Pier Paolo Sciola - La Vita Nonostante

Titolo La Vita Nonostante
Autore Pier Paolo Sciola
Genere Narrativa      
Visite 3899
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Il libro si libera  N.  2
ISBN 88-7388-053-3
Pagine 304
Prezzo Libro 14,00 € PayPal
Giusi Laspina, abbandonata in fasce il Venerdì Santo del 1952, davanti all’ingresso di un orfanotrofio, è costretta a scendere tutti i gradini dell’inferno sulla terra. Ogni volta che un evento positivo o una pausa tra una sconfitta e l’altra si manifestano come antidoti alla desolazione, ecco in agguato un altro tranello, un altro tiro mancino del destino, quasi una sorta di condanna, o un riscatto da pagare per il solo fatto di esserci, in questa vita che, chissà per quale disegno divino, ci è data in dono, nonostante...Giusi si racconta. La sua confessione, precisa e rigorosa, non lascia mai trapelare il dolore o la paura; un distacco asettico, una cesura marcata tra il peso delle esperienze e il modo di ricordarle sembrano quasi inaccettabili, e a momenti incomprensibili, fino a quando non si comprende che forse, solo se protetti da una corazza di ferro, è possibile guardare al passato, a quel tipo di passato, e tenerlo stretto, fino ad anestetizzare il dolore, trasformandolo in un nuovo cammino verso Dio.

Un romanzo avvincente, di quelli che poche volte si leggono di recente, che riesce a tenere incollati alla lettura fino all’ultima parola.

Anna Maria Fabiano

Fotografia di copertina eseguita da Annamaria Emanuele per gentile concessione dell’ Orfanotrofio San Secondo a Ventimiglia.

Elaborazione di Antonello Cassan.
Gennaio


Ho sempre detestato il mio nome. Certe volte penso che buona parte del disagio che in seguito si prova con se stessi abbia origine dal disprezzo dei propri dati anagrafici. Non diversamente da quanto succede, immagino, con i connotati.

Sono stata abbandonata in fasce davanti all’ingresso di un orfanotrofio il Venerdì Santo dell’anno 1952.
Le religiose che gestiscono l’istituto appartengono all’ordine di S. Giuseppe. Lei non immagina quanti bambini siano stati battezzati nella Casa con quel nome, al maschile e al femminile. Ma quando vi arrivo devono esserne temporaneamente sprovviste, perciò mi chiamano Giuseppina. La fantasia, evidentemente, non è considerata qualità essenziale al rigore della vita religiosa.

Dei primi tempi non ricordo molto, credo sia normale. Sono rimasta là fino all’età di nove anni, non per questo mi sento di disprezzare quel periodo. Confrontandolo con quanto mi è capitato in seguito, posso dire che ha rappresentato un’isola felice. A modo loro le suore si sforzavano di volerci bene. Lo facevano per senso del dovere, qualcuna persino per vocazione. ’Dare amore’ come imperativo inscritto fra le ragioni sociali della ditta. Comunque fosse, o si volesse chiamarlo, era pur sempre amore.

I bambini hanno un sesto senso infallibile, colgono la differenza tra vera e falsa bontà.

Da adulta mi rendo conto che non doveva essere semplice, per donne che non avevano mai conosciuto l’amore di un uomo, donare affetto ai prodotti di scarto di quel tipo di unione. Non era facile non essere mamme e sforzarsi di amarci con un cuore di mamma. Loro però lo facevano.

C’è una grande scritta dipinta sulla parete del refettorio: L’AMORE E’ NECESSARIO QUANTO IL PANE. Noi... ne siamo letteralmente affamate.

L’istituto, in quel periodo, ospita tanti bambini, molti di più di quanti se ne contino oggi.
Sono gli anni successivi alla guerra, anni di ricostruzione, di entusiasmo. Si assiste a una deflagrazione delle nascite. La percentuale di abbandoni è proporzionale al tasso di natalità. Il ricorso all’adozione è molto meno frequente. Mancano la cultura e la mentalità adatte. Le famiglie sono diffidenti. Molte coppie preferiscono restare tutta la vita senza figli piuttosto che portarsi un bastardo in casa. Morale: l’orfanotrofio è sempre affollato.

L’edificio risale al 1600, o agli inizi del 1700, non so con precisione. In origine era un convento costruito nel cuore della città vecchia, in mezzo a un groviglio di vicoli e strade strettissimi dove non arriva mai il sole. Ha mura incredibilmente spesse, lunghi corridoi male illuminati e stanze alte con il soffitto a volta. Nonostante la generale cupezza degli ambienti, nella memoria conservo l’immagine di un luogo colorato e chiassoso. Le pareti sono tappezzate di disegni, ritagli, manifesti, scritte educative, festoni multicolori, come in un carnevale perenne. Ci sono molti vasi di fiori negli angoli, lungo i muri. Al suo interno l’edificio nasconde un cortile, il chiostro, dove trascorriamo le ore di ricreazione. Una vasta sala si apre sull’unico lato del chiostro non “porticato”, ed è lì che giochiamo nelle giornate di pioggia.

Di quegli anni mi torna alla mente un viso dagli occhi azzurri, spruzzato di lentiggini, dai biondi capelli. Appartiene a una bambina di nome Fiorenza che tutti noi, per brevità e corrispondenza estetica, chiamiamo Fiore: la mia migliore amica, l’unica. Abbiamo la stessa età, frequentiamo la stessa classe, cresciamo insieme. Quando una si ammala, si ammala anche l’altra. Siamo inseparabili. Vicine di banco, di letto, di posto al tavolo del refettorio. Vicine di testa e di cuore, di speranze e fantasie. Tra noi non esistono segreti, ci aiutiamo, ci difendiamo a vicenda. I nostri sogni a occhi aperti sono film sonori, non muti. Giochiamo con delle bambole calve da orfanotrofio, cuciamo abitini con vecchie pezze di stoffa.

Spinte dalla curiosità, un giorno entriamo nello stanzino attiguo alla lavanderia. Dentro troviamo le scatole e i sacchi ricolmi degli indumenti smessi che la gente dona alla Casa. Sono abiti per bambini, naturalmente, scarpe, camicie, gonne, cappotti… persino dei buffi cappelli con la veletta. Chiudiamo la porta dall’interno, a chiave; non c’è molta luce. Tiriamo fuori i vestiti, piano, come chi abbia del tempo, senza sensi di colpa. Ce ne sono di tutte le fogge e le dimensioni. Indossiamo quelli che sembrano sposarsi meglio alla nostra taglia. Recitiamo la parte che implica ogni travestimento. E’ un teatrino, noi siamo gli attori e questi i costumi di scena. E’ una festa di personaggi, di pose, di situazioni. Il tempo vola via in un baleno.

Vengono a cercarci. Eccole là, le suore, che bussano alla porta. Il gioco è finito. Ne ricaviamo una punizione, non ricordo nemmeno quale. La fantasia fuori controllo è sovversiva, va trattenuta. Noi ne abbiamo da vendere. Siamo forti, in due. In due abbiamo l’integrità di una persona adulta. O quasi. Gli altri però non lo sanno. Solo la separazione potrebbe sconfiggerci. Ma siamo pronte anche a questo.

Ci piace andare di fantasia, ecco. Un modo innocente di evadere, di costruire mondi dove tutto è concesso. Non abbiamo il senso del limite. Siamo troppo piccole per renderci conto della nostra diversità. Siamo nate e vissute là dentro, l’istituto la sola nostra casa. Non rimpiangiamo cose che non abbiamo mai avuto. Perché non le abbiamo mai avute. Tuttavia sospettiamo l’esistenza di una realtà esterna che obbedisce a regole sconosciute, un mondo di cui stranamente non entriamo a far parte. Arrivano immagini di quel mondo, suoni, segnali, notizie. E tutto comincia a chiarirsi. Per esempio che gli esseri umani nascono all’interno di una famiglia; che una famiglia è composta di marito, moglie e figli, quando ce n’è. Esistono persino i nonni e le nonne… per dire.

Vengono i pensieri, allora, i dubbi; e con essi i primi disagi. Certe volte, di notte, dalle coperte trapelano singhiozzi smorzati. Nessuno ci bada, è normale. Succede a tutti, specie ai più piccoli. E’ il terrore notturno che ti entra nelle ossa. Il freddo. Un senso cosmico di abbandono. La certezza insanabile d’essere perfettamente sola nel mondo. Con tutte le cose che non capisci che stanno lì, ti fanno ombra e sono pronte a soffocarti.

In seguito ho scoperto che capita a tutti i bambini. La differenza è che in orfanotrofio non c’è una madre che corre sollecita al capezzale, ti prende fra le braccia, ti accarezza e ti parla fino a sedare l’angoscia. Le suore questo non lo fanno, non possono farlo. Ognuna di loro ha una trentina di figli da accudire. E devono riposare. I lamenti notturni diventano un fatto normale, un dato acquisito. Fanno parte, come si dice oggi, dell’acustica ambientale. Come il brusio persistente del traffico. O il rumore di fondo dentro i capannoni di una fabbrica. Di notte, in campagna, cantano i grilli. In orfanotrofio i bambini si mettono a piangere.

Non puoi farci niente, solo aspettare che passi. Se capita agli altri è più fastidioso. Come sempre con il dolore altrui. Fastidioso ma comprensibile. Se capita a te la faccenda è diversa. Sei arrivata alle domande importanti, le Grandi Domande. Il punto critico dove acquisti coscienza della tua condizione.

Le suore allora sono tempestate di quesiti, interrogativi pressanti. Fanno del loro meglio… per rinviare le risposte. A quei tempi non ci sono assistenti sociali. Devono cavarsela da sole. Facendo ricorso a un repertorio di ammissioni-omissioni che definire reticente è poco. Le spiegazioni fornite non appaiono mai del tutto soddisfacenti, impregnate come sono di religione, un argomento al quale in genere si arriva da grandi. Quando ci si arriva, naturalmente.

Fiore e io ci creiamo da noi le risposte, con fantasia. Solo così il nostro stato anagrafico d’orfane diventa meno opprimente. A volte ribaltiamo totalmente la prospettiva, trasfigurando la vergogna dell’abbandono in un segno di distinzione.

Fiore ha una voglia a forma di fragola stampata sul collo. E’ dotata di un talento stupefacente per le storie. Starla a sentire mentre le dice è un incanto, può andare avanti per ore. Partendo da quel suo distintivo – come ama chiamarlo – si inventa una favola che rimane famosa per anni nell’istituto. Suor Gerardina è bravissima a fare i disegni. La sua mano si muove sul foglio rapidamente, con leggerezza, sapendo sempre dove spostarsi. Come sopra binari invisibili. Con pochi tratti sapienti è in grado di delineare una scena, una figura, un paesaggio. La favola di Fiore si materializza in una ventina di grandi tavole colorate che finiscono sulle pareti del salone di ricreazione.

Non l’ho mai dimenticata. Per non perderne la memoria, al Ginnasio ne ho fatto una trascrizione che ancora oggi conservo, insieme alle lettere, le foto e gli oggetti più cari. Vorrei non riproporla, ma so che devo. Nella sua ingenuità, può dire di me più di quanto io stessa non sia in grado di raccontare. Le chiedo di avere pazienza. La favola è questa…

(continua)

Fu con la menzione al Premio Solinas del 1989 che il nome di Pier Paolo Sciola uscì allo scoperto. Una giuria seria e qualificata aveva segnalato la sua sceneggiatura, ma Sciola non era un cinefilo, né un aspirante sceneggiatore: soltanto uno che amava scrivere. In silenzio, senza cercare vetrine, mettendoci dentro onestà e passione.
Con gli anni e con caparbietà crescente Sciola ha affinato la scrittura, maturando racconto dopo racconto – una gavetta esercitata sulle short stories, concentrando stili ed emozioni – fino a misurarsi col respiro del romanzo. Nel passaggio nulla s’è perso, anzi le qualità narrative sono cresciute: un raccontare limpido, privo di fronzoli, la capacità di governare una storia e i personaggi, di entrare in punta di piedi nelle psicologie, talvolta alla deriva. Come la protagonista di «La vita nonostante», alla quale Sciola presta sensibilità e cuore, con semplicità: così il crudo racconto di una esistenza rubata può attraversare il buio, consentendo alle parole sulla pagina scritta di diventare le confidenze-confessione di un’anima che si redime.


Sergio Naitza

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