Pier Paolo Sciola
La Luna e il Serpente

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Titolo La Luna e il Serpente
Autore Pier Paolo Sciola
Genere Racconti Brevi      
Pubblicata il 29/08/2005
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1.
Non ho un nitido ricordo della permanenza nel ventre di mia madre. Ancora oggi, quando ripenso al passato cercando di fissare nella mente le tappe fondamentali della mia pur breve esistenza, nel tentativo di dare una logica plausibile a una vicenda di cui sono protagonista mio malgrado, l’età prenatale mi si configura come un enorme buco nero. Nondimeno, so che bisogna partire da quel momento per risalire all’attimo in cui un brivido di piacere – o dolore? – si è fatto carne.
Di quel tempo non ricordo che una vaga sensazione di calore. Se mi sforzo, posso immaginare i miei movimenti veloci nel liquido vischioso; i rapidi nascondimenti, a ripiegarmi in un cantuccio, allorché dall’esterno giungeva l’esplosione di un rumore improvviso; il mio rapito incantamento quando una qualche musica dolce e ritmata penetrava l’esile parete che mi separava dal mondo; ma soprattutto il buio.
Non ricordo con precisione i miei pensieri di allora, né a chi o a cosa si riferissero. Pure so che pensavo. Non voglio asserire con questo che fossi dotato di una precoce forma di autocoscienza – sarebbe una affermazione inesatta – né che sapevo chi fossi, cosa facessi e cosa volessi conseguire. Ciò che intendo sostenere – molto confusamente, mi rendo conto – è che l’eccezionalità del mio caso e della mia natura (stavo per dire umana) non mi vieta di credere che già da allora potessi essere dotato di un livello intellettivo superiore alla norma.
Ho appena compiuto due anni. La mia vita è stata un misto di angoscia e infelicità. Non posso dichiarare con certezza di appartenere al genere umano, ma nemmeno considerarmi un rappresentante della specie animale. Eppure partecipo dell’uno e dell’altra. Vado avanti per forza di inerzia cercando di ricomporre questo dualismo lacerante. Nutro poche speranze, è vero, ma noto con sollievo che una parte di me rifiuta di arrendersi. Nondimeno, pur di non precipitare, mi aggrappo a essa come all’unico sostegno possibile, per quanto a volte si dimostri appiglio più tagliente di un rasoio. La ragione mi preclude anche l’ultimo spiraglio della più piccola delle possibilità. So che il mio destino è la solitudine derivante da questa inconciliabile doppiezza che, oltre a non arricchirmi, mi impedisce di giungere a una compiuta pienezza interiore. Sono un ibrido ma, a differenza degli ibridi presenti in natura, io sono cosciente di esserlo. Questa la mia pena.
Ignoro l’entità delle colpe di cui mi sarei macchiato, in altri mondi e in altri tempi, che giustifichi anche parzialmente il fardello di sofferenza che mi grava sulle spalle. Espiazione è l’unica parola che possa, in modo alquanto vago, dare un senso alla vastità del mio patimento. Ma espiazione di che? La mente si logora e dissangua nel tentativo di fornire una risposta; i nervi si scuotono e si spezzano in cerca di un responso chiaro e definitivo; il corpo, questo involucro squamoso così repellente alla vista, vagola radente terra come se il mio angoscioso malessere non lo riguardasse, alla continua ricerca di esseri indifesi che plachino momentaneamente i suoi appetiti, come dotato di una propria autonomia. Faccio sforzi sovrumani per dominare con la ragione ciò che obbedisce solamente all’istinto. Non sempre vi riesco, ma non me ne rammarico. So che se prevalesse la parte razionale della mia natura duale, alle numerose questioni che mi tengono in ansia si aggiungerebbero problemi di mera sopravvivenza fisica. Per quanto sia da me disprezzato nell’intimo, il lato irrazionale e corporeo, di cui pure mi compongo, assolve completamente alle funzioni per le quali è stato creato. E procede da sé, senza tentennamenti e dubbi, garantendo a entrambi forza e nutrimento.
Non una sola volta il lavorio incessante della coscienza mi ha condotto sull’orlo della resa volontaria: lasciarmi morire, sdraiato su una rupe o raggomitolato nella penombra di un anfratto; rinunciare di proposito a una vita che può darmi sofferenza. Il mio corpo però non se ne dà per inteso e io, sballottato da una parte all’altra come un vascello alla deriva, in questo confuso alternarsi di speranza e rassegnazione, non so più se compiangerlo o ringraziarlo.
Vado avanti come un legno nell’oceano, apparentemente immobile sulle stesse coordinate, ma su e giù, su e giù, cullato dal ritmo sempre uguale del tempo, in mezzo alla spuma bianca come bava, in attesa dell’estrema ondata che mi vomiti sulla riva di una terra sconosciuta. Potessi affondare! Potessi guadagnare gli abissi che forse un giorno mi hanno generato! Potessi mettere fine a questo maledetto vivere così iniquo e oscuro… !
Non so chi sia mio padre, né se ne abbia mai avuto uno. Non posso credere di essere stato creato per l’intervento generatore di una qualsiasi specie di spirito. Lo Spirito, quando informa di sé la materia e si fa carne, genere profeti e divinità, non ibridi mostruosi. Eppure, per quanto incredibile e spaventoso possa sembrare, questa è l’unica ipotesi che riesca a darmi un minimo di conforto, a rendere più sopportabile il peso della sofferenza che tenta di schiacciarmi. Fare parte di un disegno preciso, essere strumento di un artefice, di una mente superiore, darebbe un significato compiuto alla passione. Ma per quanto mi sforzi, non riesco a decifrare le intenzioni della Volontà che ispirerebbe un siffatto disegno o a definire con sufficiente chiarezza i limiti del compito assegnatomi. Né posso dire, infine, che quanto ho appena sostenuto risponda al vero o non si tratti piuttosto di una assurda congettura prodotta dalle mie insane speculazioni.
Attendo con ansia un segnale, una luce che possa mostrarmi il sentiero da percorrere, una qualsiasi indicazione per la quale coltivare piccole speranze. Il tempo avanza inesorabile, e io sono ancora qui, senza aver trovato un padre, a farmi domande che forse non avranno mai risposta.


2.
La giovane donna che mi aveva appena messo al mondo giaceva esanime, seminuda, sul letto. Il capo reclinato e i lunghi capelli sparsi sul cuscino; la bocca serrata in una smorfia di terrore; gli occhi sbarrati. Una macchia di sangue, in mezzo alle sue gambe aperte, si allargava sul lenzuolo. Per quanti decessi verranno mai a cancellare con un gesto i ricordi delle mie vite future, non potrò più dimenticare lo sguardo di mia madre nell’istante in cui si incrociò con il mio.
L’urlo che la uccise risuonava ancora tra le pareti della camera da letto, quando mi parve di udire un rumore di passi che si faceva via via più vicino. Altro panico si aggiunse allo spavento, trasformandolo in terrore. Restai immobile, completamente annichilito dalla paura di eventi incomprensibili. Poi, senza che me ne rendessi conto, mi lasciai scivolare dal letto al pavimento. Ricordo che quel movimento, nella sua plasticità, benché nell’angoscia e nello sgomento, ebbe l’effetto di procurarmi una breve gioia fisica. La camera era immersa in un’oscurità appena rischiarata dalla luce debole di un lampione che penetrava dalla finestra aperta: l’unica via d’uscita. Il suono dei passi intanto aumentava d’intensità, mentre tentavo di salire lungo il freddo termosifone al termine del quale era il davanzale. Invano. A ogni tentativo, dopo aver guadagnata qualche decina di centimetri in virtù dello slancio iniziale, il mio corpo squamoso, non trovando appiglio nel liscio metallo smaltato, ricadeva inesorabilmente sopra il pavimento. Fui preso dal panico e da un sordo furore, dato che mi consideravo perduto, e il cuore mi batteva forte. Mi voltai, ergendomi, verso la porta, pronto a difendermi, deciso a vendere cara la pelle. Ero certo che chiunque fosse entrato, vedendomi, avrebbe cercato di schiacciarmi. (Ancora non sapevo che l’aspetto che posso assumere quando mi sento minacciato da vicino avesse il potere di immobilizzare gli aggressori per un tempo sufficiente a consentirmi la fuga). Pensai di andarmi a nascondere sotto il letto, ma poi? Quando e come sarei potuto uscire dalla stanza? Quali e quanti trasalimenti, sussulti e paure mi sarebbe costata quella decisione? Quale fine ingloriosa mi attendeva?
La disperazione mi diede la forza di intraprendere ciò a cui non avevo saputo pensare. Facendo leva con l’estremità del corpo che giaceva attorcigliata sul pavimento, irrigidii i muscoli del collo e presi a sollevare la testa. Mi resi conto che in questo modo andavo su meravigliosamente, finché buona parte del corpo non si fece tesa come un’asta. Con gli occhi avevo superato di una ventina di centimetri la sommità del radiatore, di fronte a me il buio oltre la finestra. Con un ultimo sforzo e il corpo indolenzito, tuffai la testa in quella oscurità. Il marmo che rivestiva il davanzale mi venne addosso colpendomi alla gola, ma il terrore funse da anestetico. Temevo di scivolare indietro, mentre qualcuno alle mie spalle aveva già spalancato la porta. Mi lasciai pendere dolcemente nel buio della strada, aspettando da un momento all’altro il colpo che avrebbe tramortito o reciso la parte del mio corpo ancora stesa sul termosifone. Ma questo non avvenne. Mi ritrovai fuori tutto intero.
Prima che potessi decidere da che parte andare, mi sorpresi ad andare da qualche parte. In realtà ero troppo scosso e confuso per potermi servire delle risorse della mente, né ancora immaginavo di possederle. Così lasciavo che l’istinto mi portasse il più lontano possibile da quella casa.
Era l’alba. Un chiarore incipiente si diffondeva da oriente, annullando per gradi l’intensità luminosa dei lampioni ancora accesi lungo la strada. Realizzai presto che l’efficacia dell’apparato visivo di cui la natura mi aveva dotato era piuttosto limitata. Non riuscivo a distinguere le cose se non a pochi centimetri di distanza. Mi rassegnai a vivere in un mondo popolato di ombre e fantasmi. Non pensai nemmeno di attribuire il difetto alla mia giovane età, né che i miei occhi potessero essere appannati da residui di liquido amniotico. In seguito la potenza e il nitore della mia vista non migliorarono se non di grandezze infinitesimali. Dovetti rassegnarmi alla semicecità. E tuttavia, nei miei spostamenti non procedevo del tutto allo sbaraglio. Le saettanti, continue sortite della lingua mi permettevano di registrare le più piccole variazioni di temperatura nel mondo circostante. Di più: stando a contatto del terreno con la totalità del corpo, ero in grado di percepirne le vibrazioni e il respiro.
Ben presto dovetti rendermi conto che quella che mi era parsa una cattiveria gratuita della natura, e delle leggi che la governano, non era altro che ciò di cui necessitavo per la mia vita solitaria. A che cosa mi avrebbe giovato possedere una vista da uccello rapace? Non certo a ripararmi dall’aquila in picchiata, giacché chi è costretto a strisciare sul suolo non passa il suo tempo a scrutare le nuvole. In che cosa mi avrebbe aiutato un udito potente se non ad avere paura di ogni più piccolo fruscio provocato dal vento? Il percepire le minime variazioni di calore intorno a me, consentendomi di determinare con accettabile approssimazione la massa corporea di chi le aveva provocate, riduceva invece il mio mondo a due elementari opzioni: predare o essere predato.
Sapevo che nell’atto di allontanarmi dalla stanza qualcuno doveva avermi visto. Pensai che, superato un comprensibile istante di smarrimento e paura, quello stesso individuo avesse dato l’allarme, e che ora mi stessero cercando. Così, in poco tempo, guadagnai l’aperta campagna. Strisciando in mezzo all’erba, attraversando campi di grano, superando bassi canali, giunsi sotto un albero di pere selvatiche. Mi avvinghiai al tronco e cercai una postura agevole con la quale trovare un po’ di riposo. L’angoscia della fuga, unita allo spavento per i terribili avvenimenti della giornata, mi avevano fiaccato nel corpo e nello spirito. Posai la testa su un ramo, lasciando che una fetta di sole, penetrando fra le foglie, mi riscaldasse. La mia debole vista non mi permetteva di dominare che una porzione limitata della campagna circostante. Sapevo di non essere distante dal paese, pure non riuscivo a distinguerne le abitazioni.
Steso sul ramo, lasciavo che la brezza mi cullasse, allorché avvertii la presenza di un essere che emanava calore. Mi voltai nella direzione dalla quale proveniva quel segnale e vidi un passero che armeggiava nel suo nido. Incuriosito, eccitato, mi avvicinai con cautela, fermandomi quando mi sembrava che il pennuto si avvedesse della mia presenza. Riprendevo poi a strisciare dolcemente verso il nido, mentre l’eccitazione saliva. Finché fui preso da una vibrazione improvvisa che si propagò all’istante lungo tutto il corpo e mi ritrovai col passero in bocca. Lo tenni stretto fino a che mi parve non gli battesse più il cuore, quindi lo inghiottii senza fatica. Adagiate sul nido erano tre piccole uova. Vi tuffai la bocca, ne ruppi il guscio e ne sorbii avidamente il contenuto. Erano eccellenti.


3.
Due giorni dopo portarono mia madre al cimitero sulla collina. Ero troppo giovane, allora, per comprendere appieno la portata e le conseguenze di quell’avvenimento. Cioè che vivere dalla nascita senza genitori lascia nel tuo animo un vuoto così grande che la morte vi si può insinuare con una facilità irrisoria. E io, sapendo questo, non vivevo che di paura, incertezza e angoscia. Mi sentivo scacciato da un mondo – quello umano – che non poteva riconoscermi; ma nello stesso tempo rifiutavo di integrarmi in quello animale, al quale morfologicamente mi rendevo conto di appartenere.
Così, nottetempo, mi appressavo cautamente al paese, attratto dal giorno artificiale creato dalla luce elettrica, nella speranza di captare, inosservato, qualche brano di conversazione in quella lingua che mi accorgevo di capire, ma che pure, per l’inesistenza di un qualsiasi apparato vocale, non riuscivo ad articolare. Non immaginate il sollievo che quelle frasi rubate arrecavano alla mia solitudine, né quanto a lungo persistessero nella memoria. Certo la loro profondità, nella quasi totalità dei casi, non poteva considerarsi degna di nota, trattandosi perlopiù di parole banali scambiate sul ciglio della strada da una coppia di amici in procinto di separarsi o di moine infantili tra innamorati nel buio di una panchina. Non era la sostanza di quei discorsi ad attrarmi, né la circostanza, bensì il suono in sé delle parole – la musica, vorrei dire, se non temessi di suscitare ilarità e scherno.
Nascosto in un fossato o aggrappato a un qualche ramo, partecipavo di rapina a quella fratellanza umana che nessuno, razionalmente, avrebbe potuto riconoscermi; quantunque mi sentissi parte integrante di un genere al quale, nell’intimo, io per primo non osavo equipararmi ma che pure, benché parzialmente, mi conteneva.
Era frustrante. Anche io avevo voglia di affidare le chiavi della mia anima alla cauta sensibilità di una donna; anche io sentivo l’esigenza di affondare la bocca nel morbido turgore di un seno femminile; anche io bramavo la felicità facile e innocente dei bambini... Ma tutto questo mi era negato senza rimedio. Non restava che l’immaginazione. Cominciai a costruire mondi dove non si comunicava più con le parole, ma con la sola forza del pensiero; dove gli ibridi della mia specie, una volta individuati, venivano elevati al rango di divinità e adorati di conseguenza. Mi abbandonavo spesso a quelle fantasticherie, e ogni volta, per la rabbia di non riuscire a tradurle nella realtà, il risveglio era più doloroso. L’impotenza mi spingeva a compiere imprese temerarie.
Nelle tiepide notti d’estate mi aggiravo furtivo tra le case del paese in cerca di finestre aperte su orti e giardini dove potermi introdurre. Sul retro, questa casa aveva un ampio cortile chiuso da una rete metallica. Era la finestra della camera da letto di due sorelle di giovane età. Vi entravo quando ero sicuro che loro dormivano. Le ragazze giacevano in un letto a due piazze, seminude. Acciambellato sopra il comò, amavo contemplarle con la soffusa complicità del chiarore lunare, aspettando trepidante il momento in cui, per effetto di inavvertiti movimenti, il lenzuolo che le ricopriva si faceva finalmente da parte. Allora una splendida visione si offriva ai miei occhi, mentre il cuore prendeva a battere forte e il desiderio mi tentava. Nondimeno, una volta mi arrischiai a lasciare la mia posizione preferita, calandomi silenziosamente dal comò, e mi appressai ai piedi del letto. Con circospezione mi affacciai al materasso, in mezzo alle gambe divaricate di una delle ragazze. Esitai un istante, non sapendo bene se fermarmi o andare avanti verso la chiazza più scura a malapena coperta dalle mutandine. La ragazza dormiva supina. Prima che potessi prendere una decisione, mi ritrovai con la bocca a pochi centimetri dal centro esatto dei miei desideri recenti. Ne aspirai voluttuosamente l’odore, ubriacandomi di quell’essenza femminile. Ormai persa la testa, stavo per tuffarmi in quel paradiso terrestre, quando la sorella si rigirò bruscamente su un fianco riportandomi di colpo alla realtà. Ancora stordito, mi ritrassi dal letto e, attraverso la finestra, abbandonai la stanza.
Ero felice, poiché finalmente avevo quasi toccato con mano il centro misterioso dell’origine della mia vita, potendo ora disporre di materiale decisivo per le mie future speculazioni. Provavo tuttavia una strana sensazione di disagio, un vago senso di colpa. Scandagliai a fondo la mia anima alla ricerca dei territori sconosciuti con i quali confinava la mia etica. E mentre lo facevo non mi resi conto di dove stavo andando, finché non mi trovai di fronte al cancello di ferro battuto che ben conoscevo. Lo superai di slancio, addentrandomi nei sentieri, strisciando fra i cipressi, fino alla tomba di mia madre. La luna piena, alta nel cielo stellato, produceva un chiarore confortante.
Steso sul marmo della tomba, continuavo a riflettere sul punto oscuro che mi rendeva inquieto, che ancora oggi mi tormenta e che domani forse mi dilanierà. Avvolto in spire a quella croce che, più che sostenermi, mi atterrava col suo peso, trafitto dall’impossibilità di essere mai amato da qualcuno, inchiodato al silenzio e all’impotenza, urlavo alla luna il mio disperato bisogno d’amore.

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