AA.VV. Claudio Asciuti
FantaLigustico

Titolo FantaLigustico
Storie d´ombre e di misteri
Autore AA.VV. Claudio Asciuti
Genere Narrativa - Fantascienza      
Dedicato a
Un’antologia di autori che tocca i generi del fantastico e i luoghi della Liguria in epoche e contesti diversi. Dedicata a Gualtiero Schiaffino
Pubblicata il 11/09/2015
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Editore associazione culturale edizioni Liberodiscrivere
Collana Il libro si libera  N.  159
ISBN 9788899137687
Pagine 252
Note Racconti di Bruce McAllister, Adalberto Cersosimo, Angelo Marenzana, Pierfrancesco Prosperi, Franco Ricciardiello, Sergio Badino, Oskar Felix Drago, Domenico Gallo, Giovanni Giaccone, Stefano Roffo, Giampietro Stocco, copertina di Matteo Anselmo
Prezzo Libro 16,00 € PayPal

Versione Ebook

ISBN EBook 9788899137809
Prezzo eBook 4,99 €
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"FantaLigustico" - Storie d'ombre e di misteri raccoglie racconti di undici autori, – nella maggior parte liguri, ma con ampia presenza di «stranieri» – ripercorre parte della geografia ligure e ne descrive la realtà fisica: spazi che si aprono e si richiudono fra gallerie ferroviarie e oliveti lungo le Cinque Terre; antiche saghe sulla vita e sulla morte lungo la Via del Sale; una guerra napoleonica nel Ponente; una Genova settecentesca in cui, per combattere l’influsso nefasto di un avventuriero veneziano, si ricorre alla magia; una Superba degli anni Quaranta nel cui centro storico s’intrecciano segreti politici e misteri paranormali; un’altra Genova, stavolta del futuro, in cui allo scontro generazionale s’affianca quello fra bande; una Lerici passata, non ancora luogo di turismo di massa, ma immersa in un’atmosfera quasi pre-industriale; un’isola del Tino che è sì spazio militarizzato, ma con prospettive sotterranee che riportano a un mondo altro; un immaginario paese dell’entroterra teatro di fenomeni supernormali e suicidi di massa.
 
1 - Terra, paesaggio, letteratura fantastica
Ogni terra ha il suo orizzonte geografico, il suo popolo, la sua cultura e di conseguenza la sua narrativa.
Il Romanticismo tedesco chiamava Volk questo rapporto, intendendo con ciò più che il popolo stesso, il legame fra terra e uomo come legame culturale, psicologico, insieme delle componenti geografiche e umane di uno spazio; essenza insomma di un popolo ma immersa di volta in volta nel territorio, nella natura stessa, nel cosmo; carattere, sensibilità, empatia con un luogo, più che sangue; qualcosa di molto vicino a ciò che Yi Fu Tuan, il celebre geografo cino-americano, descrive nei suoi testi, in particolare in un lavoro del 1974, Topophilia: a study of enviromental perception (1), Il luogo per lui ha un suo carattere specifico, intesse una rete di sentire e comprendere, ogni luogo ha una sua “personalità”, una sua “identità”, è nel suo essere unico, e in modo particolare a quei luoghi reputati sacri. Con essi l’osservatore è coinvolto nel “campo d’attenzione”, un insieme di rimandi e sensazioni che costruiscono lo specifico del luogo; con cui stringe un legame percettivo-emozionale molto forte, la topophilia, amore ed attrazione verso un luogo dalle particolari valenze: simboliche, estetiche, affettive, che ognuno di noi stabilisce. Secondo Yi Fu Tuan la relazione è ancora più forte quando il luogo preso in esame è un luogo “sacro”, o tale creduto per svariati motivi attinenti alla relazione con il soprannaturale, l’oltreumano, il numinoso; in questi luoghi vive quel che i latini chiamavano Genius Loci, ovvero la deità protettrice di uno spazio che abita e conserva e protegge, ma che trova la sua migliore e più antica formulazione nella frase attribuita a Talete di Mileto: tutto è pieno di Dèi, intendendo con ciò che ogni ente - pianta, fonte, roccia - contiene in sé una divinità tutelare, e quindi non esiste separazione fra sacro e profano, ma ogni spazio è di per sé sacro.
Se ogni terra ha il suo spazio, la sua gente e la sua cultura, è naturale che ci sia chi ha cercato di vedere il legame fra spazio e cultura intesa nella sua accezione fantastica; di investigare la relazione che si viene sviluppando fra gli scrittori di materiali fantastici e la loro terra; compito che fu di Italo Calvino con Fiabe italiane raccolte dalla tradizione popolare durante gli ultimi cento anni e trascritte in lingua dai vari dialetti da Italo Calvino (1956), o per venire a territori locali, da Pino Boero e Beatrice Solinas Donghi in Fiabe liguri (1982). D’altronde l’idea che ci fosse un legame fra territorio e letteratura fantastica, ad onta della (come vedremo, presunta) scarsa disposizione nazionale al fantastico, nel corso degli anni cominciò ad emergere un po’ ovunque: su una linea di letteratura per così dire “alta”, quando Enrico Ghidetti e Leonardo Lattarulo curarono Notturno italiano (1985), Monica Farneti Racconti fantastici di scrittori veristi (1990), Lucio D’Arcangelo e Fausto Gianfranceschi Enciclopedia fantastica italiana (1993).
La narrativa italiana “alta”, quella dei classici, insomma, pareva aver molto da dire a proposito sul fantastico. E l’altra… la sua sorella minore? La spesso ignorata, e con malcelato disprezzo posta a lato dai critici? Quella che chiamiamo lettera “bassa” o “di genere”? Nonostante tutto godeva di un certo carbonaro prestigio, in tutti i suoi paradigmi. Dal mondo delle riviste ciclostilate, alle prime opere a stampa, dalle riviste edite in tipografia, dagli anni Sessanta in poi diversi iniziative antologiche cominciarono a radunare autori: Iniséro Cremaschi e Gilda Musa, con I labirinti del terzo pianeta. Nuovi racconti italiani di fantascienza (1965), il solo Cremaschi con Universo e dintorni (1979) e nei primi anni Ottanta con la rivista La collina; poi Vittorio Curtoni, Gianfranco De Turris, Gianni Montanari, curatori per la rivista Galassia di Destinazione uomo. Tendenze della SF italiana (1970), e Fanta-Italia. Sedici mappe del nostro futuro, (1972). Spirito carbonaro che nel corso degli anni andò mutandosi in res publica, esperienza di scrittura italiana che venne pian piano determinandosi. Vale la pena ricordare inoltre, nel campo della fantasia eroica (narrativa che trae origine dal mondo greco e latino, dai poemi epici francesi e inglesi, dalle esperienze italiane, e che sfocia a partire dall’Ottocento negli ambienti di lingua inglese con i primi romanzi, per esplodere poi nel corso del Novecento con Robert Howard e Fritz Leiber da un lato e dall’altro con quella di Ronald Tolkien), le antologie di Gianfranco De Turris, vero e proprio scopritore di talenti del fantastico nazionale, che a più riprese lavorò in tal senso: Le spade di Ausonia (1982), curato assieme a Sebastiano Fusco, e I guerrieri di Ausonia (1982); a cui fece seguito, nel corso degli anni Ottanta, tutta la serie di volumi curati da Gianni Pilo, altro difensore della cultura nazionale fantasy, con Spade e incantesimi (1984), Magie e stregoni (1985), (1986) Daghe e malie (1988)… e non è un caso che il lettore possa ritrovare fra gli antologizzati di allora lo scrivente, e almeno uno di coloro che hanno collaborato alla nostra antologia, l’inossidabile Adalberto Cersosimo.
Nel corso degli anni Ottanta e in seguito De Turris fu l’operatore culturale che maggiormente lavorò, contro tutto e tutti, per promuovere una linea italiana al fantastico, sebbene l’editoria - come sempre nella nostra sfortunata nazione - ammalata di esterofilia fosse interessata a tutt’altri prodotti. Basti pensare alle antologie dei finalisti del premio di narrativa fantastica dedicato a Tolkien, organizzato ogni anno dall’editore Solfanelli; alla narrativa horror, Gli eredi di Cthulhu. Nuovo orrore italiano (1990); fino a Roma fantastica. Orrori e misteri di ieri, oggi e domani (2005), in cui il curatore indaga proprio in quella direzione - il Genius Loci dell’Urbe, declinato nelle poetiche di diversi autori.
Ma lo scrivente ricorda con gran piacere l’opera che, sul modello calviniano, De Turris preparò - una grande antologia italiana, in cui diversi autori, uno per regione, avrebbero letto e modernizzato i miti locali. L’antologia non si fece; altri tempi: come abbiamo detto, l’esterofilia è la grande e incurabile malattia italiana…
2 - Fantastico e giallo in Liguria
Il problema del rapporto fra cultura, orizzonte geografico, luogo sacro e Genius Loci per la Liguria si pone in un modo un po’ differente. Genova non è l’Urbe, la cultura romana non fu quella ligure, e i Liguri, etnia particolarmente bellicosa, non sembravano amare in modo particolare il mythos. Ciononostante un mito fondazionale ne tramanda la genesi: Cycnus, re dei Liguri, amico o parente di Fetonte, il figlio del Sole, colto da una forma di follia prese il carro paterno guidandolo dall’impazzata lungo la volta del cielo, fino ad appiccare il fuoco alla Terra. Zeus intervenne a questa visione, colpendo con la sua folgore l’auriga che cadde dal cielo nelle acque dell’Eridano (l’odierno Po). Le sorelle di Fetonte, le Eliadi, piangono la morte del fratello e Zeus commosso le trasforma in pioppi, e le loro lacrime muta in ambra; poi si rivolge all’addolorato Cycnus che a sua volta piange il defunto, e lo trasforma in cigno, animale che nella crisi della morte inizia un suo bellissimo e definitivo canto fino a trasformarsi nella medesima costellazione. Il mito correla alcuni temi della relazione culturale indoeuropea fra terra e sangue: l’ambra, prezioso materiale proveniente dalla regioni iperboree; il cigno, simbolo della bellezza e della luminosità; il canto, che torna spesso negli autori classici come segno della musicalità dei Liguri.
Ciononostante l’orizzonte culturale dei Liguri si è rivelato arma a doppio taglio; uomini ben lontani dalla civiltà mediterranea di impronta greca, e recalcitranti verso quella romana che dovette guerreggiare per annettere i loro territori, gli antichi liguri non hanno mai amato la letteratura, quasi che impegnati a trarre sostentamento dalla loro scarsa terra e dal mare (prima in qualità di cacciatori, contadini e pescatori; poi marinai e mercanti; e infine commercianti e costruttori di navi) avessero poco tempo da dedicare a essa. Chiusi, “mugugnoni”, risparmiatori se non taccagni, navigatori e grandi commercianti, forse impenetrabili al Genius Loci ligure, che se pure ha eccezionalmente prodotto grandi autori di poesia, ha traversato la storia della cultura italiana dell’Ottocento e del Novecento, nel campo della narrativa, con una certa esitazione. Basti leggersi i due volumi collettanei La letteratura ligure dell’Ottocento e La letteratura ligure del Novecento (2) per rendersene conto.
A partire dagli anni Novanta dello scorso secolo, infine, la narrativa ligure si è caratterizzata (o è stata caratterizzata) da un impegno rivolto verso quei generi che siamo soliti definire noir e giallo. Ed è naturale che sia così, dal momento che uno dei primissimi autori di giallo fu un ligure, il ventimigliese Alessandro Varaldo (1878-1953); ligure fu Magda Adami Cocchia, che scrisse racconti gialli fra il 1934 e il 1939; liguri furono Edoardo Guglielmino, il cui esordio risale a Storie di mala (1970); Giulio “Gogo” Pelli, nativo di Bonassola, e Carlo A. Rizzi, autori l’uno di Morte psichedelica (1972) e l’altro de I cioccolatini di Soziglia (1985); le due vincitrici del Premio Tedeschi, Claudia Salvatori con Più tardi da Amelia (1985), Annamaria Fassio Tesi di Laurea (1999). Il nuovo secolo si è aperto con una massiccia leva di coscritti giallisti, ed è così che è nato quello che definiamo il “giallo ligure”, via via sempre più diffuso.
Ma il giallo ligure, e in modo particolare quello genovese, parla un codice ristretto, incomunicabile a chi non appartiene all’orizzonte geografico, ed è colmo di archetipi oramai consunti, degradati da contesto fondazionale a stereotipi incolori, a folklore locale, a effetto macchiettistico; spesso più che l’indagine in sé, è la riconoscibilità del luogo che attrae, e il piacere della ripetizione che è alla base degli scritti seriali qui diventa locale abitudine, chiave di lettura. Il lettore medio del giallo genovese compra il libro perché il libro spesso lo riporta a quella che era la Genova del suo passato, la Genova perduta, quella che tutti noi portiamo dentro e a cui inevitabilmente torniamo dinnanzi alla bruttezza della Genova odierna, alla sua esibita ineleganza, alla sua volgarità. Il lettore medio ritorna nella sua lettura padrone del Centro Storico da cui è stato allontanato dal multiculturalismo, risente il profumo della focaccia e il gusto del bianco, indaga su vecchie espressione dialettali che nessuno ricorda e in mezzo a tutto ciò, se poi c’è un mistero da risolvere, ancora meglio; sempre che questo possa esser risolto giocando d’anticipo.
Così questa padronanza (del territorio e dei mezzi di comunicazione) da parte della narrativa gialla ha di fatto reso impossibile la crescita e lo sviluppo di qualunque altro genere. Un autore di lungo corso come Danilo Arona che ha studiato a Genova, e al territorio dell’Appennino ligure ha dedicato il bellissimo horror Montebuio (2009) e diversi racconti, ha pubblicato un solo romanzo presso un editore genovese, Black Magic Woman (2006); meglio ha fatto Giampietro Stocco, romano di nascita e genovese d’adozione, che è riuscito a pubblicarne quattro: Nero italiano (2003), Dea del Caos (2005), Figlio della schiera (2007), La corona perduta (2013), per tre diversi editori; ma trattandosi di romanzi ucronici il concetto del fantastico e della fantascienza risultava necessariamente sfumato.
Da ciò si evince come tutte le iniziative legate al mondo del fantastico ligure siano state tacitate, messe in disparte, obliate se non rimosse al loro semplice apparire; la cittadinanza (le cittadinanze) hanno ignorato gli eventi, se non nei casi di rassegne e festival cinematografici, ma sempre con uno sguardo sfuggente; e, nel caso della narrativa, poi pur avendo potenzialità espressive e commerciali a livello nazionale, le opere degli autori liguri sono state cancellate dal disinteresse degli editori, dall’imperizia di alcuni casi o dalla crassa ignoranza di altri, motivo per cui ancor oggi la Liguria è caratterizzata come terra di giallisti.
E naturalmente, non è vero.
Se ripercorriamo dagli inizi la storia della narrativa di genere in Liguria, ci rendiamo conto che la realtà è un po’ diversa. A Genova ci fu un biennio in cui il grande Emilio Salgari, “padre degli eroi”, visse e lavorò per l’editore Donath, tedesco di discendenza ma operante a Genova, e per cui diresse in seguito Per terra e per mare, una delle riviste in cui all’avventura si mescolava la protofantascienza, a segnare per così dire il passo. E fu l’Alessandro Varaldo di cui sopra a sancire l’identità che spesso aleggia fra scrittori di giallo e scrittori fantastici, pubblicando nel 1913 Mio zio il diavolo, che contiene parecchi spunti relativi al genere, ma ancora di più dal 1914 al 1931 diversi racconti fantastici, in parte antologizzati in Le notti incredibili (1931); per non parlare del genovese Egisto Roggero (Genova, 1867-Milano, 1930), che con Komokokis (1902) scrisse uno dei primi romanzi di protofantascienza (3), e con Nao-ne (1928) la propria utopia naturista; e per venire a tempi più vicini, Minnie Alzona con La strega (1964) indagò invece nei processi di stregoneria di Triora - e molti anni prima che Triora diventasse un luogo dell’immaginario alla moda - e nel corso degli anni Settanta scrisse diversi racconti di fantascienza, pubblicati nelle antologie curate da Inisero Cremaschi; Giuseppe Conte, che a partire da L’oceano e il ragazzo (1983) e Equinozio d’autunno (1987), fino al recente Il male veniva dal mare (2013) ha aperto la via alla riscoperta narrativa del mito.
E stiamo parlando solo dello sviluppo della narrativa “alta”; per quel che riguarda la sorella povera, sono gli anni Sessanta che cominciano a produrre i primi frutti; Remo Guerrini, il più antico scrittore di fantascienza ligure, esordì nel racconto con L’ultimo (1964); ma ci vollero un bel po’ di anni perché il suo romanzo Pelle d’Ombra venisse pubblicato (1979). In seguito, in ordine d’esordio, sono venuti lo scrivente (1978), Mariella Bernacchi (1978), Clara Rubbi (1979), Alberto Lehman (1980), Benedetto Pizzorno (1983), Gloria Barbieri (1983), Domenico “Nico” Gallo (1986), Roberto “Bob” Quaglia (1988), Milena De Benedetti (1993), Alessandro Vietti (1995), Giulio Cesare Giacobbe (2001) Giampietro Stocco (2003), Andrea e Giovanni Cara (2003), Stefano Roffo (2006), Oskar Felix Drago e la coppia Denise Bresci-Ugo Polli (2013).
A fianco di questa produzione letteraria ripartita in racconti e romanzi scaglionati nell’arco di decenni anche con case editrici nazionali (Mondadori e Fanucci, la defunta Nord), si poté assistere, nell’assoluto disinteresse regionale, a una serie di presenze collettive: un ottimo esempio può essere la rivista La Bancarella, diretta dall’infaticabile Gualtiero Schiaffino (Camogli, 1943-2007) a cui è dedicata quest’antologia, coadiuvato dall’altrettanto infaticabile Ferruccio Giromini, che tenne a battesimo molti scrittori e disegnatori liguri e in modo particolare lo scrivente, transitato così alle pubblicazioni professionali; altre piccole realtà, fanzine come Crash e Kadath, gruppi di performer come Il collettivo delle Ombre, iniziative culturali come la sezione locale di Un’ambigua utopia, emanazione del gruppo milanese, di cui il saggista Antonio Caronia, nato a Genova e trasferitosi a Milano, era divenuto il leader; fino a UFO, il gruppo che organizzò nel 2007 la manifestazione intitolata Fantastica/mente e che vide parecchi dei nomi sopra citati impegnarsi in dibattiti e conferenze…
Insomma una realtà (e molte realtà) sostanziali che fanno sì, come rilevava Carlo Bordoni presentando a Genova IF - Insolito & Fantastico, la rivista di critica edita da Tabula Fati, che lo zoccolo duro dei collaboratori sia composto soprattutto dai liguri; lo stesso Bordoni infatti ne arruolerà un paio fra gli autori della Guida alla letteratura di fantascienza da lui curata (2013). Se non c’è stata una scuola, quindi, è esistita da sempre una realtà costante, una fluttuazione di gente e di lavoro; ma i liguri se ne sono mai accorti? Mai, neanche in epoca di social network, i liguri hanno avuto la percezione che nella loro plumbea città fiorissero gli scrittori fantastici, se non quando Giampietro Stocco curò per RAI 3 un servizio di interviste ai diversi autori.
Ma questo fa parte, come vedremo, della complessità del carattere locale.
3 - L’antologia
L’antologia raccoglie racconti di autori nella maggior parte liguri, ma con ampia presenza di foresti. Come vedremo, copre un ventaglio di proposte che corrono lungo i generi del fantastico, e sfiora o tocca diversi luoghi canonici e no della Liguria, descritti in epoche e contesti diversi. Ogni scrittore ha avuto la possibilità di adoperare il suo canone, il suo genere, il suo spazio, il suo codice, senza che ci fossero interventi di sorta. La massima libertà è stata insomma a tutti assicurata; alcuni hanno scritto appositamente un racconto, altri hanno ripubblicato lavori giù editi; alcuni avevano già pronto un lavoro rispondente ai requisiti richiesti. Il solo vincolo era che il racconto fosse ambientato in Liguria, e tutti l’hanno rispettato. Ma quel che maggiormente c’interessa capire, a questo punto, è il modo in cui l’hanno rispettato. In altri termini: fino a che punto uno scrittore stringe un legame con la sua terra (o con una terra a cui è particolarmente legato, come nel caso degli scrittori extra-regionali), e con essa stringe una relazione significativa?
Iniziamo con l’ospite d’onore, come si conviene in questi casi: ovvero con Bruce McAllister (1945), scrittore e insegnante americano che ha abitato, quand’era bambino, per due anni a Lerici, stringendo un legame emotivo forte con il territorio ligure, al punto di dedicarvi a esso diversi lavori, e ultimamente A Village interior (4).
La Signora è appunto ambientato a Lerici, dove il giovane Brad, figlio di un ufficiale della marina di stanza a La Spezia, vive e studia alla scuola italiana, con i figli dei pescatori. Suo mentore è il professor Brigola, coltissimo ma deformato da una disabilità di cui si ignorano le cause; amante del mondo greco e in modo particolare di Omero, il professore invita i giovani a confrontarsi con il mito. Brad è affascinato alle sue lezioni, ma anche dal mondo dei pescatori; invitato spesso a uscire in barca dagli amici è costretto a rifiutare, dal momento che i genitori considerano quest’attività pericolosa. Il giovane obbedisce, ma fino a quando non viene invitato a un’uscita notturna, nella notte più pescosa dell’anno, quando la Signora del Mare si manifesta. L’uscita notturna precipita però verso l’orrore, e prosegue con una serie di ribaltamenti di cui non è possibile far cenno, per non togliere la suspence (che è parecchia) al lettore. Aggiungiamo solo che la narrazione, come si è aperta con la venuta a Lerici, si chiude magistralmente con il ritorno negli States e un imprevedibile finale.
La percezione di McAllister del topos lericino è quanto più di vicino possibile alla realtà di allora, al legame della topophilia così come l’abbiamo inteso fino ad ora; una relazione emotiva con il panorama fisico e culturale di un luogo, a dimostrazione che il Volk non necessariamente è un legame di sangue e suolo come volevano i romantici tedeschi, ma una relazione privilegiata. Verrebbe quasi da dire che la percezione radicale di un luogo (e la ri-fondazione mitica) è costitutiva di un individuo predisposto a capire quel che il luogo suggerisce, grazie (magari) a Omero e al mondo greco che fanno da tramite fra luogo e individuo, a una tonalità affettiva particolare che permette la comprensione del Genius Loci sebbene non si appartenga al luogo di nascita. Carl Gustav Jung avrebbe parlato a questo punto di archetipi extrasensibili che, comuni a tutti, depositano e sedimentano i loro simboli nel mondo sensibile.
Ed a riprova di ciò, ecco quel che ci scrive lo stesso McAllister a proposito del suo legame ligure (5):
Qualche dettaglio sui due anni trascorsi a Lerici dalla mia famiglia.
Ho frequentato la scuola media di Lerici per due anni, dal 1959 al 1961. Il mio insegnante è stato lo straordinario professor Rigola, che mai dimenticherò. I miei genitori, mio fratello, mia nonna e io vivevamo in Via San Giuseppe, nella villa La Lupetta. Mio fratello Giovanni, di quattro anni più piccolo, ha frequentato la scuola nello stesso edificio. Nostro padre, il capitano James McAllister, era un ufficiale della Marina che lavorava al SACLANT ASW Reserach Centre a La Spezia mentre noi vivevamo a Lerici. Fu nostra madre, insegnante, che decise che avremmo dovuto vivere a Lerici e frequentare lì la scuola.
Dopo McAllister un secondo gruppo di scrittori extra regionali che hanno subito accettato l’invito a partecipare alla nostra antologia.
Adalberto Cersosimo (Casale Monferrato, 1943), come abbiamo visto, è un appartenente alla Vecchia Guardia, la generazione che negli anni Sessanta ha fatto grande in Italia la narrativa fantastica. Cersosimo ha un lungo curriculum che parte con l’epopea delle prime fanzine (le riviste ciclostilate che gli appassionati cominciarono a produrre negli anni Sessanta), proseguendo soprattutto attraverso la narrativa breve fino a Il ciclo dell’Impero (2000) senza contare i suoi diversi interventi sul fantastico e soprattutto alpino, ed è un buon conoscitore della Liguria e soprattutto di quella del Ponente per motivi diversi (fra cui la passione per la montagna). Il suo contributo, Torneranno, è infatti ambientato a Ceriale e a Montebruno ma tocca un po’ tutto l’arco della costa e si rivela come una variazione su temi clipeologici. Il professor Rebora, neuropsichiatra, invita un amico a Ceriale e lo pone di fronte a una serie di fatti inquietanti: uno stato di alterazione della coscienza simile alla catatonia, che ha colpito, e solo nel Ponente, nove ragazzi fra i nove e i diciassette anni. Valentina, il caso studiato da Rebora, è uscita dalla catatonia con ricordi di altri mondi che non conosce. Il passo successivo è l’incontro un altro paziente, e con la descrizione del suo incontro con una figura che egli chiama “il Vegliante”. Il racconto, ispirato, ma molto alla lontana, al celebre caso Zanfretta (6) nonché all’epopea dei contattisti, in realtà non è così ufologico e fantascientifico come potrebbe sembrare ad una prima lettura; come spesso accade la narrativa di Cersosimo si apre a diversi livelli: in questo caso abbiamo di fronte tutta una serie di cronache di viaggiatori provenienti dall’altrove, che affondano le loro radici nella nomadologia medievale, e che hanno fatto la fortuna di Fort di Kolosimo e di von Daniken. Altrove la riflessione è strettamente metanarrativa, quasi di un fantastico ricorsivo, ovvero di riflessione su come i materiali narrativi vengono generati; i due amici sono appassionati di narrativa fantastica, vogliono scrivere le loro esperienze in forma di racconto. Quel che si vive - e quel che si racconta - diventano i termini interscambiabili di un rapporto che s’appropria di una realtà altra e la frange sulla nostra quotidiana.
E a proposito della sua vocazione ligure, così ci scrive:
Contrariamente a quanto si potrebbe supporre il mio amore per la Liguria non ha origine su qualche spiaggia affollata, bensì sui sentieri dell’entroterra (Carmo di Loano, Ravinet, valloni di Toirano) frequentati già da quando, ancora studente, raggiungevo i familiari in vacanza a Ceriale poi a Loano. Negli anni successivi con moglie ed amici escursionisti ho battuto a tappeto gli itinerari del parco di Portofino, delle Cinque Terre, del Rama, dell’Argentea, della Punta Martin e della Baiarda. Come turista ho visitato spesso i paesi dell’Imperiese da Pietrabruna (dove risiedono i cugini di mia moglie) ad Apricale, da Dolceacqua a Triora.
Angelo Marenzana (Alessandria, 1954) è uno scrittore che ha toccato un po’ tutti i generi, e ultimamente si è rivolto all’indagine, nera, più che fantastica, con diverse precisazioni storiche come dimostra la sua ultima fatica, L’uomo dei temporali (2014), sebbene egli sia un amante dell’horror e il suo esordio scritturale risponda a esigenze fantastiche. Non a caso ha ambientato il suo lavoro in epoca storica, lungo la Via del Sale, ovvero la strada che anticamente conduceva i mercanti da Genova lungo le valli Scrivia e Trebbia fino in Piemonte. L’ambientazione seicentesca è legata alla peste che imperversò a Genova, causando un disastro politico ed economico da cui la Repubblica non si riebbe più, ma qui diviene contesto per un breve ed incisivo ritratto di Bartolomeo Dal Pozzo, in fuga dalla città, che nei pressi di Vobbia incontra nell’ultima stazione di posta il suo destino. Gli ultimi superstiti della peste, il fabbro Alessio e il figlio Battista che lo ospitano, sono due figure simboliche: Alessio, suo evidente doppelgänger, in particolare è stato toccato dalla medesima sorte, ha perso la moglie per la peste; Battista non parla, si esprime attraverso il suono del suo piffero e (come il protagonista del racconto di Gallo) è dotato di potere di chiaroveggenza. Guardiani della Soglia, per così dire, che accudiscono al compito a cui Bartolomeo sembra esser destinato, la caccia al lupo, resa ancor più pressante dalla miseria e dalla ricca taglia posta su di esso. Breve e folgorante descensio ad inferos del protagonista, con una serie di campi di prospettive, che ribaltano gli antecedenti e mutano un racconto storico, dal solido retroterra verista, in un racconto fantastico.
Anche Marenzana ci scrive a proposito della nostra regione:
I miei rapporti con la Liguria sono quelli tipici di un “confinante” alessandrino, invidia per il sole e il mare, mentre noi dobbiamo fare i conti con il grigio della nebbia, la seconda casa in riviera, l’ospedale San Martino a Genova in caso di malattie gravi ecc… Nel mio caso specifico ci sono poi le estati dell’infanzia trascorse sulle spiagge di Pegli, Varazze, Noli, Spotorno. E gli anni dell’università con una laurea presa nei corridoi di via Balbi 4 dove campeggiavano stelle a cinque punte, tra rapide fughe in via del Campo alla mensa o a strafogarsi di focaccia e torta pasqualina nei locali di Caricamento in mezzo a una marea di uomini e donne sbarcati da ogni parte del mondo.
E a proposito dell’ambientazione geografica del suo racconto aggiunge:
Per motivi di lavoro ho vissuto 22 anni a Domodossola. Fra le varie cose, ho acquisito il piacere delle escursioni in montagna, del cogliere particolari e sfumature. Caratteristica che ho conservato anche nel corso delle (purtroppo poche) passeggiate che ho fatto sugli Appennini tra Piemonte e Liguria dove ho avuto modo di visitare i luoghi narrati. In più, in quegli anni, ho scoperto quanto Domodossola sia stato un punto cardine della Via del Sale in direzione nord Europa, e il nobile Stockhalper è stato un personaggio che ha segnato la cultura e la sua architettura cavallo fra Ossola e la Svizzera Vallese. A tutto questo aggiungerei che, per vari motivi personali, ho visto nascere e crescere il tratto autostradale Volti-Alessandria-Gravellona Toce-Sempione, Un percorso che ho cercato di rendere anche sul piano narrativo.
Pierfrancesco Prosperi (Arezzo, 1945) è un altro appartenente alla Vecchia Guardia, e il suo esordio è stato seguito da un insieme di racconti e romanzi che hanno man mano virato verso l’ucronia, fino ai due romanzi La Moschea di San Marco (2007) e La casa dell’Islam (2008) che anticipano e prefigurano in chiave nazionale ciò che Michel Houllebecq ha scritto con Submission (2014). La comparsa di Barbaredo, un racconto precedentemente apparso nella sua antologia personale (7) che assieme a La scomparsa di Manarola (8) costituisce un suo personale omaggio al mondo delle Cinque Terre, quell’area incantata del Levante funestata purtroppo da sciagure idrogeologiche che è Patrimonio dell’Umanità, ma di cui i Liguri spesso sembrano non accorgersi se non appunto in occasione di suddette sciagure… Il misterioso paese di Barbaredo appartiene di buon diritto alle terre immaginarie e ai luoghi perduti, che hanno attraversato i miti greco-latini, i commentari e i diari di viaggio medievali. Luoghi aspecifici della cultura tradizionale, che partendo dall’Atlantide di Platone e dall’Ultima Thule che vide il massaliota Pitea infaticabile scopritore, è proseguita nella narrativa disperdendosi in tutto il globo terracqueo. Prosperi ha sempre avuto la capacità di provocare, nella sua narrativa, un senso di spaesamento nel lettore e la scelta di utilizzare un luogo così familiare al lettore ligure (e conosciuto comunque anche dal lettore extraligure) caricandolo di significati “differenti” va letta in questa direzione; Barbaredo è il paese dove casualmente i due protagonisti giungono: luogo dell’utopia, lontano nel tempo e nello spazio, ma facilmente riscopribile per chi abbia davvero voglia di ritrovarlo.
Franco Ricciardiello (Vercelli, 1957), vincitore del Premio Urania nell’anno 1997 con Ai margini del Caos, e autore di romanzi e racconti sia di genere fantastico che giallo, non ha voluto mancare questo appuntamento ligure, mandandoci La rosa bianca di Bonaparte, un racconto già edito (9) anche fuori dal circuito nazionale, che ci porta indietro nel tempo, nel 1796, quando un giovane generale còrso guida il suo esercito rivoluzionario contro l’ancien régime che ancora alberga in quella che diventerà l’Italia. Ma per uno di quegli scarti di significato nel corso del tempo, quelli che di fatto producono ucronie, il mondo che Ricciardiello descrive non appartiene alla nostra linea temporale: la Rivoluzione francese è stata oltreché politica, tecnologica, e i francesi a differenza del resto dell’Europa posseggono carri armati a vapore, cannoni elettrici e automi meccanici, addirittura hanno dalla loro parte Alessandro Volta che illumina a giorno Parigi. In questo rovesciamento prospettico i disegni politici sembrano sul punto di saltare: non a caso il titolo rimanda alla “Rosa bianca di Tallien”, ovvero Thérésa Cabarrus, deputata girondina e amante e sposa di Jean Lambert Tallien, l’uomo che organizzò la fronda contro Robespierre. Lasciando ai lettori la possibilità di indagare ulteriormente, chiudiamo con queste righe che l’autore ci ha scritto:
La Liguria è sempre all’orizzonte del Piemonte, dove io sono nato e vivo; quand’ero ragazzo, era la naturale destinazione di una gita al mare senza troppo impegno, raggiungibile anche in motociclo. Il fratello di mio padre viveva a Genova, appena si scollinavano i passi sull’Appennino il clima cambiava drasticamente, dall’inverno a una stagione più mite alla quale non eravamo preparati.
E infine ecco il gruppo degli scrittori liguri:
Sergio Badino (1979) è uno sceneggiatore genovese. Il suo racconto appartiene a un ciclo, quello di Michele Palma, archeologo e detective dotato di facoltà paranormali che gli permettono di stabilire una rete d’empatia fra persone e cose. Il giovane viene in questo caso arruolato dall’avvocato Arbasino per un’indagine abbastanza particolare, incentrata sulla figura del padre, che sopravvissuto alla guerra e alla prigionia in un campo di concentramento tedesco, al ritorno e senza più remissione diede segni costanti di squilibrio. La chiave di tutto, secondo l’avvocato, è nell’isola del Tino, tema ricorrente nelle ossessioni paterne, dove Palma si reca con la giovane Carla, figlia di Arbasino, per investigare. Al secondo tentativo il detective riesce a superare le difese dell’isola e a scendere nelle cavità ipogee che ne frammentano il suolo: a questo punto il giallo vira verso il fantastico, e complice l’incontro insospettato con un antico guardiano, si apre una propria discesa agli inferi che riassume in sé sapienza e magia celtiche. Esempio della moderna commistione fra generi, il racconto di Badino appartiene, a cominciare da un linguaggio tipicamente hard-boiled, a quell’ibridazione difficile che coniuga indagine e fantastico, terreno accuratamente evitato dagli autori italiani che amano mantenersi all’interno della codifica di genere.
Oskar Felix Drago (1990) è l’autore più giovane dell’antologia. Onore ai caduti è in realtà un’astrazione urbana, in linea più che con il fantastico strictu senso con il fantapolitico, e porta l’attenzione del lettore a quei mondi descritti da Anthony Burgess, o Philip K. Dick, a quel piccolo capolavoro che fu La bomba ai giovani (1961) dell’americana Kit Reed., o se vogliamo restare ancorati a moduli realistici, dalle bande di I ragazzi della via Paal (1906) di Ferenc Molnàr, a quelle dei Mods e dei Rockers (della cui epica “battle of Brighton” è caduto proprio quest’anno il cinquantenario), fino ai loro epigoni cinematografici. Nel distopico futuro genovese la città è in preda alla violenza urbana, praticata però non come oggi da bande di allogeni ma di studenti liceali e universitari, secondo uno schema che inquadra la città in una rete di alleanze. Fulcro della situazione è il liceo D’Oria, dove l’élite degli studenti vive asserragliata, ma da cui una notte un gruppetto tenta una sortita in cerca di uno spacciatore. La narrazione procede svelando i motivi alla base di questa funesta situazione disgregante dal punto di vista sociale, letta con lo sguardo di chi omunque degli eventi è partecipe. Con alcuni ribaltamenti che non conviene qui raccontare. In questo senso i luoghi topici della società genovese (il D’Oria, liceo per antonomasia che ha sempre formato i “quadri” della società genovese) stemperano la topophilia di cui sopra in una claustrofobica visione, in cui la città si trasforma in un’arena gladiatoria.
Domenico “Nico” Gallo (1959) appartiene al variegato gruppo di cui sopra, i liguri navigatori di lungo corso del fantastico. Con Vedi la mia gente che non può morire ha compiuto un’operazione di recupero storico, investigando nella Genova dei tempi andati, quella dei giorni dell’attentato di Pallante a Togliatti. Navigatore fantastico con propensione alla storia, all’attivo un’antologia di narratori come Storie della Resistenza (2013), Gallo ha lavorato sulla ricostruzione storica di quel periodo intersecando diverse piste: dall’organizzazione che con l’ausilio della Chiesa permetteva la fuoriuscita dai confini europei di ufficiali tedeschi delle SS, identificati come “criminali di guerra”; allo scontro interno fra la volontà pacificatrice dell’allora Partito Comunista e le frange dei rivoluzionari a tutto tondo che non volevano cedere le armi e ai relativi “squadroni della morte”; per finire sullo sguardo perplesso di Niccolò, un bambino del centro storico che ama la letteratura e ha di fronte un mondo che non riesce a comprendere. Come si evince già dalla citazione posta in esergo al racconto, appartenente a Theodore Sturgeon, scrittore fantastico che ha impugnato la diversità come una cifra esistenziale, Niccolò nelle sue scorribande nel mondo del Centro Storico è un diverso, un sognatore, un emarginato; i rapporti con i suoi genitori sono inesistenti, e l’unica figura di rilievo in casa è quella del nonno; la banda di bambini dei vicoli non l’ha arruolato fra di loro; ha una sola amica, Daniela, con la quale trascorre le sue giornate: la scuola è quel che è, se si toglie la figura del maestro Giovanni Penco, vero e proprio mentore della situazione, che lo spinge a leggere e gli regala i fascicoli dei romanzi d’ avventure; è in possesso di un potere paranormale che gli fa leggere le menti altrui, ma non è capace ad usarlo. È la storia (antica) dell’emarginazione dei bambini, quella che pone a confronto la meraviglia dell’infanzia con il mondo degli adulti e la perdita progressiva dell’innocenza: temi che furono di Ray Bradbury, di Robert Heinlein e di Stephen King, quanto di Italo Calvino.
Giovanni Giaccone (1965) ha descritto un’incursione del mondo fantastico nella Genova di metà Settecento. Le ricche e nobiliari famiglie della Repubblica attendono con circospezione l’arrivo di Giacomo Casanova, già reo di rapinosi giochi d’azzardo e seduzione nei confronti della famiglia Adorni. Sullo sfondo della società dell’epoca si fronteggiano quindi in un gioco di alleanze i nobili genovesi, e in modo particolare il giovane Massimo Adorni, il mago inglese Garreth (ispirato al celebre John Dee, il grande mago elisabettiano, ma anche a personaggi come Edmund Kelly) e sua nipote Violet, appena giunti dall’Inghilterra, e due creature dei Mondi Altri, Rutger e Price, dal mago richiamati. Ciò che accade ha i propri antecedenti nel patto fra Garreth e Rutger e Violet come garanzia, si apre dalla Genova di allora ai Mondi Altri, in un diorama di lussuria e di sadismo dove Casanova si muove a suo agio, e si gioca in una mano di Tarocchi vita e morte, libertà e servaggio, soldi e onore, con uno strano intreccio di soldi amori e alleanze. La storia si incrocia con la fantastoria, l’ucronia con l’occulto e ricostruisce il mondo genovese nelle sue intersezioni reali e in quelle fantastiche, non senza qualche sorpresa per il lettore.
Stefano Roffo, classe 1955, nativo di La Spezia ma genovese da anni, ha scelto un’ambientazione inusuale per il suo racconto e un incipit altrettanto inusuale. Qualcuno che percepisce qualcosa - qualcuno che cammina e pensa d’esser morto quando squilla un telefono pubblico e tira su la cornetta. Una voce l’avvisa di un eccidio. E il protagonista si sveglia al telefono: una strage nell’immaginario paese di Colmano, degna della setta del reverendo Jones, in un paese abitato da ex freak, new ager, artisti e sfaccendati di vario genere che si sono ritrovati per una vita al di fuori della società odierna. Il protagonista è un giornalista televisivo di un’emittente locale, e si ritrova grazie ai buoni uffici di un ex-maresciallo con un amico e la sua vicina di casa, Aida, la donna che ha percepito qualcosa, sul luogo della tragedia. Dinnanzi ai cadaveri allineati su improvvisati cataletti si comincia a comprendere che è successo qualcosa che va al di là della strage; sarà solo con un passaggio notturno quanto clandestino, che il protagonista e Aida troveranno nel Giardino d’Inverno, come veniva chiamato il “cerchio magico” di un gruppo di pioppi che formano una volta, il punto di partenza per svelare il mistero, risolto con un’indagine nera e parigina. Roffo incrocia le vecchie cronache delle sette, i misteri magici del mondo naturale, il tema della creatività individuale in un più ampio piano di coscienza.
Giampietro Stocco è nato a Roma nel 1961, ma vive e lavora a Genova da anni. Benché sia, come abbiamo detto, uno scrittore specializzato in letteratura ucronica, si è mosso all’interno dei generi e dei sottogeneri narrativi e il racconto che ci presenta, Bianco come schiuma, ambientato fra Genova e Punta Chiappa, è il classico racconto d’invasione svolto così come l’avrebbe potuto svolgere la tradizione fantascientifica d’epoca. Per un bagliore che precipita al largo di Portofino tutte le forze armate e i giornalisti si attivano, ma sono alcuni i “predestinati” che si incontreranno: un ambulante di colore, una donna che fa la giornalista, il figlio e la fidanzata, e infine il capitano del rimorchiatore che porta la donna a Portofino. Motivi ulteriori di interesse sono da un lato la psicologia dell’alieno e quella dei protagonisti: ognuno con un mondo proprio, e un lutto da elaborare; ognuno con una propria diversità che riesce, momentaneamente, a far sì che almeno i terrestri si incontrino. Echi di Ray Bradbury quanto di Clifford Simak e del medesimo Sturgeon citato da Gallo si riflettono un po’ ovunque nella creazione di questa esobiologia aliena che affonda le sue radici in un mondo che è propriamente quello mediterraneo: crocevia di culture umane, ma incrocio con quelle extraumane. Il cortocircuito fra il luogo in cui si ambienta il racconto e il Visitatore è soprattutto un cortocircuito culturale che ci riporta al tema della nostra antologia: un racconto così strutturato, sebbene annoveri precedenti illustri in termini geografici (la provincia americana di Clifford Simak, quanto il deserto americano dei film di Jack Arnold) poteva esser scritto solo in uno spazio geografico (o se vogliamo, fenomenologicamente geografico) in cui acque e terre si incontrassero. Tema analogo, se vogliamo, a quanto descritto a proposito di Bruce McAllister.
Conclusioni (provvisorie).
Ecco quindi un’antologia che ripercorre parte della geografia ligure, descrivendo la realtà fisica e su di essa rielaborando alcuni dei temi che il Genius Loci suggerisce o dovrebbe suggerire: spazi che si aprono e si richiudono fra gallerie ferroviarie e oliveti lungo le Cinque Terre, inghiottendo realtà; e antiche saghe sulla vita e sulla morte seppur descritte con moduli realistici lungo la Via del Sale; un’ucronica guerra napoleonica combattuta nel Ponente che potrebbe dar adito a rivolgimenti politici imprevisti, e un’ucronica visitazione della Genova settecentesca dove per combattere l’influsso nefasto di un avventuriero veneziano si ricorre alla magia; una Genova degli anni Quaranta nel cui centro storico s’intrecciano segreti politici e misteri paranormali, e una del futuro in cui allo scontro generazionale s’affianca quello fra bande; il quadro di una Lerici trascorsa, ancora non luogo di turismo di massa ma immersa in un’atmosfera quasi pre-industriale, e quello di un’isola del Tino che è sì spazio militarizzato ma con sue prospettive ipogee che ci riportano a un mondo altro; e ancora quello di un immaginario paese dell’entroterra dove si esperiscono fenomeni supernormali e suicidi di massa. Terra, come sappiamo, avara quanto dura, scevra di interessi metafisici quanto metapsichici (nonostante abbia dato i natali ad uno studioso del calibro di Ernesto Bozzano), la Liguria si apre improvvisamente al fantastico. Con qualche perplessità: come abbiamo visto, ad onta del fatto che la massiccia presenza di scrittori autoctoni che si adoperano nel campo del fantastico sia sufficiente a comporre un’antologia di grosso formato, i racconti antologizzati di origine autoctona sono solo sei.
E questa è forse la specificità più interessante e che denuncia la cultura della nostra terra: gli scrittori liguri, sempre pronti a “mugugnare” contro l’editoria nazionale e regionale, a scrutare con attenzione le realtà regionali di genere - di ogni genere - con sospetto e nello stesso tempo con propositivo interesse, dagli oramai disciolti gruppi di Un’Ambigua Utopia e Club City, al gruppo riunito attorno a Delos e alla Scuola dei Duri, tutte entità milanesi, al Gruppo dei Tredici di Bologna, alla nebulosa di aggregazioni romane che, a partire da SFERE, dagli anni Settanta in poi si sono sviluppate, al variegato mondo napoletano (un tempo sostanzialmente fantascientifico, basti pensare all’esperienza di Pianeta Rosso, e ora divenuto giallo), al momento di uscire allo scoperto non lo fanno.
Verrebbe quasi in mente che lo scrittore di materiali fantastici ligure sia in qualche modo incline all’autosabotaggio, a complesse strategie atte a far deragliare il proprio lavoro; che la secolare abitudine al mugugno faccia sì che una volta presentatasi l’occasione di far qualcosa, si reputi meglio non farla onde poter mugugnare ancora; ma noi vogliamo pensare che questa sia una delle complessità del carattere ligure quasi che, nella nostra leggendaria ritrosia, ci sia una qualche forma di arcaico pudore a parlare di sé, della propria terra, delle proprie cose, del fatto e del fattibile e soprattutto quando l’argomento è qualcosa di perennemente espunto (o rimosso) dal tetragono razionalismo che accompagna questa popolazione dai tempi in cui il mitico re Cycnus venne trasformato in cigno.
Infine: quest’antologia non sarebbe stata possibile senza lo sforzo organizzativo di un’eteria di autori, che hanno preso contatti, arruolato volontari, letto e tradotto e revisionato racconti, impegnandosi perché il tutto andasse a buon fine. A loro quindi, Oskar Felix Drago, Stefano Roffo, Giampietro Stocco, vanno tutti i miei ringraziamenti, così come vanno a Denise Bresci e a Ugo Polli per aver tradotto il racconto di Bruce McAllister.
Un grazie infine a tutti gli autori che hanno partecipato (e creduto) in quest’esperienza.
Claudio Asciuti, Genova
Solstizio d’inverno 2014
"FantaLigustico" - Storie d'ombre e di misteri raccoglie racconti di undici autori, – nella maggior parte liguri, ma con ampia presenza di «stranieri» – ripercorre parte della geografia ligure e ne descrive la realtà fisica: spazi che si aprono e si richiudono fra gallerie ferroviarie e oliveti lungo le Cinque Terre; antiche saghe sulla vita e sulla morte lungo la Via del Sale; una guerra napoleonica nel Ponente; una Genova settecentesca in cui, per combattere l’influsso nefasto di un avventuriero veneziano, si ricorre alla magia; una Superba degli anni Quaranta nel cui centro storico s’intrecciano segreti politici e misteri paranormali; un’altra Genova, stavolta del futuro, in cui allo scontro generazionale s’affianca quello fra bande; una Lerici passata, non ancora luogo di turismo di massa, ma immersa in un’atmosfera quasi pre-industriale; un’isola del Tino che è sì spazio militarizzato, ma con prospettive sotterranee che riportano a un mondo altro; un immaginario paese dell’entroterra teatro di fenomeni supernormali e suicidi di massa.

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