M. Gisella Catuogno
Mediterranea- In crociera con Simenon (2)

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Titolo Mediterranea- In crociera con Simenon (2)
Autore M. Gisella Catuogno
Genere Articolo - Informazione      
Dedicato a
a tutti gli amici di lds
Pubblicata il 04/12/2004
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Nella sua crociera nel Mediterraneo, dal maggio all’autunno del 1934, Simenon "s’impregna di vento, d’acqua, di volti e ci offre un modello di geografia sentimentale...tale è la sua maniera di fuggire le chimere della capitale. Vuole incontrare gli uomini e i paesaggi, provare fino alla vertigine i fondamenti della condizione umana. Sotto il falso sembiante del pittoresco, si emoziona al canto delle chitarre, alla vita dell’equipaggio, alle ore vuote a contemplare lo scintillio del mare. Venuta la sera, scende in posti malfamati, ascolta storie di marinai e corteggia donne dagli occhi brillanti d’elementare poesia. Soprattutto dietro le apparenze Simenon misura la grandezza tragica della civiltà mediterranea..."
Così nella quarta di copertina del suo libro.

Presentando la sua goletta, lo scrittore dice che già il termine evoca la più poetica delle immagini: vele quadrate tese a cielo aperto, un bompresso orgoglioso e i suoi fiocchi spiegati come ali. L’Araldo è questo e non è questo: le vele ci sono, così il bompresso e tutto quello che si ammira nelle cartoline, ma c’è anche un particolare angolo "piratesco": barili e ami da pesca sul ponte, pentole, puzzo di pesce e di catrame, mucchi di cose non sempre pulite e i marinai stessi che mostrano piedi sudici, gambe pelose e torsi nudi, perché la maggior parte delle volte si levano i pantaloni fin dalle sei del mattino e passano la giornata in mutande a righe o a quadretti.
Del paesaggio elbano, quando arriva a Cavo, nella terza tappa del viaggio, lo colpiscono le colline con le vigne che scendono fino al mare, già cariche d’uva, ma all’apparenza quasi incolte, come se il contadino non contasse che sul sole per la vendemmia.
Non c’è ordine nelle colture nè nella stessa disposizione delle case: i cavoli crescono in mezzo alle erbe selvatiche e gli asini, con il basto sul dorso, errano in compagnia delle capre. L’aria ha la dolcezza dei fichi maturi che ciascuno può cogliere lungo i sentieri.
Una sera lo scrittore vede un pescatore lavorare per tutta la notte a piazzare nasse e reti. Il mare è arrabbiato e la barca sembra un guscio di noce. La mattina seguente, Simenon lo incontra nell’unica strada del paese: ha una cesta in mano e va di porta in porta. Gli chiede se ha fatto buona pesca; l’uomo non gli risponde ma gli mostra la cesta dove c’è una murena (" questo pesce a forma di serpente a macchie rosse e nere che Nerone nutriva con i cristiani") di un chilo appena, diviso in dieci pezzi. I pezzi vengono venduti uno ad uno.
Lo scrittore resta all’Elba dieci giorni e s’informa delle sue risorse economiche; gli viene risposto con stupore che è impossibile che non sappia: l’isola è uno dei centri minerari più importanti d’Italia! Allora quasi scoppia a ridere. La parola "miniere" per lui rappresenta qualcosa di totalmente differente: paesaggi selvatici, con allineamenti di case operaie tristi come viali di cimiteri, facce indurite e quasi astiose, rotaie ovunque, terreni di scarico, semafori, ciminiere che anneriscono il cielo...
Qui il paesaggio è diverso e gli altiforni sono lontani [Portoferraio], in un vallone idilliaco.
La riflessione di Simenon tende poi a sottolineare le principali differenze tra le modalità di pesca nell’Atlantico, dove ha condiviso l’esperienza dei grandi pescatori di merluzzi e aringhe di Boulogne, d’Imjmuiden, d’Edmen, e quella nel Mediterraneo.
In quelle golette del nord, che hanno alberi solidi come cattedrali e vele pesanti come pannelli di ferro, ci sono fino a trenta, quaranta uomini agli ordini di un armatore: sanno a quanto ammonterà la paga e che percentuale avranno.
Quei pescatori sono sindacalizzati, sono proletari: al ritorno fanno la coda dietro lo sportello d’un triste edificio per toccare il loro denaro, dopo aver pescato tonnellate e tonnellate di pesce, aver saputo delle oscillazioni di Borsa, aver dovuto, talora, per ragioni misteriose, ributtare a mare il pescato.
Nel Mediterraneo le barche sono minuscole e si è in due o tre a dividerne la proprietà. Gli uomini seduti nella sabbia della spiaggia o sui massi del molo, passano la giornata ad attaccare teste di sardine sugli ami, cioè ad armare i palàmiti o a piazzare pezzi di polpo nelle nasse di vimini dove andranno l’aragosta o il gronco.
O ancora, essi pescano con la luce la sera, con una forte lampada sul davanti dell’imbarcazione, accecando il pesce che sarà preso nelle loro nasse.
Non ci sono oscillazioni, non c’è Borsa, non c’è paga allo sportello alla fine della settimana. Insomma non c’è proletariato. Forse per quello non si parla della crisi. La crisi è un’invenzione moderna, come il cambio, gli alti e bassi, lo sciopero e la serrata. Tutte quelle parole non hanno quasi senso qui. Nel Mediterraneo, come nella Bibbia, ci sono le vacche grasse e le vacche magre, le annate di miseria e le annate d’abbondanza. C’è soprattutto l’abitudine dell’una e dell’altra, della miseria e dell’abbondanza. Non ci si crede perduti perché si ha fame e non s’immagina di essere all’apice perché si hanno i granai pieni.Rassegnazione? Piuttosto saggezza, una saggezza ereditata da lontani avi.

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