Carlo Menzinger
Giovanna e l’angelo

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Titolo Giovanna e l’angelo
incipit
Autore Carlo Menzinger
Genere Narrativa - Romanzo      
Dedicato a
Federica
Pubblicata il 03/07/2006
Visite 12606
Punteggio Lettori 127
Editore Liberodiscrivere® edizioni (Studio64 srl Genova)
Collana Il libro si libera  N.  12
ISBN 978-88-7388-110-0
Pagine 268
Prezzo Libro 15,00 € PayPal
E’ la storia di Giovanna d’Arco vista attraverso gli occhi di un insolito angelo che non ha contatti né con Dio né con altri. Un angelo che stenta a capire la propria reale natura ed il proprio ruolo ma che nonostante ciò guida la Pulzella d’Orléans. Questa, con continua meraviglia dell’angelo, ne percepisce la voce come la Voce dell’Arcangelo Michele, prima, e delle due sante Margherita e Caterina, poi. In “Giovanna e l’angelo” si narra tutta la vita dell’eroina francese dalla nascita al rogo e poi (parte ucronica) si narra della sua vita (sognata) futura. E tutto pare solo un sogno fatto tra le fiamme del rogo al punto che l’angelo e la santa stentano a comprendere il confine tra verità e sogno, umano e divino, bene e male. E in questo sogno sono entrambi eternamente imprigionati in una ciclicità che pian piano l’angelo comincia a sospettare e che troverà la sua piena evidenza nel finale.</em></div><div><em>La forza del sogno (o del desiderio) è tale da mutare la natura dei personaggi, il loro stesso destino e persino la loro sessualità. Ed ecco che la mascolinità dell’eroina si muta in piena transessualità, che capovolge i rapporti tra i sessi di coloro che le sono più vicini, dell’angelo in primis.

Vous m’ordonnez de célébrer des saints:
Ma voix est faible, et même un peu profane.
Il faut pourtant vous chanter cette Jeanne
Qui fit, dit-on, des prodiges divins.

(Voltaire - La Pucelle d’Orléans - 1762)


JEANNETTE, LA FANCIULLA DI FUOCO

Nebbia.
Fiamme. Fiamme. Fiamme.
Figlio del fuoco. Fiammeggiante parto.
Cenere ero e cenere tornerò.
Nato dal fuoco. Nato da un sogno.
Fiamme. Fiamme. Fiamme.
Nebbia

Quando seppi della tua nascita corsi nella bruma dell’alba. L’aria era umida e pungente. Attraversai come in volo la campagna addormentata nella foschia mattutina. L’erba ghiacciata di brina sembrava coperta di neve. Trovai il borgo di Domrémy, sulle rive della Mosa, ancora mezzo addormentato. I passanti erano rari, un contadino che si dirigeva con il suo mulo ad un campo più lontano, il fornaio che accendeva il fuoco. Le strade erano ancora addobbate per il Santo Natale. Non c’era sfarzo in quelle decorazioni ma erano gioiose e mi parevano vibranti di vita e serenità. Alcune ghirlande di rami intrecciati. Qualche pigna disposta a festone. Alcuni nastri colorati. Delle spighe a mazzo.
Arrivai davanti alla tua porta. Il mio cuore la conosceva bene e la riconobbi subito anche se fuori non c’era alcun’insegna. Non una targa, non una scritta - chi, del resto, da queste parti, sarebbe stato in grado di leggerla? - non un fiocco ad indicare il lieto evento.
Sbirciai attraverso le imposte socchiuse ed i miei occhi furono attratti dalla luce del focolare. Vidi le spalle di tua madre. Ne scorsi il dondolio materno, inequivocabile. Isabelle Romée ti stava cullando, avvolta in una coperta fatta da lei stessa, racchiusa tra il tepore del suo corpo e quello del camino. Non vedevo tuo padre, Jacques d’Arc, e neppure i tuoi fratelli, Jacques, Pierre e Jean. Tua sorella Catherine ancora doveva nascere.
La nascita è cosa da donne. Accanto a tua madre c’era una sua amica, una vicina, e sentivo anche la voce di tua nonna che sistemava qualcosa poco più in là. Solo donne. Le donne sono le Padrone della Vita. Sono le Signore della Nascita e della Morte. A loro spettano i riti del nascere e del morire. La donna apre e chiude il grande cerchio. L’uomo è solo una comparsa. Forse. Così parrebbe. Così sembra in certi momenti ma in realtà tutto ciò che è nel mezzo gli appartiene; in questi nostri secoli almeno. Un giorno forse le cose andranno diversamente. Forse.
Le strade erano fangose, l’aria umida e fredda. Il vento soffiava.
Fu questa la prima volta che ti vidi. Anzi, la prima volta che percepii la tua presenza. Il tuo corpo, infatti, era ancora celato da quello di tua madre, quasi ne facesse ancora parte. Le pareti di pietra nuda ti proteggevano. In quella mattina d’Epifania frizzante di gelo, nell’Anno del Signore 1412, fosti tu la mia apparizione.
Allora mi guidava forse solo un’istintiva curiosità. Eppure doveva esserci già una qualche magica attrazione che mi legava a te. Conoscevo ancora poco il mondo. Ancora lo conosco poco, invero, e forse mai lo conoscerò appieno. Amavo i bambini. Mi affascinava il mistero della nascita. Forse per questo ero così impaziente di vederti. Ma forse c’era qualcosa di più che univa i nostri destini, già da allora.
C’era qualcosa che spiegava la mia impazienza. Una sorta di presentimento. La sensazione che il momento della tua nascita sarebbe stato determinante per tutta la mia esistenza futura.

Nel pomeriggio tornai a vederti. In paese, nonostante la bassa temperatura, c’era più movimento che all’alba. Nella tua casa si respirava una sorta di fermento, che sarebbe stato vera agitazione se il rispetto per la puerpera e la neonata non avesse costituito un freno all’eccitazione della famiglia.
Parenti e vicini venivano a vedere la piccola Jeannette che si affacciava su questa terra. Vidi allora i tuoi occhi. Non penso che tu possa avermi visto, ero troppo lontano ed il tuo sguardo ancora non aveva acquisito una simile capacità. Ero oltre tutta quella gente, oltre la fatica del tuo venire al mondo. Oltre quella luce che ti abbagliava, cui non eri ancora abituata. Nella campagna addormentata in attesa di una primavera che tu solo sembravi preannunciare. Un mulo rientrava con il suo carico di legna per il fuoco. In lontananza una donna portava una cesta di panni verso il fiume per lavarli. Eroica, con quel freddo, e dunque solitaria. Un uccello lanciava invano il suo richiamo.

Tornai ancora molte volte a trovarti. Ti udii vagire la prima sillaba. Ti scorsi sollevare il capo, cercando chissà cosa o chi con i grandi occhi chiari. Ti vidi reggerti a sedere da sola e camminare sorretta dalla forte mano di tuo padre e poi correre libera nella strada davanti casa, schizzandoti nel fango delle pozzanghere. Ti ho vista giocare con i tuoi fratelli e con gli altri bambini. Ho visto la tua prima bambola di stoffa. Ti ho visto mentre la facevi cavalcare su un ramo, galoppando verso il futuro. Ti ho visto, con abiti già troppo stretti e consunti, giocare alla guerra, brandendo un bastone (un altro) con quei tre fratelli che erano il tuo modello ed i tuoi compagni. Ho visto nascere tua sorella Catherine. L’ho vista cercare in te un’amica mentre tu, incurante, agitavi la tua spada di vento e marciavi con il piccolo esercito dei tuoi fratelli contro un’immaginaria e perfida Inghilterra.
Dov’era tua madre? Dov’era tuo padre? Erano lontani sebbene vicini. Si curavano poco di voi. Erano troppo presi dal lavoro, dalle fatiche quotidiane. Avresti voluto lo sguardo di tua madre su di te. A volte mentre giocavi ti giravi per cercarla ma lei era troppo lontana o troppo distratta per guardare i tuoi occhi, per guardare la tua infanzia che chiedeva di crescere.
Eri diversa dalle altre bambine. Per questo forse mi piacevi. Facevi giochi da maschio. Non piangevi. Eri fiera. Non forte ma con un fuoco particolare negli occhi. Già allora si notava questo contrasto tra la tua esile figura e la fierezza del tuo portamento, il tuo orgoglio, il tuo coraggio. Ma non eri una bambina irrispettosa e selvaggia. Sapevi essere ubbidiente e composta. Tua madre ti portava regolarmente in chiesa. Ascoltavi con attenzione la messa. Non ti distraevi. Eri contenta di stare così, assorta, accanto a tua madre, concentrate assieme. Recitavi compunta le tue preghiere, con passione sincera. Pareva veramente che tu parlassi con Dio e che lui ti rispondesse. Eri così delicata quando pregavi, piegata sull’inginocchiatoio, le mani giunte ed il volto radioso, ma c’era anche tanta energia in te. Sembravi diventare tutt’uno con quell’inginocchiatoio. Una statua vibrante di fervore muto. Quali contraddizioni c’erano in te! Che contrasti!
Era questo il tuo mistero: forza e debolezza, violenza e bontà, decisione e sottomissione, queste ed altre improbabili coppie d’aggettivi potevano descriverti. Potevano veramente? Non credo. C’era qualcosa in te che andava oltre le mie capacità di definirti, di disegnare un tuo ritratto che non fosse solo uno schizzo, una bozza informe. Più cercavo di capirti, più mi sentivo affascinato da te. Mi parevi un faro nella nebbia. Un fuoco nella notte.
Per quanti anni ti ho osservato, per quanto tempo ti ho spiato! Ero io lo sguardo che cercavi? Ero io ad osservarti e sorvegliarti nella distrazione della tua famiglia. Quante volte ho sognato che tu potessi vedermi! Quante volte ho immaginato che mi venivi incontro, mi chiamavi, prendevi le mie mani, tutte e due, e mi portavi via con te! Mai però ho osato avvicinarmi più di un tanto. Sentivo di non potere. Qualcosa mi frenava. Il mio amore per te - tale stava diventando - non poteva avere alcuna materialità. Neanche quella lieve dello sguardo. Non del tuo su di me. Non ne avrei sopportato il peso! Solo io potevo guardarti ma non tolleravo d’esser visto da te. Eppure mi pareva quasi che tu percepissi i miei sguardi, che li amassi e che crescessi in essi. Dal mio guardarti suggevi lenimento per il bisogno d’affetto ed attenzione che non riuscivi a soddisfare altrove. Eppure tutto ciò avveniva senza che tu mi vedessi! Questo pensavo impalpabilmente seduto sulla riva del torrente. L’acqua lavava, secolo dopo secolo, i sassi sul fondo. I pesci andavano in cerca di cibo. Una ghiandaia passò in volo.

Una notte però non resistetti. Entrai in casa tua mentre dormivi. La luce della luna si spandeva candida su di te. M’inginocchiai accanto al tuo giaciglio, al tuo materasso di paglia. Mai ti ero stato tanto vicino. Sentivo la fragranza della tua pelle fresca di bambina. Sentivo il tuo respiro, lieve e regolare. Ti sussurrai due parole nell’orecchio, forse una - non saprei quale - forse era solo il tuo nome, Jeannette, quindi fuggii via terrorizzato dalla mia audacia. La mia voce era debole e un po’ profana. Tu non ti movesti. Il tuo respiro non cambiò ritmo. Nulla lasciò intuire che tu potessi aver percepito la mia presenza. I tuoi fratelli continuarono il loro riposo. La luna non cadde dal cielo. Le stelle non precipitarono in un vortice impazzito. Fuggii lontano. Più lontano che potevo. Quel tanto che l’invisibile catena che mi legava a te mi consentiva. Poi mi fermai. Sedetti su una collinetta, sotto la leggera ombra lunare di una grande quercia e mi rivolsi, per la prima volta, a Dio. Alzai lo sguardo al cielo e lo cercai nel timido lucore di quel plenilunio. Ero certo - e lo temevo - di scorgerne in cielo o altrove il volto severo che rimproverava la mia sfrontatezza. Non vidi alcuno sguardo, se non quello melanconico dell’astro notturno. Mi frugai nel petto alla ricerca del cuore, per interrogarlo. Anche questa volta non ebbi risposta. Mi appoggiai contro la ruvida corteccia dell’albero antico e mi lasciai sostenere finché il sonno, preso possesso dei miei occhi, mi cullò nel soffio fresco del vento notturno. Non vi furono prodigi divini a rischiare le tenebre.

La tentazione di quella notte di mezza estate mi tormentò a lungo. Sentivo di aver oltrepassato un limite. Avevo parzialmente sconfitto la mia timidezza anche se poi ne ero stato sopraffatto. La legge cui ero stato legato sino allora, che mi imponeva di non starti lontano pur senza esserti veramente vicino, quella notte fu spezzata per sempre.

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Questo è l’inizio del romanzo "Giovanna e l’angelo".

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Giovanna e l’angelo” è un’ucronia o allostoria (dove cioè si narrano vicende immaginarie di personaggi reali in ambienti reali). E’ la storia di Giovanna d’Arco vista attraverso gli occhi di un insolito angelo che non ha contatti né con Dio né con altri. Un angelo che stenta a capire la propria reale natura ed il proprio ruolo ma che nonostante ciò guida la Pulzella d’Orléans. Questa, con continua meraviglia dell’angelo, ne percepisce la voce come la Voce dell’Arcangelo Michele, prima, e delle due sante Margherita e Caterina, poi. In “Giovanna e l’angelo” si narra tutta la vita dell’eroina francese dalla nascita al rogo e poi (parte ucronica) si narra della sua vita (sognata) futura. E tutto pare solo un sogno fatto tra le fiamme del rogo al punto che l’angelo e la santa stentano a comprendere il confine tra verità e sogno, umano e divino, bene e male. E in questo sogno sono entrambi eternamente imprigionati in una ciclicità che pian piano l’angelo comincia a sospettare e che troverà la sua piena evidenza nel finale.
La forza del sogno (o del desiderio) è tale da mutare la natura dei personaggi, il loro stesso destino e persino la loro sessualità. Ed ecco che la mascolinità dell’eroina si muta in piena transessualità, che capovolge i rapporti tra i sessi di coloro che le sono più vicini, dell’angelo in primis.
GIOVANNA E L’ANGELO

La storia di Giovanna d’Arco

sognata da un angelo ateo



La vita di Giovanna d’Arco riflessa negli occhi di un angelo solitario,

che invano ricerca la voce di Dio.



Una coppia legata da una

REMOTISSIMA VICINANZA.

Perennemente assieme ma sempre lontani

Ognuno nel suo mondo.

Mondi sognati

In cui tutto è possibile e nulla è certo

Meno che mai la propria identità,

o il proprio sesso.



La vita di Jeanne d’Arc

oltre il rogo,

oltre le fiamme.


 

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