Pier Paolo Sciola
Stairway to Heaven

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Titolo Stairway to Heaven
Autore Pier Paolo Sciola
Genere Racconti Brevi      
Dedicato a
francesco ghezzi (non so perché, ma mi va così)
Pubblicata il 06/08/2005
Visite 3592
Punteggio Lettori 80

Imbocchiamo un viale alberato che dopo poche centinaia di metri si allarga in uno spiazzo rettangolare, vasto, circondato di costruzioni di diversa specie. Inge punta il muso della Fiesta verso quella che a una prima occhiata sembra essere l’abitazione principale. Ci fermiamo a fianco di una BMW rossa dotata di una serie di gadget opzionali che ne accentuano le caratteristiche sportive: pneumatici larghi e ribassati, cerchi in lega leggera, spoiler aerodinamici, il profilo dei parafanghi accresciuto da filetti di plastica neri, qualche variegato adesivo tipo racing team piazzato con simmetrica oculatezza sopra il lunotto o sul cofano posteriore. Schizzi di fango sottili sparati a raggiera sulla parte bassa della carrozzeria, come proiettili traccianti.
“È la macchina di Werner, mio fratello. È matto per le corse e per tutto ciò che gli sta intorno.”
“Corre anche lui?”
“Adesso non più. Ha già sfasciato un paio di macchine.”
Scendiamo. Mi stringo nel giubbotto – s’è alzato un venticello che pungola – lancio un’occhiata in giro, annuso l’aria. Un odore molle di letame, soffice e vaporoso, istintivamente tiepido, perforato a tratti da zaffate acute di ammoniaca: un impasto fumante di paglia, escrementi e urina bovini in fermentazione. La stalla deve essere quel lungo capannone che si intravede là in fondo. Una rimessa con dei trattori – un Deutz, un Ford, un John Deere – rimorchi, aratri, rompizolle, seminatrici, spandiconcime, pressatrici, falciandanatrici, cavapatate, tutta roba che mi è familiare. Due silos di metallo di medie dimensioni sorretti da gambe robuste fissate al suolo tramite cubi di cemento. Rotoballe cellofanate incolonnate una sull’altra. Ciuffi d’erba che si insinuano dappertutto – cancro inevitabile dell’epidermide terrestre. In generale, una sensazione di caos organizzato, come sempre dovunque si lavora.

Inge ha dato una voce verso casa. Una donna compare sulla porta: sua madre, immagino. Scambio di abbracci – chissà da quanto non si vedono – sorrisi, fitto parlottio sentimental-gutturale. Me ne sto in disparte, spettatore disinteressato di effusioni che non mi appartengono. Il mio naturale senso di esclusione in questo momento è doppio, o addirittura triplo, fate voi. Non sono tanto gli esseri umani a interessarmi, quanto il prodotto del loro lavoro, i luoghi, gli ambienti. L’uomo è quasi sempre inferiore alle proprie azioni, nel bene e nel male. Puoi cercare di catturarne l’essenza dai frammenti di sé di cui imbratta il mondo, calde tracce che ne tradiscono il passaggio. Vi è molta più verità in un cassonetto dell’immondezza, a poterne verificare impunemente il contenuto, di quanto ve ne sia in certi libri considerati sacri. Ciò che è scartato dà la misura esatta di quanto viene ritenuto.

Saluto con un cenno la madre di Inge, una donna di media altezza, sui cinquantacinque anni, capelli di un biondo invecchiato orfani di una non recente tinteggiatura, un sorriso aperto e cordiale, occhietti penetranti da contadina furba, cerulei, naso sottile e lievemente adunco. Una che sa il fatto suo, in definitiva – mi spezzo ma non mi piego. Diversa fisicamente dalla figlia, ad ogni modo, a parte la solidità.
“Gabriele” dice Inge, “ein italienischen freund.”
Prima di stringermi la mano, la donna, scusandosi, si asciuga le proprie sul davanti del grembiale – non era affatto preparata a ricevere degli ospiti. Mi fissa brevemente con quei suoi occhi al magnesio – in un attimo ottiene la mia lastra fotografica – prima di concedermi la sua impacciata approvazione.

Entriamo in un salottino immerso nella penombra. Inge è costretta a tirare una tenda, aprire persiane. Finalmente un po’ di luce. L’arredamento è un misto rurale di mobili antichi – la casa apparteneva a suo nonno, spiega – con sovrapposizioni stile anni ‘50 e qualcosa, poco, di più recente: giusto una lampada e qualche soprammobile. In un angolo è un pianoforte a muro le cui fattezze rivelano ascendenze ottocentesche – un elegante artificio decorativo più che uno strumento nel pieno possesso delle sue facoltà musicali. Nella stanza si avverte un odore di lucido e pulito da fare invidia alla più maniaca delle massaie.

Inge si comporta da autentica padrona di casa. Vi è come un messaggio subliminale in questa sua marcata assunzione di responsabilità, una dichiarazione di intenti: guarda che io sono diversa dalle ragazze moderne, posso condurre una casa, rispondere ad aspettative ed esigenze concrete. È lei che mi serve una birra sul vassoio, mi procura un posacenere, mi offre una scatola di latta, decorata, piena di ciambelle nate da una settimana – buone – che divoro senza fretta, famelicamente distaccato, nell’intento di fornire allo stomaco un sottofondo poroso in grado di attutirne lo sciacquio. Il tutto senza trascurare la conversazione con me e con sua madre e senza perdere di vista ogni mia più piccola necessità. Le frasi che si scambiano madre e figlia suonano come arabo puro alle mie orecchie. A un certo punto, però, la signora pronuncia alcune volte la parola arbeit, termine di cui, per ragioni storiche, non mi sfugge il significato. Ingeborg replica alquanto piccata, mi sembra che sia persino arrossita. Sua madre accusa il colpo, farfuglia tentativi di scusa, costretta da quella inusitata reazione filiale a una frettolosa retromarcia. Appena può, senza dare nell’occhio, prende congedo.

Inge viene a sedersi nel divanetto. Si versa della birra in un bicchiere, la sorseggia lentamente, incupita.
“Che è successo?”
“Oh, niente, niente.”
“Che vi dicevate con tua madre?”
“Piccole cose. Nulla di importante.”
“Perché hai quella faccia allora?”
Non risponde. Poi chiede una sigaretta, l’accende, ne trae una boccata pensosa. “A un certo punto mi ha chiesto se tu fossi venuto in Germania a cercare lavoro.”
“Ebbe’, che c’è di male? Molti italiani lo hanno fatto, lo fanno.”
“Lo so, ma mi è sembrato che nella sua domanda vi fosse già un giudizio.”
“E tu cosa le hai risposto?”
“Le ho detto che tu un lavoro ce l’hai, ed è lo stesso che fanno suo marito e suo figlio, che facevano suo padre e suo nonno. Che hai studiato e che sei qui solo per farti una bella vacanza.”
“Non era il caso di offendersi” dico. “Forse la sua era solo curiosità. Sai come sono le mamme... ”
“Sono una stupida. È che non volevo scoprirmi in questo modo con lei.”
“Ti vergogni di me?”
“Per niente. Sai, certe volte però si hanno dei pregiudizi.I miei, dopotutto, sono gente di campagna.”
“Si vede da lontano che sei una donna innamorata.”
“Davvero?”
“È una questione di luce che si irradia. Sei una donna splendida, letteralmente.”
“Grazie” dice lei, recuperando un filo della sua ironica allegria. “In effetti non mi sono mai sentita così nervosa. Che strano.”
Mi invita a seguirla al piano di sopra, un sottotetto mansardato con abbaino dal quale ha ricavato la sua cameretta. In verità l’ambiente è spazioso, ma non freddo, addobbato com’è di tappeti, poster, scaffali di libri, souvenir di vagabondaggi che tradiscono itinerari dell’anima – un tessuto di cotone dipinto con tecnica batik raffigurante una tigre nell’atto di spiccare un balzo, bastoncini di incenso multicolori, una specie di narghilé con un lungo cannello di gomma – bambole di stoffa e pupazzi di peluche: la sintesi stratigrafica di un’evoluzione dove tutto si è sovrapposto, niente è andato perduto.
“Hai viaggiato molto” commento.
“Abbastanza. Perlopiù in Europa.”
“Non sei stata in India?” le chiedo, indicandone i reperti.
“Quelli sono regali di amici. Mi sarebbe piaciuto, comunque.”
“Sei sempre in tempo, se vuoi.”
“Non credo.” Scuote la testa. “Certi viaggi o si fanno quando è il momento o non si fanno più. E tu?”
“Mai avuta la tentazione” dico. “Lo spirito è qui, dentro di noi, inutile andare a cercarlo a migliaia di chilometri di distanza.”
“Sarebbe sempre un’esperienza.”
“Senza dubbio. Però, vedi, ho degli amici che ci sono stati. Modesto, per esempio. Quando tornano, dopo un anno magari, non è che li trovi migliorati: solo non credono più in niente. Può darsi anche che sia una forma di liberazione, però... ”

Mi avvicino alla libreria, do una scorsa ai titoli – in verità assai poco decifrabili – mi rifugio negli autori. Mann, Hemingway, Hesse, Marquez, Kafka, Rimbaud, Kerouac – On the road, breviario di più generazioni – Lee Masters, Marcuse, Celine, Dylan, Musil e tanti altri. L’impressione è di spiare la sua vita interiore dal buco della serratura, in cerca di indizi che confermino una predestinazione: opere da entrambi amate autonomamente, in tempi e modi diversi e in separata sede – ignari contenitori di sogni propri e altrui che mi auguro contigui – con comunanza di giudizi. Ed ecco il libro che andavo cercando inconsciamente, sicuro di trovarlo: L’amante di lady Chatterley – non poteva mancare. Una bibbia al femminile presente in ogni casa, autentico testo canonico di una schiatta di donne contemporanee nauseate dalla spersonalizzazione dei rapporti intersessuali. Chissà se in me Inge non abbia scovato il suo agognato guardacaccia – di certo io non disdegno le parole, né mi vergogno dei sentimenti o rinnego quel minimo di cultura che posseggo – un Mellors riveduto e corretto pronto a essere stampato, si spera, di baci...

Ha messo sul piatto un disco dei Led Zeppelin. Fin dalle prime note arpeggiate dell’acustica riconosco l’incipit di Stairway to Heaven – il suo pezzo preferito, confessa con pudore, come se svelasse a un estraneo il contenuto di un sogno erotico a occhi aperti.
“Vado giù a portare qualcosa da bere” sussurra con soavità claustrale. “Tu mettiti a tuo agio”. E scompare silenziosa con quel suo modo lieve e smussato di camminare che è una perenne smentita – e una critica – alla solidità del suo corpo. Come badessa sarebbe perfetta.

Mi siedo alla scrivania da studentessa di antica data, il cui piano di lavoro risulta leggermente inclinato verso le mie gambe, a mo’ di leggio. Il legno è in buona parte tatuato di graffiti, scarabocchi volubili, disegni in miniatura, acrostici e crittogrammi – veri e propri geroglifici involontari dei suoi rapimenti mentali. Ne osservo le involuzioni, sperando discretamente di carpirne il movente, estrarne la mistica che li ha generati, ricavarne i pensieri originari. Ma è come perdersi in una giungla intricata di inchiostro, impulsi contorti e irrazionali, sentieri tortuosi che portano dappertutto e da nessuna parte – un labirinto caotico senza capo né coda.

Oltre la scrivania si apre la piccola finestra, quasi un lucernario, che sigilla l’abbaino. Sta per imbrunire. Dai vetri filtra una luce smunta che rattrista – ogni crepuscolo è sempre una piccola sconfitta. Un breve ritaglio di paesaggio: campi coltivati, arati, un bosco ombroso dalle chiome verde scuro, quasi nere. Più in là, immerse in un riverbero aranciato, increspature collinose che si inseguono come onde fissate una volta per tutte da una sorta di incantamento tellurico.
Provo a mettermi nei panni di Inge. Voglio sfruttare questo poco tempo che mi resta per viverla dall’interno, arrischiarmi in una identificazione. Chissà quante ore avrà trascorso, la penna fra le labbra, a perdersi inutilmente dentro questa ennesima porzione di mondo, che è solo sua – ogni uomo dietro una finestra ne ha una – gli occhi fantastici annegati nel vuoto dei suoi desideri impotenti proiettati su questo schermo poroso che assorbe tutto e non rimanda niente...

Quando ritorna, la invito a sedersi sulle mie ginocchia e le indico la vista che si gode dalla finestra.
“Questo paesaggio sei tu.”
“C’è molto di me” dice lei, che ha capito “e anche in questa musica e in questi muri. Dappertutto qua intorno.”
“Siamo dei radiatori di materia psichica.”
“Può darsi.” Si stringe a me. “Perché non mi chiedi come mi sento adesso, che cosa provo, che cosa sto pensando?”
“Dimmelo.”
“Mi sento strana, ecco.”
“Non sei contenta?”
“Sì che lo sono. Però avverto delle paure che mi impediscono di godere in pieno la felicità che dovrei provare.”
“Che genere di paure?”
“Non lo so. E tu?”
“Mi sento come te. Forse un po’ più strano e forse un po’ meno. Perché so.”
“Lo so anch’io” dice lei. Ha preso ad accarezzarmi la barba, i capelli, con un’ansia feroce di possesso. “L’ho capito dalla foga con cui mi hai baciato la mano, di pomeriggio, a casa di Hilde. Era il gesto disperato di chi si prepara a un addio.”
“Se lo sai è meglio” dico. “Mi eviti un sacco di spiegazioni.”
“Quando sarà?”
“Domani, credo.”

Inge si svincola dalla mia stretta, rimette da capo il brano dei Led Zeppelin, mi prende per mano, mi invita a sdraiarmi con lei sul lettino. Restiamo così, vestiti, uniti da un abbraccio non soffocante, mentre la stanza comincia a stringersi di oscurità, a cedere contorni.
Lei dice: “Non parlare, per favore.”
Provo a spalmarle una mano sul petto, voglio tastarne la reazione, indurne il desiderio. Lei mi inchioda il braccio stringendolo nel suo. Non ha intenzione di farlo, si è già predisposta a un lutto imminente. Vuole solo stringermi a sé, in modo puro, come fossimo due bambini ignari, non ancora bacati dal germe della corruzione, fare un calco fedele del mio corpo modellandolo sul suo, ritenermi a fior di pelle in una sorta di memoria tattile indelebile, imprimermi per sempre nel ricordo.

Il buio ora è totale.




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