Gina Manzo Sparapani
Lontano dal cuore

Titolo Lontano dal cuore
Autore Gina Manzo Sparapani
Genere Narrativa - Sentimentale      
Pubblicata il 27/09/2016
Visite 851
Editore Liberodiscrivere® associazione culturale edizioni
Collana Il libro si libera  N.  161
ISBN 9788899137991
Pagine 256
Prezzo Libro 15,00 € PayPal

Versione Ebook

ISBN EBook 9788893390002
Prezzo eBook 4,99 €
per acquistare la versione ebook clicca sul widget a sinistra
Gloria è una donna come tante: un figlio universitario, una vita agiata, un’amica del cuore, Vera, e un marito, Guido.
Alla scoperta del tradimento di Guido, lo shock e un incidente d’auto fanno precipitare Gloria in un coma al cui risveglio è una donna nuova: insieme a Vera, fuggita negli anni Novanta con le due figlie da una Sarajevo in fiamme, progetta la svolta grazie all’apertura di un negozio.
Il bazar sancisce l’incontro con il vulcanico e affascinante Lucrezio, nuovi amici e una vita dinamica in cui però, dietro un arazzo e sotto un tappeto, pericoli e imprevisti attendono in agguato. Perché a volte è sufficiente una giornata storta per capire che la nostra esistenza è solo una facciata, pronta a crollare alla prima scossa.
Dopo tre romanzi basati su fatti reali e una raccolta di poesie, Gina Manzo Sparapani si cimenta con la narrativa pura e con una storia in cui toni e generi letterari si mescolano di continuo: dramma con commedia, rosa con giallo. Il risultato è un romanzo ironico, dinamico, profondo, in cui l’autrice dà voce a un’indimenticabile protagonista e a una miriade di personaggi che, come vecchi amici, vi porterete nel cuore.
Sergio Badino
 
 
Oggi compio 48 anni e solo da ieri ho il dubbio che mio marito mi tradisca. Temo pure che altri lo abbiano saputo prima di me, non mi meraviglierei di essere l’ultima persona informata sui fatti. Il quartiere dove abito è un covo di pettegolezzi, come tanti altri in città, ma io odio il solo pensare che qualcuno abbia questa insana attitudine di farsi i fatti altrui. Non lo sopporto. Guido, mio marito lavora fuori città e, a dire il vero, il nostro matrimonio è sempre stato normale, come tanti, con alti e bassi. Però, proprio ieri e per puro caso, sono venuta a conoscenza di un fatto che ha subito fatto scattare in me un campanello d’allarme: ho trovato una ricevuta d’albergo che può comprometterlo, ma dato che l’ho trovata nella tasca della sua giacca, ora sto immaginando la scena che potrebbe avvenire tra noi due:
- Come ti sei permessa di frugare nelle mie tasche?
- Ho portato la giacca in tintoria! - e fin qui può andare. Potrei chiedergli:
- Perché camera matrimoniale per due notti e per due persone? Chi c’era con te? La conosco?
Forse sarà troppo? Sto esagerando? Ma è vero ed è anche sacrosanto che io mi impicci dei suoi affari di cuore, e qui non posso neppure immaginare una risposta perché ho paura di ascoltarla.
Ma se lo attacco in questo modo, temo che non avrà scappatoie, non so che razza di storia abbia con quella persona, non vorrei fare un disastro più grande della situazione stessa, ma è mio dovere morale di moglie parlargli per esaminare insieme la cosa.
Ho anche paura della mia reazione che non posso prevedere, ancora non so di cosa parleremo, in che modo e di chi.
Cerco di immaginarlo a letto con l’altra: ma come può un uomo se ha una coscienza, essere così intimo con un’altra donna? La bacia e fa l’amore con lei? Le sussurra dolci parole? E poi che altro? Farà progetti, mentre le dice che non può vivere senza di lei? E io chi sono? Che ruolo mi dà? Sono la madre di suo figlio, la sua domestica, e poi? No, basta, basta, non riesco, non voglio, non ce la faccio, non dovrei pensarci, mi tormento soltanto, ma non posso farne a meno, questa è la mia vita, la situazione dal mio punto di vista è già di per sé gravissima, non sono preparata, non ho mai avuto neanche la più lontana idea che questo potesse un giorno succedere anche a me.
Sento una strana sensazione che mi blocca lo stomaco, è come se avessi degli spilli conficcati un po’ dovunque, mi rigiro nel letto, poi mi alzo per andare in bagno, davanti allo specchio mi soffermo, guardo con attenzione per scoprire se qualcosa è cambiato in me, sto cercando un perché, forse il passare degli anni… oppure… lui si è proprio stancato di me? Ha capito che non mi ama più? Era forse un rapporto falso, il nostro?
Forse sto sragionando? Guido, l’uomo che ho sposato tanti anni fa, innamorati entrambi, la nostra famiglia è stata felice: io ero, cioè sono sicura di essere amata da lui, questo mi disorienta e mi incute ansia. Ma posso ancora sperare che ci potrebbe essere un errore in tutto ciò?
Risposta, al momento, non c’è.
 
Ricordo che quand’ero piccola i miei genitori spesse volte parlando di me dicevano:
- Gloria è nata il ventuno di Marzo, il primo giorno di Primavera - e lo dicevano con un orgoglio voluto che mi faceva sentire felice, mi piaceva, come fossi stata una Regina. La Regina della Primavera. Oggi compio gli anni, ma non è il primo giorno di Primavera, è stato ieri.
Mio padre lavorava all’osservatorio astronomico e mi ha insegnato molte cose, ad esempio che il primo giorno di Primavera è quell’istante magico in cui il sole tocca l’intersezione tra l’eclittica e l’equatore celeste attraversando l’emisfero boreale e tutto ciò è sempre stato avvolto da un velo di mistero che custodiva questo fenomeno. Ma oggi le cose sono cambiate ed è bello sapere che si tratta di un istante unico e fuggente che appena è scoccato, puff! appartiene già al passato. Era bello nelle sere estive quando mi portava in terrazza e mi mostrava i pianeti: Saturno coi suoi cerchi, Marte nel suo rossore, poi mi spiegava che l’Equinozio porta con sé un cambiamento nel risveglio della natura, nel seme che nella terra germoglia per diventare fiore, nello spirito dell’uomo che sente l’inizio di un nuovo ciclo di spinta verso la vita e verso l’amore. È anche il momento per rinnovare sogni, pensieri e aspirazioni… che io da oggi non ho più, i miei sogni sono spariti! Al momento non ci sono più sogni e se ci fossero non sarebbero certo rosei, ma tinti di nero. Oggi c’è solo un presente amaro e precario, non riesco a vedere un futuro davanti a me. Tutto a un tratto non riconosco più i contenuti di questa mia vita. Mi mancano, qualcuno me li ha rubati.
In cuore ho solo dubbi, sono arrivata a tappo, devo sapere se la cosa è irreparabile o no, ma un nodo mi serra la gola e scoppio in singhiozzi. È un pianto che un po’ mi libera e scioglie quel groppo, ma al tempo stesso mi svuota.
- Ma sì, piangi Gloria, piangi e sfogati, tanto in questa situazione ci sei dentro fino al collo - lo dico a voce alta, col tono un po’ incrinato, cerco un fazzoletto e mi soffio il naso in modo molto rumoroso. Sono esausta e mi gira la testa, così torno a letto.
La casa è ancora immersa nel buio, filtra solo una sottile lama di luce dalle tapparelle ancora abbassate, mi getto come un corpo morto bocconi sul letto, abbraccio forte il cuscino e lo spingo sotto il mio petto con un gesto di rabbia che non riesco a reprimere. Per qualche momento cerco di portare a zero il pensiero e spegnere tutti i quesiti che mi friggono il cervello, vorrei creare uno spazio di silenzio interiore, ma alla fine non ci riesco.
Anche il silenzio mi parla, mi sfilano davanti delle immagini che si susseguono come fossi collegata con un televisore che non si può spegnere.
Poi mi costringo a rilassare tutti i muscoli che sono tesi come corde di violino, entro pian piano in una quiete che mi rilascia i nervi e finalmente mi assopisco.
 
Quando mi sveglio sono già le nove, vado in cucina e alzo le tapparelle.
Esco sul terrazzo, ma il sole mi acceca, strizzo gli occhi e li schermo con la mano per guardare i giardini fioriti che stanno di fronte a casa mia. È una bella giornata; un profumo misto di glicini e magnolie mi invade. Ma ho iniziato la giornata nel peggiore dei modi, sono confusa, tutto mi irrita, rientro e chiudo la finestra facendo tremare i vetri.
- Al diavolo! - Questa imprecazione mi sfugge, non è da me, non ho mai usato questo termine, ma da oggi tutto è cambiato. Ho preso coscienza del fatto. Vedo il mondo capovolto.
Francesco non c’è, sta frequentando l’Università a Milano, vuole conseguire la laurea in design e non manca di chiamarmi ogni sera. Guido invece lavora nel settore dell’informatica e fa il tecnico nelle zone della Liguria e del Piemonte, a volte rientra dopo un paio di giorni, altre volte si assenta di più.
Io lavoro nell’ambito scolastico, sono impiegata in segreteria e mi occupo della coordinazione nelle varie materie di studio.
È un lavoro che mi piace ed è comodo perché lo faccio anche a casa, ma sto attraversando un periodo molto spento e soprattutto mi sento sola; quello che ho scoperto ieri non ci voleva, ero già abbastanza prostrata senza aumentare il carico negativo delle mie emozioni.
Oggi le certezze sono ben poche e se mi guardo intorno vedo che due matrimoni su tre crollano a picco, questa è la realtà; sarà perché quando il lavoro ci allontana da casa e dagli affetti, manca il tempo per parlarsi. I telefonini ci raggiungono dovunque, ma non è la stessa cosa, soprattutto non ci si guarda più negli occhi, che sono lo specchio della nostra anima.
La tecnologia è doverosa ed efficace, ma non si può sostituire al rapporto diretto della coppia e la velocità della nostra vita non ci permette soste neppure solo per pensare. Abbiamo perso le buone abitudini di una volta.
Sì, penso proprio che quel che ci manca, oggi, non sia il tempo, ma al contrario ci mancano le pause, quei silenzi interiori che ci permettono di assaporare o ponderare, su ciò che la vita ci offre o ci toglie, ogni giorno.
 
Lo squillo del telefono mi fa sobbalzare.
- Pronto?
- Ciao, sono io.
- Oh! ciao Vera… - rispondo ancora sottosopra.
- Beh? Cos’è tuo tono spento?
- Spento? Ma no ti sbagli, ero solo soprappensiero… non voglio gettarle addosso questo mio problema anche se sarei tentata di farlo.
- Hum! sicura? Allora andiamo?
- No, ma dove?
- Come ‘no ma dove?’ Andiamo centro, come avevi tu detto, no? - risponde Vera un po’ stupita.
- Ah sì, hai ragione, ma te l’ho detto ero soprappensiero sì, vabbè, andiamo!
- Tra quanto? Bastano te venti minuti?- chiede Vera.
- Me li farò bastare! Dove?
- Ma oggi tu molto strana, sicura tutto va bene? Dimmi se hai influenza, no voglio lei proprio adesso!
- Ma va là! Magari fosse influenza!
- Ah, ma allora io detto giusto, tu cosa non va?
- Noo! Ma stavo solo scherzando, scusa, posso avere una preoccupazione?
- Certo sì, spero che non è grave…ma se tu non ha voglia…
- No, figurati vengo volentieri, così stacco la spina! Allora al solito posto tra venti minuti.
- Però dopo sputi tuo rospo, intesi?
- Va bene, sputerò il mio rospo.
Me ne ero dimenticata. Abbiamo fissato l’appuntamento l’altro ieri, sa che oggi è il mio compleanno e andiamo a fare una capatina nel Bazar di una sua amica, io non ci sono mai stata, ma mi interessa vederlo perché amo tutto ciò che è esotico.
Mentre mi vesto ricordo i giorni in cui ho conosciuto Vera.
Siamo amiche da tanti anni, dal ’92, da quando è arrivata da Sarajevo nel bel mezzo di quella terribile guerra. Lei, suo marito e le due bambine, tutti disperati quanto basta, senza soldi, senza meta, senza niente, solo con la paura dipinta sui loro volti. Paura, tanta paura. Ero rimasta scioccata solo al sentire il racconto della loro disperazione. Le bambine non facevano che piangere, erano spaventate tanto da non riuscire più a dormire la notte.
Ci siamo mobilitati tutti per poterli aiutare a trovare un minimo, dalla casa, al mangiare, alla ricerca di un lavoro qualsiasi. Loro si sono adattati, ma noi tutti li abbiamo accolti a braccia aperte, la comunità intera ha dato chi il frigo, chi la tv, chi aveva qualcosa lo dava, le bambine erano piccole, avevano necessità di ogni cosa, anche e soprattutto dell’amicizia, trovarsi in un paese straniero dove tutto è così diverso da ciò a cui si è abituati, crea un disagio sul disagio.
Ma questa è stata, forse, la cosa meno grave.
La fortuna ha voluto che riuscissero ad arrivare incolumi, tutti sani e salvi, ma noi non ci siamo resi conto della gravità di quello che stava succedendo oltre il confine dell’Italia, perché non sapevamo quanto fosse malvagia quella guerra, ne eravamo al di fuori e lontani. Solo dopo il racconto che ci hanno fornito loro, lo abbiamo appreso, io me ne sono vergognata, lo dico sinceramente, non che non si sapesse, ma non abbiamo avuto la percezione della sua gravità.
Nel contempo noi abbiamo aperto gli occhi sulla vita che ci scivolava via senza renderci conto di quanto avevamo a disposizione, mentre a pochi passi dai nostri confini succedeva l’inferno. ‘Morte e Devastazione’ erano le parole d’ordine. Un giorno Vera era in strada con le bambine, è riuscita a scappare mentre sentiva fischiare alle sue spalle i colpi dei cecchini, le bambine gridavano e le sue gambe volavano nell’intento di portare in salvo le sue creature, da allora la sua paura prese corpo. Il terrore si era impossessato di lei per questo decisero di partire, via da Sarajevo, via dalla loro casa, dalle loro amicizie, via da tutto ciò che avevano costruito con tanto amore. Da benestanti sono diventati indigenti sono scesi al grado di massima povertà in cambio della vita.
Questo gli era stato chiesto. Questo loro hanno pagato.
 
 
 
 
La vedo laggiù in piedi che mi aspetta e si guarda intorno. Sono quasi puntuale, ho solo due minuti di ritardo, le faccio cenno col braccio… ecco ora mi ha visto, mi sorride. È carina, più giovane di me, bionda con gli occhi azzurri e un viso pulito che sa di buono, è semplice e intelligente. A Sarajevo faceva l’insegnante, suo marito è ingegnere e lavora in America. È rimasta sola con le bambine, il marito ha fatto la spola tra l’America e l’Italia per i primi quattro anni, poi, si è innamorato: è tornato, ha fatto i bagagli e ha lasciato Vera e le due figlie. Cosa dire? Arrivederci e grazie!
Che tristezza! E non si può neppure chiamare guerra, perché qui morti non ce ne sono, ma muore quella creatura che si chiama famiglia, che cresce giorno dopo giorno, gesto dopo gesto: amore che rinvigorisce, si rafforza in noi dandoci la sensazione di essere protetti, di essere importanti perché esistiamo in funzione di tutti questi sentimenti. Uno scambio continuo, un dare e avere che si trasmette alle nostre creature: loro imparano da noi, respirano ogni giorno questo scambio di amore, è il loro ossigeno, e crescendo intravedono la speranza di trovare ancora questo amore.
- Ciao Vera, è tanto che aspetti? Però non sono molto in ritardo, dai, ammettilo!
- No, solo cinque minuti, ormai conosco te, ma come tu sta? Quando tu ha risposto a mia telefonata sembravi un zombi.
- Sto bene e non ho l’influenza. Lo sai, sto lavorando molto…
- Auguri cara amica, buon compleanno - Vera mi dà un bacio e mi porge una piccola busta legata con dei nastrini blu e argento.
- Oh! Ti sei ricordata, ma non dovevi Vera! - e le do un bacio.
Indosso subito il braccialetto a calamita che Vera mi ha regalato, è carino e mi sta bene, ma so che non naviga nell’oro e mi dispiace che spenda soldi per me.
 - Sai ti guardavo da lontano, quando agitavo le braccia per farmi vedere da te, cosa pensavi? - È l’eterna ritardataria? - che è vero, ma lo sai che quando hai telefonato mi ero appena alzata da letto?
- Ma vero? Tu dire me cosa è successo, poi ci sediamo così racconti e butta fuori, volevi nascondere… eh? A tua amica…
- Sì, ma figurati se voglio nasconderti qualcosa, meno male che tu mi hai chiamata, lo sai come si dice qui: ‘chi trova un amico trova un tesoro’, e da voi come si dice? Te lo ricordi?
- Kogji pronalazi prijatelja pronalazi blago, certo che ricordo, dragi prijatelju - dice Vera abbracciandomi con affetto.
- Sì sei cara amica - conferma Vera e ci incamminano a braccetto verso la piazza.
Poi si fa seria:
- Racconta, cosa te successo? Di sicuro qualcosa, mai visto te così Mi ha fatto stare con ansia.
- Ma no, non volevo coinvolgerti perché ancora non so niente di preciso, ho trovato una ricevuta nella tasca della giacca di Guido, quasi la stavo buttando via che era tutta stropicciata, poi stirandola con le mani l’ho aperta e ho letto: - Guido Mariani - una notte - due persone - una matrimoniale - secondo te cos’è? La lista della spesa oppure la ricetta di un dolce?
Vera non risponde, io la fisso in attesa di una sua parola, ma lei è triste e si vede che è rimasta male, una cosa così da Guido, che lei ha conosciuto molto bene, non l’avrebbe mai sospettata.
- So quello tu prova amica mia, sai io ho passato prima di te, sfasciare matrimonio co figli o no, non va. Poi, io ho tirato su mie maniche e andata avanti, anche se ho perso, sì ho perso, ma dopo anche ho vinto, adesso tanto tempo è passato, cara, tempo cancella, tu sai no? Poi rimasta sola e io ora abituata. Dispiace per te Gloria, ma quando Guido torna tu no mollare, lui può dare sua spiegazione, no disperare mai, anche se conosco, parole essere i-nu-ti-li, io può dire… ma… meglio aspettare che lui torna ok? Tu sta serena, questo importante, tu sai?
Mentre la ascolto mi fa tenerezza, mi piace quando parla perché omette spesso gli articoli, un po’ ha imparato da quando è qui, ma nella loro lingua non li hanno e le abitudini non sono facili da cancellare.
Vera stringe le mie mani tra le sue e mi guarda negli occhi.
- Qualunque momento - mi dice - qualunque cosa, ti prego amica mia, chiama anche piena notte. Io devo tanto a te, a Guido anche, vi voglio bene, tu sai no?
- Come vuoi che non lo sappia? Siamo diventate come sorelle, cara Vera. Anch’io ti voglio bene! Ma tu sai come si sta male no?
- E certo, so, ma oggi tuo compleanno, ok?
- Sì, con te al mio fianco sto bene, su vieni entriamo nel Bar, prendiamo il tè? Oppure un caffeino con un po’ di panna, come quello laggiù? Abbiamo bisogno di coccole, ti pare?
- Coccole?
- Sì, di cosine buone, di moine, quelle che si fanno ai bimbi.
- Ah! Io capito.
Entriamo e cerchiamo un tavolo d’angolo così possiamo parlare con un minimo di privacy. Prima ci rifocilliamo, poi Vera mi domanda:
- Cosa intendi tu fare adesso? Tu aspetta Guido e poi parla con lui?
- Sì, certo, ma sto immaginando la scenetta, che gli dico? Ho trovato una ricevuta d’albergo e l’ho letta? Oppure - C’era una macchia sulla manica destra della tua giacca e prima di portarla in tintoria ho frugato nelle tasche? - E potrei anche chiedergli chi era la persona che era con lui. Una donna? Chi è? La conosco?
- Tu aspetta Gloria, va con calma, tu no aggredire lui, tu aspetta lui parla e dice chi, come e perché, lui deve parlare te e dire come, dopo se lui no parla tu chiedi lui chi lei è, come finita in suo letto, perché questo che successo, lui deve dire te motivo, no tu chiedere a lui. Ok?
- Sì, forse hai ragione, tu riesci a capire che ho una quantità di sentimenti che frullano nel mio cervello, ma non devo lasciarmi trasportare da questo, sai io non sono calma come te, magari lo fossi, ma cercherò di fare come dici. C’è anche tanta rabbia in me. Ultimamente Guido è un po’ cambiato, l’ho notato nell’ultima vacanza che abbiamo fatto l’estate scorsa. Siamo andati a fare una crociera, ti avevo mandato una cartolina da Arecife, ricordi?
- Sì, ricordo tua bella vacanza, fotografia di vulcani nelle isole Canarias, tu ha dato me anche opuscolo con tutte figure, e poi? Tu no aveva detto niente.
- Non te l’avevo detto perché sono state due scemenze, una successa la sera che ci siamo imbarcati. Finita la cena, avevo chiesto a Guido di salire con me sul ponte superiore a vedere le stelle cadenti di San Lorenzo, dalla sua espressione ho capito che ci sarei andata da sola, inutile insistere.
- E l’altra?
- L’altra è stata durante un gioco, mi avevano invitata a partecipare al quiz, io sono andata, ma evidentemente Guido non ha gradito, non l’ho più trovato al nostro tavolo, ho aspettato una ventina di minuti poi sono scesa a vedere se era già a letto. C’era, ma io sono tornata al quiz, in una crociera è anche bello fare amicizie e partecipare ai giochi. Fa parte del divertimento! Ti pare?
- Sì, Guido forse stanco, può essere così?
- Certo, l’ho pensato anch’io, ma non so, forse col fatto che era sempre in giro avevamo perso la sana abitudine di parlare di più tra noi, ormai nel nostro rapporto c’è qualcosa che non fila più, lui sembrava geloso, ma lo era in un modo sbagliato, non voleva che io fossi guardata o ammirata, gli dava fastidio che mi dicessero ‘brava’ o ‘bella’, ma tu sei contento se lei è brava e bella. O no? La gelosia può anche servire in un rapporto, ma deve essere al positivo, tutto ciò che è negativo disturba.
- Ma lui fa te complimenti, come sta bene, come tu brava?
- Non più. Ha perso l’abitudine.
 
Mi fa bene andare con Vera. Lungo la strada parliamo, le sue domande hanno uno scopo terapeutico su di me, sono mirate a capire come sto, è un po’ preoccupata. Poi le chiedo:
- Come ti sei sentita quando tuo marito ti ha detto che se ne andava? Scusa, ma te l’ha detto in modo brutale! Uno arriva, fa i bagagli e se ne va? Che ti ha detto, come si è giustificato?
- Boh! Ricordo tanta premura di lui, poi ha fatto valigia, lasciato indirizzo, numero di telefono, duecento dollari. Basta! Poi mandava soldi ogni mese.
- Che pazzo! Ma laggiù aveva famiglia?
- Non ha detto, penso sì ha famiglia, anche un figlio, poi ho saputo, dopo.
- Ma dico io, con tutto quello che vi è successo, la guerra… scappare via, cambiare tutto, lingua e nazione, lui non ti ha più voluto? Perché, te l’ha detto?
- No, no, lui ha detto: - Vado abitare in America, là è mio lavoro. -Basta.
- Non ci posso credere. Ma tu non hai reagito, gridato, imprecato?… Sei rimasta lì, così?
- Io sono rimasta così, ma no volevo andare via di qui, mai, qui sto bene, abbiamo amici, tu sai, sei prima, poi tutti altri. Tornare Sarajevo, sì, va bene, forse se ragazze vogliono, allora andare via può essere che sì, andremo.
- Io non so cosa devo dirgli, non so come accoglierlo, gli spaccherei la faccia, ma col pensiero. Poi sai, tra ciò che penso e ciò che farò c’è un abisso in mezzo.
- Tu sai lui vuole te bene, no? - chiede Vera.
- No, io sapevo che lui mi voleva bene. Non è più così, non so se lo perdono. Quando succede una volta… non lo so, ti giuro che sono seduta sulle spine. Non so più niente, neppure chi sono, chi ero e chi sarò. Sono dentro a una nebbia fitta fitta.
- Vera mi stringe la mano per farmi coraggio, poi dice:
- Amica che adesso faccio conoscere te, suo nome Amoira, siamo quasi arrivate a suo Bazar, questo suo nome proviene da nonna nata in India, ma vissuta anche lei in Sarajevo. Ecco arrivate suo Bazar, vieni entriamo.
 
Amoira è una donna strana, nel senso che è un ‘tipo’ nel genere che richiama l’esotico. È alta, ha lunghissimi capelli ondulati, castani, che lei porta sciolti sulle spalle, e indossa un lungo abito con sopra uno scialle a colori molto sgargianti che tiene sulla spalla destra. Il negozio che ha creato sembra sia nato con lei dentro. Si integrano alla perfezione.
È un Bazar molto grande, c’è un po’ di tutto, da splendide stoffe in seta, ad abitini smilzi lavorati con disegni geometrici, dalle gonne a balze multicolori, a scialli avvolgenti; dalle collane con pietre dure, a catene chiuse da vistosi lucchetti, da basse espadrillas a sandali alla schiava a metà gamba; poi chincaglierie molto fini di diversa provenienza e tante altre cose.
Il tutto è appeso o messo su manichini sparsi un po’ ovunque, sembrano personaggi atteggiati in mosse diverse: chi è chino, chi ha un braccio alzato, chi tiene in mano delle stoffe… uno ha addirittura una sfilza di pacchi tra le braccia.
In un angolo c’è la zona relax con un grande Samovar sempre caldo, divanetti e poltrone imbottite per il ristoro e, in fondo, tavolini colmi di ninnoli di diversa provenienza. Tutti oggetti particolari e singolari.
- Vieni, Gloria, ti presento mia amica Amoira. - Vera mi fa segno e allunga il suo braccio verso di me per farmi avvicinare.
Parla bene l’italiano, è venuta in Italia appena ventenne: i suoi genitori commerciavano in stoffe e tappeti orientali e lei ha vissuto immersa in questa atmosfera che richiama i paesi del nostro vicino medio oriente.
- Io e Amoira abbiamo fatto scuole medie insieme nella stessa classe, poi lei partita con sua famiglia prima per Francia, poi per Italia. Qui lei mantenuto sempre contatto di me, raccontavamo tutte nostre storie amorose, bello essere ragazze, bei tempi, tanto sogno.
Ci accoglie con un sorriso smagliante e il fare signorile e spigliato di chi è abituato a ricevere. L’ambiente ampio e luminoso avvolge chiunque entri. Vera e io ci avviciniamo a un quadro di tele multicolori intitolato ‘Finestre del mondo’, poi quadri in vetro in diverse fogge, fregi murali sbiancati, tele di Budda, trofei di teste di bufalo.
Il reparto francese è colmo di oggetti, dai più piccoli ai più importanti, di quelli che danno un tocco di sofisticata intimità alle nostre case: piccole vetrinette in legno anticato, oggetti in ferro battuto sbiancato, trine di bisso, pizzi e tendaggi.
In questo luogo ci dimentichiamo del tempo e tra un oggetto e l’altro, il mezzogiorno suona da un orologio a cucù che esce fuori e canta i suoi dodici giretti con verso ripetitivo. Amoira ci propone uno spuntino in un locale vicino al Bazar, di proprietà di suo marito.
- Naturalmente sarete mie ospiti, mio marito sarà molto contento di conoscervi. Vi lascio un attimo, vado a chiudere sul retro e arrivo.
- Te piaciuta mia amica?- mi chiede Vera.
- Molto, non solo, ma mi è piaciuto anche l’ambiente che ha saputo creare nel suo negozio, mi ricordava un po’ Istanbul, che tanti anni addietro Guido e io, con Francesco, abbiamo visitato.
- Sai, loro molto ricchi, papà suo vendeva tappeti e ancora lei vende anche tappeti, in suo primo negozio di Viareggio dopo che venuti da Francia, qui da solo sei anni.
- Sì mi piace tantissimo il bazar, l’angolo col Samovar in particolare conferisce al locale un tono intimo e confidenziale. Sembra il salotto di casa, dove accogli amici, amiche e conoscenti e poi ti racconti. Mi ha fatto un po’ d’invidia, mi piacciono i tipi di negozi con tante cose diverse. Ricordo che quando sono tornata da Istanbul avevo pensato di metter su un negozietto, magari più piccolo di questo. Gli oggetti orientali sanno di sogno, io li ho sognati fin da bambina. Da piccola fantasticavo, immaginavo di essere la figlia di un ricco sultano, mi immedesimavo a tal punto che la notte facevo sogni fantastici. Guarda, alla fine ci credevo sul serio, mi catapultavo in posti lontanissimi fino a credere di essere stata là. Quando ho visitato Istanbul mi sono trovata a casa. E oggi stessa cosa. Chissà se nella mia vita precedente sarò stata proprio figlia di un Sultano?
- Ma dai, vero questo che tu dici?
- Sì, è proprio vero, ma non l’ho mai svelato. È una cosa solo mia fin da quando ero bimba. È un segreto, e chissà se un giorno potrò avere un negozio come questo!
- Eccomi, venite con me, è poco lontano da qui - dice Amoira.
 
Vera e io camminiamo a fianco. Amoira si china un po’ in avanti per chiedermi se mi sia piaciuto il Bazar, io le rispondo di sì, che mi è piaciuto, anzi che ho sempre pensato di mettere su un’attività di quel genere. A tale proposito mi informo per sapere se sia difficile procurarsi tutta quella merce diversa. Lei mi risponde che non è difficile, bisogna però viaggiare molto, perché certi oggetti particolari, come i quadri o i mobili, è necessario comprarli proprio sul posto.
- Ogni anno mio marito e io facciamo settimane di vacanza in cui visitiamo i nostri fornitori, in Belgio, in Austria, in Turchia… sono i tre paesi dove troviamo la maggior parte del materiale, ma anche Spagna, Baleari, l’interno della Francia, la Svizzera. Approfittiamo per fare i nostri viaggetti, figli non ne abbiamo, siamo in piena libertà.
- Carino, piacerebbe anche a me, ma mio marito viaggia già per il suo lavoro, non potrei conciliare, anche se… non è detto. - Mi fermo qui per non raccontare cose di cui è meglio tacere. Poi, rivolta a Vera dico:
- A te piacerebbe fare un lavoro così?
- È bello, sì, anche in Sarajevo avevamo Bazar, prima di guerra, ora io penso anche sono tornati, sempre cose che piace guardare, ma meglio comprare. - dice Vera ridendo.
- Eccoci arrivate, prego entrate - dice Amoira.
Il locale è pittoresco, in stile locanda come quelle che ci sono in montagna o nella vicina Svizzera o come i Bistrot di Parigi. Si entra dal giardino con veranda e poi si va all’interno dove alte panche in legno formano una U creando una sorta di intimità: i soffitti sono abbassati da grossi travi su cui stanno appesi fasci di fiori essiccati, pentole di rame invecchiato appese ai muri e foto antiche in bianco e nero fanno mostra agli angoli delle pareti. Una enorme ruota sta al centro del soffitto; poi, in fondo, si salgono due o tre gradini e nella zona balconata si trova un enorme antico torchio, che è quello che dà il nome al locale, ‘All’Antico Torchio’.
Gloria è una donna come tante: un figlio universitario, una vita agiata, un’amica del cuore, Vera, e un marito, Guido.
Alla scoperta del tradimento di Guido, lo shock e un incidente d’auto fanno precipitare Gloria in un coma al cui risveglio è una donna nuova: insieme a Vera, fuggita negli anni Novanta con le due figlie da una Sarajevo in fiamme, progetta la svolta grazie all’apertura di un negozio.
Il bazar sancisce l’incontro con il vulcanico e affascinante Lucrezio, nuovi amici e una vita dinamica in cui però, dietro un arazzo e sotto un tappeto, pericoli e imprevisti attendono in agguato. Perché a volte è sufficiente una giornata storta per capire che la nostra esistenza è solo una facciata, pronta a crollare alla prima scossa.
Dopo tre romanzi basati su fatti reali e una raccolta di poesie, Gina Manzo Sparapani si cimenta con la narrativa pura e con una storia in cui toni e generi letterari si mescolano di continuo: dramma con commedia, rosa con giallo. Il risultato è un romanzo ironico, dinamico, profondo, in cui l’autrice dà voce a un’indimenticabile protagonista e a una miriade di personaggi che, come vecchi amici, vi porterete nel cuore.
Sergio Badino

Non ci sono commenti presenti.

Pubblica il tuo commento (minimo 5 - massimo 2.000 caratteri)

Qui devi inserire la tua Login!

Nascondi Qui devi inserire la tua password!

Hai dimenticato la password?

Qui devi inserire il tuo nickname!

Qui devi inserire la tua email!

Nascondi Qui devi inserire la tua password!

Hai dimenticato la password? Inserisci il tuo indirizzo email e riceverai i dati di accesso.

Qui devi inserire la tua email!

Ritorna alla login

Chiudi