Yusef Komunyakaa - Il ritmo delle emozioni

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Titolo Il ritmo delle emozioni
“Dal jazz ho imparato che potevo scrivere di qualsiasi cosa in poesia...”
Autore Yusef Komunyakaa
Genere Poesia      
Visite 5781
Punteggio Lettori 8
Editore Liberodiscrivere edizioni
Collana Nuda Poesia  N.  1
ISBN 88-7388-048-7
Pagine 92
Prezzo Libro 10,00 € PayPal

il ritmo delle emozioni a cura di Antonella Francini

Le poesie di Yusef Komunyakaa raccolte in questa breve antologia appartengono a momenti diversi della sua produzione e vengono presentate non in ordine cronologico, ma secondo un disegno concordato con l’autore. I nove testi della Parte I, pubblicati fra il 1986 e il 2001, sono dei ‘classici’ dell’opera del poeta. Spesso antologizzati, quasi sempre recitati nei suoi numerosi reading negli Stati Uniti e all’estero, essi toccano alcuni temi principali della sua poetica: il rapporto con la terra d’origine, la Louisiana, quello con la famiglia, in particolare col padre, e l’esperienza della guerra vissuta in prima persona durante il conflitto vietnamita, che lo coinvolse per circa un anno come cronista del giornale delle forze armate americane. La Parte II è interamente occupata da Testimony, un poemetto ispirato alla vita e alla musica del padre del bebop, il sassofonista jazz Charlie Parker. Originariamente concepito come un libretto scritto su commissione per l’Australian Broadcasting Corporation, ha poi trovato una collocazione nel volume Thieves of Paradise (1998) come testo autonomo, indipendente dall’accompagnamento musicale. Nella Parte III si trova un altro omaggio alla musica, il dittico Ode to a Drum e Ode to the Guitar, che è anche una sperimentazione intorno alla forma poetica dichiarata nei titoli – l’ode appunto. La prima delle due poesie è del 1998; la seconda è inedita, scritta appositamente per questo volume e ispirata alla musica del chitarrista classico Flavio Cucchi.

L’itinerario che traccia questa antologia tocca perciò momenti importanti del primo periodo della poesia di Komunyakaa, il quale sembra essersi chiuso con la pubblicazione nel 2001 di Pleasure Dome: New and Collected Poems, il volume di oltre seicento pagine che raccoglie tutta l’opera del poeta, dagli esordi allo scadere del secolo. La poesia successiva presenta in effetti significativi sviluppi verbali e tematici che preannunciano un rinnovamento della sua scrittura. Talking Dirty to the Gods (2000), ad esempio, non solo segna il passaggio dalla Wesleyan University Press alla sua attuale casa editrice, la Farrar, Straus and Giroux, ma mostra anche un inedito intento poiematico. Le 132 poesie di questo libro, ciascuna di sedici versi, compongono una sorta di canzoniere in sonetti caudati, che affronta una divertita disamina, fra sacro e profano, dei vizi capitali in veste satirica. Anche i due volumi in corso di pubblicazione, parzialmente anticipati su riviste, sono macrotesti narrativi: Wishbone Trilogy: Taboo è il primo elemento di una trilogia che ripercorre la storia della civiltà occidentale attraverso figure esemplari e dalla prospettiva di un afroamericano; Autobiography of My Alter Ego è invece il racconto autobiografico di un reduce bianco della guerra del Vietnam narrato in versi che, visivamente, creano un continuo movimento sulla pagina quasi a rendere anche nella struttura il flusso dei pensieri, delle emozioni e dei ricordi che affollano la mente del protagonista.

Queste ambiziose sperimentazioni hanno alle spalle quasi trent’anni di scrittura poetica scanditi dai dieci libri ora raccolti nel volume del 2001 (di cui diamo un saggio in questa antologia), uno specifico background culturale e molteplici sperimentazioni tecniche. Nato nel 1947 a Bogalusa, una cittadina della Louisiana al confine col Mississippi, un centinaio di chilometri da New Orleans, Yusef Komunyakaa porta nella sua visione poetica il retaggio della sua terra d’origine. Basti pensare al suo lungo e passionale rapporto con il blues e il jazz, con le tradizioni musicali degli afroamericani, un rapporto che risale a quando aveva quattro o cinque anni e sentiva le voci di Bessie Smith, Big Mama Thornton, B.B. King e altri interpreti dei gospel e degli spiritual dalla radio nel salotto di casa; oppure ai numerosi omaggi ai grandi del jazz, da Duke Ellington a Charlie Parker, Thelonious Monk, Miles Davis, Dolphy e Coltrane, citati, evocati o protagonisti in moltissime sue poesie. Da questa tradizione è derivato il suo stesso metodo di scrittura – l’improvvisazione su un tema o su uno stato d’animo - e il suo concetto di poesia come espressione di un pathos e elaborazione di esperienze personali. “Dal jazz”, afferma Komunyakaa, “ho imparato che potevo scrivere di qualsiasi cosa in poesia”, “[ho imparato] la dinamica dell’insinuazione […] la necessità di esprimere chiaramente quello che mi portava l’immaginazione” e, allo stesso tempo, “simmetria ed equilibrio di forma e tono”. E da virtuoso compositore ha improvvisato riffs e breaks sui ritmi del blues e del jazz nei suoi versi prevalentemente brevi, di solito con quattro accenti tonici, stretti in un continuum di immagini che generano uno straordinario equilibrio fra erudizione e canto, parola e musica. La poesia, scrive ancora Komunyakaa, “è un atto di meditazione e improvvisazione […], un’azione che tenta di sfidare il contenitore o lo stampo della struttura […], un atto di creazione non matematica che aderisce alla metrica della naturale musica della lingua”, che tende verso un effetto-collage azionato dalla fluidità della vita intorno a noi. Agente di questo processo è l’enjambement, ovvero, nelle parole del poeta, quelle “prolungate possibilità” per cui il verso cresce in segmenti logici, le immagini si fondono una nell’altra, acquistano plasticità e formano un pattern elastico intorno a un’emozione o un’idea.

Komunyakaa fa risalire la sua formazione più propriamente letteraria agli anni dell’infanzia, quando lesse più volte dall’inizio alla fine il grande codice della Bibbia, il viatico verso la scoperta di quella lingua surreale e immaginativa che segna la sua scrittura. Nell’ambiente culturale sterile degli anni scolastici la letteratura, ricorda il poeta, era poco disponibile, ad eccezione di un limitato numero di classici inglesi e americani, e delle Sacre Scritture appunto. Più tardi, negli anni della giovinezza e durante gli studi universitari, scoprirà i suoi maestri, i quali sono soprattutto i modernisti, da Ezra Pound a William Carlos Williams, e i poeti neri dell’Harlem Renaissance che si rifacevano alla tradizione afroamericana orale e musicale. Modello di modernità è stato per lui soprattutto Langston Hughes, che seppe rappresentare la bellezza e la tragedia della storia americana in versi fortemente influenzati dal blues e dal jazz. Komunyakaa riconosce il suo debito anche verso autori delle generazioni successive - Robert Hayden, Melvin Tolson, e i più giovani Etheridge Knight e Gwendolyn Brooks –, anch’essi impegnati in una sperimentazione linguistica tesa a coniugare il moderno alla tradizione e alla storia degli afroamericani. A ciò va aggiunto l’insegnamento ricevuto dai poeti che conducevano i seminari di scrittura creativa frequentati all’università, come Charles Wright e Howard Moss. Lettore onnivoro, Komunyakaa è così arrivato a creare una lingua che è un coacervo di codici: in primis quello musicale, appunto, poi quello biblico e quello letterario della tradizione poetica occidentale: il tutto fuso in un ur-codice aderente a un parlato che attinge ai gerghi più vari, dallo slang afroamericano al creolo della Louisiana, che lascia intravedere erudizione e tecnica e implica un sottofondo musicale. Insomma, poesia in movimento composta su più tastiere.

La Louisiana entra nella poesia di Komunyakaa non solo come terra della memoria, ma anche e soprattutto come spazio della mente, paesaggio psicologico e mitico, scenario di riti antichi di bellezza e violenza nella natura. La nativa Bogalusa finisce così per somigliare molto alla contea immaginaria di William Faulkner nella regione del Mississippi, quella Yakmapatawpha County che riflette un sud crudele e ricco di tradizioni, decadente ed eroico, dove pulsioni ancestrali agiscono negli individui oppressi dal fato. Il realismo magico di Komunyakaa accoglie anche i suoi riti personali, quando da bambino, ad esempio, si isolava nella solitudine del paesaggio (si veda in proposito la poesia sui fiori insettivori Venus’s-flytraps); oppure la rievocazione delle leggendarie e misteriose vicende dei bisnonni materni, emigrati clandestinamente in Florida da Trinidad, e il cui cognome di origine africana il poeta ha recuperato e adottato rinunciando a quello anglosassone del padre; oppure, infine, la rielaborazione del suo rapporto col padre stesso, figura dominante e conflittuale nella vita e nella poesia di Komunyakaa (si veda la poesia My Father’s Love Letters). Egli ci viene presentato come maestro di simmetria e precisione, padrone degli strumenti del suo mestiere di carpentiere. “Misurava un’asse quattro o cinque volte prima di tagliarla”, ricorda il poeta, “[…] poi la faceva scivolare al suo posto […] una precisione collaudata che dipendeva dal fatto che mio padre aveva imparato bene a manovrare i suoi strumenti […]. Mi piace pensare che la precisione con cui foggiava scaffali e tavoli e case è lo stesso tipo di processo che io uso nella mia scrittura”.

Questi temi autobiografici trovano ampio sfogo in uno dei libri più importanti di Komunyakaa, Magic City (1992), interamente dedicato a una ricostruzione emotiva della sua infanzia. Il secondo blocco tematico della sua poesia, l’esperienza della guerra, è invece svolto per la prima volta in Dien Cai Dau (1988), il premiatissimo volume subito salutato come una delle opere più notevoli sul tema da cui abbiamo tratto le poesie “You and I Are Disappearing”, We Never Know, Tu Do Street e Facing It. Il titolo riprende l’espressione con cui i vietnamiti chiamavano i soldati americani e significa “pazzi, folli”. Le follie della guerra sono testimoniate da un anonimo soldato nero attento a riportare sia gli eventi esterni che la complessità dei sentimenti, i sensi di colpa e le ambiguità psicologiche interiori, dando corpo alle paure e ai fantasmi nella mente di un soldato. È un testimone storicizzato, chiuso in una sorta di solitudine esistenziale, facilmente ricollegabile - Komunyakaa ha precisato - a figure analoghe di soldati neri che dalla guerra d’indipendenza in poi hanno combattuto per la democrazia americana, e fatto i conti con le sue luci e le sue ombre. Il libro, scritto dopo quattordici anni d’incubazione, ripercorre anche il rapporto personale del poeta con il paesaggio del Vietnam che, come la Louisiana, vede segnato da riti di bellezza e violenza, ricco di una vegetazione vibrante e rigogliosa a lui stranamente familiare, come familiari sentiva i contadini che vi abitavano. La scoperta della dimensione spirituale di quella terra ha ampliato la geografia psicologica di Komunyakaa, che traccia una linea immaginaria fra la Louisiana e il Vietnam, ambedue territori violentati dalla storia dove il rapporto della gente con l’ambiente gli è apparso più intimo, viscerale, e perciò più autenticamente rivelatore delle misteriose pulsioni e emozioni che agiscono nella psiche umana. Questa prospettiva rende alcune sue poesie dei veri e propri epitaffi affinché i sacrifici umani non perdano significato nella memoria dei contemporanei. I cadaveri dei soldati e dei neri linciati sono nei suoi versi i segni di quella storia mentre i segni del rito sacrificale sono i fuochi nel paesaggio vietnamita e gli alberi-forca nel Sud degli Stati Uniti.

Questo itinerario gli è valso il Premio Pulitzer per la poesia nel 1994, assegnato al volume Neon Vernacular: New and Selected Poems, una scelta di testi vecchi e nuovi che presentano un’eccellente sintesi della sua poetica, al cui centro sta la volontà di afferrare il flusso dell’esistenza, il ritmo delle emozioni che le vicende personali e la storia collettiva suscitano in un individuo. Ma la storia non prende mai il sopravvento nella poesia di Komunyakaa, bensì rimane in sottofondo come una continua pressione sulla scrittura, oppure è trasfusa liricamente nelle intense immagini che si stagliano sulla pagina come sintetiche riflessioni su problemi civili. Staccandosi dalla tradizione afroamericana, la sua poesia trascende anche l’esperienza razziale e va oltre la scrittura propagandistica e di protesta, trasmettendo invece l’idea che la propria blackness non debba determinare una poetica. “Non ho mai pensato alla questione della negritudine come argomento della mia poesia per sé”, dice Komunyakaa, “[…] so chi sono e non devo guardarmi nello specchio ogni giorno per ricordarmelo. Mi sono sempre accettato e ho sperato che questo orientasse la mia visione poetica”. Si rifà piuttosto alla lezione di uno dei suoi più amati maestri, Robert Hayden, il quale si definiva poeta americano prima che nero. Come la poesia di Hayden, anche quella di Komunyakaa è densa di storia e così radicata nei conflitti sociali dell’ambiente in cui è cresciuto da suonare spesso decisamente engagé, ma allo stesso tempo rifugge da ogni facile etichetta di poesia del Sud, nera, jazz o blues, sebbene tutte queste categorie appartengano al suo autore e costituiscano, come abbiamo visto, il background primigenio della sua scrittura.

A leggerla cronologicamente, l’opera di Komunyakaa colpisce per la continua sperimentazione di nuove forme e tecniche. Sperimentale è senz’altro il poemetto Testimony nella Parte II di questa antologia. Prendendo a prestito il noto neologismo di Andrea Zanzotto, potremmo dire che il “quasi-libretto” in quattordici sezioni di Komunyakaa, ciascuna composta di due testi di quattordici versi, disegna un doppio ipersonetto con funzione narrativa per raccontare liricamente la vita e l’arte di Charlie Parker, dalla sua partenza da Kansas City fino alla morte. Ogni coppia tiene il posto di un verso in un sonetto apparentemente di tipo inglese. Se ci soffermiamo sulla scansione narrativa degli eventi della vita del musicista, ci rendiamo infatti conto che la vicenda biografica di Bird si conclude nelle prime dodici sezioni (con percettibili stacchi fra le parti IV, VIII e XII a segnare il passaggio di quattro in quattro), mentre le ultime due, collocandosi post mortem, registrano un cambio di prospettiva, e alludono così al distico del modello archetipico. Le ultime quattro poesie spostano infatti l’attenzione da Parker all’indifferenza dei media per la vicenda umana del musicista, stroncato a soli 34 anni dalla droga e dall’alcol, e alle leggende che si andarono subito costruendo intorno alla sua figura. Ma, per quanto suggestivo il disegno che questa lettura lascia intravedere, Testimony rompe le regole imposte dallo statuto del sonetto e dà alla forma una nuova veste per creare in ogni singolo testo un contrasto fra i dati biografici e lo scatto lirico e immaginativo della musica di Parker. Komunykaa chiama la sua forma “ghost sonnet”, ovvero sonetto-fantasma, presente nella compattezza dei quattordici versi e allo stesso tempo elusivo per la sua flessibilità e le sue anomalie rispetto al modello originario. Nato in ambito performativo e musicale, rappresentato alla Sidney Opera House da un’orchestra di diversi elementi, il doppio ipersonetto di Komunyakaa non dimentica il valore etimologico della forma adottata di ‘piccolo suono’ per musici e si struttura infine come una polifonia. Ogni coppia di poesie è infatti narrata da una voce diversa e abitata da numerose figure che, non solo rievocano quasi integralmente l’epoca del bepop con tutti i suoi protagonisti, ma contribuiscono anche a creare un effetto corale. Il che è ulteriormente rafforzato dalla ricerca linguistica di Komunyakaa, che qui lavora su più registri riportando alla luce l’idioma del mondo del jazz e degli hipster degli anni 1940 e 1950.

Sperimentali sono anche le due odi nella Parte III, una forma cui il poeta è spesso ritornato per celebrare destinatari insoliti e imprevedibili come il tamburo e la chitarra, il verme, la polvere o il procione. Che il tono sia ironico o commosso, del modello classico queste odi ritengono la drammaticità, il rapporto con la musica e la danza e un’intensa intelaiatura emotiva.

Sempre all’insegna della sperimentazione, Komunyakaa ha inoltre realizzato CD in collaborazione con musicisti: Fire Water Paper: A Vietnam Oratorio con la Pacific Symphony Orchestra e prodotto dalla Sony (1996), Love Notes from the Madhouse con il jazz ensemble di John Tchicai (1998) e Thirteen Kinds of Desire (2000), tredici pezzi interpretati dalla cantante Pamela Knowles. È anche autore di testi teatrali in cui la musica degli strumenti ha sempre un ruolo complementare a quello della “nostra prima musica”, ovvero della musica insita nella lingua parlata.

Il potere taumaturgico della parola poetica che si modula su ritmi melodici è il motivo su cui si chiude questa antologia:

…Premi un tasto

& il messaggio muta in vergogna

& bellezza, nel profumo d’un giardino

che sale da muschio di torba e zolfo…

i tasti e il manico sagomato lavorati

& carezzati in un arto fantasma

di speranza….



Antonella Francini

UNNATURAL STATE OF THE UNICORN

Introduce me first as a man.
Don’t mention superficial laurels
the dead heap up on the living.
I am a man. Cut me & I bleed.
Before embossed limited editions,
before fat artichoke hearts marinated
in rich sauce & served with imported wines,
before antics & Agnus Dei,
before the stars in your eyes
mean birth sign or Impression,
I am a man. I have scuffled
in mudholes, broken teeth in a grinning skull
like the moon behind bars. I’ve done it all
to be known as myself. No titles.
I have principles. I won’t speak
of the natural state of the unicorn
in literature or self-analysis.
I have no birthright to prove,
no insignia, no secret
password, no fleur-de-lis.
My initials aren’t on a branding iron.
I’m standing here in unpolished
shoes & faded jeans, sweating
my manly sweat. Inside my skin,
loving you, I am this space
my body believes in.




STATO INNATURALE DELL’UNICORNO

Anzitutto presentami come uomo.
Nessun accenno a lauri superficiali
che i morti accumulano sui vivi.
Sono un uomo. Tagliami & sanguino.
Prima di eleganti edizioni numerate,
prima di pingui cuori di carciofo marinati
in salsa ricca & serviti con vini d’importazione,
prima di stravaganze & dell’Agnus Dei,
prima che le stelle nei tuoi occhi
indichino marchio di nascita o Stigma,
io sono un uomo. Mi sono battuto
in fogne di fango, ho rotto denti a un teschio ghignante
come la luna dietro le sbarre. Ho fatto di tutto
per farmi conoscere come sono. Nessun titolo.
Ho principi. Non parlerò
dello stato naturale dell’unicorno
in letteratura o autoanalisi.
Non ho diritti di nascita da provare,
nessuna decorazione, nessuna parola
d’ordine segreta, nessun giglio.
Le mie iniziali non sono su un ferro da marchio.
Sto qui in piedi, scarpe
sporche & jeans stinti, a sudare
il mio sudore d’uomo. Nella mia pelle,
amandoti, sono questo spazio
in cui il mio corpo crede.

«Dobbiamo fidarci delle parole.Le leggi, i principi etici si fondano su simboli verbali; lo stesso vale per i testi sacri, per le preghiere e per le ingiurie.»Yusef Komunyakaa è uno dei maggiori poeti americani del nostro tempo, la cui opera ha raccontato la bellezza e le tragedie della storia contemporanea e i misteri della psiche umana in una lingua surreale e immaginativa. Ai suoi numerosi volumi di poesia sono andati molti premi e riconoscimenti, fra cui il Premio Pulitzer nel 1994 per il volume Neon Vernacular: New and Selected Poems. Corrispondente in Vietnam, Komunyakaa ha scritto alcuni tra i versi più penetranti sulla guerra e i suoi orrori. Fine conoscitore e appassionato di jazz, ha collaborato con musicisti e cantanti e composto il libretto Testimony per l’Australian Broadcasting Corporation, un tributo in versi al leggendario Charlie Parker. Il ritmo delle emozioni è la prima raccolta italiana di questo autore, una delle voci contemporanee più originali e significative.

Claudio Pozzani

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