Laureto Rodoni
1. TEMI RELIGIOSI NELL’OPERA DI CHAGALL - 2. I VIOLINI DI CHAGALL: «ADESSO I VOSTRI COLORI CANTANO»

Vedi
Titolo 1. TEMI RELIGIOSI NELL’OPERA DI CHAGALL - 2. I VIOLINI DI CHAGALL: «ADESSO I VOSTRI COLORI CANTANO»
Autore Laureto Rodoni
Genere Saggistica      
Dedicato a
a tutti coloro che amano Chagall
Pubblicata il 18/12/2004
Visite 28393
Punteggio Lettori 20
chagall

chagallLdS.html

LE WEBSITES DI RODONI.CH

ANONIMO BERLINESE
STRANGOLATI DALLA VITA
POEMA TRAGICO IN CINQUE PARTI


«IO NON VEDEVO LA BIBBIA, LA SOGNAVO»

«Un quadro per me è una superficie coperta di rappresentazioni di cose (oggetti, animali, forme umane) in un certo ambito in cui la logica e l’illustrazione non hanno nessuna importanza...
Esiste forse una misteriosa quarta o quinta dimensione che, intuitivamente, fa nascere una bilancia di contrasti plastici e psichici colpendo l’occhio dello spettatore mediante concezioni nuove e insolite.»
«Ho sempre considerato clown, acrobati e attori come creature tragiche. Ai miei occhi assomigliano alla gente ritratta in certi quadri religiosi. Ancora oggi, quando dipingo una crocifissione o un altro quadro religioso, mi assalgono gli stessi sentimenti di allora, quando ritraevo la gente del circo.
Eppure non c’è niente di ’letterario’ in questi quadri, ed è difficile spiegare perché io trovi una rassomiglianza psico-plastica fra queste due arti della composizione.»
Chagall ebbe sempre a cuore i temi legati all’ebraismo, in particolare a una delle sue correnti, quella chassidica, risalente alla metà del XVIII secolo. Il chassidismo, rispetto alla tradizione colta (talmudica), è fondato su una mistica, su una spiritualità accessibili anche alla gente comune, ai non dotti. Tutti gli aspetti della vita quotidiana sono valorizzati, poiché la presenza e la volontà di Dio si rivelano in essa: «Ciò che è determinante - recita una massima chassidica - non è che Dio è, ma che tutto ciò che è, è insito in Dio.» Questo movimento religioso è inoltre più ricco di feste, di saghe, di folklore, di riti; sul piano letterario, la sua natura popolare trova espressione in brevi racconti di eventi prodigiosi (le «storie»), in cui sacro e profano, reale e miracoloso si confondono: una miniera d’oro per l’immaginario di Chagall.
Anche i soggetti biblici erano una componente essenziale del suo mondo interiore, «fin dalla prima gioventù» trascorsa in Russia, nel villaggio natale di Vitebsk: «Mi è sempre sembrato e mi sembra tuttora che la Bibbia sia la principale fonte di poesia di tutti i tempi. Da allora, ho sempre cercato questo riflesso nella vita e nell’arte. Per me, come per tutti i pittori dell’Occidente, essa è stata l’alfabeto colorato in cui ho intinto i miei pennelli.»
Quando, nel 1930, il mercante d’arte ed editore Ambroise Vollard gli propose di illustrare proprio il libro sacro dell’ebraismo (impresa titanica che, dopo Rembrandt, non fu più tentata da alcun artista) Chagall accettò con comprensibile entusiasmo e umiltà.
Prima di iniziare il lavoro, sentì urgente il bisogno di un contatto reale con il mondo ebraico: per questo motivo nel 1931 si imbarcò per la Palestina. Non fu soltanto un’esperienza spirituale, un pellegrinaggio o un ritorno alla terra d’origine, ma anche un’esperienza plastica: egli scoprì, commosso, i paesaggi riarsi, ridotti alla loro essenzialità, immersi in una luce diversa, sfolgorante. Una luce che volle accendere nelle incisioni e nelle tele per interpretare e amalgamare, come aveva fatto in dipinti precedenti su temi diversi, gli elementi della realtà e della visione. Da questo viaggio riportò l’impressione più forte della sua vita.
Chagall incise 105 lastre che illustrano episodi importanti, ma anche marginali, delle Sacre Scritture. Fu un florilegio tematico del tutto soggettivo, suscitato anche dai ricordi giovanili della vita religiosa a Vitebsk. Infatti le scene bibliche, incentrate sul tema dell’Uomo come creatura di Dio, sono quadretti di vita di un villaggio ebreo di quei tempi e quindi connesse a un presente, a una quotidianità, di cui l’arte di Chagall riesce a svelare il mistero: «Chagall legge la Bibbia e subito i passi biblici diventano luce per tutti», scrisse, a questo proposito, il filosofo Gaston Bachelard.
Nell’arco della sua lunga esistenza, il pittore russo dedicò ben 450 opere alla Bibbia; fra queste 17 grandi quadri a olio. Egli stesso ammise esplicitamente che queste opere non hanno un restrittivo valore confessionale, ossia non sono la rappresentazione della religione ebraica, ma hanno un significato spirituale e poetico universale. [*]
Basti pensare all’immagine solitaria di Cristo che compare in molte sue tele come simbolo della «tragedia del mondo», di tutti coloro che subiscono oltraggio, carcere, supplizio per le loro idee politiche o religiose. [Crocifissione gialla]

LA CROCIFISSIONE BIANCA

La crocifissione bianca è senza dubbio uno dei vertici artistici chagalliani: dipinta nel 1938, in essa il pittore esprime le sofferenze del suo popolo odiato e perseguitato e prefigura drammaticamente le ignominiose atrocità che saranno commesse nei mesi e negli anni successivi.
Un grande crocifisso bianco campeggia nel mezzo della tela, messo in rilievo da un fascio di luce divina che sembra quasi sostenerlo. Il Cristo non è cinto dal perizoma, ma dal tipico manto ebraico. Attorno al crocefisso, al posto delle figure consuete (i due ladroni, i soldati, la Vergine, le pie donne ecc.) ebrei in fuga, scene di distruzione, di saccheggi, di disperazione: il caos.
Il furioso incendio della Sinagoga rievoca drammaticamente le distruzioni dei luoghi di culto perpetrate dai nazisti in quegli anni. Per Chagall il tempio ebraico era come una sorta di prolungamento della casa, a Vitebsk, poiché era assiduamente frequentato dalla sua famiglia, dal padre* e dal nonno in particolare, che era rabbino. Non stupisce quindi che il pittore abbia inserito la tela intitolata appunto Sinagoga (1917) nella serie di quadri legati alla sua famiglia. Questo intimo attaccamento al luogo di culto amplifica il dolore e lo sgomento del pittore, resi da colori giallo-cupi e rossi che contrastano con le tonalità bianco-grigiastre del dipinto. Le punte delle fiamme si sovrappongono al fascio di luce divina, come se potessero sacrilegamente violarla, e si riflettono sul corpo di Cristo, esasperandone la sofferenza. Anche le fiamme bianche, che si sprigionano convulsamente da una torah (il Pentateuco biblico), hanno ormai intaccato la scala appoggiata alla croce e minacciano la croce stessa. [* La casa rosa o La Strada, Parigi 1922: il padre esce di casa per andare nella sinagoga]
I famigerati pogrom (le distruzioni dei villaggi ebrei) sono rievocati alla sinistra del quadro: case incendiate, distrutte, capovolte, sedie rovesciate, tombe profanate, un uomo morto per terra che sembra divorato dalle fiamme. Non manca il violino, piccolissimo, accanto a tre uomini seduti presso le rovine delle loro case: nella comunità ebraica chassidica il violinista accompagnava nascite, matrimoni, funerali ed era per Chagall, che lo immortalò in numerose tele, una figura mitica e amatissima.
La fuga come conseguenza della barbarie è un altro tema sviluppato in questo dipinto: fuga di una donna dall’espressione atterrita con il suo bambino tra le braccia, di un vecchio (l’ebreo errante) che attraversa le fiamme sprigionate dalla torah, di un altro ebreo che cerca di portare in salvo un’altra torah, di soldati in preda alla disperazione che si sporgono stremati da una barca, mentre altri si sbracciano per chiedere aiuto...
I soldati dell’Armata rossa che irrompono dalla sinistra sembrano troppo pochi per contrastare una tale immane brutalità, ma sono, ancora una volta, una speranza per Chagall...
Al di sopra degli incendi «levitano», come angeli umanizzati, tre rabbini e una donna: increduli e disperati, sembrano danzare una preghiera funebre nel cielo annerito dal fumo dei saccheggi, sordide nubi che soltanto il fascio di luce divina può lacerare: nello scempio cagionato dall’odio, questa luce e la presenza di Cristo morente accendono altre speranze e prefigurano una rinascita, un riscatto, una riconciliazione, una vita nuova...
Ma ciò sembra appena attenuare la visione apocalittica intorno alla croce. I toni spettrali ottenuti con un uso sapiente del bianco in ogni sua variazione, rendono sommessa la disperazione, silente l’orrore, amplificando, paradossalmente, la drammaticità delle scene.
Chagall osserva attonito queste atrocità e sembra che intoni, con i suoi pennelli, una sorta di struggente qaddish* pittorico.

*preghiera ebraica

[*] «Se un pittore è ebreo e dipinge la vita, come potrebbe rifiutarsi di accogliere elementi ebraici nella sua opera? Ma se è un buon pittore, il quadro si arricchisce. L’elemento ebraico è, ovviamente, presente, ma la sua arte vuole raggiungere una risonanza universale.»

L’articolo è pubblicato con la riproduzione del quadro analizzato in http://www.proscenium.ch/pittura/chagall.html -
Si trova pure in
http://www.diocesi.torino.it/ascolto2004/chagall_bibbia.htm

***

«ADESSO I VOSTRI COLORI CANTANO» - I VIOLINI DI CHAGALL

Come ho scritto nel precedente articolo, Chagall fu educato secondo i princìpi del chassidismo, movimento religioso caratterizzato da una visione della fede meno elitaria rispetto al giudaismo, poiché seppe aprire i segreti della spiritualità e della mistica agli ebrei meno colti e più poveri. Lo zaddik (= l’uomo giusto), guida spirituale della comunità chassidica, educa i suoi fedeli a vivere e a servire Dio nella gioia e nella semplicità, suscitando in loro una visione ottimistica e lieta dell’esistenza. Tutto ciò che procura gioia (tra cui il teatro, il canto e la danza che arricchiscono la preghiera e la vita religiosa quotidiana) possiede quindi un valore sacro. Una premessa necessaria per comprendere la Weltanschauung di Chagall e la sua concezione antica della pittura, intesa come una missione in cui l’artista («lo stilo del Creatore») svolge il ruolo di mediatore tra Dio e i fruitori delle sue opere.
Affermazioni come: «Nella vita, proprio come nella tavolozza del pittore, non c’è che un solo colore capace di dare significato alla vita e all’arte: il colore dell’amore», oppure: «Io ho sognato di raffigurare un ideale di fratellanza e di amore con i miei colori e le mie linee», costituiscono un vero e proprio credo artistico-religioso.
L’interesse di Chagall per la musica risale al periodo dell’infanzia ed è connesso ai riti della comunità ebraico-chassidica di Vitebsk, di cui la sua famiglia faceva parte con profonda devozione. Egli era attratto dai canti, dalla musica strumentale e dalle danze dei kletzmerim, i musicisti ebrei che si esibivano nelle feste o nelle cerimonie religiose.
Affascinato da queste esperienze, il giovanissimo Chagall prese lezioni elementari di canto da un vecchio precettore: «Diventerò cantante, diventerò cantore. Entrerò al Conservatorio», scrisse nella sua autobiografia. Ma la passione per la danza gli fece ben presto cambiare idea: «Diventerò un ballerino, entrerò... non sapevo dove.» Vicino a casa sua abitava un violinista: «Durante il giorno faceva il commesso presso un mercante di ferramenta; la sera insegnava il violino. Io strimpellavo qualcosa. Qualsiasi cosa fosse, o comunque suonassi, lui diceva sempre, battendo il tempo con lo stivale: Ammirevole! E io pensavo: Diventerò violinista, entrerò al Conservatorio».
Divenne invece pittore: «La pittura mi era necessaria come il pane. Mi sembrava come una finestra da cui avrei potuto fuggire, evadere in un altro mondo.» Un mondo in cui serbò per tutta la vita i ricordi d’infanzia, che seppe trasfigurare nelle sue tele: «I miei quadri sono i miei ricordi», affermava spesso. Il violinista, per esempio, è sì un frammento del suo vissuto, ma soprattutto una figura-chiave del suo linguaggio figurativo, del suo mondo pittorico lirico e visionario, intrisa di pregnanti valori simbolici: quando nel 1920 fu incaricato di decorare la nuova sala del Teatro Ebraico a Mosca, Chagall scelse come figura allegorica della musica proprio un violinista, molto simile a quello che avrebbe dipinto tre anni dopo (Il violinista verde).
Prima di partire per Parigi nell’autunno del 1910, Chagall dipinse tre tele di fondamentale importanza per comprendere gli sviluppi futuri della sua arte: Il morto [cfr. infra], La nascita, Le nozze. Il risultato artistico non soddisfacente di queste e di altre opere lo convinse definitivamente che la partenza verso un «mondo nuovo» era improrogabile: «Avevo l’impressione che se restavo ancora a Vitebsk mi sarei coperto di peli e di muschio.» Così pregava a quel tempo: «Dio, tu che ti celi nelle nuvole, o dietro la casa del calzolaio, fa’ che la mia anima, anima dolorosa di ragazzo balbuziente, si riveli, mostrami la strada. Non vorrei essere uguale a tutti gli altri; voglio vedere un mondo nuovo.» E un nuovo mondo, il suo, quello pittorico gli appare veramente, come in una vis ione: «In risposta, la città pare spaccarsi, come le corde di un violino, e tutti gli abitanti si mettono a camminare al disopra della terra, abbandonando i loro posti abituali. I personaggi familiari si installano sul tetti e lì si riposano. Tutti i colori si rovesciano, si trasformano in vino che zampilla dalle mie tele.» La decisione era ormai presa: «Sto molto bene con voi tutti. Ma... avete sentito parlare delle tradizioni, di Aix, del pittore che si tagliò l’orecchio, di cubi, di quadrati, di Parigi? Vitebsk, ti abbandono. Restate soli con le vostre aringhe!» Altrove ebbe però a precisare: «Vitebsk era la terra che aveva nutrito le radici della mia arte, ma la mia arte aveva bisogno di Parigi così come un albero dell’acqua. Non avevo nessun altro motivo per abbandonare la mia patria ed io credo di esserle rimasto sempre fedele nella mia pittura.»
Non fu certo per caso che le tre tele citate in precedenza fossero riprese con gli stessi titoli durante il soggiorno parigino (il lettore ne può ammirare una versione di ognuna nella mostra luganese: catalogo pp. 23, 24 e 173). Se la struttura figurativa è pressoché identica, del tutto stravolte sono le scelte cromatiche: il contatto con le avanguardie pittoriche lo liberò sin dalle prime settimane dai condizionamenti religiosi d’origine talmudica (il Giudaismo proibiva la creazione di idoli, la rappresentazione di Dio e di tutte le creature) e accademici e fece esplodere la sua tavolozza, dalla quale si sprigionarono colori squillanti, sgargianti, scintillanti: «Nessuna accademia avrebbe potuto darmi tutto ciò che ho scoperto mordendo le mostre di Parigi, le sue vetrine, i suoi musei.»
Chagall considerava la capitale francese come la sua seconda Vitebsk: «Io ho portato i miei oggetti dalla Russia, Parigi vi ha riversato sopra la luce», scrisse nell’autobiografia. E ancora: «A Parigi sono nato una seconda volta.» Quando Léon Bakst, maestro di Chagall a San Pietroburgo, trasferitosi pure lui a Parigi, ebbe la possibilità di contemplare i radicali mutamenti stilistici del suo ex allievo, esclamò sconcertato: Adesso i vostri colori cantano.

VISIONI STRUGGENTI E ALLEGORICHE
SULLE TELE E SUI GUAZZI LE VICISSITUDINI DEGLI EBREI RUSSI

«Il morto» fu dipinto a San Pietroburgo nel 1908 e si riferisce a un fatto di cui Chagall fu spettatore: una mattina presto egli vide sulla strada una donna che si disperava accanto a un uomo morto. Molta gente accorse. Alcuni accesero i ceri e cominciarono a pregare attorno al cadavere. Nel quadro compaiono tre figure non menzionate nel racconto: un violinista sul tetto, uno spazzino e un altro personaggio, di cui si intravedono solo le gambe, che sta imboccando, frettoloso, un vicolo tra due case. Sylvie Forestier, dopo aver messo in rilievo che nella parte destra del dipinto «le forme che si urtano, i personaggi che si muovono, i colori più decisi [...] indicano l’universo delle passioni umane, forse quello di una scelta», ipotizza che l’uomo senza volto possa essere Chagall stesso, «deciso a rompere, per la sua vocazione, per la sua pittura, con l’ordine naturale del suo ambiente familiare e sociale.»
Ma tutto il quadro potrebbe essere un’allegoria. Il morto sarebbe allora tutto ciò di cui Chagall si voleva disfare: proprio quei condizionamenti religiosi e accademici, che tarpavano le ali alla sua fantasia, che gli impedivano di esprimere sulla tela la sua visione del mondo e della pittura, per poter finalmente imboccare la sua strada di artista inserito nel contesto delle avanguardie europee. Lo spazzino-becchino, metaforicamente, starebbe per compiere proprio ciò che Chagall si augurava. La donna che si dispera potrebbe riassumere figurativamente le preoccupazioni della madre e la tristezza della fidanzata Bella Rosenfeld che non seguì il pittore nel suo viaggio a Parigi.
Il violinista sul tetto riunisce due personaggi del vissuto di Chagall: lo zio musicista e il nonno che si faceva sorprendere «arrampicato sul tetto a sgranocchiar carote». La collocazione eccentrica lo fa diventare un vero e proprio archetipo, il capostipite di tutti i violinisti che compariranno nelle tele chagalliane fino agli anni ’80 inoltrati.
La posizione in bilico sul colmo del tetto (evidentissima nel guazzo del 1911 esposto a Lugano, cat. p. 173) o sul camino (guazzo del 1913) evoca da una parte la precarietà economica e sociale dei kletzmerim: sebbene la loro presenza fosse ritenuta indispensabile per la celebrazione di molte feste, essi e la loro musica non hanno mai goduto di molta considerazione sia all’interno, sia all’esterno della comunità e il loro compenso era minimo o nullo. Molti erano costretti a condurre una vita grama e difficile e a esercitare altre professioni per sopravvivere. Dall’altra questa stessa precarietà, questo trovarsi sempre «in bilico» si possono estendere a tutto popolo ebraico. In quest’ottica il violinista non è soltanto una figura che suscita nostalgia, che dà gioia o conf orto (come nello struggente «Le luci del matrimonio», dipinto in memoria della moglie Bella, cat. p. 115): essa è anche un simbolo di sofferenza causata dalle persecuzioni.
Nel guazzo del 1911 le figure sono molto più stilizzate rispetto all’opera precedente dipinta a San Pietroburgo. L’uomo che fugge è soltanto abbozzato ed è difficilmente identificabile se non si conosce la fonte pittorica da cui deriva. Due anni più tardi Chagall riprenderà di nuovo questo tema, in forme più compiute: le case alla sinistra sono blu (colore freddo); quelle a destra rosse (colore caldo che indica vitalità, fervore, laboriosità); il cielo è giallo con nuvolette scure che sembrano procedere nella direzione dell’uomo che corre, molto meglio delineato rispetto al guazzo del 1911: sulle sue scarpe compare lo stesso colore blu delle case, come se, lasciando la Russia, non potesse rompere con tutto il suo passato. Per dipingere la Crocefissione bianca (1938; cfr, articolo precedente) Chagall si rivolse a tele giovanili tra cui Golgota (1912) e Il violinista (1912-1913): in quest’ultimo dipinto, per la prima volta, campeggia una figura centrale enorme, attorniata dalle case di Vitebsk, proprio come nella «Crocefissione». Con la differenza che la Vitebsk idilliaca e fiabesca dei primi anni del secolo si trasforma in una città devastata dall’efferatezza umana alla fine degli anni ’30. Inoltre il musicista viene sostituito dal Cristo. Il critico d’arte Viktor Misiano ipotizza audacemente che il personaggio denudato e crocefisso al centro del quadro potrebbe essere proprio il viol inista di Vitebsk (del resto nel grande dipinto si intravede sulla sinistra, tra le case devastate, un piccolissimo violino che sembra abbandonato). Se così fosse «La Crocefissione bianca» sarebbe anche una agghiacciante visione poetico-pittorica del martirio dell’arte. Un’ipotesi plausibile se si pensa che anche il violinista può essere un simbolo del popolo ebraico perseguitato. «Queste trasformazioni iconografiche» scrive Misiano «non sono forzature interpretative, ma un dialogo reale che Chagall, giungendo con «Crocefissione bianca» al culmine della sua attività creativa, iniziava a svolgere con la tradizione del passato e con la propria opera.»
In un’altra opera esposta a Lugano («Cristo sul ponte», 1951, cat. p. 207 e infra), Chagall assimila il dramma della crocefissione alle peripezie della sua vita (cfr. cat. p. 168), identificandosi con il Cristo sofferente, come in «Deposizione» (1941), dipinto nel quale il suo nome è addirittura inscritto sopra la croce. Un violinista sorridente, pregnante anacronismo (come nel formidabile dipinto L’esodo, cat. p. 99), è accanto al Cristo sul ponte: la gioia del chassid che, insieme a una figura eterea (Bella, la moglie defunta di Chagall) dà conforto al martire.

RAPPRESENTARE LA PERSECUZIONE

La mostra luganese ospita anche uno dei capolavori di Chagall e di tutta la pittura del Novecento: il famoso trittico «Resistenza - Resurrezione - Liberazione», la cui genesi è a dir poco sorprendente (cfr. cat. p. 60 e 94-96). I primi due pannelli sono intimamente legati tra loro: in essi Chagall esprime il tragico destino degli Ebrei, di cui Cristo è l’incarnazione. Un destino nel contempo attuale e atemporale: «È l’essenza stessa della persecuzione» scrive Sylvie Forestier «che si manifesta in quest’immagine: Cristo, in quanto ebreo, è martire da tutta l’eternità.»
Il terzo scomparto, «Liberazione» (1952), scelto a rappresentare la mostra luganese in tutti i manifesti, nel suo sfolgorio cromatico esprime da una parte la felicità del pittore per la fine dell’Olocausto e per la creazione dello Stato ebraico, dall’altra la vittoria della vita e dell’arte sulla morte. Tre cerchi concentrici evocano il sole oppure la ruota del destino. La figura dominante che si erge dal centro rosso è quella del violinista, a cui è affidato il compito di esprimere gioia e luce attraverso la musica del suo strumento. Attorno i temi più cari all’artista: la madre sulla soglia della sua casa, vicino a lei il gallo, spesso metafora del pittore, la città natale, il candeliere, l’occhio scrutatore, il matrimonio con Bella allietato da un altro violinista, la capra, il circo con i suoi giocolieri, musicisti e acrobati, un violoncellista: «forme sonore come suoni&raqu o;, scrisse Chagall. Infine il pittore stesso, nell’atto di dipingere, con un’espressione accesa e serena che fa dimenticare la smorfia di raccapriccio, quando era disteso nel mezzo di una strada insanguinata, nel tetro pannello «Resurrezione».
La gioia cromatica che inonda il dipinto sembra sprigionarsi dal violino stesso, magico strumento che suona, con i colori, un inno all’amore e all’arte.

Non ci sono commenti presenti.

Pubblica il tuo commento (minimo 5 - massimo 500 caratteri)

Qui devi inserire la tua Login!

Nascondi Qui devi inserire la tua password!

Hai dimenticato la password?

Qui devi inserire il tuo nickname!

Qui devi inserire la tua email!

Nascondi Qui devi inserire la tua password!

Hai dimenticato la password? Inserisci il tuo indirizzo email e riceverai i dati di accesso.

Qui devi inserire la tua email!

Ritorna alla login

Chiudi