Pier Paolo Sciola
La letteratura è un cieco che vede benissimo - A colloquio con i ragazzi del Pezzullo

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Titolo La letteratura è un cieco che vede benissimo - A colloquio con i ragazzi del Pezzullo
Autore Pier Paolo Sciola
Genere Parole in Libertà      
Pubblicata il 18/03/2006
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Punteggio Lettori 70

Per i pochi che potranno esserne interessati, riporto il colloquio che ho avuto con i ragazzi del triennio dell’ITC Pezzullo di Cosenza il 4 marzo 2006. Non avendo un registratore a portata di mano, ho ricostruito le risposte con il solo ausilio della memoria. Non giurerei sulla fedeltà della mia ricostruzione. Ad ogni modo c’è più o meno quanto ho detto loro, quanto avrei voluto dire e non ho detto e, in generale, ciò che penso su determinati argomenti. Le domande mi sono state fornite con la consueta disponibilità da Anna Fabiano, in un file. Credo esista una registrazione integrale in videocassetta, dato che vi era una telecamera fissa di una TV privata di Cosenza, TeleItalia, che ha ripreso l’incontro. Approfitto dell’occasione per ringraziare i professori Scarpino, Sperduto, Cornigliano, semmai dovessero passare di qui, e… Fabiano.
Chiedo scusa se a volte il tono delle mie risposte presenta sfumature paternalistiche o didattiche. Quei ragazzi potevano essere miei figli. D’altra parte fare l’insegnante mi sarebbe sempre piaciuto, e l’avrei fatto volentieri se non avessi abbandonato la facoltà di Lettere per entrare nelle Ferrovie.
Un grazie anticipato a tutti coloro che avranno la pazienza di leggere questo resoconto.



1. Data l’incapacità della protagonista a svolgere il ruolo di madre tradizionalmente, cioè di guida capace di donare amore e di essere al contempo maestra di vita, guadagnandosi il rispetto dovutole, si può rinvenire un chiaro e imprescindibile collegamento con la coscienza della mancanza delle origini? (Valentina Santelli, classe terza C Programmatori)

R: Senz’altro è come dici tu. Bisogna tener presente che la protagonista è stata una bimba adottata, e dunque ha sviluppato uno ‘strano’ modo di voler bene, di approcciarsi agli altri, un suo modo personale di manifestare la propria interiorità. Qualcuno l’accusa di freddezza, di una peculiare anaffettività di fondo, come dicono gli psicologi. Può essere. Ma l’esperienza ci insegna che non tutte le mamme, per fare un esempio, sono poi quel modello di perfezione che la pubblicità ci fa vedere in TV, quando la TV vuole convincerci a comprare qualcosa. Qualcosa anche di non necessario, di superfluo. Esistono purtroppo esempi di madri ‘snaturate’. Donne che mettono al mondo dei figli e non si rivelano in grado di affrontare il compito. Esistono addirittura figli, in special modo figlie, che fanno da mamme alle proprie madri. La natura umana è complessa. Io non direi che Giusi è una donna fredda. Piuttosto è una che ha imparato in fretta la disillusione. In questo, il suo background, il suo vissuto, i suoi antecedenti, possono averla aiutata a sviluppare una particolare predisposizione alla sconfitta. Ma non si può dire che non ci abbia provato. Ciascuno nasce con una certa quantità di energia, chiamiamola benzina, lei la sua l’ha finita presto, o forse ne aveva poca, o forse può averla utilizzata male, per viaggi non necessari, per divagazioni di percorso rivelatesi in seguito sbagliate e così via. Giusi è una semplice persona umana, è una persona vera, a modo suo. E, sempre a modo suo, onesta, pura di cuore. Nonostante il fango e le nefandezze.

2. Nell’ultima parte del libro lei parla molto di Dio. Ci sono molte riflessioni interessanti che contrastano con altri momenti molto duri e molto forti di altre pagine, come ad esempio quelle sulla prostituzione. In che modo lei ci spiega questa strana contraddizione? Questa mescolanza tra sacro e profano? (Vincenzo Biondo, quarta C Programmatori)

R: Bella domanda. La prima considerazione che mi viene in mente è che siamo fatti tutti quanti di bene e male, in quantità difficilmente commensurabili. Siamo divisi, in altre parole, siamo frazionati, siamo in qualche modo schizofrenici. Sta a ciascuno di noi cercare di far prevalere l’uno sull’altro, il bene sul male eccetera. Di mettere il male nell’angolo, per usare un’espressione sportiva. La natura dell’anima umana va anche oltre. Nel senso che esistono una miriade di tonalità intermedie tra il bianco e il nero, un sacco di sfumature di grigio che partecipano dell’uno e dell’altro. E lì è difficile orientarsi. Hanno inventato la bussola per i naviganti. Per coloro che si avventurano al buio negli oceani. Per i navigatori della vita ci sono diversi tipi di bussole. La religione può essere una di queste. I dogmi e la disciplina che impongono di solito le religioni, il rispetto di una qualche regola. Sono cose che limitano ma d’altra parte aiutano. Aiutano soprattutto a dare un senso. A trovarlo. Per tornare al romanzo, Giusi è una espressione tangibile di questa sorta di manicheismo. In lei albergano il male e il bene, il sacro e il profano, come in tutti noi. E, se ricordi, dopo la scena della prostituzione, lei anela a trovare una chiesa, un luogo dello spirito. Proprio perché si è sentita profanata e ha sentito il bisogno di una riparazione. E vaneggia di templi trasparenti, mentre piange, e della necessità di un conforto spirituale, ora che il suo corpo è stato messo in vendita.

3. Poiché nel libro è riportato solo il punto di vista della protagonista, saremmo curiose di sapere cosa ne pensa lei al riguardo. Condivide le sue riflessioni? Al suo posto avrebbe agito come lei? Che sentimenti prova verso questa sua creatura letteraria? E come mai ha scelto di trattare in maniera approfondita argomenti così tristi della vita di Giusi? Lei l’ha conosciuta di persona? Se è sì che sensazioni le ha trasmesso? Se no che cosa ha provato dentro nel tratteggiarla? Si è lasciato coinvolgere, oppure è rimasto freddamente distaccato? (Valeria De Giacomo a nome della quarta A Igea)

R: Questa domanda sottintende il problema dell’identificazione tra autore e personaggio, fra creatore e creatura. “Madame Bovary c’est moi” disse Flaubert quando fu processato perché il suo libro aveva scandalizzato i benpensanti, a quell’epoca, in Francia. Lo stesso, molto umilmente, potrei dire io del mio personaggio letterario. Solo che io non ho vissuto le cose che ha vissuto lei. Ho cercato di immaginarle, di descriverle nel modo più preciso e semplice possibile. La vicenda è vera, questo non l’ho ancora detto. Molti anni fa avevo letto un episodio di cronaca. C’era questa madre che aveva ucciso il figlio che era schiavo della droga. E lei era arrivata al punto di prostituirsi per comprargli la roba. Ricordavo solo questo quando ho cominciato a scrivere quello che doveva essere un racconto. Oltre al fatto che l’aveva ucciso con un coltello. E che l’episodio si era svolto a Savona. Il resto, ovvero il prima, è frutto di fantasia. Mi interessava soprattutto indagare le sensazioni di una madre che compie un atto sommamente innaturale com’è quello di sopprimere un figlio al quale si è dato ricovero, latte e amore. Da lì sono partito. Poi è successo che mi sono innamorato della protagonista. O meglio: non mi andava di lasciarla sola, volevo seguirla passo passo, essere con lei, essere come lei, una specie di angelo custode. E così ho voluto conoscerla meglio, costruirle un passato che giustificasse negli anni quel lento inesorabile declino delle speranze che l’avevano portata a compiere quel gesto. Io non sono lei, ma le ho prestato la mia visione della vita, delle cose, dei rapporti, qualcosa del mio carattere. E lei, come dice nell’ultimo capitolo, ritiene di essere molto brava a incassare. Che, se vogliamo, è una particolare forma di ‘resistenza’. Quanto al calore o alla freddezza nel descriverla, io credo di essere stato abbastanza freddo. Si deve essere freddi. Se si è caldi ci si fa trasportare da troppe chimere che rischiano di farci perdere la rotta, mentre scriviamo. Bisogna resistere alle sirene, come fece Ulisse, se si vuole tornare a casa sani e salvi. Eppure, d’altra parte, quando arrivava la ‘voce’, o la botta di ispirazione, non mi sono preoccupato dell’ortografia né della sintassi, ho lasciato che il racconto fluisse, ho cercato di mettere del fieno in cascina, che la fantasia andasse, sapendo che dopo ci sarei tornato tagliando tutto ciò che andava tagliato. In tutto questo, il compito più difficile era non perdere la coerenza. La credibilità. La verosimiglianza. Hemingway, che è stato un mio eroe letterario, diceva che se sbagli una parola a pagina venti quella stessa parola può farti crollare il romanzo a pagina 180, per dire una pagina qualsiasi. Un romanzo è una costruzione come un’altra: se si sbaglia un piccolo calcolo quando si stanno gettando le fondamenta, il lettore se ne accorge e ti manda tranquillamente al diavolo, perché la costruzione si incrina. E per fare questo, per evitare l’errore, bisogna essere freddi o sorvegliati, come dicono i critici.

4. Siamo curiose di sapere quali sono le fonti letterarie della sua ispirazione. Abbiamo notato uno stile asciutto, rapido, con un lessico semplice ma molto curato nei particolari. Secondo lei è giusto nello scrivere essere così pignoli e non sarebbe meglio seguire il capriccio della libera inventiva? (Elvira Grillo, a nome della terza A Programmatori)

R: A questa domanda in parte ho già risposto tramite la precedente. Per quanto riguarda le fonti, posso dire di essermi formato sugli americani del ‘900. Prima ancora ho avuto una formazione classica, avendo appunto frequentato quel liceo. A quei tempi mi divertivo a scrivere sonetti sulla falsariga del dolce stil novo. Uno lo ricordo ancora, potrei recitarvelo, si chiama “Pur se ogni tanto”, ma credo sia meglio evitare il ridicolo. Voglio dire che un minimo d’orecchio l’ho avuto in dono dalla natura, salvo poi continuare a esercitarlo nel tempo. Intendo una certa facilità a rifare gli stili, quasi si trattasse di musica. Inoltre ho sempre letto parecchio, ma soprattutto ho riletto. La mia biblioteca non è così nutrita come ci si aspetterebbe da una persona dedita alla scrittura, saranno sette ottocento volumi. Ma molti di quelli li ho metabolizzati lentamente, masticati piano, e molte volte ci sono tornato sopra. Altri, pochi per fortuna, li ho smessi a pagina venti o poco più. Poi ho sempre cercato di leggere gli scrittori che piacevano agli scrittori che mi piacevano in quel momento. Così mi sono creato una rete di letture consigliate dagli addetti ai lavori, lasciando stare senza rimpianto il best-seller del momento. Per tornare agli americani, ricordo che la prima volta che lessi Hemingway pensai: questo non sa scrivere. Credo fosse “Addio alle armi”. Venivo da letture disordinate, Thomas Mann, D.H. Lawrence, solo per fare alcuni esempi. E quel modo di scrivere mi colpì, parlo di Hemingway. Il romanzo, a parte l’impressione iniziale, mi piacque molto. Suonava fresco, si leggeva bene. Lo stile era molto semplice, in apparenza. Frasi molto corte. Soggetto, predicato verbale, complemento oggetto. Pochi aggettivi. Gli aggettivi bisogna usarli con parsimonia. Lo stesso con gli avverbi. Tutta roba che indebolisce la frase. Dunque il segreto non era mettere, era togliere. Un eroe di Hemingway era uno scrittore oggi poco famoso, Stephen Crane. Hemingway faceva risalire a lui la letteratura americana moderna. E’ morto giovane, Crane, ma ha scritto un libro importante come “Il segno rosso del coraggio”. Quando lo lessi non mi colpì molto. Ma era perché avevo già letto i successori, e dunque non potevo cogliere la novità del suo stile, avevo l’orecchio bruciato da chi si era ispirato a lui.
Quanto alla pignoleria bisogna averla. Scrivere non è come lavare una pentola che il giorno dopo sarà di nuovo sporca. Scrivere è ‘fare’ una cosa che si ha la speranza possa durare quanto più a lungo possibile. E non è necessario nemmeno scrivere decine di libri. Molti autori devono la loro fama ad un unico libro. Penso a Tomasi di Lampedusa con “Il gattopardo”, alle sorelle Bronte (Cime tempestose e Jane Eyre), penso a Pasternak con “Zivago”, a Kerouac con “Sulla strada” (benché ne abbia scritti altri), a Salvatore Satta, che pochi conoscono, con “Il giorno del giudizio”. Penso a Proust con la ‘ricerca del tempo perduto’, a Celine, quell’altro de “Il giovane Holden”, di cui adesso non mi viene il nome. Ma gli esempi potrebbero essere numerosi. E dunque, ogni volta che si scrive, bisogna avere la coscienza che potrebbe essere l’ultima volta che lo si fa. E questo, oltre a dare un carico di responsabilità, ci rende o dovrebbe renderci molto attenti ai particolari, ai dettagli. Perché è per i particolari e per i dettagli che si verrà giudicati, posto che l’architettura sia forte e riesca a reggersi sulle proprie gambe. Lo diceva Hemingway (come vedete, torno spesso a lui): la prosa è architettura, non arredamento interno.

5. Durante la narrazione di questo romanzo, lei ha provato forti emozioni oppure è riuscito a restare distaccato? Se le ha provate di che tipo sono state? (Daniela Rocco, seconda B Igea)

R: Credo di avere già risposto alla domanda. Aggiungo che il distacco è necessario per chi scrive. Restando distaccati, si acquista prospettiva, si ottiene una visione del tutto. Come chi si allontana da un oggetto per ‘abbracciarlo’ meglio con lo sguardo, per ‘comprenderlo’. Il che non significa che non possa esservi partecipazione. Si può partecipare anche stando defilati, non in prima linea, e vedere cosa poi succede. Ecco: lo scrittore è uno che si allontana per vedere meglio, e non solo vede il fatto, vede anche chi vi assiste. E lui è con coloro che agiscono e nello stesso tempo con coloro che osservano. È una specie di sdoppiamento. Essere dentro ed essere fuori. Si è in due punti diversi contemporaneamente. Ci si sdoppia. La scrittura in fondo è una specie di schizofrenia. E gli scrittori bravi sono quelli che riescono ad andare e venire con facilità da un punto all’altro del ‘quadro’, con naturalezza, sapendo sempre come muoversi. Hemingway (sempre lui!) diceva che quando si scrive non bisogna descrivere, bisogna fare. E io mi sono scervellato per anni cercando di capire cosa intendesse. E alla fine ho risolto che descrivere è rendere un resoconto piatto di un certo avvenimento, ‘fare’ invece significa entrarci dentro e farci entrare dentro chi ti legge. Descrivere è fotografare, fare è costruire. Fare è inventare, descrivere è riportare. Quando fai una cosa la crei ex novo, le dài profondità e rotondità. Descrivere è lo stesso della pittura prima di Giotto, che aveva inventato la prospettiva, questo farti entrare dentro il quadro, questa cosa semplicissima che gli oggetti lontani sono più piccoli e quelli in primo piano sono molto più grandi. Sembra banale, ma pensate agli affreschi greci e romani. Nessuna prospettiva, nessun oggetto o corpo che esca fuori dal quadro, solo piattezza, unidimensionalità. E siamo arrivati al 1200. Ci sono voluti all’incirca duemila anni per capire questa cosa che oggi noi diamo per scontata. E poi, ancora, c’è voluto Cezanne per scomporre la realtà, per far sì che l’oggetto rappresentato venisse fuori dal quadro. E poi ancora Picasso (ma Braque prima di lui), con quei quadri bruttissimi che escono fuori dalla tela quasi fossero sculture. Pensate alle ‘damoiselles d’avignon’. Lo stesso si può dire della prosa. Questo intendeva dire Hemingway quando parlava della differenza tra descrivere e fare. Soltanto una questione di dimensioni, di unidimensionalità rispetto alla tridimensionalità. E per farlo esistono dei trucchi, ma bisogna conoscerli.

6. Dopo la scrittura e quindi la pubblicazione di questo romanzo, ha avuto grandi soddisfazioni? Ne scriverebbe altri simili oppure cambierebbe stile e impostazione? (Azzurra Grossi, seconda B Igea)

R: Le soddisfazioni, in termini di vendite, sono piuttosto modeste. Restano i pareri confortanti di chi ha letto il libro. Ancora non ho trovato chi mi abbia detto di averlo lasciato a metà o dopo poche pagine. Si potrà non essere particolarmente in linea con il contenuto, ma tutti riescono a finirlo. E non è poco. Qualcuno si commuove, specie le donne che sono facili all’identificazione. E molte di loro lodano quell’ultimo capitolo che io volevo togliere e che Anna, con la testardaggine che le riconosciamo, ha voluto a tutti i costi che lasciassi. In termini tecnici la vicenda si risolve con la fine dell’undicesimo capitolo. A me, quando scrivevo, quell’ultimo capitolo serviva perché la protagonista tirasse un po’ le fila della propria vicenda umana, tirasse un po’ di somme, capisse e riflettesse sulla propria parabola esistenziale. Avevo paura che suonasse troppo ‘marionetta’ e dunque poco intelligente, che subisse e basta. Quel capitolo doveva essere un po’ il suo riscatto e anche una conclusione in tono minore, uno sfumare piano, un concludere con una presa di coscienza. I lettori maschi in genere non l’hanno apprezzato, le lettrici mediamente sì. Poi ci ho riflettuto e ho realizzato che per le donne quelle pagine rappresentano il disfacimento, lo sciogliersi della tensione accumulata lungo tutto il racconto. È una specie di vaso che accoglie le lacrime che si sono formate e non hanno potuto avere sfogo prima, forse per la tensione della lettura e dei fatti spiacevoli e non consolatori che vi si succedono.
Non penso che riscriverò qualcosa di così ‘negativo’. Adesso mi piacerebbe scrivere una bella storia d’amore, ma il compito mi spaventa.

7. Ho notato delle similitudini tra i temi trattati in ‘La vita nonostante’ e i romanzi dello scrittore americano J.T. Le Roy. Ha preso spunto in qualche modo dai suoi romanzi? Ossia ‘Sarah’ e ‘Ingannevole è il cuore più di ogni altra cosa’ (Stefano Chiappetta, quinta A Liceo)

R: No, assolutamente. Ho sentito parlare di questo giovane scrittore americano, ho letto qualche recensione. So che ha avuto una vita per niente facile alle prese con la madre, ma non ho letto i suoi libri, anche se mi piacerebbe. E un giorno lo farò, quando verranno pubblicati in edizione economica. E so che non mi scandalizzerà più di tanto. Del resto, per avere una visione spaventevole della realtà, basta sentire i telegiornali…

8. Abbiamo notato che non si nominano quasi mai i nomi delle località che sono sfondo della vicenda. Perché questa scelta? Inoltre una di noi si è chiesta il motivo dell’apertura con una frase tratta dal Vangelo di Luca. Infine altre si chiedono se lei si identifica in qualche modo in qualcuno dei personaggi. Se sì in quale e perché? Questa domanda ci è sorta notando che lei racconti i fatti narrati come se le appartenessero. (Lorenzo Siciliano a nome della terza C Programmatori)

R: Be’, la scelta di non situare la vicenda in una località geograficamente riconoscibile è voluta. Eppure nel libro si parla di una città di mare, di certe latitudini che fanno pensare al Meridione, di un centro storico chiamato ‘Castello’… Dovete sapere che il quartiere più antico di Cagliari si chiama ‘castello’ e che, nella lingua nostra, Cagliari non si chiama Cagliari o Karalis, che era il nome datole dai Fenici, ma si chiama ‘Casteddu’. E già questo può essere un indizio. Poi non volevo che ci fossero troppe distrazioni ‘visive’ che spostassero l’attenzione del lettore dalla interiorità dei fatti narrati. Nonostante questo, io credo che le descrizioni siano molto concrete, naturalistiche, precise. C’è anche un’altra ragione non secondaria. Il collocare la storia in un luogo preciso mi avrebbe quasi costretto, per onestà e verosimiglianza, a farci entrare la lingua parlata in quel posto, la cadenza, il periodare, certe interiezioni o certi intercalari, la costruzione particolare della frase… tutte cose che io non volevo farci entrare, forse per i miei limiti di scrittore. Oggi è tornata in auge, penso a Camilleri, la moda di infarcire le frasi italiane con termini dialettali. Questo artificio non mi trova d’accordo. L’aveva fatto Verga con i Malavoglia un centinaio d’anni fa, con altri risultati, devo dire.
Quanto all’identificazione con i personaggi, penso sia cosa comune a tutti gli scrittori. Intendo dire che tutti i personaggi riflettono una parte o una sfaccettatura di chi scrive, uno stato d’animo, una particolare visione della realtà, qualcosa che si è stati o si spera di diventare, ricordi e proiezioni, consustanziazioni eccetera. Ciò che diverte è che tutti questi fantasmi dell’io a un certo punto o in punti diversi interagiscono, si fanno carne, acquistano voce, reclamano per essere ascoltati, per avere udienza, per dire la loro, per rivendicare il diritto a un minimo di ‘corporeità, quella corporeità che la scrittura può soltanto, come dire, suggerire. Certe volte si sta a bocca aperta a sentire tutti questi altri se stessi che litigano, si amano, si odiano, si prendono in giro, si ignorano… Per quanto riguarda lo specifico del libro, devo dire che, oltre a Giusi, che incarna una specie di mio alter ego al femminile, mi sono molto divertito a seguire Il personaggio Ausilia, la madre adottiva. A un certo punto sentivo che, anche in accordo con il suo carattere, mi sfuggiva di mano, reclamava un ruolo da protagonista che io non le avevo assegnato. E così a un certo punto ho deciso di lasciarla ‘andare’, curioso di vedere dove mi avrebbe condotto, sapendo che in seguito avrei potuto ‘ridimensionare’ i suoi eccessi, la tendenza ad essere spropositata insita nella sua indole. Ebbene, devo dire che non ho tagliato niente. La sua maternità isterica, che all’inizio avevo guardato con spavento e preoccupazione, oltre che con seri dubbi circa la sua credibilità umana e letteraria, è rimasta lì tale e quale così come si è andata formando sotto la penna incredula. E’ uno dei personaggi di cui, come scrittore, sono più orgoglioso. Un altro è l’avvocato Melandri, per il quale mi sono ispirato a un avvocato vero e proprio con il quale ho avuto a che fare per delle cause di rimborso relative a contenziosi con Assicurazioni varie. In quel caso ho semplicemente preso il tipo e l’ho portato a interagire in luoghi, vicende e personaggi che non erano i suoi, cercando di immaginare concretamente come avrebbe potuto reagire se si fosse trovato davvero in quelle situazioni. Del resto, lo diceva Tolstoj: un personaggio si riconosce da un particolare, un tic, un modo di dire, un abito… basta solo richiamare quel particolare ogni volta che entra in scena il personaggio, e il lettore non avrà difficoltà a riconoscerlo e inquadrarlo, a evocarlo. Non occorrono pagine su pagine. E questo è un altro trucco che bisogna sapere. Dall’applicazione di queste tecniche, forse, nasce l’impressione di realtà o di realismo che il testo trasmette.

9. Lei affronta in modo molto profondo il problema delle adozioni tanto attuale. Mi chiedo come abbia potuto tratteggiare così bene gli aspetti della vita di collegio e soprattutto le chiedo questo: come pensa possa essere risolto il mancato sviluppo affettivo dei bambini adottati? (Marco Russo della quarta C Programmatori)

R: Non sono un esperto di problematiche legate all’infanzia o all’abbandono. Un pedagogista ne sa senz’altro molto più di me. Tuttavia io sono stato in collegio da interno per i tre anni della scuola media, da piccolo ho trascorso periodi estivi in colonie varie.. per il libro mi sono informato, nel senso che ho ritagliato e conservato articoli di giornale che parlavano di bambini tenuti in ‘cattività’, che è un termine che proviene dal latino, captivus, da cui deriviamo ‘captare’, catturare, e dunque bimbi acchiappati, rinchiusi, privati della libertà, costretti in un ambito ristretto... ci sono dinamiche comuni che si sviluppano in persone limitate a uno spazio preciso. Pensiamo ai carcerati, alle monache di clausura, agli animali in gabbia… sono tutti universi concentrazionari dove esiste ‘coazione’, un agire comune, non libero, un agire fatto di obblighi, di azioni e reazioni… il tutto poi si riversa sulla psiche, la costrizione fisica diventa costrizione mentale, la promiscuità… Io non ho fatto altro che applicare alcune regole. Regole logiche. Contando sulla comprensione e sull’intelligenza dell’eventuale lettore per non appesantire ulteriormente il discorso…

10. Sono rimasto colpito dal fatto che lei abbia saputo fare una sintesi efficace di tutte le problematiche sociali del nostro tempo di tipo morboso. Qual è l’intento che si è prefisso? E cosa ritiene sia utile a noi giovani di questa lettura? (Andrea Sperduto della quarta C programmatori)

R: L’accusa di morbosità era l’ultima che mi sarei aspettato… se penso a certi libri che si leggono non da oggi, dove viene detto pane al pane e vino al vino… Io credo di essere stato anche abbastanza delicato nella descrizione di certe scene. Non ho fatto mai ricorso al turpiloquio o a termini gratuiti. Il mio intento era semplicemente quello di affrontare insieme al personaggio le prime volte del suo percorso di perdizione, di assisterla e preservarla, specie nell’anima. Di non andare oltre il lecito e il consentito. Ho cercato di rispettare la sua anima femminile, pur nell’abiezione. Di contro esiste però la realtà triviale con la quale si deve fare i conti, e non è onesto dal punto di vista letterario cercare di scansarla o non descriverla o edulcorarla. Ne va della credibilità di ciò che racconti.
Quanto alla sintesi… non so. A mio parere esistono centinaia di altre morbosità che nel mio libro non sono state sfiorate… ne esistono quanti sono i tipi umani e con un miliardo di sfumature o gradazioni. Mi piace però che il libro dia l’impressione di fotografare la realtà, la vita reale, una porzione di contemporaneità. In questo, ritengo che suoni autentico, ed è il complimento che in generale mi ha fatto più piacere ricevere.

11. Nella narrazione appaiono i fallimenti di Giusi: come figlia, come madre, come moglie. Non vengono descritte vittorie che, anche se piccole e insignificanti, sono presenti nella vita di ogni persona. Perché? (Maria Assunta Carlucci quinta C Programmatori)

R: E’ che il bene non fa mai notizia. E gli scrittori, che di solito vogliono fare notizia, specie di se stessi, difficilmente vi si assoggettano. E’ la storia dell’uomo. Pensiamo alla Bibbia. A Caino e Abele. A un sacco di altre cose delittuose o depravate che vi sono descritte. Insieme a momenti di grazia, di dubbio, di speranza e di scoraggiamento. Di felicità e di tristezza. Insomma: un riassunto dell’umanità con tutti i pro e i contro. In tutte le sue debolezze e in tutte le sue virtù. Pensiamo poi ai greci antichi. Alle tragedie, dove si mettevano in scena casi umani al limite dell’incredibile, e gli spettatori vi partecipavano, intatti, dal comodo dei loro sedili, salvo inorridire e poi tornare a casa sollevati perché ‘il caso non mi riguarda’, per fortuna. È la famosa funzione catartica della rappresentazione teatrale, della proiezione dei nostri fantasmi. Pensiamo a Raskolnikov di ‘Delitto e castigo’, lo studente che ammazza a colpi di scure la vecchia usuraia presso la quale sta in affitto. Vedendo rappresentate e messe alla berlina le nostre più inconfessabili pulsioni, noi ne veniamo esentati e protetti e immunizzati, fintantoché c’è qualcuno che si prende la briga di addossarsi il male, che noi conteniamo e dal quale siamo contenuti, al posto nostro. È la stessa tragedia di Gesù, se ci pensiamo. L’ha fatto lui per noi. E noi siamo liberi. E la letteratura non può esimersi dall’esaminare le contraddizioni dell

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