrava un carattere estroverso, invece nel rapporto con lei venne a galla un carattere insofferente per ogni cosa. Si rivelò l’opposto di quello che appariva: criticava tutto a denti stretti. La passione all’inizio li aveva travolti. Sessualmente erano affiatatissimi, bastava un’occhiata d’intesa e trovavano in ogni momento e in ogni luogo il modo di appartarsi e fare l’amore. Per un certo periodo ridevano spesso nel ricordare i luoghi dove avevano fatto l’amore. Posti tradizionali, come le fasce di campagna intorno alla città, nell’auto oppure in androni di case sconosciute, dove trovavano il portone aperto. Dove c’era la rampa che scendeva nelle cantine trovavano il modo di consumare rapporti sessuali veloci.
Le frasi sussurrate da Marco durante gli amplessi le risuonavano poi dentro per molto tempo: Milena era orgogliosa di quella femminilità provata. Purtroppo quell’intesa, quell’esperienza d’amore, almeno da parte di Marco, si assopì presto. Marco si rivelò l’eterno insoddisfatto: del lavoro, della società, degli amici, dei genitori e vivergli insieme diventò problematico. Pesante.
Era il 1992, Milena aveva 31 anni, il figlio Seba aveva appena compiuto 5 anni e Marco 34. Anni ‘90, anni in cui si sarebbe percepito il cambio totale del mondo; non erano le date a stabilire le involuzioni o le rivoluzioni dell’umanità, erano fatti che letti alla luce dei simboli e della metafora segnalavano mutamenti o meglio dire trasformazioni profonde. Nel 1989 crollava il Muro di Berlino. Era l’antecedente; il fatto che provocava la fine di un’epoca. La fine di una contrapposizione sulla visione del mondo. Anni ‘90, prima guerra in Iraq. Anni ‘90, anni in cui finisce l’Urss. Finisce il Pci, l’Unione Sovietica si scioglie e rinasce la Russia: era esattamente il 25 dicembre del 1991 quando venne ufficialmente dichiarata la fine dell’Urss. Scoppiava la guerra civile in Jugoslavia e si assisteva nuovamente alle atrocità del genocidio, delle pulizie etniche, dei campi di concentramento. Con il massacro etnico a Srebrenica si assisteva ad un macabro ritorno degli orrori, che sconvolsero nuovamente il secolo, cosiddetto breve. Si diventava spettatori della distruzione di città che erano simbolo della convivenza civile e religiosa come Sarajevo.
Gli anni ‘90 furono anni controversi: elezione di Bill Clinton a presidente degli USA, pace firmata tra Arafat e Rabin, che riconoscono reciprocamente i due stati: Palestina e Israele; genocidio in Rwanda, elezione di Nelson Mandela in Sudafrica, guerra civile in Cecenia, attentato a Oklahoma city e proliferazione di attentati terroristici. In Italia nel 1992 scoppia ‘Mani Pulite’, la corruzione dei partiti viene alla luce grazie ad una piccola tangente richiesta a Milano ad una impresa di pulizie. Quello scandalo travolgerà tutti i vecchi partiti italiani. In quell’anno 1992 morivano assassinati dalla mafia i magistrati italiani Giovanni Falcone a maggio e Paolo Borsellino a luglio. Anni convulsi che Milena visse da trentenne già mamma di un figlio piccolo.
Tre anni dopo, nel 1995, avvenne invece la sua separazione definitiva da Marco.
Lei aveva 34 anni e Marco 37.
Ora lei, da anni, si sentiva – dopo mamma, anche signora. Aveva assunto un ruolo: donna separata e insieme mamma di un figlio maschio. Donna libera e impegnata. Donna che sapeva pensare a lei stessa e anche alla famiglia… anche se l’appoggio di mamma Cestina e papà Mario non le era mai mancato; neppure quello della sorella Gianna.
Marco, chissà dov’era in quel momento: sicuramente in giro per il mondo; era o non era un hippy? Un figlio dei fiori? A dire il vero lo era diventato con un po’ in ritardo: quel movimento era nato negli anni ‘60 e lui, nato nel 1958 non poteva certo assorbire quella cultura. Però aveva nei geni qualcosa che poteva benissimo renderlo un hippy.
Marco – generazione del ‘58; una generazione che ha saltato tutti gli appuntamenti della storia: prima di tutto il ‘68.
A proposito Marco era un signore? Per il suo aspetto, certamente no! Specialmente negli ultimi anni di convivenza era sempre trasandato. Quando capitava di uscire insieme lei era sempre elegante, anche con poco manteneva quel tocco da signora; lui sembrava incontrato per caso e che fosse in procinto di salutarla per scappare via. Lei lo richiamava sempre e gli diceva come vestirsi; cose che lui poi non faceva. ‘Marco ancora un po’ e quei pantaloni camminano da soli. Cambiali. Anche la maglia non ti accorgi che è macchiata e sgualcita sui gomiti? Cambiala’. Niente. Marco brontolava e usciva infastidito del richiamo.
Due mondi diversi. Due modi di vedere le cose e il mondo che si erano acuiti negli anni.
Eppure avevano militato in organizzazioni politiche di sinistra. La visione del mondo in un certo senso doveva essere la stessa. Ma si può essere straccioni ed eleganti, poveri e signori, solidali e benestanti sempre di sinistra. Comunque lei considerava un aspetto pulito ed elegante la prima cosa da perseguire. Marco nel tempo si era rivelato quello che in fondo era sempre stato: un tipo che avrebbe fatto dell’insofferenza e di quello che molti suoi amici chiamavano sfiga, una occasione di fuga.
Chissà ora come era messo Marco a calze, mutande e maglie…avrà occasione di lasciarle in giro?
– Signora Milena Sandri?
– Sì, sono io.
– Prego si accomodi.
L’avvocato aveva interrotto i suoi pensieri. Milena entrò nella stanza del giudice che sedeva dietro una scrivania piena di carte e ninnoli, portamatite, portachiavi, cartelle… c’era di tutto sul ripiano. Si sedette e attese le domande.
– Da quanto tempo è a conoscenza della lite tra i signori Sensato e i Piverno?
– Qualche mese.
– Anche lei è disturbata dal comportamento, o meglio dai rumori prodotti all’interno dell’appartamento numero 6?
– Sì, a volte li sento… io abito però nell’appartamento che non è sotto il numero 6. Per i miei vicini, i signori Sensato, so che è diverso…
– È stata nell’appartamento dei suoi vicini per ascoltare il rumore?
– Sì, sono stata invitata a sentire il baccano che facevano…
– Si ricorda che ora era?
– Le ore 21 e anche le 23. Le ore 23 passate. Loro dopo mi hanno raccontato che quella volta sono andati avanti quasi tutta la notte.
Poi il giudice si era rivolto agli avvocati delle parti presenti.
– Grazie. Se avete qualche domanda voi, vi prego di rivolgerla a lei.
– No, grazie.
Fu la risposta comune.
Meno male. Pensò Milena. Aveva finito l’incombenza della testimonianza.
– Un’ultima cosa. Le risulta che ci siano altri inquilini che vengono disturbati dagli abitanti l’interno 6?
Così proseguì ancora il giudice.
– Sì, mi è capitato di ascoltare altri vicini che si lamentavano dei rumori…poi quando si è trattato di firmare una testimonianza, so che si sono tirati indietro…
– Va bene, può andare.
Milena guardò l’orologio. La testimonianza, la deposizione era durata poco ma ormai la mattinata era persa. Un salto in ufficio poteva ancora farlo; quel tanto per vedere cosa l’aspettava nel pomeriggio. Il pomeriggio di venerdì, quando sentiva già l’aria di festa. Quella sera avrebbe incontrato la sua migliore amica Tittina, o Catti per altri. Da tempo ormai era un’abitudine trovarsi loro due il venerdì sera per l’aperitivo e poi il cinema. Tittina rappresentava lo svago, la leggerezza ed insieme la confidente, la persona a cui chiedere consigli –anche se poi i suoi non servivano mai – insomma era l’amica del cuore.
Tittina, a differenza di Milena, non si era mai sposata; ed era continuamente fidanzata con qualcuno sempre diverso. A Milena aveva già presentato circa tredici fidanzati. Li aveva contati o meglio, il calcolo le risultava facile perché ogni fidanzamento durava esattamente due anni e la loro amicizia continuava ininterrotta da 27 anni. Coetanee ora si trovavano alla soglia dei cinquant’anni. Precisamente in quell’anno: 46.
La loro amicizia era nata negli anni di università: facoltà di Lettere. Anni impegnati ed insieme leggeri. Frivolezza ed impegno politico si mischiavano, d’altronde a vent’anni… era il 1981, si votava per confermare la legge sull’aborto e si guardava in Tv Dallas. Tittina, pure lei laureata in Lettere, trovò lavoro in una boutique del centro città. Un negozio frequentato dalla ricca borghesia cittadina cui lei raccoglieva le confidenze con riservatezza. Tra le prove di un modello e l’altro, molte signore le raccontavano con una certa nonchalance alcuni fatti della loro vita privata. Tittina ascoltava silenziosa per poi magari riderci sopra con Milena. Tittina lavorava in quel negozio di abbigliamento femminile da moltissimi anni e si era conquistata la fiducia della famiglia proprietaria. A Milena, Tittina segnalava spesso i vestiti da poter acquistare da lei, a buon prezzo, e questo a volte ripagava Milena nel sopportarla in certe sue manie.
Quella sera aperitivo e cinema. Aperitivo con buffet, sostituto della cena e poi alle 22:30, via all’ultimo spettacolo cinematografico. Quella sera il film prescelto era: Freedom writers. Un film con Hillary Swank, nel ruolo di insegnante in una scuola di Los Angeles, dove all’indomani dei fatti del maggio del 1992, – la sommossa dei neri dopo il pestaggio brutale da parte di poliziotti bianchi a un automobilista di colore – il sogno dell’integrazione e del melting pot aveva dovuto cedere alla dura realtà: ogni comunità era un mondo a se stante, separato, governato da una paura che troppo spesso trovava il proprio sbocco naturale nella lotta tra gang, nell’odio razziale, nella violenza. Il film era piaciuto a Milena e riandando ai pensieri della mattina… be’, c’erano molte vittime inconsapevoli e che avevano acquisito ognuno individualmente, il ruolo sociale conseguente al gruppo. Con la scrittura potevano uscire dal cerchio e gridare i diritti della loro piena individualità.
Quante sono le strade per la libertà? Nel suo piccolo mondo ormai da tempo Milena gustava quella libertà. Sebastiano era andato via di casa per studio, frequentava, con un programma Erasmus, un anno di università a Valencia, in Spagna, l’ultimo, e lei era contenta, Sebastiano anche.
Tittina quella sera gli parlò di Gianmario. Un nuovo fidanzato.
– Voglio che tu lo conosca presto.
Così Tittina le disse.
– Sarà come Stefano?
Rispose Milena
– No. Gianmario è tutt’altra persona. È un bancario. È serio, ma sa anche essere spiritoso e ironico al momento giusto. Grande segno di intelligenza.
Milena non pensava al carattere o al tipo di uomo. Era la relazione che si instradava sempre con uno stesso andamento. Era per quello che le relazioni, i rapporti d’amore di Tittina avevano una stessa durata con un uguale finale.
Lei, Milena dopo la separazione non aveva avuto più nessuna storia. Il figlio Sebastiano l’assorbiva troppo e poi? La mamma, il padre, Gianna, la sorella più piccola, il lavoro le prendevano tutto il tempo possibile. In un periodo lontano c’era stato un collega di lavoro che le piaceva: Tommaso, Tommy. Una storia interrotta sul nascere. Lui stette pochissimo in azienda e se ne andò chissà dove. Fuori città e forse dall’Italia. Si telefonarono per un mese; tutti appuntamenti mancati.
Milena si osservava spesso. Si guardava dall’esterno. L’immagine sullo specchio che guardava a casa prima di uscire, l’aveva bene impressa in testa. Così si vedeva mentalmente; si pensava guardata da altri occhi e allora… be’, sì era una signora. Una bella signora, molto charmante e con un sorriso ammaliatore. Seppure con un figlio ormai ventenne, Milena conservava una linea davvero invidiabile. Erano ancora molti gli uomini che la guardavano con interesse. Lei lo sapeva e ne andava fiera. Con Tittina era un continuo schernirsi, ma lei lo pensava: un amore poteva nascere in qualunque momento, lo desiderava. Per troppo tempo era stata assorbita dagli impegni famigliari e ora era il tempo di recuperare qualcosa per lei. Esclusivamente per la sua vita privata.
Milena stava vivendo un momento felice. Con Sebastiano a Valencia, la madre come il padre anziani ma in salute, era anche libera di programmarsi il tempo tutto per lei. D’accordo c’era l’impegno di lavoro e la pesantezza di stare fianco a fianco del principale e della moglie di lui, un tipo che a giorni indisponeva tutti, ma uscita alle 17:30 dal lavoro si sentiva una regina. Un giro con calma per i negozi, una salto in libreria anche solo per sfogliare le novità uscite e poi a casa, magari con l’occasione di uscire nuovamente con Tittina o per qualche invito dell’ultimo minuto da parte di alcuni amici della sorella Gianna – i suoi amici più grandi avevano la stessa sua età ed erano con il tempo diventati anche amici suoi – riempivano i giorni e la vita di Milena.
Gianna, la piccola, era una signorina. Meglio dire una ragazza. Oggi si rimane ragazzi per molto tempo e Gianna con i suoi 37 anni era la sgarzellina. Viveva ancora in casa con i genitori e non si vedeva all’orizzonte nessun cambiamento.
Gianna di flirt, cotte, amori e fidanzati ne aveva avuti diversi ma nessuno era durato più di tanto. Quando lei si separò da Marco, Gianna soffrì: era empatia e qualcosa di più. Anche a lei piaceva Marco e il dispiacere la colpì, come d’altronde tutta la famiglia, il papà Mario e la mamma Cestina.
Gianna, aveva otto anni quando uscì la canzone di Rino Gaetano al festival di Sanremo di quell’anno. Quella canzone la tormentò tantissimo. Quando compì vent’anni era ancora la Gianna, Gianna e Ma dove vai, vieni qua, ma che fai? Dove vai, con chi ce lhai? Vieni qua, ma che fai? Dove vai, con chi ce lhai? Di chi sei, ma che vuoi? Lei era stufa. Quella canzone, chissà come, era sempre di moda.
Con ciò, Gianna aveva un buon carattere. Sempre pronta al gioco, allo scherzo. Era ricca di amici e non mancavano mai gli impegni fuori dal suo lavoro: assistente in uno studio dentistico molto conosciuto in città.
Milena, da single, come si diceva, viveva bene. Gustava bene i suoi momenti di libertà: un figlio ventenne con cui aveva costruito un buon rapporto e una certa serenità, le davano una giusta sensazione di benessere. Che non arrivi proprio in questi momenti un amore a scompigliare tutto? Questo era un pensiero che ogni tanto le balzava nella mente: sono nella condizione ideale per innamorarmi. Ma perché? Chissà, forse si vuole aggiungere felicità alla felicità? O semplicemente si vuole spartire, condividere quel bel momento? Ricordò un passaggio de Il dottor Zivago, quando Juri, trovato un pollo nella Mosca attanagliata dalla fame, subito pensò di mangiarlo in compagnia di qualcuno: se avessi mangiato quel pollo da solo non lo avrei gustato, non si poteva mangiare nascosti quel pollo che nella città di Mosca in quel momento rappresentava la cosa più preziosa…
È vero, quando si sta bene si vorrebbe dividere questa magia, questa pace con tutti. Forse è per questo che rimaniamo fregati. Ci facciamo del male da soli. Meglio in due allora? La conclusione a cui arrivò tra tanti pensieri fu la più saggia: lasciamoci vivere. Lasciamo che la vita ci avvolga, ci trasporti e ascoltando l’angelo custode non si sbaglia mai.
Con Tittina negli anni passati aveva frequentato dei corsi di autostima, era stata Tittina ad insistere:
– Vedrai, nessun uomo poi riuscirà a farci fare quello che vuole.
Di corsi in verità ne aveva fatti diversi e tutti sponsorizzati da Tittina: ‘Pensiero Positivo’; ‘Reiki’; ‘Shiatsu’; ‘Attivazione mantrica’; ‘Lavaggio energetico’, ecc. Ogni corso lo aveva trovato interessante e sicuramente da ciascuno aveva tratto degli insegnamenti. Tittina, ogni volta era esaltata e si aspettava attraverso quei corsi, seminari e incontri un modo per acquisire potere; forse era quello lo sbaglio per cui dopo poco tempo passava alla ricerca di altri metodi o scuole di pensiero: era la ricerca della conquista di un potere che poteva solo venire da lei stessa.
Milena era più cauta e sapeva cogliere da tutto le cose che più interessavano a lei. L’angelo custode che ispirava Milena forse era la sintesi di un sentire elaborato dai corsi frequentati.
La nostra spiritualità e la capacità di ascoltare erano la strada per la saggezza; una saggezza naturale che preesiste al nostro essere: quella dellarmonia in Natura: questo in sintesi era quello che pensava Milena. Era l’elaborazione di pensieri nati dal seguire con curiosità i tanti corsi… forse più semplicemente frutto di un intuito, dalla capacità di affidarsi a se stessa senza resistenze.
Tittina invece era inquieta, intelligente e sempre attenta a tutte le manifestazioni culturali che avvenivano in città. Per Milena era comodo seguirla e farsi trainare: lei era il gazzettino della città. Dai pettegolezzi della borghesia ricca alle manifestazioni più disparate, Tittina forniva un osservatorio privilegiato.
Tittina fece conoscere, a Milena, Gianmario nell’incontro del venerdì successivo; quella sera si presentò abbracciata al nuovo fidanzato tutta radiosa.
Una storia che si snoda tra Europa e Africa; un racconto sui sentimenti di una coppia separata da anni e con un figlio, ormai ventenne, che deve decidere del suo futuro.
Sul cammino, sulla strada di ognuno, succede sempre qualche cosa di imprevisto che impone decisioni.
Un libro fatto di libri: sono molti quelli citati. Ogni libro è inserito nella storia raccontata, quasi a ricordare che le storie si legano tutte: sono le storie di uomini e di donne che vivono in una narrazione più grande.

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