Blank rapsody
Il rospo tuonava dentro il suo gozzo
Ma gli uomini cercano “ten psuken” e perdono “ten psuken”
Carlo MichelStaedter – La Persuasione e la Rettorica
Il rospo tuonava dentro il suo gozzo
Urticante. Il roco frastuono
Riempiva le vescicole
Arrossandole col passare dei secoli.
Nella caverna
Strapiombi foderati dall’eternit
Custodivano il pulpito di fluorite
Vomitando vertigini ad onore
E gloria dell’impero dei ciechi.
Degli anziani brachiopodi
Forniti di corde vocali
Uno solo conosceva la lingua
Dei vedenti;
Modulava con quelle Te deum
Da vari millenni, senza poterle ascoltare,
Per la congenita assenza di timpani.
Il rospo tuonava dentro il suo gozzo
Urticante. I lattanti adunati
Alla base della cantoria
Cullavano i lunghi crani
Plasmati dall’elefantiasi,
Assorti nel rullo di peti soffocati
Per la congenita lacuna di sfinteri.
Tra quelli alla portata
Della sua brulla commessura
Solo uno vantava il dono delle mani. Raspava
Con quelle il gozzo
Rubizzo di verruche e pustole
Stillanti diapositive del National Geographic.
Il rospo tuonava dentro il suo gozzo
Urticante. Aveva già pasteggiato
Con la trachea e la safena: tra qualche decade
Avrebbe finito di banchettare
Con il corpo calloso.
Questo lei cominciava a sentirlo:
Avrebbe presto perso l’uso dei sensi.
Fecondata dall’oleoso veleno, la sua cervice ingorda
Sputava tonnellate di acefali
Ammassati vicino all’imboccatura,
E con la sua massa
Castrava la luce radente.
Specchiandosi nella vitrea sclerotica
Dell’ultimo nato, tra le frequenze a banda larga,
Spalancate le fauci guardava in fondo al suo gozzo:
Attraverso le tenebre gutturali
Il rospo gli sorrideva
Il belletto dell’ultimo ballo applicato sul muso.
Alessandro Fantini 10 febbraio 2003