Maldola Rigacci
MERCANTI, SETE E BISANTI (IL SORRISO DI DIO-prima parte)

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Titolo MERCANTI, SETE E BISANTI (IL SORRISO DI DIO-prima parte)
Autore Maldola Rigacci
Genere Narrativa      
Dedicato a
Mio padre Giuseppe Rigacci che morì a 44 anni.Ripubblico dopo del tempo questa mia storia...
Pubblicata il 17/01/2005
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Punteggio Lettori 127
Note Nato a Prato da famiglia di antiche tradizioni mercantili, non seppe mai spiegarsi cosa l’aveva portato ad essere un orientalista, tanto da farne una ragione di vita.Cercaval’origine di ciò in una sua ava egiziana.Altro non sapeva.

Stanchi di maneggiar sete e bisanti
d’oro tornarono gli avi miei d’oriente
a ricercare fra l’ignota gente
i visi dell’origine e del sangue…

L’ava vestiva coi calzoni e veli
e musulmana s’inchinava
al corpo santo di Caterina de’ Ricci…
forse vennero a me dall’oriente
i primi desideri e le prime essenze.

Giuseppe Rigacci


IL SORRISO DI DIO

di Maldola Rigacci



Parte prima : MERCANTI, SETE E BISANTI

La grande vela raccoglieva tutti gli odori del vento e del sole e, se la nave bordeggiava sotto costa, strappava le essenze delle piante e i fumi delle cucine.
Vittorio era stanco, mare e terra lo avevano estenuato, ma se volgeva occhi, bocca e naso in su , era ancora capace non solo di avvertire tutti gli aromi delle vele, ma di verderne i colori; il giallo dello zafferano, il blu dell’indaco e il rosa della steapsaria, li vedeva colare col sudore dei marinai e mescolarsi in un gran calderone da cui uscivano le sfumature delle sue lane e lo scintillio delle sete leggere.
Era mercante come suo padre e un’infinità di altri parenti della sua sterminata famiglia.
Ma Vittorio era stanco e non amava il suo lavoro, anche se lo faceva bene. Amava la gente che incontrava, i paesi che attraversava e aveva una tale facilità nell’imparare le lingue, che proprio per questo il padre lo aveva preferito al secondogenito, per tradizione destinato ai viaggi. E così Vittorio era andato e ritornato infinite volte e aveva allacciato ottimi contatti personali fin sul Mar Nero. Ma un anno a Odessa si era fermato, deciso che quello doveva essere il suo ultimo viaggio. Lì aveva conosciuto un altro mercante di seta che, come lui, amava più lo scambio delle parole e delle idee che quello delle pezze di stoffa. Era stato a lungo nell’Oriente più lontano, così a lungo che non ricordava più il suo vero nome, né la sua famiglia di origine.
Diceva che il suo nome era Li Po, ma gli occhi erano da lupo e non da fiore di mandorlo e i suoi capelli così ricci e rossi che parevano tinti con l’henné. Aveva con sé vesti e oggetti che raramente Vittorio aveva visto. Li Po affermava che venivano da Hokkaido, isole di una razza chiusa e raffinata. Razza strana di guerrieri poeti. Vittorio aveva acquistato molte di quelle cose, anche se non sapeva se le avrebbe vendute o tenute per sé. Ovunque fosse andato aveva comprato testi scritti nella grafia “delle fate”.
Come usava dire sua sorella Elisa, che vi passava sopra le dita sottili, come una cieca che tenta di vedere. E se li faceva leggere da Vittorio, anche se poi spesso lo interrompeva dicendo che no, non voleva sapere cosa dicessero quelle ali sottili di libellule lontane. Erano belli così, Elisa voleva soprattutto tenerli fra le mani e leggere quello che voleva lei, secondo fantasia. Elisa invidiava quel suo fratello piccolo come un uomo delle aride steppe asiatiche, biondo come le foglie secche del granturco e con le pupille celesti da cielo stinto di sole. Lei, bella, dicevano tutti, così alta, snella e regale, ma dai colori opachi come l’ombra delle sue stanze. Ti ameranno tutte, diceva a Vittorio, immaginando l’effetto che doveva fare alle donne brune dei paesi dove andava.
Non che Vittorio non amasse le donne e non ne avesse avute, ma i suoi viaggi erano pieni di cose da sbrigare e durante le soste molti erano i mercanti come lui che amavano le arti e la poesia e parlavano per ore degli eventi dei loro paesi, di questioni politiche, di donne e di buoni cibi. Le distanze si annullavano e più erano lontani e più la lontananza era come un bosco incantato dove giocare a incontrarsi e a nascondersi e così facendo il bosco si allargava ricco di piante sempre diverse e nuove. Si apriva a improvvise radure dove bivaccare ad ombre e fuochi comuni.
Lungo una via di tappeti e di nodi da cui fiorivano alberi e uccelli delle sete più fini, Vittorio, giunto nell’impero ottomano, aveva sostato a Konya dove Mevlana il Santo aveva danzato per primo l’eterno amore che fa ruotare il cielo, il sole e tutta la formicolante vita dell’universo. Aveva visto i Dervisci ballare la loro estasi divina e aveva letto El Salim che salmodiava (“Danza la tua gioia infinita dell’amore di tutte le creature..”)
. Di questo Vittorio s’innamorava e dinanzi alla tomba di Mevlana, dove l’aveva condotto in segreto un amico sufita, poiché nessun straniero vi poteva entrare, Vittorio aveva aperto le palme delle mani nel gesto antico della supplica e dell’attesa fiduciosa e aveva pregato. Aveva pregato la Vergine, come faceva sempre a S.Caterina de’ Ricci, la santa ospitata nella chiesa di S.Vincenzo a Prato, dove era stato battezzato; ma poi aveva pregato un Dio che non riconosceva più, un Dio velato che era il cuore della terra, del cielo e dell’uomo e rideva dei nomi che gli uomini gli attribuivano. Vittorio aveva avuto brividi di freddo sotto le sue pesanti vesti di velluto lavorato,nell’afa della prima sera che rosava appena la cuspide verde turchese, che portava al cielo l’anima di Mevlana e teneva nel suo ventre le sue ossa offerte ai pellegrini.
Vittorio si era smarrito e la sera aveva chiesto perdono alla sua Vergine e al suo Dio morto in croce perché anche lui non perdesse la strada. Ma quel Dio velato e sconosciuto gli sorrideva comprensivo e Vittorio passò la notte nella confusione più totale. Nell’ora più oscura si stese per terra nel gesto della croce e rinnovò la sua professione di fede cristiana e cattolica, ma vedeva le fiamme dell’inferno lambirgli pericolosamente la carne, così come Padre Bartolomeo sempre ricordava ai peccatori dal pulpito della sua amata S.Caterina. All’aurora, ancora smarrito e senza sicurezze si disse che la sua curiosità intellettuale era peccato e mai più si sarebbe accostato a culti infedeli solo per conoscenza...
Poi un fiotto di sole già caldo entrò attraverso le infinite, piccole fessure della stuoia che chiudeva la finestra della camera e Vittorio sentì la comprensione di Dio, della Vergine e perché no, anche di Santa Caterina e la pace lo avvolse. Comunque avrebbe taciuto con tutti, di ciò che gli era accaduto e poiché il viaggio era ancora lungo, avrebbe pensato poi a come metterla con il suo confessore.
Tornò a Prato e non si confessò, né parlò con Elisa: non aveva trovato soluzioni, tutto lí.
C’era ancora tanto sangue vitale nella sua famiglia e nessuno dei figli nati ai suoi genitori, Margherita e Giangastone, era morto. Una femmina e tre maschi in buona salute da piccoli e da grandi: ma qualcosa andava perdendosi nel sangue della famiglia. Era la stanchezza d’andare? Si chiedeva Giangastone guardando quei suoi figli belli, vitali e cosí intelligenti. Anche lui era cambiato. Per generazioni avevano viaggiato e ora la famiglia aveva terre e botteghe. Perché continuare? Si trasformava l’antica passione col mutare delle necessità. Sì, doveva essere cosí. Elisa presto si sarebbe sposata, Paolo aveva già in mano tutta l’amministrazione e Giuseppe, mah, Giuseppe era davvero giovane e Giangastone aveva una strana paura di perderlo, quel suo tenero ultimogenito, cosí deciso e intimo. Che decidesse Vittorio, che finisse Vittorio e i suoi futuri figli. Ma Vittorio non si sposava.Per ora c’era questo viaggio ad Alessandria , dopo avrebbero affrontato il problema. I figli di Paolo alle terre e alle botteghe, quelli di Vittorio a giro dietro le trame lucenti e colorate dei telai. Ma Giangastone avvertiva un languore strano nel sangue di famiglia .


(continua)

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