Pier Paolo Sciola
2. La letteratura è un cieco che ci vede benissimo

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Titolo 2. La letteratura è un cieco che ci vede benissimo
Autore Pier Paolo Sciola
Genere Parole in Libertà      
Pubblicata il 21/03/2006
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12. A cosa si è ispirato scrivendo questo libro, perché è pieno di intrecci, e volevamo sapere se è un racconto fantastico, immaginario o se le è capitato realmente di vivere una situazione del genere (non intendiamo in prima persona) magari vissuta tramite qualcuno. Laura Cavalcante a nome della quinta A Igea)

R: In parte ho già detto prima. Ringrazio per la notazione circa la ricchezza degli avvenimenti che si succedono nel libro, perché mi dà modo di parlare della necessità che nei romanzi vi sia una certa quantità di ‘azione’ di fronte al pericolo di staticità rappresentato per esempio da pagine e pagine di riflessioni… Qualcuno, non so se per farmi un complimento o esprimere una critica, ha parlato della velocità della lettura cui il testo l’ha obbligato aldilà dei propri ritmi naturali di fruizione dell’opera, per così dire. Confesso che questo mi fa molto piacere, perché era un mio preciso intento. Uno scrittore americano di successo ne avrebbe ricavato un mattone di sette ottocento pagine, e forse sarebbe stato un libro migliore del mio. Ma, come dire, sarebbe stato privo di quella ‘leggerezza’ ed ‘essenzialità’ che forse si possono trovare in questa semplice versione. Lo dico con coscienza di scrittore. Il pericolo nel quale si può incorrere nello scrivere è quello di innamorarsi delle proprie parole, di fare ‘arredamento interno’, come ho detto prima, anziché architettura. Il guaio è che l’arredamento interno quasi mai supera l’esame del tempo, il passare del tempo. Ed è tutta roba che dopo qualche decennio fa invecchiare l’opera, la mina dal di dentro, la rende obsoleta. Sto pensando in questo momento a ‘Il nome della rosa’ di Umberto Eco. È un ottimo libro finché non ti imbatti nella descrizione accuratissima dei mostri medievali che sono istoriati nella facciata in bronzo del portale della chiesa dell’abbazia dove si svolge la vicenda. Il brano è lungo una trentina di pagine, se non ricordo male, ed è un pezzo di bravura notevole, specie a livello stilistico. Il guaio vero, a mio parere, è che non è necessario all’economia della vicenda. E’ come se l’autore abbia pensato: adesso vi faccio vedere io di cosa sono capace. E’ stato così bravo che mi ha fatto perdere la voglia di andare avanti, tant’è che non sono mai riuscito a finire il libro. A mio parere, si tratta di un caso di narcisismo di cui l’autore non aveva assolutamente bisogno. Lo stesso si può dire della parte finale di ‘Guerra e pace’ di Tolstoj, con tutte quelle riflessioni filosofiche che all’autore magari parevano la parte migliore del libro, e sono 1600 pagine, e invece non aggiungono niente alla necessità della storia o delle storie fin lì raccontate mirabilmente. Sapendo questo, mi spiego le remore che ho avuto a lasciare il mio ultimo capitoletto finale di una quindicina di pagine. In proporzione ho forse commesso lo stesso errore, ma dietro insistenze varie ho deciso di correre il rischio, soprattutto perché non si tratta di considerazioni mie personali, ma di una legittima presa di coscienza da parte della protagonista.

13. All’inizio del libro, è citata una frase tratta dal Vangelo di Luca: «Perciò ti dico: i suoi molti peccati le sono perdonati perché molto ha amato. Colui invece al quale si perdona poco, ama poco». Che significato ha per lei questa frase e qual è il motivo per cui l’ha scritta? Sulla scheda di lettura relativa al romanzo vi era una domanda: che sensazioni ti suscita Giusi Laspina e cosa le diresti se ti capitasse d’incontrarla? Lei cosa le direbbe? (Marina Masala della quarta C Liceo)

R: Ma… del vangelo abbiamo già parlato all’inizio. Se incontrassi Giusi in carne e ossa credo le ripeterei la stessa frase che Luca attribuisce a Cristo. Non credo ci sarebbero molte parole tra noi, basterebbero pochi sguardi. E poi, chissà, ciascuno continuerebbe per la propria strada, senza voltarsi indietro. Sono fatti così i personaggi dei romanzi. Possono vivere soltanto dentro quella cornice, se saltano fuori hanno difficoltà a trovare concretezza, consistenza. Sono personaggi che agiscono dall’interno, se si ha la fortuna di saperli rendere credibili. Durano nella coscienza del lettore, forse nella memoria. È questo il bello dell’arte, il miracolo dell’arte. Arricchire di esperienza il fruitore, renderlo migliore, in qualche caso, renderlo diverso da come era prima che inciampasse nel personaggio di fantasia. Si crea una collisione che in alcuni casi può essere collusione e in altri repulsione, dipende da molti fattori. Per quanto mi riguarda, posso dire che Anna Karenina e Levin e altri personaggi del romanzo di Tolstoj per me sono persone reali di cui conosco gli atti pubblici e le vicende private, molto più di quanto non conosca, per esempio, quelli di mia sorella. E questa non è una boutade, semmai una conferma della regola che le persone che conosciamo meno sono proprio quelle che abbiamo o abbiamo avuto intorno tanto tempo. Lo stesso potrei dire di altri personaggi fittizi che sono stati parti fortunati dei numerosi scrittori che ho amato.

14. Questo romanzo risulta lineare ma allo stesso tempo complesso. La cosa che mi ha colpito è che sia descritta in modo puntiglioso la psicologia di una donna: come ha fatto a creare una trama che ha il sapore dell’autobiografia ma che autobiografica non può essere?(quinta C Liceo Tecnico)

R: Lo prendo come un complimento, molte donne sono rimaste sorprese da questo. Io credo che in definitiva non vi sia molta differenza tra l’animus maschile, per citare Jung, e l’anima femminile. Entrambi, maschi e femmine, racchiudiamo questi opposti. In diverse misure e proporzioni. E’ anche una questione di ormoni. Non parlo di letteratura, sia chiaro, ma di fisicità. Si tratta soltanto di sapersi sintonizzare, di rendersi aperti all’invasione del ‘diverso’. Scendendo nel concreto, ricordo che quando scrivevo il romanzo ho passato molte ore ad aspettare l’arrivo della ‘voce’, della voce giusta che continuasse a narrarmi la sua storia. Quando non arrivava, mi mettevo in attesa , scarabocchiando geroglifici sul bordo del foglio o sul piano della scrivania. Cosa che non si dovrebbe fare. Inconsciamente cercavo di fare il vuoto dentro di me, di costruire uno spazio silenzioso che potesse essere impregnato. Poi, più che di una voce, si trattava di un ‘tono’, e le due cose sono diverse, anche se qualsiasi voce ha il proprio tono caratteristico. Voglio dire che si trattava di trovare lo stato d’animo giusto, di riafferrarlo e protrarlo il più a lungo possibile. Quando capitava, era anche bello, molto piacevole, stargli dietro.
Per quanto riguarda la trama, un po’ è venuta da sé, un po’ è frutto di costruzione e riflessione. Le due cose interagiscono facilmente. La difficoltà maggiore è la coerenza, bisogna starci molto attenti. Si mettono parole una dietro l’altra, come mattoncini. Penso ai miliardi di mattoncini con i quali erano costruiti gli acquedotti romani. Ciascuno al proprio posto, obbediente a un progetto molto più grande. Ciascuno dedito al proprio piccolo scopo, ciascuno ignaro della funzionalità generale dell’opera. Ma, nel suo piccolo, sommamente necessario e importante. Allo stesso modo debbono funzionare le parole. Se sono messe al punto giusto, ne ricaviamo come lettori una impressione di necessità. E questo è il nostro compito.

15. Mi sono chiesto spesso da dove nasce nella mente d’un autore la prima idea che poi porterà alla stesura di un’opera. Nel suo caso qual è stata la spinta o per meglio dire la scintilla per iniziare al scrivere ‘La vita nonostante’? E come ha fatto a descrivere particolari così dettagliati? (quinta C Liceo T)

R: Ho già avuto modo di parlare dello spunto che ha dato avvio all’opera. Un romanzo può nascere in mille modi. Io ne ho scritti tre, e ciascuno è venuto fuori in maniere totalmente diverse. Non esiste una regola. Non esiste nemmeno l’obbligo di scriverne. Si tratta di un mistero. Bukowski, un autore che ancora non vi consiglio, diceva che ‘non sono io che ho scelto la letteratura, è la letteratura che ha scelto me’. Un po’, al solito, le sparava. Ma c’è del vero nell’affermazione. Scrivere non è roba che ti possa prescrivere il medico, per quanto abbia una indubbia funzione terapeutica. Intendo la scrittura, i medici molto meno. È qualcosa che accade, difficile spiegarne le ragioni. A un certo punto ti ritrovi con la penna in mano e con una storia che chiede di essere raccontata. Magari non hai altro da fare, ho hai fallito in altri campi, fatto sta che ti ritrovi a scrivere. O magari hai amato molto la lettura e a un certo punto hai pensato che se lo fanno gli altri potrei farlo anch’io, non sono meglio ma non mi sento neanche peggio. Si dice anche che un uomo nella vita dovrebbe fare almeno tre cose: fare un figlio, piantare un albero e scrivere un libro. Secondo me si tratta di riproduzione, per tutte e tre queste cose. Un modo di tramandarsi, di lasciare traccia di sé, posto che si combatte contro il tempo e contro la nostra temporaneità. E forse, al fondo, c’è anche una dose non indifferente di narcisismo e volontà di autoaffermazione. Ma guai se non ci fosse, è la benzina che ci fa andare avanti.
Dei particolari abbiamo già parlato prima, più o meno direttamente. La cura del dettaglio è ciò che rende credibile un’opera d’arte. Pound diceva che una fondamentale accuratezza di espressione è l’unico obbligo morale al quale debba rispondere uno scrittore. Parlava di dettagli. Ne parlava in altri termini, ma di quello si trattava. Scrivere per scrivere si è capaci tutti. Chi scrive meglio è colui che cura queste cose, sapendo che la sfida non è con i contemporanei, ma con il tempo. Con i predecessori e con i posteri. Con chiunque ti legga. In questo e in altri tempi. E quando si sa questo, si è soli con sé stessi, col silenzio, con la pagina bianca e una semplice idea che ha bisogno di essere ‘costruita’, allevata, curata e portata a compimento. “La cosa più difficile che esista al mondo è scrivere una prosa onesta sugli esseri umani”: Hemingway. Io direi che sono migliaia le cose difficili da fare al mondo, non si può essere così classisti e selettivi. Ciò che fa la differenza è la dedizione e la cura dei particolari. E la sincerità che ci si mette dentro. Il cuore. E tutto ciò che di buono e vero abbiamo. Con tecnica e raziocinio e poesia e abbandono e ritenzione.

16. Il romanzo tratta temi molto forti e complicati. Perché scegliere come protagonista una donna che, a differenza di un uomo, potrebbe apparire più vulnerabile e fragile? In alcuni tratti Giusi Laspina ha dato l’impressione di essere una donna insensibile ad alcuni avvenimenti che hanno cambiato la sua vita. Questo si deve al fatto che il troppo dolore ricevuto l’ha fatta diventare una donna fredda e priva di sentimenti o fa parte proprio del suo essere? (Lorenzo Vommaro)

R: Questo sulla fragilità e debolezza delle donne è un mito come un altro, forse costruito ad arte dai maschi che solo così potevano trovare una probabile giustificazione. In realtà la vita è merito delle donne, l’amore è merito delle donne, la tenerezza è merito delle donne e così via per tutto ciò che c’è di buono nella natura umana. Se pensiamo che il sesso base, fisicamente, è quello femminile e che il maschio è una derivazione, vediamo in questo una smentita clamorosa ai Sacri Testi (il mito di Adamo ed Eva) e alla presunta superiorità del maschio. Altri dicono che l’Universo è femmina e che la consapevolezza di tipo maschile, essendo minoritaria, è molto ambita proprio perché più rara. Ma qui entriamo in discorsi poco raccomandabili che riguardano la magia e stati di consapevolezza che non possono essere comuni a noi uomini comuni. Questo per dire che le donne sono molto più forti dei maschi. Che sono le donne a scegliere. Che le donne sono molto più pazienti e astute. Che le donne hanno grazia e temperanza e uno sguardo a lunga gittata.
Quanto all’anaffettività di Giusi, essa pare inscritta nel suo destino. È una donna che ci ha provato, partendo da posizioni svantaggiate. Forse l’amore non era nelle sue corde. Ma è stata parecchio sfortunata. In questo senso diventa un paradigma dell’impotenza. Questo volersi proporre, imparare le regole, e poi scoprire che ciò che funziona per gli altri non ha diritto di cittadinanza nel tuo destino. Poi ci riprovi ancora e non funziona. Allora ti rivolgi a te stessa, pensi di essere inadeguata, quasi ti ci rassegni. Vai avanti soltanto per la curiosità di vedere fino a che punto si possa essere smentiti, nonostante la volontà e l’intenzione. Diventi una cavia vivente della capacità umana di assorbire. Fino a un certo punto, quello che non dovrebbe mai arrivare. In tutto questo, il dolore è una componente fondamentale. Il dolore è lo scarto esistente tra i nostri desideri e la volontà altrui, al contrario della felicità, dove tutto per miracolo converge e acquista luce e senso.

17. Perché Giusi aiuta suo figlio a drogarsi procurandogli i soldi per acquistare la droga e non lo denuncia direttamente alla polizia? Perché Ilio non riesce a comprendere l’amore che la madre, insistentemente, tenta di trasmettergli? Il racconto è ricco di rapporti sessuali. Perché l’autore ha deciso di usare delle parole così crude nel descrivere il lavoro della sua protagonista? Giusi lotta con vigore per avere una vita serena e una famiglia felice: l’aiuto che dà al figlio e l’attenzione che presta al marito nel portarlo fuori dal profondo tunnel dell’alcolismo. Perché quando viene lasciata da Massimo non ha lottato con la stessa tenacia così da dare un padre a suo figlio e assicurargli una vita regolare? (Manuela Chiappetta a nome della terza C Liceo)

R: Per lo stesso motivo per cui le madri perdonano a priori. Perché lei pensa che se il figlio si droga lo fa per colpa sua, per colpa dell’inadeguatezza della madre, per la vita completa che lei non ha saputo fornirgli, in termini di famiglia regolare. Ilio, d’altro canto, sviluppa presto, favorito dal carattere, una posizione ricattatoria. Accorgendosi delle debolezze materne, anziché cercare di porvi rimedio, vi sguazza dentro a piacimento, in questo favorito dall’indulgenza della nonna. Sono dinamiche familiari non facili da cogliere. E se mi si fanno queste domande, evidentemente i miei limiti di scrittore non sono riusciti a trasmettere la ‘verità’ o, meglio, la plausibilità di questo tipo di intrecci familiari. Inoltre Ilio non è il personaggio centrale, è un semplice detonatore. Colui che carica la storia e a un certo punto la fa esplodere. Il personaggio è Giusi, con tutti i limiti della sua personalità affettiva.
Quanto ai rapporti sessuali, non credo vi sia più sesso in questo libro di quanto se ne possa trovare mediamente in tutti i romanzi che vanno per la maggiore. La questione vera è che il sesso, direi l’amore, è fondamentale per ogni persona. E i romanzi che non ne parlano non sono buoni romanzi, non hanno attinenza con la realtà vera. Ciò che accade sotto le lenzuola è di vitale importanza per l’equilibrio e la ‘sanità’ di qualsiasi famiglia. I figli, la riuscita psicologica e sociale dei figli, dipendono in buona parte dall’accordo ‘a monte’ dei genitori. “I più grandi delitti avvengono sotto le coperte”. Non ricordo chi l’ha detto, ciò non toglie che si tratti di una intuizione fondamentale. In tutto questo, Giusi può avere avuto nella sua vita più sesso di quanto una persona normale possa mediamente averne. Ma, di certo, non ha avuto amore. Anzi: coloro che ricercano il sesso continuamente, dal punto di vista psicologico, sono persone monche, irrealizzate, non mature, in cerca di certezze, fondamentalmente insicure. Chi per ribadire la propria dubbia virilità, chi per aggiungere altri trofei al proprio senso di inadeguatezza e così via. Per fare bene l’amore non bisogna farlo con tutte le persone di sesso opposto che stanno al mondo. Basta farlo con una sola. E Giusi prova questa sensazione con Gianni, quando parla brevemente di atomi ed elettroni che accendono la pelle e squagliano l’anima. Parla di questo, perché questo è fondamentale. Non parla, o meglio, non ama ricordare, le ‘depravazioni’ alle quali il bisogno l’ha costretta. E non ne parla perché è una donna vera che aspira alla fusione, non alla confusione. Riconosce i limiti e la scala di importanza che hanno queste cose. In fondo lei ha amato due soli uomini. Il primo era un amore giovanile, fisico e spirituale allo stesso tempo, ma immaturo. Il secondo era maturo ma bacato alla radice da problemi che avevano origine da un diverso disastro familiare. Nel primo caso c’era anche una differenza di classe sociale che ai quei tempi, parlo del ’68, per la prima volta veniva messa in discussione, ma pure continuava a esistere e a resistere molto profondamente. Diciamo che Giusi non era adatta, per la sua formazione affettiva, a rendersi conto dello scoglio vero costituito da queste diversità sociali. Veniva da un mondo di solitudine appena allietato dalle favole, non aveva gli strumenti psicologici per capirne le movenze e le motivazioni. Dopo un minimo di resistenza, si è lasciata andare, si è ‘offerta’, pensando per la prima volta di restituirsi a sé stessa. Il problema è che la sua autonomia, per realizzarsi, aveva bisogna della figura di un alter ego, di un uomo che sanasse le insicurezze legate a una vita spossessata, priva di coordinate e validi punti di riferimento. Cosa che non accadeva per Massimo, il quale aveva alle spalle una solidità, per quanto criticabile, fatta di denaro e prospettive di sviluppo futuro, aveva una famiglia naturale alle spalle, la certezza di un percorso. Entrambi erano, ciascuno a modo suo, degli immaturi che non potevano trovare nell’altro risposte ai propri slanci di indipendenza, se non creandone una nuova. Il collante è stato la fisicità dell’incontro, importante per scoprire sé stessi, ma non per gettare un ponte vero verso i bisogni dell’altro. L’unione di due debolezze che non sono riuscite a farsi forza comune.

18. Voglio chiedere all’autore una cosa sola: se si tratta di una storia accaduta realmente e se ha carattere autobiografico (Alessandro Madrigrano terza A Liceo)

R: Adesso mi smentisco e dico che sì, si tratta di autobiografia. Non nel senso classico del termine, piuttosto in senso metaforico. E sto pensando a certe dinamiche che si sono sviluppate nella mia vita relazionale. Lo stesso credo possa succedere o sia successo a molti altri. E parlo di quando si instaurano dei legami a favore dei quali si versa tutto quanto si ha in tasca, sempre in senso metaforico, e poi a un certo punto ci si ritrovi privi di denaro e di qualcuno che per una volta ricambi l’invito e non faccia finta di non conoscerti quando gli conviene.
Giusi, di suo, aveva pochi soldi in tasca, e li ha investiti con persone che ne avevano meno di lei. E a un certo punto, quasi subito ma molto lentamente, si è ritrovata in bolletta, in senso energetico. Non ha trovato nessuno che le abbia offerto da bere, per dire. E sto parlando di amore. Questa sensazione capita spesso nella vita delle persone. E c’è chi beve a sbafo, ed è sempre ubriaco. C’è chi non beve perché non se lo può permettere. C’è chi beve con giudizio o solo al fine-settimana. C’è chi beve e non gli fa effetto e ci sono quelli ai quali bastano due gocce. E c’è addirittura chi è astemio e trova altre modalità per andare. O per restare.
Detta così sembra una questione di ragioneria. Il casino è che si tratta del cuore, diciamo il meno adatto a fare conti precisi, specie in termini di convenienza.

19. Da chi o da cosa Pier Paolo Sciola ha preso spunto per la realizzazione di questa storia? Mi chiedo: nella realtà esiste veramente una donna che h dovuto vivere e affrontare tutte queste problematiche? Inoltre: l’autore ha proposto questa storia con quale scopo? Spronarci, impaurirci o ancora per farci capire che alla fine vi è sempre la possibilità di trovare un motivo per il quale vivere la vita serenamente? Poi: nel rapporto con il figlio non trova che Giusi sia stata troppo permissiva e che un comportamento più autoritario come genitore forse avrebbe portato Ilio a rispettarla di più? Che parere ha l’autore neo confronti della protagonista? Cosa ha provato nel descrivere tutte le vicende? ((Noemi Cavaliere a nome della quarta A Programmatori)

R: Non si sa mai da dove arrivi la pulsione a scrivere. Anch’io talvolta mi chiedo da dove mi sia venuta la forza e la costanza, spalmata in un paio d’anni, per raccontare questa storia. È un mistero anche per me. Fatto sta che la storia è qui. Reale e concreta dentro la sua piccola cornice. E non aveva nessun intento pedagogico. Nemmeno quello di spaventare qualcuno. Semmai di offrire la possibilità a chi l’avesse letta di farsi un piccolo viaggio dentro esistenze altrimenti poco praticabili, direi per fortuna. Graham Greene diceva che il compito della letteratura è quello di rendere simpatiche e accessibili al sentire comune realtà di persone che altrimenti non avrebbero diritto a questa accessibilità e a questa simpatia. In altri termini, significa dare voce a persone ai margini le quali di solito non hanno diritto d’udienza al cospetto di nessuno, men che meno dalle persone accorte e perfettamente integrate. Ecco, se lui avesse potuto scrivere una dichiarazione della sua poetica, ovvero dei temi affrontati dai suoi libri, credo avrebbe potuto titolarla a ragione “I disintegrati’. E qui ci sarebbe tutta una storia da fare circa i motivi che riescono a tenerci insieme, come esseri umani, e per contrasto delle forze che agiscono per spappolarci, per spararci a raggiera verso l’universo mondo come un piccolo big-bang. Sono due forze opposte che ciascun uomo avverte. Espansione e ritenzione, spreco e organizzazione, esplosione e implosione. In fondo si tratta dell’utilizzo della propria energia. Si tratta di ‘passare il tempo’. E ciascuno, legittimamente, lo passa a modo suo. Ma chi ci interessa veramente, e di questo parlava Greene, sono coloro che non si assoggettano facilmente ai dogmi imposti, coloro che resistono e si ritagliano uno spazio coraggioso, posto che saranno sempre e solitamente considerate persone ai limiti dell’esistenza per avere avuto il coraggio di varcare soglie altrimenti proibite.
Mentre scrivevo non provavo niente nei confronti dei personaggi, se non un vago senso di pietà, insieme alla consapevolezza che, ciascuno per il suo, non avrebbe potuto agire o comportarsi altrimenti. Pietà per l’ingranaggio che ci porta a essere quello che forse non siamo, a ubbidire a delle leggi che non abbiamo sottoscritto, a vivere una vita limitata nella quale i legami che dovrebbero renderci liberi finiscono poi per ingabbiarci e renderci infelici. In fondo ricopriamo ruoli precostituiti e indossiamo maschere. Difficile trovare uomini veramente liberi. Anche perché il prezzo della libertà ci spaventa, e allora è meglio rifugiarsi nel conosciuto, battere in ritirata o non affacciare il naso nello spiraglio della porta appena socchiusa.

20. Mi piacerebbe sapere da cosa sorge l’idea di scrivere un libro che tratta i più importanti temi sociali. (Francesca Riccio (quarta D Programmatori)

R: In realtà nessuno parte a scrivere avendo in mente di illustrare un discorso o di affrontare temi precisi e predefiniti. Si cerca di parlare di persone e di raccontare una storia. Se si vogliono affrontare coscientemente i temi sociali, e se ne ha la capacità, si opta per un saggio, si studia, si elaborano statistiche e si traggono conclusioni. È solo che parlando onestamente degli uomini, i temi sociali cui ti riferisci finiscono immancabilmente per fare capolino, per entrare in scena di straforo. Del resto basta aprire un telegiornale per rendersi conto della gravità della nostra condizione umana. Ciò che rende diversa la letteratura è che la letteratura è cieca. La letteratura è un cieco che riesce ad aprirti gli occhi facendoti viaggiare dal di dentro. C’è un racconto mirabile di Carver, ‘Cattedrale’, che illustra benissimo questo stato d’animo. La meraviglia di chi non riesce a vedere aldilà del proprio naso eppure cerca di fare, di costruire, di mettersi in gioco. Che è una splendida metafora dell’umanità e della letteratura.

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