Alessandra Palombo
Casalinghe ignoranti: mia suocera

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Titolo Casalinghe ignoranti: mia suocera
Autore Alessandra Palombo
Genere Racconti Brevi      
Dedicato a
a Ross
Pubblicata il 06/09/2006
Visite 5501
Punteggio Lettori 70
Note Scritto e postato. Non lavorato.



Ricordo ancora la zuppiera con gli gnocchi di patate che mia suocera posò sul tavolo.
Uscì fuori da un canovaccio di cotone robusto, bordato di rosso.
Era di plastica bianca, coperta da un piatto piano.
Nella casa di riposo dove lavorava , il personale era autorizzato a portarsi a casa le porzioni intatte che non potevano essere servite il giorno dopo agli ospiti.
Gli gnocchi venivano da lì, da un ospizio in cui era in servizio un’ottima cuoca, che, a detta del paese, era imbattibile in cucina.
Quella sera quindi, oltre al solito fagotto per il pastore tedesco e i tre gatti, la mia cara suocera portò a casa la cena già pronta.
Dopo aver sfamato gli animali con ossa, avanzi di pasta e tocchi di pane con i quali aveva ripulito le pentole, apparecchiò .
Secondo lei gli gnocchi erano abbondanti per cui decise che dopo il primo piatto avremmo mangiato un po’ d’affettato e del formaggio. E così fu.
Mangiammo affettato, dell’ottimo prosciutto toscano, e del pecorino.
Gli gnocchi no. Finirono nella ciotola del cane.
Tolto il piatto usato come coperchio, era apparso un ammasso colloso e rosato , simile a un impasto per pizza troppo sodo, sopra il quale spiccava il rosso del ragù di carne.
Il tutto era immangiabile, ma non per Libeccio, il cane che ripulì con la lingua ogni parte della ciotola e la fece tornare come nuova.
Mia suocera si era dimenticata di girare gli gnocchi prima di mettere un piatto sulla zuppiera , legarla bene e portala a casa.
Quel giorno mi fu chiaro che era imbranata in cucina, però, ancora non sapevo fino a che punto.
Mi sposai e come tutte le suocere, ritenendosi indispensabile per i figli, non perdeva occasione per piazzarsi in casa.
Io lavoravo, lei era in pensione e… per i nipoti i nonni danno il massimo.
I bimbi mangiavano all’asilo sino al venerdì. Di sabato lei non veniva ad aiutarmi. Era il mio giorno libero e si sa che le donne sono forti, lavorano trentasei ore la settimana e badano pure alla casa. I maschi invece, poverini, sono meno temprati. A mio marito diciotto ore d’insegnamento lo stendono ko e lui , a detta di mia suocera, era stanco il sabato, io no.
Lasciando perdere le solite beghe tra donne unite allo stesso uomo, anche se per vie diverse, mi ero diciamo rassegnata, per la pace in famiglia, ad averla tra i piedi. Mi consolava il pensiero che, rientrando dal lavoro, trovavo  il pranzo in tavola, anche se non si trattava di manicaretti cucinati da mani esperte.
Preparava le minestre con le verdure di campo che, devo riconoscere, erano molto buone. Qualche piatto tipico della sua generazione infatti lo sapeva cucinare, ma quelli, per modo di dire, più moderni proprio no.
Fu così che quando mi regalarono dei costosi tortellini al tartufo nemmeno la mia bassottina si degnò di assaggiarli.
Che era successo? Non li aveva cotti, ma solo conditi. Crudi. Senza bollirli. Aveva tagliato il sacchetto sottovuoto, li aveva posti in una pentola assieme alla panna, girati, scaldati e poi serviti.
So che pensate. Che non doveva essere tanto normale. Invece sì. Aveva svolto con competenza , ottenendo numerose gratificazioni economiche e morali, il suo lavoro di segretaria, sapeva cucire e rattoppare, anche pulire se vogliamo, tuttavia la cucina non faceva per lei.
Si giustificava spiegando che in casa sua , quando era giovane, erano in tre donne, sua madre che curava la campagna, la sorella che pensava alla casa e lei che lavorava. Per non intralciare il traffico domestico aveva lasciato, a suo tempo, che la sorella prendesse in mano le redini della cucina. Con loro vivevano mio suocero e due figli. Anche la nonna, se il brutto tempo le impediva di andare nei campi, cucinava, come quella volta che acciuffò il piccione che si era posato sul davanzale.
Gli tirò il collo e preparò un bel sugo per le tagliatelle all’uovo. Soltanto che non sapeva che il genero, mio suocero, aveva ammaestrato il piccione mettendo fuor di finestra , tutte le mattine, delle briciole di pane.
Ecco, immaginatevi voi, che avete buona fantasia, la faccia di mio suocero quando seppe che il suo amato piccione stava a pezzettini nel piatto…ma tornando alla moglie, cioè a mia suocera, ne ha cucinate tante, ma una fu proprio particolare.
Ero parecchio stanca, la giornata lavorativa era stata stressante e mi ero raccomandata con lei perché preparasse quel bel pezzo di arrosto che era in frigo. La sera precedente non avevo avuto tempo per cucinarlo e mi dispiaceva se fosse andato a male.
Dopo l’esperienza avuta con i tortellini, le avevo spiegato per filo e per segno cosa doveva fare e con quali erbe del giardino avrebbe dovuto aromatizzarlo.
Ero tranquilla quando misi in bocca il primo boccone che aveva uno strano sapore.
Cosa poteva essere?
“Anna, come lo ha cucinato?”
“ Ho seguito tutte le tue istruzioni: l’ho legato forte, poi con il coltello l’ho bucato e vi ho messo l’aglio e le erbe”
Assaggiai il secondo boccone. Il sapore era sempre strano.
Mio marito mangiava tranquillo. Pensavo a una suggestione mia, tuttavia mi venne da chiederle quali erbe aveva usato.
“ Quelle che mi hai detto: salvia e rosmarino”
Il rosmarino lo conosceva , ne ero sicura, ma la salvia?
“ Mi faccia un po’ vedere , per favore, dove ha preso la salvia.”
Uscimmo in giardino e m’indicò la lavanda!
Ecco, il sapore strano veniva da lì!
Presi il telefono e chiamai Roberto, il medico di famiglia.
“ Roberto scusa la lavanda è velenosa?”
“ Che ti sei attaccata al dopobarba?”
“ Non scherzare, parlo della pianta di lavanda”
“ Ah! Non lo so. Se avverti delle reazioni cutanee telefonami e vediamo.”
“ Grazie. Ciao”
Tornai in cucina presi l’arrosto, lo sciacquai con l’acqua della bottiglia minerale, poi lo rosolai nell’olio nuovo e provai a assaggiarlo. Era mangiabile. Quella volta gli animali di casa si sarebbero dovuti accontentare delle scatolette.







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