La stanza era satura dell’odore della cera, la fiamma delle candele la rendeva simile ad una cripta.
C’erano candele in ogni dove: al centro del tavolo, su qualche sedia, in bilico tra i volumi della libreria e persino sul pavimento ad ogni angolo della stanza. Qualcuna poggiava su un piedistallo più o meno stabile, molte altre rimanevano attaccate alla realtà dalla stessa cera che, liquefacendosi, disegnava le forme del luogo dove giaceva. Le candele vere e proprie in verità, erano poche, la maggior parte di quelle fiamme prendeva vita da cera riciclata. Il posto più insolito dove una di queste aveva messo radici era il lavandino. La casa, priva di acqua ed energia elettrica, aveva enormi ragnatele che disegnavano gran parte delle pareti.
Un velluto verde levigato dagli anni foderava la poltrona, vecchia e zoppa che poggiava a malapena su tre gambe. Era il posto preferito dall’uomo. Trascorreva giornate intere sprofondato in quei cuscini riempiti di niente. Leggeva e fumava il tabacco amaro che racimolava dai mozziconi raccolti per strada. Fumava la pipa per questo motivo. La cera, la polvere, il fumo rubato alle cicche e i ragni, davano alla stanza, alla casa intera, quell’odore pesante tipico del tempo andato. C’erano libri sparsi per terra o ammassati uno sull’altro che ostentavano un equilibrio conquistato nel tempo. Su una pila di grossi volumi rilegati in pelle poggiava un posacenere e la solita candela immaginata. L’uomo leggeva di tutto e sempre, forse non si era ancora accorto che nella casa, da tempo, mancavano acqua e luce.
Era immerso nella lettura di "Notre-Dame de Paris" di Victor Hugo, fu sorpreso quasi spaventato, quando sentì bussare. Si alzò, lentamente si avvicinò alla porta e aprì. Quello che vide lo lasciò di stucco: si trovò davanti un muro di mattoni rossi perfettamente allineati, odoravano ancora della calce che li teneva uniti. Richiuse la porta e d’istinto corse alla finestra più vicina, la spalancò: mattoni rossi allineati.
Murato
Murato vivo dentro casa. Scivolò per le stanze alla ricerca di una via d’uscita ma l’odore di calce era ovunque e presagiva il peggio. Rassegnato si abbandonò alla sua sorte.
Dormì
Si svegliò da un sonno profondo, ignorava quanto tempo fosse passato. La luce nella casa era sempre uguale, quella delle candele, uno stupido scherzo del buio.
Le contò, erano venti, tutte accese. Considerò che fin quando facevano luce, nella casa c’era aria e lui poteva vivere. La sua vita era legata a quella finta luce... o era un finto buio? Passava il suo tempo a leggere e controllare la cera. Di tanto in tanto la rimpastava, con abilità recuperava ogni minuscola particella. Si muoveva per la casa seguito dalla sua ombra gigantesca, molto più alta di lui. Partiva da terra e assumeva una strana forma quando si curvava, per non toccare con la testa il soffitto. Era la sua unica compagnia. A volte faceva due passi, si fermava di scatto e l’ombra continuava a camminare, come se vivesse di un’energia propria. Altre volte era lei che prendeva l’iniziativa: si nascondeva tra gli spazi in penombra e in qualsiasi direzione l’uomo si muovesse, non appariva
- ... dai vieni fuori, lo so che ci sei, non saresti che un inutile buio se non avessi me –
Una fitta allo stomaco lo svegliò dal suo sonno. Provò a sollevarsi dalla poltrona ma cadde in ginocchio, la sua ombra restò immobile, in piedi davanti a lui. Un presagio. Ispezionò tutte le stanze mentre un dubbio atroce continuava a tormentargli l’addome. Due candele erano spente. Si chinò su una di esse e fece roteare i palmi delle mani intorno al minuscolo stoppino, non c’era aria. Pianse, un po’ per il dolore un po’ perché lentamente, inesorabilmente cominciava a morire. L’ombra rimase in piedi ad osservarlo, riusciva a soffrire, ma non aveva lacrime da versare.
Il tempo passava e di tanto in tanto, quella fitta allo stomaco aggiungeva altro buio a quello già presente nella casa. Finì il suo giro di ispezione, la casa ormai era illuminata da otto candele. Si rivolse alla sua ombra
- ... tu morirai con me lo sai vero? Sarai l’anima dell’ultima fiamma, l’ultimo buio, lei andrà via e ti porterà con sé... -
Le rughe avevano messo radici sul volto dell’uomo. Una tosse chiusa gli raschiava la gola e sempre più spesso perdeva sangue dal naso. C’erano pochi posti ormai dove poteva incontrarsi con la sua ombra, si sollevò e andò a cercarla. Era contro il muro del lavandino. Le parlò non riuscendo a nascondere l’emozione
- ... manca poco tempo al grande salto, ci sono rimaste solo tre candele. Volevo salutarti e ringraziarti per la tua pazienza, avresti potuto abbandonarmi da tempo ma mi hai aspettato fino alla fine. Grazie, tutto qui!... a dopo –
Aprì gli occhi. Il buio gli comprimeva lo stomaco come mai prima, capì che era il momento. Per l’ultima volta si tirò su dalla poltrona e andò a cercare l’ombra. Ispezionò la casa come tutte le altre volte ma lei non c’era. Provò anche a chiamarla ma non ebbe risposta. Era triste, non voleva essere solo, proprio in quel momento. Si avvicinò all’ultimo grumo di cera acceso, lombra era lì che lo aspettava, del resto era l’unico posto dove la sua vita avesse un senso, ancora per qualche istante.
Sedette sul pavimento accanto a lei. Entrambi guardavano ipnotizzati la flebile danza della fiammella che ad un tratto cominciò a cambiare colore e diminuire d’intensità.
Fu allora che l’uomo soffiò, facendo sì che il buio si impadronisse della casa... e delle loro vite.
" Quando fecero per staccarlo dallo scheletro che abbracciava, si polverizzò"
Notre-Dame de Paris - Victor Hugo -