Max Manfredi
TRITA PROVINCIA

Titolo TRITA PROVINCIA
novella discreta
Autore Max Manfredi
Genere Narrativa      
Dedicato a
mio Padre
Pubblicata il 14/11/2002
Visite 18068
Punteggio Lettori 60
Editore Liberodiscrivere
Collana Fuori Collana  N.  98
ISBN 99-7388-012-6
Pagine 112
Prezzo Libro 12,00 € PayPal

Versione Ebook

ISBN EBook 9788893390521
Prezzo eBook 4,99 €
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Della sterminata legione di angioli e diaboli che compongono lo spirito e la mente di Manfredi, ce ne sono due, Max e Massimo, che più degli altri sono inquieti e tendono a uscire da lui: il primo attraverso i pori e la gola durante i suoi concerti, il secondo, più sottile e proveniente da abissi più profondi, cercando di trasformarsi in inchiostro e facendosi portar lontano da tappeti volanti di pagine manoscritte.

Del secondo vorrei narrarvi, essendo al cospetto del primo romanzo, pardon, novella discreta.

Massimo Manfredi è conosciuto anche per un tascabile edito da Vallardi sui limericks. Nei limericks, componimenti poetici regolati da leggi ben precise, il primo verso deve contenere l’indicazione di un luogo che quasi sempre, per doveri di rima e/o di effetto straniante e comico, in italiano risulta essere un paesino di qualche remota landa persa tra campi, ciminiere, pollai polverosi o taverne dalle grosse risa e piccole ore.

Orbene, Trita provincia è il primo verso di un limerick che, anziché voler continuare verso il basso della pagina, scappa via in orizzontale, come un granchio anarchico, fuggendo dal foglio, dal tavolo, dalla casa, dal paese, perfino dal tempo.

Massimo Manfredi fa parte di quella schiera d’artisti atemporali che camminando a fianco dei corsi e ricorsi vichiani sono stati via via all’ombra delle cattedrali delle grandi città del Medioevo, a consumare occhi e candele consultando antichi testi e scrivendo zibaldoni nell’Ottocento, a immaginare e disegnare nuove metropoli e ferrovie nei primi anni del XX° secolo, infine a scrivere, cantare o dipingere mondi altri nascosti nelle intercapedini del quotidiano che pendono stanchi dopo essere stati dentro di noi come il “trapezista molle” delle prime, bellissime pagine del libro.

Il diabolo Massimo di Manfredi s’è divertito con i suoi alambicchi pieni di parole e ci ha regalato quest’opera piena di calembours, assonanze, ossimori, riferimenti colti, vere e proprie metanarrazioni che fanno entrare e uscire il lettore dalla novella con la porta girevole dei cambi di ritmo e di piani spaziali e temporali.

Cesellatore della lingua e intagliatore di immagini, Manfredi ci conduce dentro un labirinto narrativo pieno di intuizioni felici, come la visione nelle biblioteche del terzo capitolo, o la storia dell’inchiostro odoroso nel dialogo tra Goffredo e Ermengarda oppure la passeggiata notturna di Manrico e quella di Duncano o la parte del Solstizio d’inverno: “Accompagnami al margine del sabba (…), ai fuochi, alle grolle, alle danza col fiatone; abbiamo già bevuto troppo dalle brocche amiche, tutto è triste come un ballo militare, tutto sembra compiersi nell’orlo smagliante tra stasera e l’addìo. Ma abitare l’addìo è come non andarsene mai.”

Certamente questi sono solo miei gusti personali, in quanto la novella discreta del diabolo Massimo presenta tanti e tali spunti per fughe mentali che ognuno può smontarla, rimontarla e mutarla nella sua testa come crede, sia per tentare di trovare l’uscita del labirinto, sia per perdersi ancor di più, sia per tentare di trovare il Minotauro e pagargli un Centerbe in qualche bettola dell’angiporto.

Se posso dare dei vaghi e personalissimi punti di riferimento per la navigazione in questo mare dal procelloso inchiostro, potrei citare Les chants de Maldoror di Lautremont o le Nourritures Terrestres di Gide, ma senza la cattiveria e i conti da regolare del primo e il tono da invettiva del secondo. Quello di Massimo Manfredi è infatti uno scrivere discreto, nel quale i microcambiamenti della natura e i particolari e le piccole vicende dei protagonisti si intrecciano con le Grandi Questioni e con l’Orizzonte, quasi a voler concretizzare gli enunciati della Tabula Smaragdina, citata nelle prime pagine, nella quale Ermete Trismegisto compara ciò che è in alto a ciò che è in basso e, quindi, l’infinitamente grande all’infinitamente piccolo.

E così, alla fine della lettura del libro o anche solo di una parte (un aspetto importante è che ogni brano della novella può essere autoconclusivo), in fondo all’alambicco della nostra anima, dentro il quale pagina dopo pagina avevamo messo a cuocere porti notturni, ronzìi di vecchie radio, antichi volumi, cinema nebbiosi, ubriachi che dormono, libri sigillati negli abissi marini, chiese e vicoli lerci, rimane una polvere di proiezione con la quale poter almeno pulire i vetri con i quali vediamo fuori e lucidare le scarpe che accompagneranno i nostri nuovi passi e che daranno calci a “sassolini che affondano, affondano tutti”.

***

La pozione del Massimo labirinto - Una prefazione a mo’ di postfazione di Claudio Pozzani
STROLOGO

E’ colpa tua se non visito più, battendo ciglia e neve, i santuari delle abetaie e le abetaie dei santuari; né intaglio, a roncolo distratto, nella carne del legno, i Santi e le Madonne incinte, Madonne il cui frutto di legno, nel grembo di legno, finirà centellinato dai tarli della sagrestia - ogni croce ha la sua croce.
Ho visto i larici pianger via tutta la loro manna, ubriachi d’estate e d‘api, come certi ritratti di santi trasudano sangue, che ronzan tutt’attorno delle preci di pellegrini canicolari ristorati a un miracolo d’ombra. Ho visto con questi miei occhi terra e muri insanguinati da chissà quale delitto - finché un dotto non mi spiegò, era l’inizio di Giugno, che si trattava della rossa pioviggine lasciata dalle Vanesse al tempo del riscatto dalla loro crisalide... è colpa tua, tua.
Speravo, niente, che m’avresti trovato in casa. Occorre far fare una chiave, incidere il palmo di cera della tua cara mano d’un incavo di chiave, per aprirci furtivi l’inverno, io e te: lo scrigno della Matrigna Collodicigno, la fibbia - sortilegio.
Volli corteggiarti d’un foco folletto incastonato in gemma d’anello, che mutava colore al mio umore e tono al mio tono: miele se sei infedele, zaffiro se ti raggiro, cenere se sei una venere, adularia s’io sono un paria, topazio quando mi strazio, corniola ti senti sola, giavazzo se sono pazzo!
Custodi del mio caminetto, due alari - li vedrai, se vieni - tutti nodi e viticci, due alari filari di ferro battuto: sotto, brace che chioccia. E libri, bella mia, quanti ne vuoi: libri che capiresti e libri che non capiresti, libri d’Ore, di mesi, anni e libri di minuti, santi e grimori, devozioni di monaci cordiglieri e Clavicole di Salomone, apocrife; stampe con su la beffa zoppa di un organo regale, falso, che al posto dei tasti torce code vive di gatti che gnaulano e soffiano scellerati corali. Ho libri sui funghi e libri sui diavoli (ogni fungo malefico è marchiato dalla signatura d’un preciso diavolo); poi possiedo un geloso volume rilegato in zecchino teriomorfo, tessuto di serpi e d’alghe: è l’Herbarium Mentis, la favolosa opera di Frate Paulus di Danzica. Non so se sia stato lui davvero: sai che le sue “ Selectiones” sono andate perdute, come ogni libro che si rispetti. Ma noi potremo applicarci a studiarlo, l’Herbarium, seguendone il dettato passo passo, e sperimentarne insieme i farmachi bui.
Ho volumi sull’Opus Magnum e sull’opus minus, recanti a frontespizio il testo della Tabula Smaragdina di Ermete Trismegisto (dicono somigliasse, nel suo vivo smeraldo, a una sapiente cucchiaiata di gelatina d’hashish, che lenisce i dolori).
Vedi, c’è solo la scelta dell’imbarazzo. E se non ti va di leggere (sarai stanca del viaggio!) stappiamo una bottiglia di vino d’Oporto. Questo sì che ci piace, eh?
E’ pieno di luce. Dà alla testa, coi suoi rossori severi. Stordito, affoga nel suo calore lo spettro d’un rubino. E’ pieno di luce e canta al fuoco d’un rubino. Bevi, bevi, è il fuoco che ci corre negli occhi, il suo fuoco: e ci ritroviamo a guardarci l’un l’altra con gli occhi di fuoco, le nostre maschere sono il familiare enigma del dopocena e son le zucche coi buchi per gli occhi e pel naso, scavate e accese dentro di un’anima candela... e sono loro i nostri guardiani notturni.
Di notte bruceremo l’erica per far restare secche le streghe. Tu preparerai i filtri d’amore con sangue d’uccelli, verbena e l’ippomane: così mi terrai avvinto, esile afrodite di febbre fievole.
(Tu attizza, ch’io sparecchio via le lische del pesce di fiume dorato al serpillo... contemplando la brace ch’è tutta un convento di stupri, monachine che saltano nude... alticci, perduti nel grembo del freddo che arriva. Io che scordo la mandora, ciangottìo di bischeri, perché il budello riposi. Poi tu che ti svesti serena, e come se tutto ci fosse dovuto da sempre).
Stiamocene acquattati qui, qui, di nascosto dal nostro solitario strascico d’eroi, dalle icone slave occhitristi come le renne della tundra dal cuor di lichene, i coboldi di Paracelso e i diavoli imprigionati nella cornice d’un rompicapo; fuggendo da parvenze umane che s’annidano persino fra le cuccume e le chicchere, dai volti degli gnomi intagliati nel ciliegio della Foresta Nera... dal soffio degli spiriti dei bimbi caduti nei pozzi per colpa d’amori gelosi di sterili ondine... e poi, dillo, da tutti gli eroi dell’ultima ora che ancora vagano per le strade, ciccando, ed è tardi, per certi già l’ora dell’arrivederci domani, per altri la speranza di dormire ma senza far sogni.
E noi? Macché, intenti e persi, casa dopo casa, nella geomanzia del nostro amore, l’interminabile riunione di famiglia: il barbuto, lo sfrontato, la prudente, la chiacchierona, vermiglio e biancore.
Persi e intenti nei riti avari e notturni dove io son lo stilo e tu sei la terra.
Ma - crepi l’astragalo - sempre mi butta che non vieni non vieni non vieni! Ah, coscine di pollo! E tu, perché non mi cadi in catalessi (da brava)? Così dovrei rapirti, dormiente, portarti fin qui a forza di braccia. Risvegliarti sì (credi che non ne sia capace?) ma solo a metà; e poi amarti solo nel sonno, solo quando non sogni ma non fai che muoverti dolcemente, quasi distesa in una amàca d’acqua, beata d’un verme di mare che sogna, non tu.
Speravo, nulla, che ti saresti fatta trovare in casa - la mia casa, la tua casa (che non c’è), la casa di betulla in riva a un mar di verde dove il fiume si culla.
Ma, gli abiti smessi d’autunno (ché quelli rosi dalla Tapezella li abbiam lasciati religiosamente chiusi nell’armadio), ecco che fra arbusti tarpati e ritorti come lo strame acceso del tabacco arreso dentro il fornello della pipa di pannocchia, che brucia tutto spocchia: Brutta, sei brutta coi tuoi capellacci a scopadiciocco! Stregaccia balocco! E io, che ti tiro il roccolo? Vicino vicino... mi coccoli? Nessuno, qui, a reggere il moccolo, rimorso dei brutti anatroccoli... e tu, tu non sei più la strega, che è brutta e si nega, sei la fata turchina che scende la china fra boccolo e boccolo.
Ah, questa rovina di finestra è aperta e mi piove nel calice dello spettro, da cui ingollo l’ultimo sputo di vin d’Oporto. Vuota giace la bottiglia in un canto. Parlo solo, ormai, col mio giullare o con quel che ne è restato. Se ho vicini, m’intimano di star zitto, picchiando su quello che per loro è il soffitto e per me il pavimento, tutto scalcinato e butterato per entrambi.
Che faccio di codesti volumi? Li sfoglio, deluso.
Preziosi in -quarto del diciassettesimo secolo, d’una stampa sbavata come se ci fosse stato versato del latte (inutile piangere!) o meglio, meglio, come se un diavolo triste e catatonico si fosse messo lì a lasciar cadere saliva sulle pagine, senza schizzare, lasciandosi andare; o uno scolaro che, invece di seguire la lezione, faccia verso terra, fa del suo sputo, sputo su sputo, una bella pozza sul pavimento della classe, un lago lunare nella topografia della stanza, lubrìca di riluttanza.
...Scolari che siedono ai banchi, irrequieti, indolenti - dolenti di una sbucciatura di cortile che brucia come una vergogna, d’un moccio che pende simile ad un rubinetto che perde, e pende e non vien su, per quanto tu sciurbi col naso. Capelli rapati da ergastolano, riso da sordomuti, gli scolari lottano a ficcarsi i pennini nelle gambe e nelle chiappe, in un brivido sparuto di peli; o bagnano a lagna palline di carta strappata, di bava d’inchiostro, sperse nella bava come le Afrofore; o arrotolano, dito su dito, il muco del naso, cercando di lanciare su un quaderno o su un viso quel proiettile d’artiglieria lagunare. Se, a dispetto delle bicellate, resta incollato all’unghia sozza (salta anzi dall’unghia al polpastrello, il molle trapezista), se ne slumacano strofinandosi la cappa.
Altri scavano, da dentro le nari, reperti fossili, affilati come i pennini usurati e secchi di polvere di china; oppure pellicole pellucide, ciascuna ancor con la sua lacrima; o robaccia verde, buona da mimetizzarci i militari.
Sulla scanalatura del banco tengono in fila quegli antipasti di mare. C’è chi ne pilucca, assorto. Biascica.
Se si cattura un moscone tonto, tutti si fanno attorno a chi sa come premergli il corsaletto fra pollice e indice, per fargli tirar fuori la lingua tutta intera. Gli si prescrive la fine. Vano il processo, giacché l’infanzia è santa come l’Inquisizione: già vola fra le mani un compasso, s’impala l’infedele - macché, meglio lo spillo da balia della tua cappa! Io ci ho lo stecco!
Ridono a crocchio, mentre il moscone infilzato, agonizzante, in piedi su una gomma con lo stecco orizzontale tra le zampe, pare far sollevamento pesi.
Gli ultimi non arrivano ad osservare il moscone in bilico sulla sua cyclette ruggente. Siedono, tesi: cesellatori di scoregge.
Ma all’oratorio, che l’ombra della cattedrale sovrasta, lanciano le palline sui tavoli verdi del calciobalilla e del ping pong, sul feltro antico del biliardo: le palle, massicce o minute, dure o cave, echeggian lungo campi e sponde, nella loro traiettoria, come lungo le navate della chiesa. Ogni po’ passa un prete in tonaca. Sa di dopobarba e ascelle di prete.
A volte gli scolari frignano, nelle risse dell’oratorio. Certi pianti si cancellan di botto, come quando la pallina del calciobalilla rimbalza sulla porta sguarnita e torna in campo senza chioccolar giù, per una lecca troppo forte. Degli altri pianti, però, non solo entrano in porta, ma vanno a nascondersi tra gli interstizi segreti del calciobalilla, non li tiri fuori più, nemmeno a calci, rimangon lì, rimangon lì.
Molti scolari sono imbattibili in qualche disciplina in cui altri fan peggio, o non fanno: vibrare il naso come il coniglio, nitrire, scoccar l’elastico, spegnersi la candela nel cavo umido del palato, biascicar fiammiferi accesi, piegare le falangi delle dita ad angolo retto; o fare rimbalzare i sassi piatti e lisci nell’acqua - una, due, cinque, sette volte, a perdita d’occhio, fin dove si smussa l’orizzonte.
Invece i sassolini della mia inutile geomanzia affondano, affondano tutti; finché non è più possibile il computo.









 
Della sterminata legione di angioli e diaboli che compongono lo spirito e la mente di Manfredi, ce ne sono due, Max e Massimo, che più degli altri sono inquieti e tendono a uscire da lui: il primo attraverso i pori e la gola durante i suoi concerti, il secondo, più sottile e proveniente da abissi più profondi, cercando di trasformarsi in inchiostro e facendosi portar lontano da tappeti volanti di pagine manoscritte.
Del secondo vorrei narrarvi, essendo al cospetto del primo romanzo, pardon, novella discreta.

Massimo Manfredi è conosciuto anche per un tascabile edito da Vallardi sui limericks. Nei limericks, componimenti poetici regolati da leggi ben precise, il primo verso deve contenere l’indicazione di un luogo che quasi sempre, per doveri di rima e/o di effetto straniante e comico, in italiano risulta essere un paesino di qualche remota landa persa tra campi, ciminiere, pollai polverosi o taverne dalle grosse risa e piccole ore.

Orbene, Trita provincia è il primo verso di un limerick che, anziché voler continuare verso il basso della pagina, scappa via in orizzontale, come un granchio anarchico, fuggendo dal foglio, dal tavolo, dalla casa, dal paese, perfino dal tempo.

Massimo Manfredi fa parte di quella schiera d’artisti atemporali che camminando a fianco dei corsi e ricorsi vichiani sono stati via via all’ombra delle cattedrali delle grandi città del Medioevo, a consumare occhi e candele consultando antichi testi e scrivendo zibaldoni nell’Ottocento, a immaginare e disegnare nuove metropoli e ferrovie nei primi anni del XX° secolo, infine a scrivere, cantare o dipingere mondi altri nascosti nelle intercapedini del quotidiano che pendono stanchi dopo essere stati dentro di noi come il “trapezista molle” delle prime, bellissime pagine del libro.

Il diabolo Massimo di Manfredi s’è divertito con i suoi alambicchi pieni di parole e ci ha regalato quest’opera piena di calembours, assonanze, ossimori, riferimenti colti, vere e proprie metanarrazioni che fanno entrare e uscire il lettore dalla novella con la porta girevole dei cambi di ritmo e di piani spaziali e temporali.

Cesellatore della lingua e intagliatore di immagini, Manfredi ci conduce dentro un labirinto narrativo pieno di intuizioni felici, come la visione nelle biblioteche del terzo capitolo, o la storia dell’inchiostro odoroso nel dialogo tra Goffredo e Ermengarda oppure la passeggiata notturna di Manrico e quella di Duncano o la parte del Solstizio d’inverno: “Accompagnami al margine del sabba (…), ai fuochi, alle grolle, alle danza col fiatone; abbiamo già bevuto troppo dalle brocche amiche, tutto è triste come un ballo militare, tutto sembra compiersi nell’orlo smagliante tra stasera e l’addìo. Ma abitare l’addìo è come non andarsene mai.”

Certamente questi sono solo miei gusti personali, in quanto la novella discreta del diabolo Massimo presenta tanti e tali spunti per fughe mentali che ognuno può smontarla, rimontarla e mutarla nella sua testa come crede, sia per tentare di trovare l’uscita del labirinto, sia per perdersi ancor di più, sia per tentare di trovare il Minotauro e pagargli un Centerbe in qualche bettola dell’angiporto.

Se posso dare dei vaghi e personalissimi punti di riferimento per la navigazione in questo mare dal procelloso inchiostro, potrei citare Les chants de Maldoror di Lautremont o le Nourritures Terrestres di Gide, ma senza la cattiveria e i conti da regolare del primo e il tono da invettiva del secondo. Quello di Massimo Manfredi è infatti uno scrivere discreto, nel quale i microcambiamenti della natura e i particolari e le piccole vicende dei protagonisti si intrecciano con le Grandi Questioni e con l’Orizzonte, quasi a voler concretizzare gli enunciati della Tabula Smaragdina, citata nelle prime pagine, nella quale Ermete Trismegisto compara ciò che è in alto a ciò che è in basso e, quindi, l’infinitamente grande all’infinitamente piccolo.

E così, alla fine della lettura del libro o anche solo di una parte (un aspetto importante è che ogni brano della novella può essere autoconclusivo), in fondo all’alambicco della nostra anima, dentro il quale pagina dopo pagina avevamo messo a cuocere porti notturni, ronzìi di vecchie radio, antichi volumi, cinema nebbiosi, ubriachi che dormono, libri sigillati negli abissi marini, chiese e vicoli lerci, rimane una polvere di proiezione con la quale poter almeno pulire i vetri con i quali vediamo fuori e lucidare le scarpe che accompagneranno i nostri nuovi passi e che daranno calci a “sassolini che affondano, affondano tutti”.

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La pozione del Massimo labirinto - Una prefazione a mo’ di postfazione di Claudio Pozzani
Commenti dei Lettori
Commento della redazione

Amico mio sei sempre una sorpresa. Vista la tua culture selvaggia non ho il minimo dubbio che riconoscerai in Shabine il triste marinaio di Walcott, il negro rosso. Dietro il nick si nasconde invece un ammirato Edo (si il marito di Silvana) che ti legge con lo stesso piacere con il quale ti ascolta nei tuoi concerti. Bravo ancora mon ami, sei un grande.... Ah, by the way...se ti leggi la mia '59' è dedicata a te ed alle tue canzoni...
Voto Attribuito: 5
Shabine (30/11/2002)

Le parole lette di Trita Provincia, come “demoni serpentelli di fumo e di buio”, come streghe e folletti danzano a un ritmo vario e generano pensieri, ricordi, desideri, sogni di ricordi e pensieri che non sono più quelli che hanno dato vita alle parole scritte. Grazie a Max Manfredi per questo viaggio dentro alla parola, ai profumi, agli odori, ai sapori, alla vita vissuta e veduta … Da leggersi in giornate di sole, per farsi prendere senza perdersi.
Voto Attribuito: 5
Domingo Paola (11/02/2003)

Curiosa di leggerlo. E auguri.
Voto Attribuito: 5
Anna  Fabiano (22/02/2003)

Considerato che questo è l'unico modo per contattarti, perché non posti altri brani? Vorrei dialogare con te, ma come? La mia email è pubblica.
Anna  Fabiano (22/02/2003)

evviva. un non morto.
Voto Attribuito: 5
Alessandro Ansuini (17/04/2003)


Voto Attribuito: 5
Marina Minet (18/04/2003)

Madonna che orrore. Ma davvero fai il cantautore?
(rima fantastica). Qui, a Re di Roma, ho trovato il tuo disco.
Posso dire "misericordia" senza che tu t’offenda?


ivette (05/10/2003)

Mi sono avvicinata piano,piano e silenziosamente alla tua musica,ma soprattutto alla tua poesia.Seguendo le orme di papà che ti conosce e ti ammira da una vita.in principio canticchiavo qualche "canzoncina" come allora consideravo (ingenuamente) le tue opere.veri e propri capolavori,misticità e qualcosa di inspiegabile in ogni tuo disco ed in ogni tua parola ricercata.Non so se leggerai il commento,ma non importa.volevo lasciare un messaggio di ammirazione.ora dovrò mettermi d’impegno e leggere il libro.probabilmente non lo capirò a fondo...impossibile risolvere completamente quel rebus che è Max Manfredi!verrò volentieri a Finale =)
Voto Attribuito: 5
Lolla Poll (11/11/2003)

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