humorotica
I contorsionisti

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Titolo I contorsionisti
Autore humorotica
Genere Narrativa - Erotico      
Pubblicata il 29/12/2004
Visite 35800
Punteggio Lettori 72
Editore liberodiscrivere
Collana Spazioautori  N.  1
ISBN 88-7388-056-8
Pagine 200
Note L’amore è la risposta, ma nel frattempo
il sesso può porre delle domande interessanti.
Woody Allen
Prezzo Libro 13,00 € PayPal

I contorsionisti sono autori di ogni età: sono giovani, meno giovani, sia donne che uomini, forse bambini, forse anziani; e si sospetta che alcuni di loro siano già morti o che non esistano affatto. Sono lontani dalle mode imperanti ma aderiscono perfettamente alle narrative d’avanguardia. Sono al di fuori della tradizione e la rispettano pienamente. Il tipico contorsionista parla di argomenti legati al sesso ma non di solo sesso parla. Fa ridere, sorridere, ma non è mai sguaiatamente divertente. È sentimentale nella sua logica meschina, a volte è ironico, ma di certo non è mai drammatico.

Il contorsionista esegue movimenti innaturali intorno a un tema, produce suoni flessibili con i suoi arzigogoli linguistici, si destreggia fra opposte tendenze deviando – torcendosi – dalla normalità.

I Contorsionisti è stata compilata in modo semplice ed efficace: è stata assemblata dagli stessi autori che abbiamo chiamato alla selezione. Ognuno di loro ha espresso il suo voto su un cospicuo numero di brani. I testi che hanno ricevuto il punteggio più alto sono entrati nella raccolta. Tutto qui. Una scelta basata su una sorta di ‘gusto collettivo’, se così lo si può chiamare.

Questi 22 racconti sono contorsioni di temi, di stili, di ambientazioni. Perciò non crediate di passare indenni attraverso questa lettura. Rimarrete più sorpresi di quanto immaginate. Le vostre risate saranno a denti stretti più di quanto siate disposti ad ammettere, ed avrete più dubbi e domande di prima, ma sicuramente non vi annoierete.



Insomma, a dirla tutta noi pensiamo che a questa raccolta non manca nulla, proprio nulla.



Luigi Romolo Carrino

Rossella Pirillo

18 Autori LDS
Ignazio Bascone, Alessandro Belloni, Michele Ciorra, Graziano Delorda, Omino del Lego, Guido De Marchi
Fiammetta Di Marco Bianchi, Alfredo G, Liberaeva, Mahel, Dario Malini, Ruggero Nezze, Rossella Pirillo, Teatro Verde & Radio Blu & Racconto Rosso, Radiodiable , Alessandro Ulivi, Daina J. Ventura, Alberico Vien Dal Vento

Curatori della pubblicazione:
Luigi Romolo Carrino Rossella Pirillo

La copertina è di Marco Valli

_______Camilla
di Graziano Delorda

Sto facendo colazione, statica sbobba mattutina, zucchero amico, callifugo sugli occhi, patatrac e sbaraben attorno, Marcello Mastroianni ci ha lasciati, nessuno nel reame. Dissemino noia sul tavolo fissando la tazza che straripa caffellatte, palline dense e meno dense sciolte dentro, corpi morti ovunque. Sorrido con calma al giorno bulimico, le mie mutande sapranno di cazzo e gesso, il cielo è sprofondato e fastidiosamente militare, universi si formano sul fondo di plastica.
Scarto un’altra merendina, gioco con l’involucro come si gioca con un buco soprano, il tanfo di neonato mi assale, con un dito shakero il liquido nella tazza concedendogli ancora spore arancioni, mi spalmo flash sul pane durevole e vivo. Il burro sciolto me la ricorda, la zuppetta testa di morto rievoca in me la sua fica etnotropica, il dolore del suo venire era un samba brasiliano. Sono immagini e sensazioni che mi percuotono ad ogni assonnato gnam gnam; il canarino che danza da un sostegno all’altro, il cane lo guarda ritto sulle zampe posteriori, il cippeggìo dell’uno scuote il caicai dell’altro e viceversa, io sto in mezzo ai due e continuo a pensare a lei. Tiro su col cucchiaio da minestra una mareggiata zuccherosa, la ingollo e mi affabulo in quel lunedì sera.
Erano mesi che non scopavamo, quasi tre mesi ed io ero ritornato da un viaggio con la schiena rotta, il pollice verde, due chili in più e le basette più lunghe di alcuni centimetri. E più si arricciavano i peli attorno alle mie orecchie più sentivo la necessità di lasciare circondare il mio membro da carne rosa. Lo stesso giorno del mio ritorno la invitai a cena da me.
- C’è il cagnolino… amore è tanto che non ci vediamo… puoi scopare?
Lei mi rispose.
- Vorrei tanto ma non posso.
Ed io piallai con ironico self control.
- Porcoddio allora stasera me ne vado a buttane!
Fu bello respirare la sua aria nuovamente, ne ero ancora innamorato cazzo, prova di ciò i tre mesi forzati d’astinenza e gli sniffi emozionati sul suo ASSolato culone da baby pornodiva. Giocò un po’ con il cagnolino ed io con lei. Ci baciavamo con cura, cercando di non eccitarci troppo, ma il mio cazzo cresceva al suo odore e mmmmm e mmmmm non risolvevano molto.
Mi piaceva vederla zampettare sul mio letto carponi carponi carponi, nuda a metà, inebriando lenzuola e cuscini di salvezza spruz spruz. Io la guidavo con lo sguardo e con la lingua, le braccia dietro la testa, aspettando il suo passaggio sul mio volto e un pedaggio saporito. I suo capezzoli erano da strappare a morsi per poi scusarsi piangendo.
- Dai amore, scopiamo… solo un po’, col preservativo… solo un po’…
- Tesoro se adesso mi ficchi quel cosone dentro come minimo mi sventri… perderemmo tutto quello che abbiamo fatto finora… mioddio quant’è!
- Ma cazzo entro ed esco dieci volte contate… anzi sei! Ecco, lo spingo solo per metà…
- Mi faresti ugualmente male… è troppo… guarda qui, sembra di pietra… no amore, lasciamo stare… un altro mese di pazienza e poi vedrai le sorprese che ti farò, lo faremo giornate intere, come una volta, tutto dentro e senza gomma attorno…
Il suo danzarmi sopra non faceva altro che pressarmi ancora di più, mi sentivo l’uccello pulsare contro il ventre, la spalleggiava, quel bastardo, erano in combutta contro di me. Pensai alla copertina di Rio dei Duran Duran ma niente, cresceva e cresceva ancora. Mi alzai e andai in cucina non prima di averle ordinato di parcheggiarsi in attesa… Presi dal frigo una birra, un limone ed una carota. Koki mi scodinzolava attorno, il mio cazzo era quasi quanto metà del suo corpo.
- Chiudi gli occhi - le chiesi, inondandole la fica di birra…
- Non puoi ancora leccare… ho la crema.
- Prometto che non ti lecco… ma tu chiudi gli occhi e continua a toccarti…
- Sei pazzo… sei pazzo, diomio è gelataaaaa… - fece lei divertita.
Brekkeggiando mi sistemai come per fotterla da dietro. Il cazzo in direzione della sua lingua, la colpii sulla guancia, provavo la sua resistenza, funzionava. Srotolai un profilattico, unii la mia mano alle sue ancora in movimento sul clitoride, aumentai il ritmo ed il cane abbaiò. Non avevo mai penetrato una donna con qualcosa di non mio, mai, eccetto una volta in macchina con una pila tascabile accesa. Era stato però semplicemente un esperimento astronomico, volevo indicazioni da quella luna nera di culo e nello spingermi dentro avere le luci della ribalta tutte per me. Un’altra volta avevo masturbato una ragazza con una matita, ma una matita è ben poca cosa, statisticamente non rilevante.
Iniziai così a spingerle dentro una carota lunga quanto il mio indice ma ben spessa e bitorzoluta, stupendo boys! Avevo paura di farle male ma quando lei poggiò il palmo della sua mano sulla mia pressando leggermente capii che ne voleva di più. Era bello vedere quell’ortaggio arancione sparire e riapparire dalla sua fica rosa; l’attrito si propagava per tutto il mio braccio e cominciavo a capire il fist fucking ma non la Terza Via di Blair.
Quando fu lì per lì per godere tirai fuori la carota, le cambiai verso e gliela ficcai su per il coniglio affamato.
Contemporaneamente la sua bocca morse il mio cazzo. Non potevo darci dentro di forte su e giù, zona poco esplorata ancora, ma il vedere la sua fichetta rimasta aperta e bagnata, la schiena che bollava la penetrazione anale e metà del mio coso dritto nella sua gola mi fece esplodere in una venuta imprevista, sprovvista e Oceano Indiano.
Restammo immobili per un paio di minuti, la carota ancora ficcata per metà dentro il suo culo, il cazzo lineato di sperma, saliva e gioia. Koki aveva assistito a tutta la performance, ma io ero il suo padrone, mi potevo fidare stavolta.
E successe altre volte, sempre con carote di dimensioni varie a soddisfare ogni sua parte soddisfabile. Questa novità vegetariana mi stava allietando e distogliendo dal conto alla rovescia del nostro ritorno all’origine della specie, mi masturbavo rivedendo i due ortaggi in culo e in fica, un bicilindrico da competizione, godevo come un tredicenne e riempivo sempre più il frigo di confezioni di carote. La cura con la quale sceglievo questi ortaggi aveva assunto una connotazione pseudoscientifica per chi mi osservava fra i banconi del supermercato, ultrascientiFICA per me! Non dovevano essere troppo grosse per non abituarla male ma nemmeno ignobili per una regina del cazzo come lei. Se un po’ curve ancora meglio ma niente punte. Chi veniva a trovarmi per una birra, alla terza apertura del frigo notava la predominanza dell’arancione ed incuriosito domandava sempre qualcosa.
Le mie risposte base erano due:
1. Fanno bene alla vista.
2. Sono per il cane.
L’unico problema era che il tempo d’attesa stranamente si stava protraendo fra scuse varie e sempre più spericolate prelibatezze culinarie.
Una notte, sorprendendola con la più grossa del pacco fra le gambe, le montai da dietro, alle spalle, facendole scivolare il cazzo sulla schiena fino al primo orifizio libero.
- No… fermo! Non sono ancora guarita… - mollando d’un colpo il grosso ortaggio senza preservativo.
- Cazzo quella carota è quasi il doppio della mia minchia e per giunta te la stavi chiavando senza profilattico… - gonfiandomi la cappella fra le dita, unica arma segreta per ben reggere il confronto.
- Che c’entra, è un’altra cosa.
- Come stai?
- Ho ancora delle perdite… dobbiamo avere un altro po’ di pazienza.
- Quanta in carote?
- … come?
- Quantificami in carote la pazienza che dovrò avere!
- Sei uno stronzo…
Quella notte non dormì con me, la sentii sbattere la porta alle prime luci dell’alba, sul cuscino la carota gigante spezzata in due con i segni dei denti bene in evidenza.
L’indomani, o meglio un paio di ore dopo, si presentò tutta sorridente e penitente, un gran bel vestitino trasparente e niente mutande. Mi svegliò balzandomi addosso, stringendomi la testa fra le morbide cosce e concedendomi finalmente il bacio del buon risveglio al cuore dell’infinito. Era fresca, piccola ed innamorata, profumava di gigli e, cazzo!, si dovrebbe essere svegliati così ogni santo giorno e Amen.
Io restai a letto fino alle dodici, poi venni ridestato da un profumino niente male, molto presente, aglio e spezie varie. Mi avvicinai in cucina, nudo e sconvolto.
- Come mai ai fornelli? - le chiesi
- Bisogna consumare tutte ‘ste carote… non ne posso più.
- Sei pazza, - le sorrisi avvinghiandole i fianchi - io sto con una pazza.
Il pranzo fu delizioso, petti di pollo in agrodolce con contorno di carote e pisellini surgelati, il tutto innaffiato da un Nero d’Avola aperto la sera prima ma non per questo inefficace.
Logicamente dopo le rispettive sigarette finimmo a letto, io ancora nudo dalla mattina e con delle molliche sparse sul ventre e fra i peli del pube, lei con il vestitino e le sue burrose carni d’Oriente. Dopo aver amoreggiato in silenzio, tolto il vestito stropicciato e messo a lavorare Mister Peter Tosh, sentii lo schiudersi delle sue labbra attorno al mio membro ancora non al massimo, distogliendolo dai pretestuosi affondi per regalargli umide premonizioni.
- Ti voglio… amore ti voglio... - il mio corpo comunicò.
- Entra piano però… piano piano…
- Sei tu a gestirlo… fa’ come vuoi…
Sembrava una guaina troppo stretta, era ritornata vergine; il suo sforzarsi mi dava tensione ma poi sprofondò su di me accogliendomi nel calore della sua anima.
Cazzo, era come entrare in un bar con una UZI carica.
Le sue mani boicottavano la ragione, tagliando l’aria cercavano i miei capelli, il cuscino, la borsa ai piedi del letto. Faceva caldo, il sudore pugnalava alle spalle ma c’erano due infelici in meno nel mondo.
L’Artico si impossessò del mio cazzo e la tarantola saltò lesta!
Il calore del nostro strofinamento era stato sconfinato da un ingombrante gelo, lei mi spingeva fuori malgrado la sua mano cercasse di trattenermi dentro. Con l’altra mano, infatti, stava cercando di introdursi tra fica e cazzo una carota ancora congelata, graffiandomi e raffreddandomelo. Il sangue e la voglia spariti. Le scivolai goffamente fuori lasciando il posto all’ortaggio ben più piccolo del mio membro ma lei sembrò non accorgersi di nulla, le palpebre arricciate come le veneziane di un camper, i muscoli del collo duri, la carota risucchiata del tutto dentro la sua fica sgombra.
Io ero a lutto, un materasso umano spettatore del suo focoso fottersi. La tirai giù dal letto con rabbia divina, proprio sul culmine del suo amplesso e andò a sbattere violentemente la testa contro lo stereo facendo saltare Downpressionman.
- Che cazzo ti è saltato in mente? - mi urlò con la carota ancora per metà dentro la fica. Le gambe spalancate per aria e quella cosetta arancione che usciva appena, la rendevano simile ad una grande bocca sdentata.
- A me? Che cazzo è saltato in mente a ME?! - ero stato interrotto sul più bello di una scopata rimandata per tre mesi e più, ero davvero cattivo.
- Da dove cazzo è venuta fuori quella carota? Non le avevi cucinate tutte?
- Tutte tranne una… stavo godendo… stavi godendo…
- Stavo godendo una sega… - strizzandole i coglioni carichi in pieno volto.
- Sei un pezzo di merda… un fottuto pezzo di merda!
- Ma che cazzo ti è preso? Hai fumato roba pesante eh? - avvicinandomi al suo viso con energico ed improvvisato tono di sfida. E continuando aggiunsi: - Hai bisogno di questo per godere?
Le ficcai dentro con straziante vendetta il resto della carota tutta, fino a toccare qualcosa d’ignoto e doloroso chiamato sicuramente Glabtron.
- Aaaahhhhh… Bastardo, Bastardo, BASTARDO TI ODIOOOOOO!

Non la rividi mai più e quelle ultime OOOOOO che mi urlò contro da allora cerchiano il mio caffellatte ogni fottutissima mattina, presente inclusa.
I suoi occhi chiusi da uno schizofrenico disprezzo, il corpo nudo e la rigettata carota ai piedi del letto anche oggi si lasciano riesumare dal fondo di questa tazza come da uno stagno magico rivelatore. Non mi resta che scartare l’ennesima Camilla, inzupparla, evitando di farla sbriciolare troppo, e giocherellare con le mandorle triturate dentro.

Ma mi sa tanto che da domani passerò ai corn flakes.

I suoi piedi, fotografati da un seminterrato, precedono veloci i capezzoli attillati sotto la camicina bianca. Sotto la camicina c’è un cuore che batte come una mandria di mucche scantate: lei corre. E corre per coprire l’immane distanza tra Settimo Torinese e Milano. Per strada viene fermata da due fie della lappe dance che le vogliono vendere un meraviglioso album di falli artistici. Lei rifiuta, non ha bisogno di questo per eccitarsi. Lei ha la sua lampadina bombata che, orientata come una carota verso la Terza Via, le dà la possibilità giusta per attaccarsi al Tantra del suo fidanzato. Abbandona in fretta le due fie e si riavvia, ancora di corsa. Rallenta solo quando passa davanti a una bocciofila tutta blu, blu come il villaggio dei puffi sponsorizzato dal viagra.Ci sono dei vecchi un po’ fuori di testa. Uno, sulla pista, ha il pasqualino di fuori che gli sventola patriottico, si direbbe un formidabile e tenero pene, e giura a un altro vecchietto, che gli sta proprio davanti, che i tempi non sono ancora maturi per spararsi nei cosiddetti. Una nobildonna dal lato opposto, forse sua moglie,...

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