Vincenzo Sciascia
Il vestito nero

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Titolo Il vestito nero
Autore Vincenzo Sciascia
Genere Narrativa      
Pubblicata il 18/12/2002
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Editore Liberodiscrivere
ISBN 88-7388-036-3
Pagine 69
Prezzo Libro 12,00 € PayPal
Come nei romanzi gialli, la conclusione — parola immorale! - si trova nelle ultime pagine. Anche qui, Il Vestito Nero recherà con sé un significato che si scoprirà alla fine. Ci troviamo di fronte non a un giallo, né a un noir, né a un libro di spionaggio o di fantapolitica. “Il Vestito Nero” è un lungo e serrato dialogo tra l’Orbo, anziano che sa, e Santuzzo, uomo che vuol sapere. Che cosa? La verità.
L’argomento è la mafia, la Sicilia, un certo modo di pensare, di parlare, di agire. Tutto avviene non direttamente ma per segni, per metafore, per allusioni. La spontaneità è quella della violenza — fisica o mentale — che, alla fine, è l’unico argomento convincente e si dimostra unico mezzo per arrivare alla conclusione di qualsivoglia rapporto.
L’Orbo delucida, svela, indica... Politica, clero, legge intessono trame e ordiscono congiure. Santuzzo, piccolo filo di paglia rigettato dalla trebbiatrice—mafia, vuol conoscere il motivo che l’ha condottto a soffrire e a non cogliere certe indicazioni le quali gli sarebbero state utili nel faticoso cammino alla scoperta d’una vita meravigliosa dove l’onore è moneta.
Abita lì la verita? Eh, la verità, forse, è il nulla ...
Ermanno M. Crestana

...la verità d’una Sicilia sofferente di un passaggio generazionale, causa d’una democrazia che politicamente non ha permesso la nascita d’una società civile e che non ha saputo fornire le garanzie necessarie a questo sviluppo. Tutt’altro: in un contesto storico il laboratorio politico della Sicilia è diventato lo specchio dell’intero Paese dove si sono intrecciati giochi paralleli di poteri di un Sistema. La Regìa alla fine cede e crea lo stratagemma della Confusione sino a esasperare la recita con la morte e la follia.
Il gioco tra la menzogna e la verità è l’invisibilità del Demiurgo che riesce a creare la conflittualità di turno tra vinti e vincitori. In questo grande scenario restano solo le vere vittime, e sono gli offesi, perché hanno capito che quella verità è il nulla.

Vincenzo Sciascia



Si fronteggiavano tra le due colline, le casupole costruite in fretta e il Casteddruzzu ormai diroccato, in quella giornata di primavera che si disperdeva nell’immensa pianura tra le spighe di grano che ergevano con vigore dalla sofferenza della calura. I tratti delle sterpaglie giallognole dei terreni incolti, ormai abbandonati con le loro case coloniche, limitavano la dimensione dei confini dell’occhio nudo di quella immensa tinta di verde.
L’odore acre dello zolfo delle viti si mescolava col vento dello scirocco inebriando la mente come dopo avere bevuto il vino novello ancora frizzante in un novembre di una estate di San Martino, per disperdersi in mille ricordi che si aggiungono come le parole senza ricordarsene una. Si sentiva solo la brezza mattutina senza avere un preciso ricordo. E, a tratti, l’aria si mescolava con l’odore pungente dell’olio fritto delle pane e panelle, dove puntualmente il venditore palermitano all’angolo del Corso urlava calde, calde... ai giovani scolari che si apprestavano già in ritardo a entrare alle scuole del vecchio palazzo dei D’Alcontres, mentre il bidello faceva cenno di affrettarsi gesticolando ripetutamente per far capire loro il ritardo con la solita recita di ogni mattina, - La campanella ha suonato già da un pezzo -, che non coincideva mai con il puntuale rintocco delle campane del vicino convento dei frati Cappuccini. Quel rintocco era quasi discreto come per rispettare il silenzio di Frate Lorenzo, l’ultimo dei monaci di Mazzarino, diviso tra Dio, coscienza e mistero della Giustizia.
I Chiappazzi, i tratti di gesso, si scorgevano dalle pendici delle colline, emergendo con il loro biancore come stelle in riposo. Davano la sensazione di bambini attaccati al seno materno. Era spezzato questo incanto, dai rumori assordanti dei trattori e dal traffico delle macchine degli operai che si apprestavano alla ritmata puntualità di dovere timbrare il tesserino della loro presenza nell’industria. Si avvertiva una frenesia che si mescolava con le alte torri fumanti che si ergevano con prepotenza intorbidendo quel cielo sereno sopra l’odore del pane con il sesamo dei fornai e il confuso canto di storia siciliana di Asparinu, rotto dal cigolare del carretto trainato da un posssente cavallo di mezzosangue arabo col suo pennacchio di piume che ondeggiava ad ogni passo.
E costoro, ignari, rimanevano impassibili, presi da mille frenesie e da sogni regalati. Tutto scorreva con l’abitudinaria ricerca della certezza del benessere sotto l’occhio bronzeo, freddo e immobile della statua di Garibaldi tra i cespugli incolti della Villa Comunale. Essa era ormai coperta a tratti dal sottile strato verdaceo dell’ossido e dagli escrementi degli uccelli che si posavano noncuranti come la noncuranza dei passanti di quel valente comandante rimasto solo nella memoria della storia in bilico tra eroe e brigante dove, a Gala, eroici picciotti gli diedero la vita per immaginare di credere in una Nazione finalmente unita. Tutto rimaneva indifferente agli occhi spenti dei pensionati seduti nelle panchine della Villa pronti a raccontarsi puntualmente ogni mattina le loro storie passate. Le stesse cose: le gesta più importanti di ognuno. E, spesso, ricorrevano alle bugie per dare una colorazione più vivace alle discussioni che solitamente finivano con il cornuto bugiardo. Tra ammiccamenti e sorrisi appena accennati dettati da mezze parole e tra il fondersi delle loro ombre curve senza dare un preciso significato alle forme, iniziavano a discutere con notizie di certe dubbiosità, per il piacere di mettere in discussione quella verità momentanea “Ho sentito dire...”. Solitamente si concludeva “Così ho sentito dire...” quando quella dubbiosità poteva essere smentita e che spesso si concludeva con “e che ne so io... così si dice...” costringendoli a riprendere daccapo il discorso per capirne la verità che ognuno interpretava a modo suo. Erano quelli frammenti di notizie poco chiare o interpretate a proprio comodo e in queste notizie c’erano come scenario le corna, giudicando chi se le meritava, e la bagascia che aveva offeso la dignità del marito galantuomo.
Tutto scorreva con la stessa fluidità del pensiero come d’istinto per soffocare la ragione del passato e sognare il presente. Un presente moderno. Un presente segnato dall’alzabandiera mattutino di zù Lorenzu, il pazzo, che segnava il nostalgico sbarco degli americani, della liberazione.
- Sei Santuzzo, vero?
- Sì! E lei...
- Ora, che fai? mi dai del Lei?
- Vossia...
- Humm... u niputi, mio nipote... Veni ca! Veni ca! Vieni qui! Sono io: Angiuluzzu, l’orbo di Gala! Ti aspettavo, e da tempo! - disse l’orbo battendo la mano sinistra ripetutamente sul secondo scalino dell’ingresso della sua porta sentendo i passi di Santuzzo.
Lo invitò a sedersi al suo fianco. Una porta dipinta di verde a tratti si screpolava esaltando le venature del legno e i gonfiori della vernice causati dal battere la pioggia durante l’inverno. Una porta che si distingueva con la sua casupola cadente dai calcinacci e dall’odore acre di paglia a testimoniare il tempo passato tra le grottesche case costruite in fretta da una mente immaginaria in una notte di sbornia senza un righello per trarre una linea retta con il lapis. E’ Gala, dove ci si disperdeva tra i tortuosi vicoli piccoli e stretti e i labirinti di strade senza nome e le chiese sconsacrate.
La mano dell’orbo bianca e scarna, dove si articolavano le evidenti vene ingrossate, a tratti nascoste dalla peluria, si posò in prossimità del secondo e del primo gradino in maniera incerta. Dall’altra si appoggiava premendo su di un bastone esile tra le gambe. Un bastone di ulivo lavorato da lui, diceva, da almeno vent’anni, ormai lercio e logorato. Vent’anni di ricordi; gli ultimi ricordi della sua vita: i più remoti. Il passato lo ricordava a sprazzi: quelli che gli davano le sensazioni più forti come il dolore. La guerra. Ma c’erano altri dolori nella sua memoria. Era proprio la guerra che gli ricordava l’inizio della sua cecità assieme a una medaglia al Valore Militare e un recente riconoscimento di Cavaliere della Repubblica, disperse tra le cianfrusaglie di mille ricordi accantonati nel dimenticatoio dei cassetti della sua credenza, ridipinta più volte. La vernice si scorticava a lembi come fogli di carta mettendo alla luce i tratti di legno tarlato. Rimaneva la misera pensione di guerra; “Unica vera conquista”, diceva sempre l’orbo. Ora questa sua cecità si nascondeva dietro gli occhiali scuri e sotto la nera coppola, con lo sguardo incerto orientato dalla percezione dei suoni e delle voci. Lo invitò a sedersi al suo fianco, su quel nudo e gelido scalino; un gradino bianco marmoreo, ormai usurato dal tempo e dai passanti di tutti quegli anni. Batteva ripetutamente quel bastone sul gradino sottostante. Si soffermava a tratti come per riprendere il filo del discorso, sebbene la sua mano rimanesse ancora ferma e decisa. Ma era pur vero che si soffermava nei momenti più dolorosi del discorso come se fosse accompagnato dall’aritmia del suo cuore. Era un tremolio dettato dalla sofferenza del momento, nascosto da una voce aspra e dura, in certi momenti, ma sempre certa.
Erano anni che non lo rivedeva. Gli anni erano passati anche per lui. Gli anni della sua gioventù, che spesso rimpiangeva, ora li vedeva passare sul corpo dell’orbo facendogli da specchio della vita, anni gli sfuggivano da tempo. E ora, rivedere l’orbo gli dava la giusta misura del tempo ma si consolava, forse per la sua cecità che lo faceva sentire meno sventurato. Qualcuno che consideravo in perenne disgrazia. “Quanto sarà terribile non potere vedere?”, si chiedeva in quel momento. Ed essere costretti a dover immaginare i volti delle persone più care; e non poterli capire dalle loro espressioni; dallo gesticolare dei movimenti del loro corpo. Gli veniva difficile capire come si potesse continuare a vivere senza potere vedere.
Ho visto poco nella mia vita quanto basta per capire l’istinto dell’uomo, e ho sentito molto per capire le sue ragioni!
- Sono tornato! - disse Santuzzo con aria felice.
- Ti aspettavo! Sapevo che saresti tornato!... che alla fine avresti capito da solo... Sono anni... settiti, settiti ca! Ora, ta cundu io a storia chidda vera, figghiu mio!, siediti qui, siedi qui! Ora, te la racconto io la storia. Quella vera, figlio mio! Ho delle lettere da consegnarti. Sono scritte da Pennino. Me le ha consegnate e io le ho tenute segretamente per tutti questi anni. Non le ho aperte perché ho voluto mantenere fede all’impegno e poi perché non avrei potuto leggerle. Ma prima che tu le legga, ti voglio raccontare la storia.
- E’ vero. Tanti anni sono passati... che non ci vediamo... Ma come mi ha riconosciuto?
- Dai tuoi passi!... Ho sentito i tuoi passi e non li ho dimenticati! Ormai conosco tutti e tutti sono nella mia memoria. Ti ho riconosciuto dai passi. Conosco i passi di tutti e so distinguere anche gli umori della gente. Capisco i loro passi e so cosa vogliono dire. Quando si alzano la mattina... quando ritornano la sera... se vedessi sarei certamente ingannato dall’immagine e non potrei vedere il loro animo... non saprei distinguerli! Questo è il paese di Gala, il paese di tutti e di nessuno; è un’isola dove nascono solo spine. Qui il mare suggerisce le idee e il vento caldo dello scirocco se le porta via. Qui una volta c’erano i Cruvacchi, le cornacchie poste in attesa che arrivasse la carogna per saziare la loro fame strappando fino all’ultimo lembo di carne di qualche scecco morto, somaro morto. Oggi sono gli uomini affamati di vendetta ad aspettare la loro vittima; e se la vittima non c’è se la creano per poter saziare il loro male. Sono i tempi moderni che gli altri hanno creato e che tutti aspettavamo e che non desideravamo creare. I tempi moderni dell’uomo carogna. Qui la filosofia non esiste, perché è inutile per gli uomini che sanno vivere; perché qui tutti sanno vivere. Non serve perché non si dà alcun senso alla vita. Qui pensano di sapere vivere nel modo migliore. I furbi cercano le loro vittime; i politici, i creduloni e gli attori, un ruolo da recitare. Rimangono alla fine i preti che sanno fare tutto questo. Qui ogni cosa è possibile, tra i racconti di pettegolezzi dell’aristocrazia della Palma, alla sofferenza del lavoro dei braccianti agricoli del Chiosco di un tempo sino ai tempi di oggi. Un paese che ha perso la sua storia... - aggiunse. - Si racconta solo il dolore! Il dolore di sempre!
- La Palma?... Erano altri tempi... tempi migliori... - disse Santuzzo quasi con aria innocente.
- Tempi migliori?... No, figlio mio, eri tu che vedevi migliori quei tempi, perché li vedevi con l’occhio innocente di bambino... perché ti piaceva guardare la parte migliore della vita... quella che ti avevano insegnato... invece del Chiosco che era il riferimento del lavoro della sofferenza della compravendita della carne umana...!
Vedi la Palma?... Guarda dal tuo lato... un tempo doveva stare alla mia sinistra, all’angolo della via...
- C’è ancora! - rispose dopo avere dato uno sguardo fugace.
- Non credo che sia cresciuta ancora più di tanto... si sarà fermata, ormai! Sono piante centenarie, e non ho mai capito perché ci siano... quanto utili possano essere agli uomini... eppure sono lì. Mi sono chiesto quante voci abbiano potuto ascoltare e, se potessero parlare, quante cose potrebbero dire di tutti i passanti, le loro ansie i loro desideri che avrebbero dovuto fermare il tempo, eppure gli uomini sono passati e magari sono già tutti morti, così le loro parole. Sono scomparsi e con loro anche la loro memoria, che nessuno ricorderà più. Mentre è rimasta la Palma.... Una terra dove si affina il pensiero tra sospetti e morte.
Il corpo inarcato e il viso ossuto ombravano lo scalino sottostante. Un’ombra esile rifletteva il suo corpo curvo accanto al suo vecchio cane adagiato alla sua destra ormai stanco della sua età: i quindici anni che segnano la vita di un cane: il cane Giufà, temuto per tanti anni dai bambini per la sua grossa mole e il suo pelo nero, ma fedele al suo padrone. Ora rimaneva immobile, adagiato su un fianco, attento ad ascoltare la voce del suo padrone e senza che qualcuno lo temesse più. Vivevano fedelmente gli ultimi attimi della loro esistenza. Il suo piede sinistro era rivolto all’interno quasi a toccare il piede destro. Il bastone evitava il congiungersi delle suole delle scarpe. Tossiva ripetutamente senza poter controllare i tratti asmatici. La barba bianca a tratti era più evidente, in quelle parti del viso, tra la mascella e il collo. Era solito fare la barba da sé, accarezzandosi ogni mattina quasi con soddisfazione il viso per sentirsi più fresco. Ma perdeva anche il senso del tatto, tralasciando parti di quel viso.
- Quando cambia il tempo mi sento soffocare, con il vento dello scirocco mi manca il respiro. Ma dico questo perché non voglio mettere in conto la vecchiaia, - disse con aria sorridente e malinconica. - Brutta cosa la vecchiaia, figlio mio!
Continuò a sorridere lievemente alzando gli occhi verso il cielo per individuare la direzione della voce di Santuzzo.
- Ma, Don Angelì... - obiettò Santuzzo per evitare che l’orbo cominciasse a raccontare la vecchia storia del suo passato. Del dolore della guerra.
- Ho conosciuto la guerra e la povertà, e non ho avuto paura di viverle. Ma quando ho conosciuto la vita ho avuto il timore di non poterla vivere...
- Settiti, figghiu miu! Iu sulu ti possu capiri... troppi guai hai visto... Santuzzo rimase in silenzio perplesso e pronto ad ascoltare.
Fece una pausa e disse di colpo“... nel mezzo del cammin di nostra vita mi trovai in una selva oscura...”
- Conosco l’autore....
- Sai cosa voleva dire l’autore? Cosa pensi che sia la “Selva oscura”?... E’ storia vecchia... è storia di tutti i tempi....labirinti neri...
- Come in quella che si è trovato l’autore a un tratto della sua vita... è un triste destino riservato a solo pochi uomini... quello che ti riserva il timore del potere e la sua paura - aggiunse.
- Tu credi al destino? - chiese di botto Santuzzo.
- Destino? Mah... non so!
- Ogni uomo crede di poter percorrere una strada liberamente pensando che sia la migliore, perché crede che è quella segnatagli. Poi trova gli ostacoli e comincia a cambiare opinione. Spesso, però, ci sono strade che sei costretto a percorrere e non si può più tornare indietro e subito si sopporta tutto a fatica, fino a esserne schiacciato. Solo poche persone riescono a seguire quella strada ed è sempre quasi impossibile arrivare alla fine.
- Come, è impossibile?
- Uno solo ci ha provato e rimane ancora nel dubbio! La fede c’è lo dà per certo, la storia per incerto...
- Chi?
- Gesù Cristo!
- E allora, il destino?...
- Ognuno ha il destino che si merita!
Si sedette vicino a lui, al posto che gli indicò. Gli strinse la mano per qualche istante e poi battè la sua mano più volte sulla sua, come per rassicurarlo.
- Sono molto contento di rivederti, - disse l’orbo sorridente.
- Ma sono serviti forse a rendermi più forte...
- No, figghiu miu, non dire questo. Troppi sono stati... e anche Dio si è lamentato!
- Ma...
- Quando è troppo è troppo!
- Ma sono serviti...
- Forse. Una statua di marmo, quando cade a terra, è facile ricomporla nelle sue parti. Se cade una statua di gesso è difficile ricomporre le sue parti. Ci sarà sempre una piccola parte che mancherà sempre: i sentimenti!
- Sono sempre più facili da ricomporre; i sentimenti nobili, i più fragili, difficilmente possono essere ricomposti. Mancherà sempre qualcosa: un frammento! Ciò che è rotto rimarrà sempre rotto!
Santuzzo diede un solo colpo di tosse e rimase in silenzio, pronto ad ascoltare le parole dell’orbo. Ma in quell’istante pensò subito alle piccole cose, a quelle parole che gli disse Pennino con espressione di rammarico e di dolore.
- Ho visto meglio negli ultimi anni della mia vita, quando sono diventato completamento cieco, che nel resto dei miei anni passati! E sai il perché?
- Non so.
- Te lo dico io. Perché ho sentito e sentito bene. Ho ascoltato tutto e tutti senza potere guardare nel viso chi mi parlava. Senza che il loro volto potesse ingannarmi. Ho ascoltato le sole parole perché non turbassero la mia mente; non li vedevo e non potevo immaginare cosa voleva significare il loro viso; perché nascondevano cosa volevano veramente dire. Le parole aiutano i mentitori. Riesco a percepire dal loro tono, dal timbro della voce dei mentitori. I mentitori più evidenti sono i mescolatori di parole, come se prendessero le parole con le mani da un mucchio vicino a loro e le buttassero lì, e costoro sono i cretini che pensano di potere offendere l’intelligenza altrui; altri credono di potere adoperare le parole che hanno sentito dire, pensando di avere creato un discorso logico per adulare l’interlocutore e costoro sono i bugiardi; infine ci sono coloro che copiano interi discorsi altrui, senza capire cosa dicono e costoro sono i mentitori sprovveduti costretti alla fine di non ricordare cosa hanno detto. Rimane il silenzio unico dialogo intelligente. Per poter parlare in silenzio bisogna guardarsi negli occhi. E poiché non vedo più, ho perso questo il dialogo con gli uomini.
- L’uomo è pronto a tradire se stesso! - aggiunse di botto.
- E’ infedele!
- Già...
- Gli unici a essere fedeli sono i cani, che non tradiranno mai il loro padrone, - disse Santuzzo indicando il cane Giufà. L’orbo intuì dall’intensità della voce che Santuzzo indicava con lo sguardo il suo cane.
- Fedeli? prova a fargli capire l’importanza del denaro e poi giudicherai la loro fedeltà. La fedeltà è una cosa seria che non tutti gli uomini possono capire e sentire; la fedeltà non si può vedere, né toccare con le mani. Si sente. Si sente dentro ciascuno di noi, e batte assieme al nostro cuore.
Santuzzo rimase in silenzio osservando il suo sorriso amaro tra i pochi denti rimasti. Ma rise a lungo con lo sguardo volto a individuare un’altra voce di provenienza. Ma il silenzio di Santuzzo in certi momenti tendeva a smarrirlo.
- Il mondo è così imperfetto?
- Il mondo no! Il mondo è stato creato in perfetto equilibrio. Quando l’uomo ha pensato di raggiungere la propria perfezione a danno della natura ha scompigliato tutto. E’ l’uomo che è imperfetto. Dove mette le mani lui crea lo squilibrio.
- L’uomo?
- Le più grandi opere non hanno mai raggiunto la perfezione anche all’occhio del proprio autore. I quadri più celebri hanno raggiunto la perfezione percettibile del momento, con l’ultimo tocco del pennello del pittore. Solo, però, in quel preciso momento. Dopo, infatti l’autore si accorge che solo una parte del dipinto continua a esprimere ciò che sentiva di volere comunicare con l’occhio attento ai tratti che limitano il pennello e l’anima attenta ai suoi colori, alla loro intensità e alla loro luce. Il resto conto poco per l’autore. Forse, oggi, se Pablo Picasso alla sua Paloma dovesse togliere i tratti della Stella Rossa, si scioglierebbe la sua arte nei labirinti della ragione di un rebus senza soluzione. Ci capiremmo ben poco... di Stelle! Hai capito cosa voglio dire, vero?... Parlo di Stelle, di stelle che cadono. E l’autore non ha saputo creare la sua perfezione.
- Sì! Ho capito. Non sono stelle cadenti. Ma la verità?
- Ah, la verità... La verità è quella che si nasconde e non quella che si dice. E di ciarlatani ce ne sono anche sin troppi. E mentire per loro è più facile! Alla fine capirai cos’è la verità. O magari sarò costretto a dirtela. Potrei dirtela io, ma voglio che me lo dica tu: dove sei stato in questi lunghi anni?
- Sono stato in cerca della verità!
- La verità non si trova fuggendo!
- Ma io non sono fuggito! Ho cercato la verità in mille altri parti del mondo. L’ho cercata smarrendomi tra mille inganni; ho scelto strade tortuose pensando di udire qualche voce che me la indicasse; ho bussato a più porte e nessuno ha risposto: erano porte senza nome. Sono passato dall’inferno senza accorgermi di camminare su questa terra e quante volte mi sono chiesto: dov’è Dio? Ho girato il mondo per lungo e largo. Ho attraversato oceani e scalate le più alte montagne... - aggiunse con tono malinconico.
- E che cosa hai trovato? Qualcuno, mi pare, ti aveva già avvisato... o no?
- Sempre la stessa cosa... la stessa musica!
- Già, e che musica! - replicò l’orbo sorridente. - Dovrei dirti ora che cosa è la vita? - aggiunse.
- La vita, eh? La mia vita è stata talmente piena di dolore che non riescono nemmeno a immaginarla. Sono entrato in una Moschea e i musulmani mi hanno cacciato scambiandomi per un ebreo; sono entrato in una Sinagoga e gli ebrei mi hanno scacciato scambiandomi per un cristiano; i Gesuiti mi volevano martire e altri l’erede della morte; i politici schiacciavano la mia identità opprimendomi, mente i mafiosi sentenziavano la mia morte. I comunisti mi additavano come fascista, così i socialisti mi additavano come democristiano. Tutti predicavano il cambiamento in nome della rivoluzione e tutti non volevano il cambiamento. Una penna può uccidere una massa di persone inconsapevoli della loro morte quanto mille governi avidi di guerra possono uccidere i loro popoli consapevoli della loro morte. E io ho identificato la vita con la morte, senza potere fermare un istante di esse. Ciò che per gli altri era vita, per me diventava morte, e tutto ciò che iniziava moriva, proprio in quel preciso momento: la vita era lo specchio della morte! Dentro le quattro mura, costretto a rifare cento, mille volte il solito solitario con le carte da gioco oramai unte e lerce che facevano puzzar le mani di un nauseabondo odore di marcio, per ammazzare il tempo. Per ammazzare il tempo: così si dice, vero? Vivevo dentro quelle quattro mura sapendo che oltre la finestra, ti avevano raccontato, c’era tutta la libertà che volevi. Tutte le notti insonne, in attesa che non venisse mai il giorno... tutte quelle notti maledette mescolate in un gioco tortuoso del potere magico dei colori delle Streghe di Saba. Oltre il nero cosa potevo immaginare? Nemmeno l’immaginazione riusciva a vedere oltre quel limite che la ragione si era posto, e mi sentivo già condannato senza che un tribunale avesse emesso una sentenza e che mi aveva già condannato di una condanna che non conoscevo perché non conoscevo il mio reato. Ho conosciuto solo la viltà umana che mi ha ucciso due volte; l’unica colpa era quella di essere nato, forse in Sicilia. Vivevo quegli attimi della vita solo con il battito perpetuo di un orologio in attesa della fine, di una maledetta fine che non arrivava mai. In compenso debbo dire che ho conosciuto l’umanità, e conoscendola mi sono sempre ricordato delle parole di Pennino: “Quando comincerai a conoscere l’umanità, capirai quanto è ingrata!”. Ho cercato di difendere i miei affetti più cari. E mi hanno colpito anche in quelli, mi hanno tolto proprio tutto. Ho resistito pensando di indurli alla ragione, perché pensavo che tutto quello che mi si faceva non serviva a nulla. Ma poi ho capito che non era possibile. Bisognava aspettare che cadesse tutto giù! “Ma quanto tempo ci vorrà ancora?”, mi chiedevo. Lo so, ci sono anni di storia. Pensavo: “non è facile”; ma capivo che ciò doveva accadere senza una data precisa, e questa doveva essere la Madre delle Rivoluzioni. Altro che Rivoluzione Francese...
L’orbo non rispose subito. Il discorso di Santuzzo lo faceva fuggire dal vero problema.
- Capisco il tuo dolore! Vedi, - disse l’orbo saggiamente, - un carcerato soffre la sua solitudine e ci convive, perché sa di doverci convivere, ma quando esce dal carcere comincia a capire quale è la vera solitudine, e fuori capirà il suo vero dolore. Per molti di costoro il tempo si è fermato in attesa di quella libertà che gli hanno insegnato e che non hanno mai trovato! Pensa quanto sarà penoso per costoro! Noi invece ci siamo adattati, perché ci abbiamo creduto, a questa libertà... Costretti a subire, a credere...
- Certo che è doloroso tutto questo... Ma chissà ancora quali altri tempi bisogna aspettare... - disse Santuzzo per avere una risposta dall’orbo.
- Ma poi parli sempre di rivoluzioni, rivoluzioni. Ma tu che ne sai di rivoluzioni? - chiese l’orbo. - Le rivoluzioni non si inventano; sono cose che esistono già. Una sola è stata la vera rivoluzione e l’abbiamo fatta noi con i Vespri.
- Come, esistono già?
- E’ un fatto naturale, e prima o dopo scoppiano! Sono dentro l’uomo. E nessuno s’inventa niente!
- Ma allora, la politica non c’entra?
- La rivoluzione non può essere politica. I politici non hanno mai fatto nessuna rivoluzione nella storia.
- Come?
- Pensaci! Sarebbe un controsenso... Un politico non sa vivere per le generazioni future...
- Quindi sono vincolati alle regole dei quadri politici?...
- Già!
- E chi detta questi quadri?
- Eh, eh, eh... il Re di Denari!
- Il Re di Denari?
- Prima che nasca uno Stato, è nata già una Religione. Prima nasce una politica, poi nasce un’economia. E spesso è essa che detta le regole. Il Potere! E tutto è ragionevolmente ragionato! L’umanità è stata una bella invenzione! E sai di che cosa parlo, quando parlo di Potere?
- Allora? Non ci sarà la rivoluzione? - chiese Santuzzo senza dare una risposta alla domanda dell’orbo.
- La rivoluzione c’è! C’è! - aggiunse dopo qualche istante a bassa voce come dopo una breve meditazione. - Ma prima bisogna che tu capisca perché debbono succedere certe cose! Capire cosa è successo, è ancora più importante! Ti sei chiesto cosa è successo?
- Molte volte! Ma non ho avuto il tempo di darmi una risposta!
- Quale risposta, eh? Quale risposta? Avresti dovuto chiedere per avere una risposta! Ma ti assicuro che nessuno avrebbe mai risposto alla tua domanda perché molti non hanno capito. E i pochi che avevano capito non potevano parlare. Le cose succedono e basta! La selva oscura, oscura! ... ricordi? Te lo dico io: ti sei messo in una strada più grande di te, senza fine! E chi poteva mai aiutarti? Bisognava arrivare alla fine, per capire, e capisco quanto ti è stata dolorosa questa strada! Ma la verità che tu cerchi te la dirò io, figlio mio! Te la dirò alla fine, dopo che mi hai ascoltato attentamente! Ti svelerò il segreto della nostra terra, della nostra Sicilia e non solo, ma voglio che tu stia attento a tutto ciò che dirò e fa’ attenzione alle mie pause, ai silenzi.
- Ma perché dovevano succedere? - chiese Santuzzo. - L’orbo non rispose.
- Non sapevo quale strada fare... quale percorrere. E quante volte sono stato costretto a dovere sentirmi dire, per l’ennesima volta, dal suggeritore del momento: ‘nà musca bianca mi dissi...
Santuzzo non avendo alcuna risposta seguitò il suo discorso.
- Ma che mosca bianca e mosca bianca! - ribadì l’orbo quasi offeso nel sentirlo dire da Santuzzo. - E’ un offesa all’intelligenza. Queste parole sono da donnine da cortile, e spesso ne fanno uso i confidenti. Non raccontarmele nemmeno. Non voglio nemmeno sentirle... per favore!
Aggiunse con tono amaro:
- Eh, il fatto è che già ti eri imboccato in quella strada... nella Selva Oscura. E non ti eri reso conto. E tutti si chiedevano “ce la farà?”, - disse.
- Capivo qualcosa. Ma era talmente tutto così grande che mi sfuggiva tutto. Ma, ora, vorrei capire...
- Tu corri. Corri troppo. Aspetta, e arriveremo anche a questo!
- Ho difficoltà a capire.
- Lo so. Bisogna iniziare tutto da capo per arrivare alla fine. Se non si capisce l’inizio, non potrà mai arrivare alla fine, a capire la fine. Spesso giudichiamo all’istante ciò che ci succede in quel preciso momento senza capire il perché, il perché è successo.
Don Angelino fece una breve pausa. La pausa che Santuzzo si aspettava. Ma non riuscì a capirlo. Esitò un attimo.
- E’ l’onorevole, - disse di colpo con tono discreto.- E’ di malumore, oggi... Ah, ah, ah...
L’orbo rise. Rise per un po’ senza contenere l’apertura della sua bocca che, come ogni sua espressione, dava il senso del non contenuto e della dismisura. La sua cecità gli aveva fatto perdere la giusta dimensione del comune comportamento.
Si sentì il battere dei tacchi delle scarpe con passo pesante sulle Balate, le pietre laviche della stradina. Un battito pesante che lasciava intuire una figura goffa.
- Ne ricordano, queste balate, lacrime e miseria. Tante lacrime di povera gente che oggi potrebbe raccontare ansie, umiliazioni, fame e tanta disperazione! - disse l’orbo di colpo con amarezza. - Ma c’erano anche le speranze.
- Don Angelì...
L’orbo si fermò di colpo.
- Buon giorno, onorevole! - rispose
- Le cose gli vanno male, all’onorevole! - disse sottovoce con un cenno di sorriso. - E’ moscio...
- Male?
- Proprio così: male!
Fece un piccolo sorriso.
- E’ democristiano o, almeno, lo era! Adesso ha una crisi di identità!
- Crisi?
- Tutti hanno una crisi di identità. Mi chiedo: non potevano averla prima?
- Una volta, da ragazzini, si cantava: “A Gala, Gala, Gala l’onorevole strazza i linzoli e fà i cammisi... a Gala, Gala, Gala l’onorevole strappa le lenzuola e fa le camicie”! E non erano i comunisti a cantare ciò al padre fondatore della Democrazia Cristiana, ma i suoi stessi compagni di partito: i democristiani! E furono gli stessi a crocifiggerlo, come Cristo! Ha pagato un prezzo per la libertà ed ecco alla fine che gli stessi figli hanno divorato quella libertà! Ma questo onorevole lo sento passare tutti i giorni. Dapprima evitava di salutarmi. Da quando è caduto in disgrazia giudiziaria è diventato più affettuoso. Mi saluta, persino! E’ un furbo sprovveduto! E’ come il padre.
- Furbo sprovveduto? In che senso?
- Lo dicevo, io, che alla fine gli sarebbe finita male... perché è un cretino!
Santuzzo, a sentire definire un “onorevole” cretino, rise. Rise a lungo anche l’orbo sentendolo ridere, battendo il suo bastone ripetutamente sullo scalino e facendo sobbalzare per un istante il cane che poi ritornava a riposare sul suo fianco nel posto di prima. Ma di tanto in tanto riapriva appena l’occhio destro per scrutare i movimenti del

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