Alessandra Palombo - IO MARE

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Titolo IO MARE
Autore Alessandra Palombo
Genere Poesia      
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Editore Liberodiscrivere - Studio64 srl Edizioni Genova
Collana Spazioautori
ISBN 88-7388-050-9
Pagine 88
Prezzo Libro 10,00 € PayPal
l percorso acquatico si srotola in orizzontale, curvo per quanto è tondo il pianeta che ci sopporta.
La questua, patita di mare in mare, richiede l’ausilio di un remo-bastone per spingersi tra le onde della memoria: quel bagaglio di passioni, pensieri e palpiti idonei, anche se scompigliati talvolta, a svelare noi a noi stessi affinché si arrivi a conoscere l’essenza del nostro Sé: “cerco me, nel mio mare,/ per capire chi io sia”.
Remo-bastone sono i brani del cantore più amato, Teognide o Achmatova, come le riflessioni meglio incise nell’animo in moto di pellegrinaggio; e persino gli stralci di cronaca o i suggerimenti offerti da qualche giornale a salvaguardia del nostro benessere fisico.
L’unica verticalità è quella che a precipizio va incontro al fondale dell’acqua interiore: ambito esclusivo nel quale guazza lo spirito nella sua smania verso il Settimo Mare; laddove il remo-bastone, deposto, non compare, né serve più, giacché acqua-salata e coscienza-di-sé formano quel tutt’uno chiamato Iomare.
Il gabbiano, gatto che vola, cerca ancora una salpa o una mèndola per la propria fame, ma la ricerca non impegna oltre, né chiede ulteriori risposte.
La geometria delle stelle e dei battiti cardiaci, necessario aiuto alla tribolazione del navigare, è contenuta in un unico cielo senza un Profeta che lo voglia scalare. La metafora deambula il mare al plurale, quella raccolta delle acque alla quale il Padreterno appioppò il nome di “Mari”.
L’evoluzione della gagliardìa vitale ha la sua trama nei liquidi, anche in quello del sangue aggrumato che talora si squaglia e si sparge nello spiazzo consacrato a tempi laici di devoto rigore e religioso rispetto.
Così nel Primo Mare lo spirito, attore scanzonato e immaginifico, alita tra i “capelli spettinati” di un’infanzia in posa, quindi ancora condizionata da una motivata vanità: “modificare la cornice del mio seno”, si chiede.
Le prime bracciate nel sale liquido sono indolenti e lente, foderate di sonno. Ma “l’energetico miele di ecucalipto”, maestro di possessione, ha forza di pazienza nell’attesa dell’impatto con il femminino: l’abbraccio sarà cosmico, in unità di anima e corpo.
Vi è poi il rito della purificazione, come all’ingresso di un recinto sacro, e il momento di cogliere i significati che anelano ai segni vitali, utili per “penetrare la trama del destino”.
Il “poeta ormai cieco” ha buoni gli occhi dell’anima, e gioisce con agio del vento che disfa corolle di fiori e ciocche di capelli, del giuoco che corre sui prati e giù per le valli: Oh, il mare amniotico!, nostalgico inciampo d’ogni essere umano.
Nel Secondo Mare la solitudine e la dispersione dei punti di riferimento diventano angoscia lontana, e i sapori di mare e di terra circolano nelle stanze del cuore più che tra le pareti dello stomaco. Intanto il desiderio spinge ancora oltre le sue occhiate, mentre persone e cose di un amato circuito urbano, qual è in questo caso la Livorno di tempo addietro, rotolano suoni e inciampi graditi.
Nel Terzo Mare, dopo stagioni clementi, è l’inverno che infuria, al punto che lo spirito si fa una girata in groppa a un gabbiano, mentre “pesci azzurri sprizza...no / gocce d’argento”.
Qui si leva l’ode alla navigazione, una delle più belle mai ascoltate: la vita sui bastimenti a vela e i vecchi del mare: si chiamino essi Colombo o Papà Pennello… Il ritorno è sempre all’isola, l’ago della bussola punta allo “scoglio”: all’Elba come a Itaca.
Nel Quarto Mare, in acqua pescatoria, la voce la danno granchi, spugne, polpi: battiti di chele, soffi di piccoli polmoni liberati, guizzi di alette e schizzi di tinticcio… interiorità dedite all’espressione. E sono vive e pulsanti le alghe e le barche, i sassi di fondo e le banchine, le velelle e le petroliere, le darsene e gli oceani.
Nel Quinto Mare vi è smarrimento, sì, ma piena percezione del proprio corpo come barca che ci porta: “a te, acqua, / offro il mio corpo, / a te, onda, di giocare con la nuca, / a te, mare, / di sommergermi, tutta / al largo”.
Nel Sesto Mare, vibra la luce e l’intreccio di fibre e significati patito e operato da dita assidue. Vi è colloquio, finalmente vibrante, e la bella immagine di un atto amoroso: “Un faro e la luna a baciarsi nel buio e / via tra i flutti a rotolarsi le gocce”.
Nel Settimo Mare è la catarsi, l’appagamento dello spirito che si era messo in cammino. L’abbandono “al canto del vento / Voce del mare”: la donna dell’isola, di qualunque isola come luogo circoscritto e separato, è qui disegnata con immagini ricche di un vissuto sacrificale, fino ad essere Persona: l’onda la fa apparire mutevole, ma non è lei che si muove.
Non manca la conclusione di questa musica in acqua: è il Post Scriptum, quel Do che arriva dopo la scalata delle sette note, e fa riprendere il ciclo, evoca resurrezione e speranza. Caffè e brioche sono un riferimento mattiniero che distribuisce consolazione, e però l’intreccio di significati si compie oltre lo stato sensibile, quando l’orizzonte della propria interiorità non conosce né alto né basso, quando l’Iomare percepisce padronanza di dimensioni e stati di coscienza.


Manrico Murzi
Genova, 4 giugno 2004

PRIMO MARE


Grumi di sangue si sciolgono
nel tempio del mio tempo
e il vento di ponente mi trasporta
tra i capelli spettinati
di bambina in posa su una bitta.

Cerco me, nel mio mare,
per capire chi io sia,
come, perché e se vorrei
modificare la cornice del mio seno.


Ciondola nel vuoto dondolandosi,
ruota il collo, il pensiero incosciente,
cerca con lo sguardo un ingranaggio
che lo spogli da apatia sonnolente
per percorrere sentieri appena scorti;
nessun tornado o nebbia o pioggia,
né nube o sole o tuono,
al limitare
solo aria immobile e pallida,
e lui paziente
che attende l’incontro
con un soffio di brezza,
energetico miele di eucalipto,
per godere con amplesso lussurioso
e discendere al suo braccio,
al calare delle ombre, sopra il cosmo.





La Poesia e il Mare

La poesia e il mare sembrano avere considerevoli tratti in comune, soprattutto sul piano espressivo. Sia l’uno che l’altra posseggono infatti l’eccezionale capacità di rappresentare efficacemente i moti dell’animo umano.
Il mare - che talvolta ci assale con le sue schiumanti rabbie, i furori e le ripulse espresse con voce furibonda e potente e, altre volte, nella sua insidiosa variabilità, ci accompagna con la monotona e rassicurante nenia della risacca - appare avvicinarsi, con le sue manifestazioni, alla non rara volubilità dei nostri umori.
Quanto alla parola poetica c’è da dire che, tra tutte le altre forme comunicative, è quella che meglio rappresenta i veri sentimenti umani. Sostanzialmente e per sua natura essa è profondamente legata alla estrinsecazione dell’interno sentire.
In tempi remoti i naviganti udivano talvolta provenire dalle vicine rive l’irresistibile, leggendario canto delle Sirene e quei versi sembrava loro che sorgessero miracolosamente dal mare: “Vieni qui, celebrato Ulisse, onore/ e vanto degli Achei; férmati e ascolta/ la nostra dolce melodia: nessuno/ passato è mai di qua, con la sua nera/ nave, senza ascoltare prima il canto/ ch’esce armonioso dalle nostre labbra:/ poi se ne va con più saggezza e gioia” (dal libro XII dell’Odissea nella versione di Giovanna Bemporad).
Sono veramente tanti i poeti che nel corso dei secoli hanno saputo trarre ispirazione dal divo mare, esplorando con le loro rime i misteriosi collegamenti tra le vicende umane e l’appalesarsi dell’elemento marino. Sono visioni paniche che – vedasi Charles Baudelaire in una strofa de La vita anteriore – ci rappresentano marosi gonfi delle immagini del cielo che si mescolano, in modo solenne e mistico, con i potentissimi accordi della loro musica e con i colori del tramonto riflesso dagli occhi.
Omero con l’Odissea e Virgilio con l’Eneide sono, per la nostra cultura, i più alti rappresentanti di una poesia che mirabilmente esalta l’eroe mentre percorre i perigliosi sentieri marini. Dante, a sua volta, ha donato alla nostra lingua splendide immagini epigrafiche sulle sottili connessioni tra l’uomo e il mare: “E come quei che con lena affannata/ uscito fuor del pelago alla riva/ si volge all’acqua perigliosa e guata,/ così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,/ si volse a retro a rimirar lo passo/ che non lasciò già mai persona viva” (Inferno I,22-27); “Io venni in luogo d’ogni luce muto,/ che mugghia come fa mar per tempesta,/ se da contrari venti è combattuto” (Inferno V,28-30); “Per correr migliori acque alza le vele/ omai la navicella del mio ingegno,/ che lascia dietro a sé mar sì crudele”(Purgatorio I, 1-3); “Ahi serva Italia, di dolore ostello,/ nave sanza nocchiere in gran tempesta,/ non donna di provincie, ma bordello!” (Purgatorio VI, 76-78). E tra gli altri pregevoli versi che andrebbero commentati o almeno citati è doveroso rammentare quelli di opere note come La ballata del vecchio marinaio di Samuel Taylor Coleridge, Il battello ebbro di Arthur Rimbaud, La morte per acqua di Thomas Stearns Eliot, Il cimitero marino di Paul Valéry, sino a Capitano mio capitano di Walt Whitman, ormai universalmente noto anche grazie al film L’attimo fuggente.

Queste brevi note sul tema della poesia e del mare vogliono essere un presupposto augurale e propizio ad Iomare, un libro che esordisce nella maniera più compiuta e sapiente, nel segno della spiccata e disinvolta maturità letteraria della sua autrice.
Già fin dal titolo assegnato alla raccolta, Alessandra Palombo ha evidentemente inteso rimarcare la consistenza e la profondità del suo integrarsi con l’ambiente marino. Ella ha avuto la ventura di vivere nell’Isola d’Elba la sua infanzia, l’adolescenza e la giovinezza a stretto contatto con le trasparenti e cangianti acque circostanti, potendo rispecchiare le sue emozioni, le sue gioie e le sue ansie tra gli scogli, nelle insenature e sulle spiagge di quel mare con cui si identifica.
Il percorso stilistico di Iomare non è fatto soltanto di versi. La scrittura si snoda attraverso brevi composizioni poetiche, brani in prosa, epigrafi, dediche e citazioni tratte dalla stampa. Il discorso poetico acquista così una leggerezza e una vivacità che fanno ancor più apprezzare, nella sua ricchezza formale, l’aspetto contenutistico.
Tra le composizioni riunite nel capitolo “Primo mare” sono da porre in rilievo quei versi che rievocano la stagione dell’infanzia, un’età felice nella sua inconsapevolezza: “L’oggi irradia la sua pelle chiara/ ancor calda di letargo breve,/ la pettina, la lava, l’ara tutta/ l’attira a sé lasciandole una benda/ a celare quanto a lei sta preparando,/ il presente cala/ i quadri del prossimo futuro,/ e lei, raccolta la sua essenza, s’avvia/ a penetrare la trama del destino”.
Nella successiva silloge intitolata “Secondo mare” c’è un’altra riprova della grande capacità memorativa dell’autrice che, in pochi tratti, prima in prosa, poi in versi e quindi con un’acconcia citazione, descrive con sapienti pennellate la sua adolescenza.
“Mai ho visto una prima volta il mare, di pochi giorni mi posarono sull’onde. Da allora stiamo assieme, a naso in su, a scrutare l’orizzonte, in compagnia dei venti in alta uniforme, dei cavalloni bianchi, dei temporali e della malinconica pioggia sullo specchio acquoso di bonaccia.”
“Provò la ragazza, seduta sulla foglia/ verde e frastagliata della favola,/ a fuggire con la fantasia dalla famiglia,/ a volare sino al fuoco artificiale/ che deflagra,/ svelta afferrando, con scatto felino,/ una fulgida fiamma/ a rischiarare e scaldare l’antro cavo/ del suo ventre.”
“Felice chi, perduto nell’amore, non conosce il mare,/ e non gli importa della notte che cala sulle onde.(Teognide, versi 1375-1376 della Silloge teognidea).”
Le navi che rollano alla fonda; il consueto lavoro dei marinai, dei pescatori con il tramaglio e del bagnino con il rastrello; i viaggi per mare per lasciare e tornare all’isola; un granchio che saggia lo scoglio a guadagnare la spiaggia, mentre impassibile il mare sottostante schiuma, sono squarci di vita che emergono, qui e là, nel testo del Terzo e Quarto mare.
Immagini, impressioni e pensieri che sono sempre e comunque debitori del mare, con quel ciuffo d’alghe, quei vortici schiumosi, quei fondali e il salmastro, i cavalloni, la bonaccia, da cui forse non è possibile evadere: “Vibrava la nave che viaggiava nel buio./ Con il suo tutto tornava nell’isola.”
Sommessamente, con una discrezione che è il segno di uno stampo e di una formazione antica, baluginano in quei versi brani venati da inconfessata malinconia: “... da lei si staccavano pensieri/ che in lei tornavano,/ puliti dalle onde,/ sotto forma di cristalli.”; “... come falena che brancola/ a cogliere raggio di luce,/ non le fu dato raggiungere/ l’invisibile traccia// e, sino al prossimo spicchio/ di chiaro, riponeva e/ ripiegava se stessa”; “... suono vaginale/ per chi da gemma a frutto/ è maturato in terra isolata per natura.”; “... malinconica nenia/ in sintesi estrema/ con il mio essere isola.”.
Il percorso prettamente autobiografico di Iomare, giunto alla sua Quinta meta, si apre con una citazione da Ada Negri, così pertinente che l’autrice inevitabilmente fa sua: “Tu immobile starai tra flutto e spiaggia,/ piccola – oh, un punto!... – in mezzo all’infinito”.
Da qui nasce una sezione del volume in cui proseguono i suggestivi versi della Nostra, ma si dà anche un congruo spazio ad alcuni autori molto apprezzati dalla Palombo: da Calvino, presente con un brillante pezzo sull’assoluta priorità della lettura agli scrittori Maria Corti, Guidacci, Paolini Giachery e Murzi che disquisiscono sulla poesia e le sue verità. “A scavalcare/ la soglia vegetale,/ accolgo, senza remore,/ le visioni scaturite/ dalle unioni di parole”.
In una poesia del Sesto mare l’autrice recita: “...il futuro arretra,/ sguscia, scivola,/ discolo indietreggia,// assisa su schiuma/ sospesa dal suolo,/ attendo schiarisca,/ e si scopra.”
Si ha la sensazione che non serva più che Alessandra Palombo resti sospesa dal suolo ad aspettare che il futuro si esprima. Ella è una scrittrice raffinata. Il suo futuro appare essere già un presente nel campo delle lettere. La “donna dell’isola”, la “donna di mare” è veramente uno “strano animale” – come la definisce nella splendida poesia raccolta nel Settimo Mare. Sinora è stata colei che “oltre il canale allunga il suo sguardo/ e poi si ritrae”; ma adesso è giunto il momento di andare oltre il canale con sotto braccio i versi, e realizzare quell’arcano desiderio (che si intravede in una composizione a chiusura del libro) di divenire orizzonte, varcando idealmente gli ineffabili limiti dell’isola e del mare che la circonda.
“La costa sparisce/ la nave è in mare aperto./ Seduta allungo le gambe,/ mi stringo nel piumino per offrire/ al vento solo la pelle del viso./ Ed è lì/ tra mare e cielo, nell’ora in cui/ la foschia si unisce ai primi raggi/ nell’ora in cui l’orizzonte/ è un riflesso sfumato/ che mi appartengo./ L’orizzonte è nel profondo./ Io sono l’orizzonte./ Nessuno, neanche la mia carne,/ potrà rapirlo e farlo suo.”

Come si sarà notato non si è inteso fare una vera e propria analisi critica del libro, seguendo anche il parere espresso da Valéry ne Gli incanti, secondo cui le poesie andrebbero lette senza alcuna intermediazione, lasciando al lettore una libertà grandissima analoga a quella che si riconosce all’ascoltatore di musica.

Giorgio Weiss Roma, 11 giugno 2004

La metafora deambula il mare al plurale, quella raccolta delle acque alla quale il Padreterno appioppò il nome di «Mari».
L’evoluzione della gagliardìa vitale ha la sua trama nei liquidi, anche in quello del sangue aggrumato che talora si squaglia e si sparge nello spazio consacrato a tempi laici di devoto rigore e religioso rispetto.

M.Murzi

In una poesia del Sesto mare l’autrice recita: «...il futuro arretra, /sguscia, scivola, /discolo indietreggia, //assisa su schiuma /sospesa dal suolo, /attendo schiarisca, /e si scopra.»
Si ha la sensazione che non serva più che Alessandra Palombo resti sospesa dal suolo ad aspettare che il futuro si esprima. Ella è una scrittrice raffinata. Il suo futuro appare essere già un presente nel campo delle lettere.

G. Weiss

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