M. Gisella Catuogno
L’ amante di M. Duras: recensione

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Titolo L’ amante di M. Duras: recensione
Autore M. Gisella Catuogno
Genere Saggistica      
Pubblicata il 27/03/2017
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   In poche pagine, il potente affresco di una famiglia francese trasferita in Indocina, in un paesaggio grandioso e ostile, con i drammatici rapporti che la attraversano: una madre debole e dominata dall’ amore insensato per il figlio maggiore, un mascalzone che manterrà a vita; un altro figlio maschio molto meno importante per lei, che morirà a ventisette anni, e la protagonista, l’unica figlia femmina, una quindicenne, attraente, intelligente ed inquieta, nei confronti della quale nutre al contempo aspettative e presagi nefasti. La figura di questa madre debole e ostinata attraversa tutta intera la rievocazione dell’autrice, che ricompone dopo cinquant’anni il puzzle dei suoi ricordi indocinesi e di un’infanzia difficile, segnata dalla declassazione e dalla morte del padre; ma il nucleo centrale della vicenda è la relazione dell’adolescente con un giovane cinese, ricchissimo, di dodici anni più grande di lei. Una storia d’amore intensa, passionale e disperata, in cui l’investimento sentimentale maggiore appare quello di lui, cosciente della trasgressione illecita a cui si sta abbandonando, data la minore età della ragazza, eppure seduttore e sedotto al tempo stesso. La ragazza, infatti, ebbene attratta fisicamente dall’amante col quale sperimenta per la prima volta e vive poi pienamente l’eros, sembra tuttavia meno coinvolta emotivamente del partner - della cui florida situazione economica si avvantaggia anche l’impresentabile famiglia - tanto da distaccarsene senza traumi quando prenderà coscienza dell’impossibilità di essere accettata dal padre di lui, che la considera una “prostituta bianca” ed ha in serbo per il figlio, succube del genitore, un matrimonio tradizionale.

Oltre che nel tratteggio sicuro di una vicenda avvincente, il pregio dell’opera consiste anche, a mio parere, nella rappresentazione spazio-temporale che ne costituisce il fondale: un andirivieni di memorie lontane e ricordi più recenti, dal Mekong  alla Francia, dalla terra dei monsoni ai salotti letterari degli anni ’60 a Parigi, attraverso una scrittura tesa, vibrante, sintetica, che pare ritornare circolarmente su se stessa - ad esempio nella rievocazione della morte del fratello -, assumendo angoli visuali diversificati, talvolta contraddittori: nella descrizione la madre a volte è “bella”, altre misera, sciatta, antiquata; così la ragazza stessa si autodescrive in modalità non sempre coerenti, a seconda della percezione di sé. Proprio come accade nella rievocazione di un passato remoto, quando il confine tra realtà vissuta, atmosfera onirica e proiezioni di desideri mai realizzati diventa labile e tutto si confonde, come nella corrente del fiume che scende verso l’oceano.

 

 

 

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