Maldola Rigacci
KADIGE’, PROFUMO DI SANDALO (Il sorriso di Dio-seconda parte)

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Titolo KADIGE’, PROFUMO DI SANDALO (Il sorriso di Dio-seconda parte)
Autore Maldola Rigacci
Genere Narrativa      
Dedicato a
Mio padre Giuseppe Rigacci che morì a 40 anni.Ripubblico dopo del tempo questa mia storia, divisa in parti
Pubblicata il 22/02/2005
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Punteggio Lettori 127
Note Nato a Prato da famiglia di antiche tradizioni mercantili, non seppe mai spiegarsi cosa l’aveva portato ad essere un orientalista, tanto da farne una ragione di vita. Cercava l’origine di ciò in una sua ava egiziana.Altro non sapeva.
Riassunto della prima parte:Correva il secolo XVIII, Vittorio Rigacci,secondogenito d’una numerosa famiglia pratese di tradizioni mercantili, è l’unico figlio, che continua il mestiere di mercante di stoffe pregiate.Curioso di vita e culture diverse trae più piacere dagli incontri ( un amico,Li Po gli narra del Giappone,l’antica Hokkaido)che dal suo lavoro, che medita di abbandonare presto.Lo attende un ultimo viaggio ad Alessandria D’Egitto.
IL SORRISO DI DIO (Parte seconda)

Vittorio era stanco, sotto la grande vela profumata dai gelsomini d’Egitto.
Ad Alessandria la famiglia aveva un acquirente sicuro. Da anni Mehmet Ben Alí comprava le lane lievi color vino antico su cui razzavano gigli d’oro e rilucevano appena onde di seta rosata. Comprava quasi solo quelle e pagava subito e bene. Ospitava Vittorio nella sua casa e non gli permetteva assolutamente di alloggiare nel quartiere dei genovesi, dei fiorentini e degli spagnoli. Appena entrava nell’ombra densa della casa era con grande gioia che Vittorio si toglieva i suoi abiti sporchi e pesanti, prendeva un bagno turco e indossava l’ampia gellabah bianca a righe verde mare, come quella di Mehmet.
Tutto ció era sempre fonte di critiche piuttosto feroci da parte della comunità musulmana e di quella cristiana; nonostante gli affari e le mescolanze, gli amori furtivi e i commerci illeciti, varcare una dimora era pur sempre una cosa insolita.
Mehmet aveva ben tre figlie e due mogli! Troppe donne in casa con quello straniero biondo. Ma esse, dopo il benvenuto, sparivano e Vittorio non le aveva mai viste, se non velate. Solo la moglie più anziana lo baciava e abbracciava a viso scoperto, ma poi spariva anche lei. Vittorio le conosceva dagli occhi, dalle voci e soprattutto dai profumi, da quelli avvertiva la loro presenza sui ballatoi di legno e il loro andarivieni nelle stanze più lontane.
Alessandria gli venne incontro con il solito abbraccio umido e caldo, lo stesso profilo lontano, le stesse luci di sempre.
Non avrebbe potuto mai dire -Me lo sentivo-, lui cosí sensibile, lo stregone di casa, come diceva sua sorella Elisa. Ma il colera era passato sulla cittá un anno prima e se n’era andato con le piogge di un marzo terribile; Alessandria, nel suo cuore profondo, non era più la stessa. Alcune famiglie erano sparite, ogni famiglia contava almeno un morto e molte sofferenze.
Glielo disse il genero di Mehmet, in attesa sul molo, cosí vuole Allah, nel cui giardino senz’altro stava l’anima generosa di suo suocero, della prima moglie e di una figlia. Chi, quale profumo era sparito dai ballatoi di legno di cedro? Il genero lo rassicurò sull’ospitalità, niente sarebbe cambiato per i loro affari e l’antica amicizia, ma certo la casa era triste.
E poi c’era il problema di Kadigè, profumo di sandalo e occhi strani; Kadigè doveva sposarsi, era tutto combinato, ma il futuro sposo era morto durante l’epidemia e Mehmet, prima di morire, seppellita già una figlia e una moglie, si era affrettato a cercare di sistemare di nuovo Kadigè. Si facevano nozze veloci in quell’anno maledetto. Ma anche l’altro promesso era morto pochi giorni prima delle nozze e Kadigè non la voleva più nessuno, pareva maledetta, anche se la moria era stata terribile per tutti, Kadigè era maledetta. Così si era fatta selvatica, aveva ire che facevano fuggire la servitù e graffiava la sorella sposata come fosse la causa dei suoi mali. Sospiró il genero di Mehmet - Sarà la mia seconda moglie, le daró protezione e che Allah riporti la pace nella nostra casa. Nasceranno figli e la famiglia riderà di nuovo-
-Non è maledetta per te Kadigè?- chiese malizioso Vittorio e pensó che profumo di sandalo dovesse essere molto bella, perché il genero di Mehmet non si limitasse a tenerla nella sua casa, come comunque sarebbe accaduto. - No!-, rispose lui e, persa improvvisamente l’aria di confidenza , non aggiunse altro.
Erano giunti, la macchia abbacinante dei fitti oleandri rossi che quasi nascondeva l’ingresso della casa era vicinissima e feriva gli occhi e i ricordi di Vittorio. Non avrebbe voluto più entrare, troppe cose cambiate, ma non poteva essere scortese e c’erano quelle sete da contrattare, quelle sete che parevano aver perso tutta la loro leggerezza e la loro luce.Lo accolse la seconda moglie di Mehemet, la madre di Kadigè , dolce come un lukum alla ciliegia, come diceva Mehmet nei pochi momenti in cui parlava delle sue donne. Gli consegnò uno scrigno piuttosto grande, profumava di sandalo. Profumo di sandalo dove sei, non posso chiedere di te?-Le tue vie erano benedette da Allah,avevi molti amici nei paesi dove andavi, uno è arrivato da noi cercandoti e ci ha lasciato questo per te- Vittorio si sorprese a non essere triste per la morte di Mehmet e degli altri e non capiva. Era come se in quel bauletto ci fosse tanta vita, e tutte le cose belle che non muoiono mai. -Sono così perché sono stanco-
Appoggió lo scrigno nella sua stanza ma non lo aprí, decise che era cosa da farsi in solitudine, con la mente libera e le ore della notte tutte per sè.
La figlia sposata si presentó con un leggero velo bianco bordato d’oro e il ventre gonfio per la gravidanza. Non era più profumo di bergamotto, aveva cambiato essenza, anche lei era cambiata. Vittorio si accorse per la prima volta che doveva essere bellissima, la pelle molto chiara, quasi si confondeva con la stoffa leggera e gli occhi grandi del colore delle foglie quando l’autunno è agli ultimisoli. Era cosí Kadigè? Era cosí anche profumo d’ambra che si disperdeva ormai in un sudario sotto l’arida terra? -Vorrei dire il mio dolore anche a Kadigè-, chiese alla fine -È malata, la mia cara sorella, ma il riposo la sta guarendo. Le diró del tuo saluto.- IL velo bianco quasi immobile nella risposta. Vittorio continuava a sentirsi svagato, svogliato, ma passó la giornata lavorando nell’attesa del buio pìù buio, quando talvolta l’animo si apre alla verità più profonda. Finalmente solo, chiuse la stuoia alla luna e aprí il cofanetto. Vi erano piccoli oggetti preziosi, libri, fogli scritti con i segni strani di Hokkaido e una lettera con i saluti di Li Po.Li Po, occhi di lupo chissà come aveva fatto a trovarlo? Su quel pensiero si addormentò quasi di colpo,riverso su grandi cuscini,il cofanetto stretto a sé.
Fu il profumo a richiamare i suoi sensi dal pozzo del sonno, un profumo di sandalo misto ad arancio.
Effendi Vittorio-chiamó una voce che pronunciava il suo nome come affaticata d’amore. Vittorio afferrò un polso robusto che non si ritrasse, una mano gli si appoggió alle labbra. Il buio era completo, Vittorio ebbe francamente paura di quella situazione e non pensó certo ad accendere neanche la più piccola luce. -Sono Kadigè, Effendi. Ascoltami, non ho tempo. Ti conosco sai, tu no, ma io ti osservavo quando eri qui e tutti i discorsi che si facevano in casa su di te mi parlavano di un uomo...un uomo a cui una donna può affidarsi - respiró forte. -I tuoi modi, calmi, il tuo sorriso sempre pronto, il tuo rispetto per noi, la nostra casa, le nostre usanze. Un uomo prezioso. Hai moglie ora Effendi?- --No—disse Vittorio e le scosse il polso che ancora teneva nel pugno della mano. - Io sono Kadigè, la meno bella delle figlie, ma la più sana. Non sono brutta Effendi Vittorio, ma nessuno mi vorrebbe solo per la bellezza. Mio padre mi amava, diceva che con me si parlava come ad un uomo. Avrei rispettato le sue scelte, avrei sposato gli uomini che la mia famiglia voleva e sarei stata una brava moglie. Ma mio padre è morto e io, solo io, credimi ho sofferto. Credono che porti sfortuna, io rido di queste cose, avevo solo dolore. Effendi Vittorio, non voglio sposare mio cognato, poiché questo non è il volere di nessuno, non voglio servire lui e mia sorella. Sono sola Effendi. Il paese da cui vieni non puó essere cosí terribile, se tu sei cosí. Se mi sposi ti sarò devota e starò nella tua casa e imparerò, perché questo io so fare. E il Dio che adori deve avere un volto dolce e sorridente come il tuo. Il dolore e la solitudine mi hanno fatta ribelle, sí. Le cicogne che arrivano qui a trovare il sole e poi ripartono, sono sempre le stesse che fanno il nido qui e in altri paesi.
Sarò così, una cicogna Effendi e troverò il caldo ovunque Dio lo abbia posto-
(continua)

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