Carlo Menzinger
Senza specchio

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Titolo Senza specchio
Autore Carlo Menzinger
Genere Narrativa      
Dedicato a
A Guido De Marchi
Pubblicata il 11/01/2007
Visite 5467
Scritta il 11/01/2007  
Punteggio Lettori 127
Note De Marchi ci propone di scrivere qualcosa dal titolo "Lo specchio". Come resistere! Fatemi sapere cosa ne pensate e, soprattutto, scrivete anche voi la vostra storia.
Mi svegliai faticosamente. Sentivo che era ora di aprire gli occhi ma continuavo a tenerli serrati, come se qualcosa mi consigliasse d’indugiare ancora tra le coperte. Mi sentivo, in realtà, particolarmente stanco, anche se non ricordavo la causa di tanta stanchezza.
Finalmente sollevai le palpebre appesantite. La stanza era nella completa oscurità e mi era difficile capire in che ora del giorno o della notte fossi. Non riuscivo neanche a ricordare in quale camera stessi dormendo. Era casa mia? Provai ad allungare il braccio sinistro per cercare di accendere una luce ma trovai subito il muro. Annaspai allora verso destra fino a riconoscere al tatto la sagoma di un comodino, il cui contorno mi pareva però ignoto. Stentai dunque ancora un po’ prima di individuare il piccolo lume poggiato sul ripiano. Con le dita impacciate dal torpore cercai il filo della corrente e lo percorsi fino all’interruttore che, per fortuna, trovai come speravo lungo il suo percorso.
Esitai ancora un attimo, quasi temendo qualche sorpresa poco gradita che potesse essermi rivelata dalla luce. Continuavo infatti a non ricordare dove mi trovassi e perché.
Accesi la luce. Strizzai gli occhi per adattarli al nuovo chiarore. Scorsi un armadio, una sedia con dei vestiti poggiati sopra, una cassettiera, delle tende.
Non sembrava una camera d’albergo. Sembrava una camera d’appartamento. Una camera vissuta, intendo, dove qualcuno abitava. E quel qualcuno mi parve di essere io. Quella doveva essere la mia camera da letto. Quelli sulla sedia dovevano essere i miei abiti. Ero dunque a casa mia. Mi pareva però, nel contempo, di riconoscerla e non riconoscerla. Possibile che il torpore del sonno si prolungasse ancora così, attanagliando le mie capacità sensoriali e, soprattutto, la mia memoria?
Forse la sera prima avevo bevuto qualcosa o forse mi ero drogato. Ero un alcolizzato? Ero un eroinomane? Non riuscivo a ricordare. Forse era un buon segno. Forse il problema non era lì. Le ragioni dell’intorpidimento della mia memoria dovevano essere altre.
Mi misi a sedere sul bordo del letto. Pian piano riuscii a focalizzare ogni cosa e mi convinsi di essere proprio in casa mia. Raccolsi i vestiti dalla sedia - i miei vestiti – e li indossai. Mi andavano a pennello. Erano proprio i miei. Di chi altri dovevano essere, del resto?
Erano abiti normali, da uomo di mezza età. Pantaloni, camicia, giacca, cravatta.
Dopo essermi vestito mi ricordai che di solito prima andavo in bagno. Entrai nella stanza e mi liberai la vescica. Mi sciacquai le mani e quindi il viso. Avevo la barba lunga. Era da tagliare. Alzai la faccia per guardarmi nello specchio ed iniziare la rasatura ma sopra al lavandino c’era solo un armadietto di legno. Lo aprì per vedere se dentro gli sportelli ci fosse uno specchio ma non lo trovai. C’era invece un rasoio a mano e della schiuma. Mi rasai al tatto, cosa che mi riuscì discretamente bene. Mi parve anzi di aver sempre fatto così, negli ultimi anni almeno: senza qualcosa in cui riflettermi. Anche la cravatta, del resto, l’avevo annodata senza guardarmi in nessuno specchio. Per radermi l’avevo allentata e tolta e, una volta finito, l’avevo rimessa sempre a tatto.
Ebbi per un attimo la sensazione di aver risolto il piccolo mistero di quella mattina. Mi parve cioè di capire perché tutto mi fosse nel contempo familiare ed alieno e anche perché non ci fossero specchi. Forse, pensai, ero un cieco. O meglio, forse ero stato cieco fino alla sera prima e, per qualche miracolo, durante la notte avevo riacquistato la vista.
Mi resi però subito conto che le cose non stavano così. Avevo memoria di immagini, anche di oggetti della casa. Non trovai del resto né bastoni bianchi, né cani, né altre cose che normalmente si dovrebbero trovare nella casa di un cieco. E soprattutto la mia coscienza mi diceva che le cose non stavano così. I miei vuoti di memoria dovevano avere un’altra origine e un’altra ragione.
Scoprì quindi di essermi regolarmente svegliato alle sette del mattino. Dopo aver fatto colazione quindi uscii e mi recai senza esitazione al lavoro.
Ricordavo ora perfettamente di avere un impiego presso un ufficio catastale. Presi senza esitazioni un autobus, il numero 8, senza ricordare bene perché, né dove dovessi scendere ma quando arrivammo alla fermata giusta, scesi, automaticamente, e percorsi i pochi metri che mi separavano dal catasto.
Salutai ricambiato alcuni colleghi e raggiunsi la mia scrivania di cui, solo pochi attimi prima non avevo la benché minima memoria e, per quanto un secondo prima non ricordassi neppure quale fosse il mio mestiere, sbrigai con facilità alcune pratiche, come solo dopo lungo e ripetuto esercizio uno potrebbe fare.
I colleghi mi ignorarono quasi ma era evidente che mi conoscevano e si mostravano correttamente cortesi nei miei confronti. Non potevo dunque avere il minimo dubbio che quello fosse proprio il mio ufficio ed il mio lavoro, anche se, a quanto pare, non ero certo uno pieno d’amici, almeno lì. Eppure la mia memoria si apriva solo progressivamente. Ignoravo l’esistenza di tutti i colleghi fino a quando mi si presentavano davanti. Dopo averli guardati, come per magia, affiorava sulle mie labbra persino il loro nome, come se l’avessi sempre conosciuto e loro non parevano affatto stupiti di essere chiamati per nome da me. Ero io ad essere stupito di farlo, sebbene non lo dessi a vedere in alcun modo.

Mi venne allora un altro dubbio: come mi chiamavo io? Non riuscivo a ricordare il mio nome. Probabilmente doveva essere scritto da qualche parte. Cercai nella scrivania per vedere se ci fosse qualcosa che mi fosse appartenuto, con su scritto il mio nome, magari un’agenda. Ne trovai una. Andai alla prima pagina ma non avevo compilato la parte con i dati anagrafici e l’indirizzo. Cercai ancora nel cassetto ma non vi trovai tracce della mia identità. Cercai anche sul computer ma non trovai nulla. Persino nelle e-mail che ricevevo non compariva mai il mio nome. Erano tutte indirizzate genericamente all’Ufficio Catasto, Sezione C, Settore F.
Mi ricordai di avere anche un indirizzo di posta elettronica personale. Usavo però un nickname che non mi lasciava sospettare nulla del mio vero nome. Mi parve assurdo, se non ridicolo, che il massimo che fossi riuscito a scoprire di me stesso, fosse un nome virtuale, inventato! Quasi che la mia identità elettronica avesse maggior resistenza e vitalità di quella fisica e reale!
Avrei potuto chiedere ad un collega come mi chiamavo ma mi avrebbero preso per pazzo. Provai ad immaginare un possibile modo per chiederlo ma ogni ipotesi mi pareva ridicola. Mi avrebbero solo preso per pazzo. Decisi di aspettare. Prima o poi qualcuno mi avrebbe chiamato per nome e allora anche quello mi sarebbe tornato alla memoria, come ogni cosa stava ora riaffiorando lentamente.
In quel momento passò una collega molto graziosa che, lì per lì, non mi pareva di conoscere. Mi sorrise e salutò. Non disse però il mio nome.
- Ciao Nadia – le risposi con naturalezza, come se avessi sempre saputo che si chiamava così. Ricordai all’istante di conoscerla da anni e che mi piaceva molto. Avrei voluto fosse lei a rivelarmi la mia identità. E non solo. Mi chiesi se le piacevo ma non trovai una risposta dentro di me. Capii che una risposta non c’era mai stata. Semplicemente non l’avevo mai saputo, perché non avevo mai avuto il coraggio di chiederlo a lei. Mi domandai però se potevo piacerle. Mi accorsi allora di non avere la minima idea di come fosse la mia faccia. Ero bello o brutto? Non ricordavo nulla. Mi passai la mano sul viso ma in questo modo non riuscii a farmene un’idea. Decisi di andare alla toilette per guardarmi allo specchio. Entrai nel bagno degli uomini ma anche lì, come a casa mia, non c’erano specchi. Notai un’impronta sul muro, come se un tempo ci fosse stato qualcosa appeso alla parete. Però era vuota.
Questo mi parve strano. La mia memoria, pur vacillante e lacunosa, mi restituiva il ricordo di bagni regolarmente forniti di specchi.
Attesi impazientemente la fine dell’orario di lavoro per uscire a cercare uno specchio.
La giornata trascorse lentissimamente, nella generale cortese indifferenza dei visitatori esterni e, in particolare, dei colleghi. Mi sentivo sempre più invisibile. Ma, soprattutto, mi tormentava non riuscire a ricordare queste due cose così basilari ed elementari: come mi chiamassi e che aspetto avessi.
Questo mi rendeva tutto penoso. Mi chiesi cosa avrei detto ad un visitatore che mi avesse chiesto come mi chiamavo. Pensai che forse allora, con la solita magia, il mio nome mi sarebbe riapparso sulle labbra, come poco prima era emerso quello di Nadia. Come, pensai rabbrividendo, un cadavere che riemerga dalle acque di uno stagno.
Non capivo perché mi fosse apparsa in mente una simile immagine ma mi faceva rabbrividire perché mi pareva vi fosse in essa una certa verità. Forse troppa verità.
Aspettai dunque che qualcuno mi chiedesse di presentarmi. Attesi con ansia ma anche con la paura di restare imbambolato ed incapace di rispondere. Con la paura di veder riemergere qualche cadavere che mai avrei voluto vedere. Nessuno però volle sapere il mio nome. Pareva cosa di nessun interesse. Quando fu l’ora uscii, senza che nessun collega si rivolgesse a me salutandomi per nome.
Cercai lungo la strada uno specchio ma non ne notai. Quanto al mio nome ero certo che una volta a casa l’avrei scoperto. Doveva sicuramente essere scritto sulla porta di casa e in qualche documento che conservavo nei cassetti della scrivania, pensavo. Quello che dovevo scoprire, intanto, era che faccia avessi. Mi resi conto di non essermi abbastanza concentrato in questa ricerca. Mi pareva assurdo di non aver ancora trovato qualcosa in cui specchiarmi. D’un tratto poi lo sguardo mi cadde sulle auto parcheggiate e pensai di essere stato uno sciocco a non pensarci prima. Decisi di guardarmi nello specchietto retrovisore di un auto. Provai a farlo senza farmi notare, continuando a camminare. Però gli specchietti delle auto sono tutti rivolti verso l’interno dell’auto e, stando in piedi sul marciapiede non è possibile riuscire a vedersi. Dopo essermi spenzolato ridicolmente dal marciapiede, provai a specchiarmi nei finestrini delle vetture ma la luce e la loro curvatura giocavano sempre contro di me. Alla fine misi da parte ogni pudore. Individuai un auto non occupata. Presi lo specchietto tra le mani e lo piegai verso l’esterno, piegandomi contemporaneamente sulle ginocchia. Ora il mio viso era proprio davanti allo specchio. Avrei saputo finalmente com’ero fatto!
Guardai. Con uno sbigottimento che mi fece saltare il cuore in petto vidi riflessa nello specchietto la strada alle mie spalle. Lo girai. Cercai di vedere meglio. Mossi la testa. Non ci fu nulla da fare: il mio viso non compariva nello specchietto. Ed era proprio uno specchio, dato che rifletteva ogni altra cosa, compresi i miei abiti che apparivano assurdamente vuoti ma ricolmi, gonfi come se fossero riempiti da un vero corpo ma invisibile.
Ero dunque un fantasma? Perché nessuno lo notava? Perché i colleghi mi salutavano normalmente come se mi vedessero? Perché nessuno si stupiva di vedere degli abiti passeggiare da soli per la strada?
Evidentemente ero solo io a non potermi vedere. Però riuscivo a vedere le mie mani. Avevo visto bene tutto il mio corpo quando mi ero vestito. Ora però non solo non vedevo il mio viso riflesso ma neanche le mani si specchiavano. Provai ad aprire un po’ la camicia. Sotto vidi la mia pelle ma nello specchio la camicia pareva vuota.
Doveva allora essere quello specchio a non andare. Non poteva certo dirsi “guasto”: una pura assurdità. Era forse “stregato”?
Anche questo andava contro le mie convinzioni.
Decisi di guardarmi in un altro specchietto. Ogni auto ne aveva una, ovviamente. Ne avevo quanti volevo a disposizione. Mi stupii di aver aspettato tanto a farlo.
Raggiunsi l’auto successiva e mi guardai ma con lo stesso identico risultato: rifletteva tutto, compresi i miei vestiti ma non me. Non il mio viso, non le mie mani e non il mio corpo, se non come forma degli abiti che indossavo.
Eppure non ero invisibile. Per nulla. Gli altri mi vedevano ed io stesso vedevo il mio corpo. Non riuscivo però a vedere ciò che era troppo vicino ai miei occhi senza uno specchio. Lo specchio però non rifletteva di me altro che gli abiti.
Com’era possibile? Gli altri mi vedevano e non avevo davvero la capacità di passare attraverso i muri, dunque non dovevo essere un fantasma (sempre che ne esistano veramente). Come per sincerarmene, provai a toccare la lamiera dell’auto. Era solida al tatto. Solidissima. E la mia mano non accennò minimamente ad attraversarla.
Non riuscivo a capire. E cos’era poi quel vuoto di memoria? Cos’erano tutti questi ricordi che riaffioravano lentamente a riempire la scatola vuota del mio cervello? Quando sarebbe riemersa anche la mia identità?
Mi diressi verso casa. La riconoscevo e ricordavo, ormai, come tale. Ne ricordavo perfettamente l’indirizzo. Non sarei però stato in grado di spedirmi una lettera, perché continuavo a non ricordare il mio nome.
Quando arrivai sul portone, scrutai ansiosamente il citofono. Riconobbi il pulsante del mio appartamento. Ero certo fosse quello. Sopra c’era scritto “Interno 5”. Solo quello. Su altri pulsanti c’erano dei cognomi. Non sul mio.
Salii le scale arrivai davanti alla porta dell’appartamento. Guardai il campanello. Accanto non c’era nessuna targa!
La cosa m’innervosì non poco. Possibile che tutte le mie speranze di ricostruire questi importanti aspetti della mia memoria dovessero venir frustrate?
Non avevo nome e non avevo faccia. Doveva essere questa l’amara verità. Non ero nessuno. Un uomo senza viso, senza nome, senza identità e senza memoria. Nessuno. Ecco quello che ero.
Del resto la mia vita, per quel poco che avevo rivisto e per quel poco che ricordavo, mi parve davvero poca cosa. Un Signor Nessuno con un’esistenza da perfetta nullità! Non male! Mi sedetti sulla poltrona e poggiai il mio misterioso viso tra le mani. In quella posizione, con il pollice notai al tatto come il segno di una piccola ferita sul collo.
Fui preso dall’istinto d’alzarmi ed andare a guardarmi allo specchio ma poi rinunciai, per la duplice ragione che non avevo specchi e che anche se ne avessi avuti non avrei potuto scorgervi né la ferita, né altro. Ormai l’avevo imparato. Ricorsi allora al solo strumento possibile: il tatto. Con le dita ispezionai la pelle del collo. Mi parve che quella piccola ferita, un’incisione circolare, fosse accompagnata da un’altra, identica, poco distante, forse a tre centimetri dall’altra. Non erano due cicatrici, né due croste. Parevano ferite assai più fresche, sebbene già rimarginate. Qualcosa che forse risaliva a poco prima del mio risveglio, forse al giorno prima.
Mi chiesi allora se non potessero essere in qualche modo in relazione con il mio strano stato. Come poteva essere che quelle piccole ferite potessero avere provocato la mia amnesia? Forse per uno shock. Questo mi parve possibile. Non riuscivo però a capire come questo potesse aver provocato la mia invisibilità, o meglio la mia “irriflettibilità”.
Mi vennero in mente allora vecchi fumetti e film con supereroi. Pensai più che altro a Spiderman che, morso da un ragno aveva acquisito i suoi poteri. Ero dunque diventato l’Uomo Irriflettibile o magari l’Eroe Senza Nome. Riuscii persino a sorridere a questo pensiero, sebbene tutta la situazione mi stesse portando verso il più totale sconforto.
Riuscii persino a chiedermi quale supereroe avesse i miei stessi “poteri”. Pensare la mia menomazione come un “potere” mi ridiede un po’ di coraggio e ottimismo. Di supereroi invisibili ce n’erano vari, anche se non poi famosi come altri, di personaggi che non si riflettano negli specchi non me ne veniva in mente nessuno. Poi ebbi un’illuminazione: i vampiri!
Certo! L’immagine dei vampiri non può esser vista allo specchio! La cosa mi divertì ulteriormente, però come un’ombra di paura m’attraversò la fronte a quel pensiero. Associai subito l’idea alle due piccole ferite sul collo ed ebbi un brivido che non mi parve dovuto al freddo.
Ridivenuto serio, titubante, appoggiai le dita della mano sinistra sulle labbra e allargando l’indice ed il medio andai a toccare con entrambi i canini, per sincerarmi sulla loro lunghezza.
Ritrassi la mano quasi di scatto, come se avessi avuto paura di esser morso dalla mia stessa bocca, tanto questa mi pareva in quel momento aliena.
Cercai di convincermi che doveva essere solo un effetto della suggestione: non poteva essere vero! Non poteva essere che mi fossero cresciuti i denti a quel modo!

Ero dunque un vampiro? Toccai di nuovo i denti: erano lunghi. Decisamente “troppo” lunghi! E poi c’era quella ferita sul collo… Ma se ero un vampiro le ferite le avrei dovute provocare, non subire… A meno che… Ma certo! Chi viene morso da un vampiro si trasforma egli stesso in vampiro. Ero dunque stato morso quella notte e quindi mi ero trasformato in vampiro?

Aprii la finestra per respirare. Sentivo di essere impallidito e un forte senso di nausea mi aveva preso alla gola. Respirai a pieni polmoni l’aria della notte, ormai sopraggiunta.
Un fruscio vicino all’orecchio mi fece balzare indietro. Qualcosa mi era quasi finito in testa. Un’ombra scura era come piovuta dal cielo stellato e si era infilata in casa. Mi girai spaventato verso l’interno della camera. Vidi una figuretta nera volteggiare vicino al soffitto.
Era solo un pipistrello! Trassi un sospiro. Chissà cosa m’ero aspettato? Poi riconsiderai la cosa: un pipistrello. Un pipistrello! Troppo strana questa coincidenza. Vampiri e pipistrelli sono spesso associati. Ed io stavo proprio immaginando di essermi trasformato in vampiro quando quell’animale… Strana coincidenza! Mi stavo lasciando suggestionare, pensai, dovevo liberarmi da quelle superstizioni.
Decisi di autoconvincermi che non fosse vero nulla: l’impossibilità di vedermi riflesso, il morso, il vampirismo. Il volo incessante di quel animaletto però lottava contro la mia razionalità.
E per una seconda volta quel pipistrello mi fece sobbalzare. Fu come un esplosione silenziosa. Il piccolo animale parve dilatarsi e scoppiare nel giro d’una frazione di secondo, precipitando verso il pavimento. M’appoggiai sconvolto al davanzale.
Al posto del chirottero c’era ora, altrettanto nera, una donna. Indossava un abito scuro svolazzante. La sua pelle era scurissima, più di quella delle donne dell’Africa centrale. Il volto era quasi squadrato.
Mi sorrise, mostrando una dentatura che, in contrasto, pareva luminosa.
- A che punto sei, mio caro? – chiese.
La guardai allibito, incapace di sciogliere la lingua in qualsivoglia suono.
- Un po’ indietro direi – constatò lei – vedo che ancora non mi riconosci: sono la tua benefattrice. Il tuo dolce angelo nero.
Poiché continuavo a non parlare la donna riprese le sue spiegazioni:
- Hai capito chi sei?
- No – riuscii a dire. La speranza di riuscire forse a capire finalmente qualcosa mi stava ridando la voce.
- Bugiardo! So che l’hai capito. O quasi. Dai! Dimmelo. Dimmi cosa credi di essere.
Le sue parole parevano accelerare il recupero della mia memoria.
- Un vampiro? – le risposi esitante.
- Bravo! Vedo che fai progressi. E quando lo sei diventato?
- Ieri?
- Bene. Sei un bravo allievo. E come? Come hai fatto a trasformarti in una così nobile creatura?
- Grazie a te.
- Questo non vale. Sono stata io a dirtelo. Intendevo grazie a cosa?
- Ad un morso. Il morso di un vampiro. Il…tuo morso.
- Perfetto.
- E gli specchi? Perché non ce ne sono più? – chiesi a mia volta.
- Una mia delicatezza. So essere tenera, sai? Li ho fatti sparire sia da casa tua, sia dall’ufficio. Certo non potevo rompere tutti gli specchietti delle auto, ma sono riuscita a ritardare la scoperta. Non ho voluto turbarti troppo, facendoti scoprire subito che non potevi rifletterti. Ci vuole un po’ di tempo per riacquistare la memoria e la consapevolezza del proprio nuovo stato. Lo specchio può essere scioccante al mattino appena svegli.
- Ma perché non ricordo nulla?
- Effetti secondari. La tua vita mortale è stata annullata ed ora hai ricominciato una nuova vita immortale, o quasi. La memoria della vecchia vita tornerà piano piano. Ha poca importanza ormai. La tua vita ora mi appartiene. Io ti ho morso. Io ho fatto di te un vampiro. Io sono la tua Signora.
A quelle parole ogni cosa mi tornò in mente. Ricordai l’incontro con la strana ragazza, le chiacchiere al bar, il suo appartamento, il suo letto, il suo corpo nudo e atletico e poi…sul più bello, il morso e poi…il nulla.

Fu così che iniziò la mia nuova vita, duemilaottocento anni fa.

Firenze, 05-11/01/07

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