Giovanni Pastine
Storia della disunità d’Italia

Titolo Storia della disunità d’Italia
Autore Giovanni Pastine
Genere Storia      
Pubblicata il 23/09/2016
Visite 1718
Editore Liberodiscrivere® associazione culturale edizioni
Collana Koine´  N.  35
ISBN 9788893390026
Pagine 288
Prezzo Libro 15,00 € PayPal

Versione Ebook

ISBN EBook 9788893390194
Prezzo eBook 4,99 €
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Il patriottismo, soprattutto in chi non lo ha mai sentito nella propria coscienza, oggi si manifesta tirando fuori il tricolore in occasione dei trionfi della nazionale di calcio o nella sacra difesa della inviolabilità dell’Unità Nazionale. Siamo italiani: «Un popolo di poeti di artisti di eroi / di santi di pensatori di scienziati / di navigatori di trasmigratori».
W L’ITALIA!
Nella storia italiana non tutto è da buttare, anche se eroi, santi, navigatori, artisti, trasmigratori e colonizzatori sono più eccezione che regola. 
La prima unificazione italiana fu opera dei romani. Poi il conte Cavour. E poi? Cosa è andato storto? 
Una lunga analisi appassionata, soprattutto spassionata, sugli eventi che hanno portato all’Unità nazionale, spesso faziosamente celebrata nei libri di storia come una favola… sinistra, e sugli effetti di questa unificazione attraversando le due guerre mondiali, il fascismo e l’antifascismo. 
La prima unificazione italiana fu opera dei romani e la prima mossa di tale opera unificatrice fu originata da una fra le più antiche necessità umane: a Roma, le donne erano poche e i suoi abitanti maschi pensarono bene di andarle a prendere nella vicina Sabina.
Dovettero comunque, presto, vedersela con popoli limitrofi più o meno bellicosi che diedero loro parecchio filo da torcere; tuttavia, con il III secolo avanti Cristo l’unificazione della penisola italiana parve a buon punto anche se, ad esempio, aveva significato la scomparsa della civiltà etrusca grazie a un vero e proprio genocidio.
Occorreva ora consolidarsi verso le Alpi e sul mare.
Qui, l’ostacolo rappresentato dalla città nordafricana di Cartagine, un insediamento della antica e lontana civiltà fenicia, si rivelò un ostacolo durissimo.
Il condottiero cartaginese Annibale, partito dalla Spagna, valicò le Alpi e invase l’Italia del Nord dove trovò una collaborazione nei Liguri che abitavano, allora, anche territori padani. Scese poi nell’Italia centro-meridionale sconfiggendo a più riprese gli eserciti romani e minacciando la stessa Roma; tuttavia, quest’ultima seppe ritrovare un condottiero in Scipione che, non solo, la difese, ma portò la guerra in Spagna e Nordafrica battendo alfine Annibale e costringendo Cartagine alla resa. Quest’ultima aveva però avuto come strenui difensori i Liguri che combatterono per lei, contro Roma, anche in Africa! La città nordafricana sarebbe stata poi rasa al suolo e i suoi abitanti sterminati, passati prevalentemente a fil di spada.
Il genocidio, la soluzione finale, la pulizia etnica, le ‘purghe’ non sono solo un fatto recente, ma hanno radici ben antiche.
 
In seguito, sventata una prima incursione barbarica proveniente dalla Germania, Roma conobbe un lungo periodo di lotte interne interrotte solo dalla conquista delle Gallie e della Britannia inferiore da parte di Cesare, ma solo con l’avvento del primo millennio dopo Cristo l’Impero Romano, fondato dopo dura lotta interna, da Ottaviano Augusto, ebbe pace.
Fu una relativa tranquillità che durò oltre due secoli, anche se gli imperatori romani intuirono presto quale mina sotterranea rappresentasse il nascente Cristianesimo per il loro potere basato soprattutto sulla forza.
Presero perciò a perseguitarlo spietatamente.
Alfine, il trionfo della nuova Religione, che aveva posto, secondo la volontà di Gesù Cristo, Figlio di Dio fatto uomo, la sua sede centrale a Roma, coincise con la decadenza dell’impero.
Il Capo della Chiesa, o Papa, successore di San Pietro, primo Capo della Chiesa per investitura divina e martire come diversi suoi successori, divenne, almeno di fatto, anche autorità temporale. Un frazionamento dell’impero, allo scopo di meglio controllarlo e amministrarlo, non ebbe quindi, per la verità, successo e le invasioni barbariche, provenienti dall’Europa centro-orientale, ne sommersero la parte occidentale.
Quella orientale sarebbe stata alfine distrutta dai turchi ben un millennio più tardi.
I Goti prima e, dopo una breve parentesi bizantina, i Longobardi poi, regnarono su un’Italia unita sotto il tallone di una stirpe germanica.
Alla fine del secolo VIII dopo Cristo, il re franco Carlo Magno conquistò l’Italia unendola alla Francia e alla Germania nell’intento di ricostituire l’Impero Romano d’Occidente. Ne cinse infatti la corona in Roma, imposta dalle mani di Papa Leone III. Ma, alla sua morte, l’impero si scisse nuovamente nelle sue tre principali componenti, anche se i sovrani tedeschi conservarono il titolo imperiale.
Riuscirà a toglierglielo solo Napoleone quasi un millennio dopo.
Così, la fragile unità italiana fu presto preda degli appetiti germanici desiderosi della legittimazione romano papale. Soprattutto i liberi comuni, costituitisi in diverse città dell’Italia centro-settentrionale, apertamente sostenuti dalla Chiesa di Roma, si opposero loro a lungo, sia pure con alterna fortuna.
 
È interessante analizzare come è stata presentata tale storia in tempi recenti.
Il fascismo colse l’occasione al volo. Riti e simbologie romane furono presi a prestito. Mussolini fu accostato a Cesare in una sorta di vita parallela, stile Plutarco.
Lo stesso Duce, il 9 maggio 1936, XIV secolo dell’era fascista, disse testualmente: “Levate in alto o legionari le insegne, il ferro, i cuori, a salutare, dopo quindici secoli, la riapparizione dell’impero sui colli fatali di Roma! Ne sarete voi degni?”.
Inutile dire che gli rispose un assordante quanto più che spontaneo “sììì!”.
Un impero dalla durata di cinque anni scarsi…
Per il resto, il regime sorvolò abbastanza disinvoltamente sulle innumerevoli lotte e guerre civili bollando, ad esempio, come traditore Pompeo, avversario interno di Cesare, che pure aveva già esaltato per il suo detto “navigare necesse est - vivere non necesse est” che così bene si adattava al “vivere pericolosamente” mussoliniano.
Solo un regista, immancabilmente di sinistra, girò un film su Spartaco e la rivolta degli schiavi.
Più curioso fu invece un film sulla disputa fra Catone il censore e Scipione l’africano, storicamente perfetto, divertentissimo nella recitazione in romanesco di quei due personaggi storici impersonati da Gassman e Mastroianni: uno sfondo di appropriazioni indebite molto attuale.
 
La Chiesa vantò giustamente il sacrificio dei Martiri. Celò però il fatto per cui il Cristianesimo avesse, in ultima analisi, provocato la fine dell’impero mettendone in discussione i principi base.
L’imperatore Giuliano l’apostata, bollato come anticristo, aveva soltanto tentato di salvare un ormai problematico salvabile.
Oggi, tornata alla ribalta la difesa dell’unità nazionale, nessuno tira fuori la romanità…
 
 
 
 
 
 
 
Dal Medioevo al Rinascimento le spinte unitarie si affievolirono sempre più mentre quelle localistiche e separatiste si affermarono.
Crebbe la dominazione straniera insediatasi specialmente nel XVI secolo per resistervi fino oltre la metà del XIX secolo.
Dopo il feudalesimo, d’importazione franca, come reazione ci fu il periodo dei liberi comuni e delle libere repubbliche.
 
Il fenomeno comunale si affermò soprattutto in Lombardia, Emilia e Toscana mentre le libere repubbliche ebbero sede sul mare: ad Amalfi, Pisa, Genova e Venezia.
I comuni ebbero a vedersela subito con gli imperatori tedeschi, in rotta di collisione con il papato nella lotta per le investiture: allora, la Chiesa, in una logica più temporale che spirituale, considerava suo diritto la nomina imperiale.
I comuni finirono così per rappresentare il braccio armato della Chiesa Romana.
Le Repubbliche Marinare entrarono in gioco solo marginalmente: Pisa parteggiava per l’imperatore, Genova per il papato. Pisa vinse una prima battaglia navale all’isola del Giglio, assalendo la flotta genovese che trasportava a Roma i prelati convocati in concilio da Papa Gregorio IX per scomunicare l’imperatore Federico II, ma Genova si rifece tosto distruggendo la flotta pisana, presso l’isola della Meloria, e provocando la decadenza della città toscana finita poi sotto dominio fiorentino.
Già allora però, la strategia tedesca era prevalentemente continentale e la lotta infuriò in Padania e Toscana per oltre due secoli con alterna fortuna.
Alla fine predominò il compromesso con l’avvento di signorie e principati: i Savoia a Torino, i Visconti e poi gli Sforza a Milano, i Medici a Firenze, mentre Venezia diveniva anche potenza continentale espandendosi in Lombardia fin oltre Bergamo e scontrandosi con Milano, come cantò Alessandro Manzoni nel suo fin troppo orecchiabile carme dalle parole iniziali “s’ode a destra uno squillo di tromba; / da sinistra risponde uno squillo”. Il Papato ‘allungava’ fino a Bologna originando già allora la reazione anticlericale romagnola, mentre il Meridione costituiva il primo grande stato unitario.
Non regnava certo la buona armonia.
Fra la fine del Quattrocento e la prima metà del Cinquecento, la rivalità fra Francia, da una parte, e Spagna e Germania, frazionata e composita quest’ultima, dall’altra, sfociò anche in Italia con lotte sul nostro territorio, con l’affermarsi della dominazione spagnola a Milano e Napoli e che durò oltre un secolo. Fu il tracollo politico del localismo italiano ma anche la sua esaltazione economica e artistica: Michelangelo, Raffaello, Leonardo da Vinci e non pochi altri.
È assai interessante l’esaminare come, recentemente, tale storia sia stata interpretata e quindi manipolata a fini propagandistici in chiave attuale.
Il fascismo pose subito l’accento sui guai della divisione, della frammentazione. Il suo pezzo forte erano i versi di Dante “nave senza nocchiero in gran tempesta”, ma non mancavano le contraddizioni e i paragoni grotteschi.
Si esaltavano i liberi comuni e la lotta contro l’imperatore Federico Barbarossa. La celebre Canzone di Legnano del Carducci era imparata a memoria in tutte le scuole: era veramente bella…
Oggi, l’antinozionismo ha giustiziato essa pure.
Nel momento della disperazione finale della Repubblica Sociale Italiana il Carroccio, simbolo dei liberi comuni lombardi, fu preso come emblema dalla brigata nera Aldo Resega di Milano.
Ma come la mettevamo con l’altrettanto esaltato De Monarchia di Dante, dove si auspicava sì lo Stato unitario centralizzato, ma sotto un imperatore che non poteva essere che tedesco?!
E gli imperatori tedeschi avevano lottato contro il Carroccio buscandole sonoramente a Legnano, ma dandole altrettanto sonoramente a Cortenuova, dove il Carroccio fu conquistato e profanato dai “barbari d’oltralpe”, cantati poi come “camerati d’una guerra, camerati d’una sorte!”.
La lotta fra Genova e Venezia fu vista come una iattura nazionale. Ma, allora, Genova e Venezia erano due potenze marittime comprimarie e antagoniste, come Giappone e Stati Uniti nel 1941: non potevano non entrare in rotta di collisione.
Faranno fronte comune più tardi, contro i turchi, quando saranno ormai in inarrestabile decadenza e sotto sponsor spagnolo.
Dopo la Seconda guerra mondiale, la Democrazia Cristiana si approprierà del simbolo dei comuni. Un grottesco episodio accadrà a Bologna nel 1946, testimonio, più che dell’odio di parte, dell’ignoranza di troppi italiani, specie nel clima di quegli anni tutt’altro che pacifici e concordi: il gonfalone della città, nel quale campeggiano ben due scudi crociati con la fatidica scritta Libertas, verrà sonoramente fischiato da una moltitudine che lo aveva scambiato per un manifesto propagandistico per la, colà, a maggioranza, odiata DC.
Ora il Carroccio è inviso… anche all’alta autorità ecclesiastica.
Eppure a idearlo fu un vescovo, Ariberto d’Intimiano, mentre il Carroccio stesso altro non era se non un altare ove un sacerdote celebrava per propiziare la vittoria o la salvezza delle anime dei combattenti.
Anche Umberto Bossi, che pure ne è il più legittimo erede, non dovrebbe dimenticare che il vero sostegno della Lega Lombarda di allora era la Chiesa Romana, da sempre la più tradizionale entità centralizzata e verticistica mondiale.
La storia, quella vera, non quella al servizio del propagandista di turno, va trattata con la dovuta informazione per non cadere in grottesche apologie: un anonimo apologo del fascismo parafrasò ancora una volta Dante Alighieri riconoscendo nel Veltro Mussolini, trovandosi Predappio, suo luogo natale, nella frazione Dova, “fra Feltro e Feltro”.
 
 
 
 
 
 
Come già riferito, fra XVI e XVII secolo l’Italia cadde sotto dominazione straniera. Al massimo splendore culturale, soprattutto artistico, fece riscontro la massima debolezza politica.
Non mancarono episodi di disperato eroismo che videro protagonisti due fiorentini.
Il primo fu Giovanni delle Bande Nere, un militare di professione, che si batté con sfortunato valore contro l’esercito imperiale tedesco sul Po, a Governolo, senza riuscire a impedire quindi che quell’esercito, nel 1527, raggiungesse e saccheggiasse Roma, temporanea avversaria dell’impero.
L’altro fu Francesco Ferrucci che invece non era un militare ma un mercante. Egli seppe però improvvisarsi condottiero di milizie cittadine durante l’assedio della sua città, nel 1530, sempre da parte dell’esercito imperiale, vincendo clamorosamente a Lastra Signa e Volterra ma soccombendo alfine a Gavinana, presso Pistoia, davanti a forze troppo preponderanti.
Mortalmente ferito, fu finito vilmente da Fabrizio Maramaldo, un napoletano, militare di professione al servizio dell’impero.
Firenze aveva abbattuto la signoria della famiglia Medici trasformandosi in libera repubblica. Ma il Papa Clemente VII, che da quella famiglia proveniva, aveva presto dimenticato il sacco di Roma da parte delle truppe imperiali per servirsene a vantaggio della propria spodestata famiglia. Firenze, difesa anche dal grande artista Michelangelo Buonarroti, ingegnere militare oltre che pittore, scultore e architetto, cadde anche per il tradimento del suo comandante militare, il perugino Malatesta Baglioni.
Questa sì che è autentica analogia con certa scomoda storia contemporanea.
Francia e Spagna, la cui corona era unita all’Impero Romano Germanico nella persona dell’imperatore Carlo V d’Asburgo, si disputarono accanitamente il dominio della penisola. Vinse alfine la Spagna, insediandosi stabilmente a Milano e a Napoli, oltre che nelle isole; ma anche il ducato sabaudo, la cui importanza politica e militare andava crescendo, era di fatto un vassallo spagnolo, necessitando di un potente alleato contro la minacciosa vicinanza francese.
Lo stesso discorso era valido per Genova il cui principale esponente del tempo, l’ammiraglio Andrea Doria, si era posto al servizio della Spagna sbaragliando senza pietà i nemici interni della rivale famiglia Fieschi e distruggendo Savona, interrandone il porto, dopo un lungo assedio.
I savonesi di buona memoria storica non hanno tuttora dimenticato il fatto e mal tollerano dipendenze da Genova, sia pure nel solo campo amministrativo.
“Viotri zeneixi! Andrea Doria o n’a interroo o porto! Poi l’è vegnuo a Madonna da Misericordia là dove gh’è o Santuoio!”, parole che suonano più come un lamento che come una battuta scherzosa.
Venezia, impegnata contro i turchi nella lotta per la difesa dei suoi domini orientali, finì, principalmente per tale motivo, anch’essa, nell’orbita spagnola.
Anche il Papato, scosso dalla contemporanea riforma protestante, era bisognoso della potente spalla della cattolicissima Spagna.
Quel che fu risparmiato all’Italia del tempo fu il conflitto religioso, assai aspro e sanguinoso specie in Francia e Germania, persino nella allora non troppo pacifica Svizzera che si era affrancata dalla tutela asburgica da oltre un secolo, costituendo il primo vero stato federale.
Il riformatore Zwingli, dopo una lunga e sanguinosa guerriglia civile, era stato assassinato con vilipendio di cadavere, fatto che dovrebbe ricordare qualcosa di più recente e non precisamente onorevole per gli italiani.
In Italia la riforma riguardò però solo, quasi esclusivamente, due valli piemontesi, Chisone e Pellice, dove si era insediata la comunità valdese, che aveva addirittura precorso le riforme di Lutero e Calvino, contrarie soprattutto al primato papale romano, che fu spietatamente perseguitata da francesi e sabaudi.
Essa rispose con un lunga, sanguinosa guerriglia che troverà le sue brave, propagandate analogie quasi quattro secoli dopo. Otterrà riconoscimento dei suoi diritti e pace solo tre secoli dopo.
 
Tale situazione politica mutò alla fine del XVII secolo quando la crisi dinastica, per la successione al trono della monarchia iberica, vide il tentativo del potente monarca francese Luigi XIV di annullare, di fatto, l’esistenza della catena pirenaica, frontiera naturale fra Francia e Spagna, divenendo sovrano di entrambe.
Oltretutto, la Spagna possedeva uno sterminato impero coloniale, soprattutto in America Latina, dopo la scoperta del ‘nuovo mondo’ avvenuta una prima volta nel 1492, per opera dell’ammiraglio genovese Cristoforo Colombo, naturalizzato spagnolo.
Delle avvisaglie imperialistiche francesi aveva da poco fatto amara esperienza proprio Genova, subendo un feroce bombardamento da parte della flotta transalpina, nel 1685.
Dopo il danno, Luigi XIV pretese anche le scuse da parte della Repubblica di San Giorgio la quale, nell’occasione, che non sarebbe stata l’ultima, si comportò con grande dignità e fierezza.
A Luigi XIV si oppose soprattutto l’impero austrotedesco, ancora sacro e romano. Il suo esercito, condotto da un principe sabaudo, Eugenio di Savoia, già vincitore della minaccia turca a Ungheria e Austria, grazie anche alla già leggendaria cavalleria polacca di Giovanni Sobieski, batté i francesi soprattutto a Torino, coadiuvato dal piccolo esercito piemontese condotto dal cugino Vittorio Amedeo II, nel quale si distingueva l’eroismo di un montanaro originario delle Prealpi Biellesi: tal Pietro Micca.
La lotta durò quasi quindici anni, ma Luigi XIV dovette ridimensionare le proprie ambizioni mentre iniziava la decadenza della potenza spagnola.
In Italia, gli austriaci si insediarono a Milano e Napoli, che in un secondo tempo avrebbero ceduto a un ramo cadetto della francoispana famiglia Borbone.
Vittorio Amedeo II cinse la corona di Sicilia, scambiata con quella di Sardegna quando i Borbone subentrarono a Napoli. Non era stata però una cosa così semplice, dove avevano brillato le mene... diplomatiche di un ecclesiastico parmense dai facili costumi, noto come cardinale Alberoni.
I Savoia si erano distinti soprattutto in disinvolti mutamenti di alleanze e rovesciamenti di fronte che sarebbero divenuti la loro discussa caratteristica prerogativa.
 
Iniziò anche la inarrestabile decadenza di Venezia e Genova.
Venezia, costretta ad abbandonare ai turchi i suoi domini orientali, fu ridimensionata nell’Adriatico affidandosi poco prudentemente a una neutralità disarmata.
Vedremo presto come finirà.
Genova ebbe invece un ulteriore sussulto di dignità e gloria durante la guerra per la successione al trono austriaco. Alleata di Francia e Spagna, subì un ulteriore duro bombardamento navale da parte della flotta inglese mentre l’esercito austriaco, in realtà milanese-padano, calava da nord-est arrivando ad occupare la città.
Il re Carlo Emanuele III di Savoia e Sardegna, che ormai non nascondeva le sue mire annessionistiche sulla debole Repubblica Marinara, invadeva la riviera di ponente dove, in verità, trovava più consensi che opposizione.
Una rivolta popolare scoppiò a Genova costringendo i ‘padani’ a sgomberare la città. Nacque così la leggenda del sasso scagliato dal mitico Balilla, che diede origine alla vittoriosa sommossa.
In periodo contemporaneo il fatto fu strumentalizzato dai fascisti che composero addirittura un inno per i ragazzi della gioventù italiana del littorio, chiamati balilla, fra gli otto e i dodici anni di età: “fischia il sasso, il nome squilla del ragazzo di Portoria e l’intrepido Balilla sta gigante nella storia”.
Peccato che il nemico principale di Genova fosse il re di Sardegna i cui successori avrebbero unificato l’Italia e chiamato al potere il fascismo!
Ma anche per l’antifascismo non sono rose e fiori.
L’insurrezione genovese e la vittoriosa lotta delle milizie paesane dell’Appennino ligure fu paragonata, dopo la Seconda guerra mondiale, alla lotta partigiana antitedesca. Peccato che di mezzo vi fosse il Piemonte, culla del partigianato, e che Genova dovesse la sua salvezza soprattutto alla territorialmente lontana vittoria militare prussiana sugli austriaci, in Sassonia, a Hohenfriedberg.
L’esercito prussiano era condotto dal re Federico II, il grande, padre riconosciuto del militarismo tedesco.
Nell’occasione, egli, anche musicista insigne, compose la più solenne ed esaltante marcia militare tedesca detta appunto Hohenfriedberger marsch!
Troppo spesso la propaganda cade nel grottesco, salvata solo da una diffusa ignoranza. 
Il patriottismo, soprattutto in chi non lo ha mai sentito nella propria coscienza, oggi si manifesta tirando fuori il tricolore in occasione dei trionfi della nazionale di calcio o nella sacra difesa della inviolabilità dell’Unità Nazionale. Siamo italiani: «Un popolo di poeti di artisti di eroi / di santi di pensatori di scienziati / di navigatori di trasmigratori».
W L’ITALIA!
Nella storia italiana non tutto è da buttare, anche se eroi, santi, navigatori, artisti, trasmigratori e colonizzatori sono più eccezione che regola. 
La prima unificazione italiana fu opera dei romani. Poi il conte Cavour. E poi? Cosa è andato storto? 
Una lunga analisi appassionata, soprattutto spassionata, sugli eventi che hanno portato all’Unità nazionale, spesso faziosamente celebrata nei libri di storia come una favola… sinistra, e sugli effetti di questa unificazione attraversando le due guerre mondiali, il fascismo e l’antifascismo. 

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