Carlo Menzinger
Ansia Assassina - 2

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Titolo Ansia Assassina - 2
L’assassino è dentro di noi - Laura
Autore Carlo Menzinger
Genere Narrativa - Romanzo      
Dedicato a
agli ansiosi
Pubblicata il 15/10/2006
Visite 6485
Punteggio Lettori 109
Note Ecco il secondo capitolo di Ansia Assassina...

2- Laura

Michele e Laura si erano lasciati a mezzanotte. I genitori di Laura non le permettevano di rientrare più tardi e lei, anche questa volta, era stata rispettosa delle regole casalinghe.

Michele aveva parcheggiato la Panda sotto casa e con un ultimo lungo bacio l’aveva salutata. Più che un bacio era il stato il loro solito avviluppamento polipesco con risucchio oceanico dalle profondità intestinali.

Erano stati al cinema. Un cinema all’aperto. Un’arena estiva. Venticello moderato da nord est a mitigare la detestabile calura urbana. A volte Laura si diceva che non aveva molto senso andare al cinema, quando a casa si ha un megaschermo al plasma con dolby surround e lettore DVD e un’interminabile collezione di film da spararsi in faccia. In fondo però le faceva piacere andarci. Soprattutto quando era con Michele. Era un’occasione per stare lontani dalle famiglie e persino dagli amici. C’era gente attorno ma era quasi come essere soli, lei e lui. L’avviluppamento polipesco aveva inizio lì. Più timidamente. Più rispettosamente. Con un semplice braccio sulla spalla e labbro sulle labbra. Lingua su lingua, magari. Mano che scivola sulla coscia – troppo su…un brivido, un arretramento… e poi si fa finta di guardare lo schermo. Il film. Per un po’ lo guardavano, poi l’irresistibile attrazione delle loro labbra costringeva le teste a girarsi l’una verso l’altra e il bacio ricominciava. Tardo adolescenziale.

D’estate era piacevole guardare un film sotto le stelle, nell’aria finalmente fresca della notte, quando le arene proiettavano film già passati nelle sale durante l’inverno. Quello che avevano appena visto, infatti, quando era uscito qualche mese prima, l’avevano perso. Laura avrebbe voluto vederlo allora ma poi era andato fuori programmazione troppo in fretta. Ormai i film restavano nelle sale troppo poco. Se non vedevi una pellicola la prima settimana, quando usciva, spesso dovevi aspettare che vendessero il DVD. Oppure scaricarlo dal web. Certi marocchini però (nessuno di loro veniva dal Marocco ma li chiamavano così) erano in grado di farti avere il DVD mentre il film era ancora nelle sale. Roba piratata, ovviamente. I pirati ormai son fatti così. E dire che c’è ancora chi li immagina con l’uncino e la benda sull’occhio. Ora invece sono poveri diavoli che si aggirano smarriti in paesi troppo lontani dal loro cuore.

Mentre saliva con l’ascensore Laura ripensava alle scene. Era riuscita a seguire quasi tutto il film, anche se a volte con la coda dell’occhio, mentre la sua bocca veniva risucchiata nell’intestino di Michele. Era stato bello. Alcune immagini le ronzavano e giravano in testa come zanzare in camera da letto. Quella donna, così decisa. Quel loro amore così forte…

Andò subito a dormire. I suoi l’aspettavano svegli. Diede loro un veloce e casto bacio e andò in bagno. Si tolse velocemente il trucco leggero che si era accuratamente messa poche ore prima. O meglio lavò via quel che la lingua di Michele non aveva già lavato. Si mise un pigiama leggero, con le spalline sottili ed un pantaloncino svolazzante. Inutilmente sexy. Quando s’infilò sotto le coperte, sentì che i suoi già dormivano. Li sentiva respirare. Quasi russare. Respiro pesante d’anni, da vecchi cinquantenni. Lasciò che i fotogrammi del film le scorressero nella mente assieme alla sensazione dei baci di Michele e si addormentò dolcemente in un sogno umido e rinfrescante.

 

Era notte fonda quando si svegliò all’improvviso. Non c’erano stati rumori – le pareva - ma qualcosa l’aveva fatta svegliare e ora si sentiva turbata. La sveglia che proiettava le ore sul soffitto non era ben orientata e non riusciva a leggerla. Allungò la mano verso il comodino e trovò il cellulare in mezzo alle sue solite cianfrusaglie (libro, fazzoletto, lampada, caramelle, bambolina, cartoline, un rossetto consumato, qualcosa di accartocciato e non identificabile). Prese il telefonino per leggerci l’ora. Vide subito che erano arrivati dei messaggi. Erano della madre di Michele. Strano. Non le aveva mai mandato degli SMS. Si conoscevano. L’aveva incontrata. Qualche volta era anche rimasta a cena da Michele ma non erano certo “in contatto”. La signora cucinava bene. Le aveva offerto un sacco di cose. Aveva insistito perché provasse tutto. Ogni volta alla fine del pasto a Laura pareva di scoppiare. Però con la madre di Michele non si sentivano mai, se non quando Laura telefonava al fisso per parlare con Michele e la madre rispondeva. Di solito si salutavano o poco più. Un messaggio da parte sua era una novità. A quell’ora poi! Guardò meglio. Erano stati composti poco prima, alle 4,45 e alle 4,50. Forse era stata la veloce suoneria del SMS in arrivo a svegliarla. Scriverle a quell’ora della notte? Doveva esserci un motivo.

Il primo messaggio diceva: “Sai dov’è Michele?”. Il secondo aggiungeva “Appena ti svegli chiamaci”. Doveva averci pensato dopo, di ricordarle di chiamarla. Questo però rendeva i due messaggi particolarmente urgenti. E ansiogeni.

Il cuore le balzò in gola. Michele non era tornato a casa e i suoi genitori non sapevano dov’era? Com’era possibile. Erano le cinque del mattino. Dov’era stato tutta la notte? Sarebbe dovuto rientrare a casa poco dopo mezzanotte. Accese la luce del comodino e digitò una risposta. Poi provò a chiamare casa di Michele e quindi il cellulare della madre. Non rispondevano. Chiuse la porta e si vestì in silenzio, per non farsi sentire dai suoi genitori. I pensieri le si accavallavano confusamente in testa. “Ma perché i suoi non gli fanno prendere un cellulare suo?” si chiese più volte. Michele era una vita che ne voleva uno. Avrebbe potuto comprarselo con i suoi risparmi ma i suoi non volevano. Non gli avrebbero permesso di usarlo. Michele era stato tentato di prenderlo lo stesso, poi aveva rinunciato. Laura aveva insistito perché convincesse i suoi genitori.

-Mica è un motorino! Non capisco perché ti proibiscano di averne uno. Non è mica pericoloso – gli aveva detto.

 

Altrettanto in silenzio scivolò fuori casa. Le strade erano illuminate solo dai lampioni. L’aria era fresca, un po’ umida. Il caldo insopportabile della giornata era ormai quasi evaporato. Si stava bene anche se c’erano quasi ventotto gradi. Sarebbe stata bene, se non fosse stato per quella preoccupazione. Per quell’ansia che l’aveva presa. Il solo rimedio contro l’ansia è muoversi, reagire, fare qualcosa. Lei si stava muovendo, lo stava cercando, per quanto difficile potesse essere trovare qualcuno in giro per una città. Il suo cuore le diceva che poteva trovarlo. Erano come due calamite. L’avrebbe potuto trovare anche se avesse dovuto cercarlo per tutto il mondo. Potenza dell’amore. Illusione dell’amore.

Dove poteva essere andato Michele? La sola spiegazione che le veniva in mente era che gli fosse capitato qualcosa. Qualcosa di brutto. Decise di seguire, a piedi, il percorso verso casa sua. Sentiva i propri passi rintoccare sull’asfalto come i battiti di un cupo orologio ottocentesco. Di notte quella città deserta le metteva soggezione, se non addirittura paura. Quelle non le parevano le stesse strade che aveva attraversato tante volte. Il pensiero poi che qualcosa fosse potuto capitare, là attorno, a Michele, la preoccupava ancor più. Era come se ci fosse un mostro in agguato dietro ogni angolo. Paure infantili, pensò. Il desiderio di scoprire cosa fosse successo al suo ragazzo la spinse ad andare avanti. Era una ragazza forte. Determinata. Non bastavano dei fantasmi a fermarla.

Stava percorrendo un viale largo ma non troppo illuminato. Camminava tra le auto in sosta lungo il marciapiede e la fila delle case a schiera. C’erano molte auto parcheggiate. Trovare un posteggio sarebbe stato un vero problema. Quasi nessuna delle case del resto aveva un garage. Erano quasi tutte case costruite in un periodo in cui la gente ancora si muoveva a piedi. Nessun costruttore era stato abbastanza lungimirante da prevedere l’incredibile esplosione d’auto che era iniziata nella seconda metà del XX secolo.

 

Quando vide una figura venire verso di lei con passo strano, sentì il suo cuore accelerare. Quell’uomo non sembrava ubriaco ma c’era qualcosa nel suo modo di muoversi che non era normale e l’inquietava. Laura decise di attraversare e cambiare marciapiede. L’uomo però fece lo stesso. Sembrava deciso ad intercettare il suo cammino. La ragazzina non sapeva più cosa fare. Sentiva che se si fosse messa a correre la situazione avrebbe potuto precipitare. Anche gridare non le parve una buona idea. Del resto non c’era nessuno attorno. Le case sembravano muri impenetrabili con finestre pietrificate. Era improbabile che qualcuno s’affacciasse. Fermarsi? Lui l’avrebbe comunque raggiunta. Indietreggiare? L’uomo sembrava sempre più vicino. Aveva l’aria sporca e trasandata. Non era vecchio ma neanche un ragazzino. Anche se non era ancora abbastanza vicino, Laura ebbe l’impressione che puzzasse. Pregiudizio? La ragazza decise che era tutto un parto della sua fantasia (un altro dei mostri dietro l’angolo) e che quell’uomo era perfettamente normale. Se quell’individuo aveva attraversato, l’aveva fatto per ragioni sue, che nulla avevano a che fare con lei. Doveva essere un fornaio che andava a fare il pane, cercò di credere. Laura continuò a camminare. L’uomo ondeggiante continuò a camminare. Le loro vite si sfiorarono.

L’uomo ondeggiante le sorrise. Quel sorriso alieno la spaventò ma Laura gli rispose, alzando il bordo della bocca. Stentatamente. L’uomo parve inciampare. Parve. Scivolò verso di lei. Qualcosa lampeggiò nella sua mano sinistra. “E’ mancino” pensò Laura. La cosa non era rilevante, lo sapeva, ma in quel momento le parve l’informazione più importante che avesse su quell’uomo. Un uomo ondeggiante e mancino. Un uomo sporco. Un uomo che reggeva qualcosa nella mano sinistra. Qualcosa di lucido, che luccicava leggermente alla luce dei lampioni. Un coltello.

La paura. Una fredda paura la prese. Un attimo solo. Una paura che non ebbe il tempo di prendere forma, una paura che non ebbe il tempo di rispecchiarsi in se stessa e riconoscersi. Una paura gelida. Una paura immediata che le ghiacciò il sangue. L’ineluttabile. L’ineluttabile era lì. Ad attenderla. Su quella strada vuota. Nella mano di un uomo mancino ondeggiante. Il destino in forma di coltello.

Qualcosa di gelido e bruciante si piantò nel petto della ragazza. Sentì l’anima sgorgarle via, in rivoli densi e rossi. Un gemito. Un soffio a bocca spalancata.

La ragazzina sentì che la sua vita finiva quel giorno (come cantava De André, riuscì a pensare con una certa ironia). Per il tiro mancino di un sorriso alieno dal passo ondeggiante. Null’altro sapeva di quella morte improvvisa che la sorprendeva per strada. Inattesa.

L’uomo sorrideva. Alieno. Si raddrizzò. Riprese il suo cammino ondeggiante.

Un uccello girava in cielo su di loro. Girava.

La ragazzina cadde in ginocchio e poi faccia in giù. La lama, schiacciata violentemente contro il pavimento, girando, le si conficcò ancor più nel cuore. La debole luce della notte si spense per sempre nei suoi occhi. La strada era vuota. C’erano solo un uomo ondeggiante che sorrideva ed una ragazzina distesa a terra. Una ragazzina che non avrebbe mai più sorriso.

Un grande silenzio. Solo dei passi un po’ strascicati.

Un silenzio strano per una città.

(continua)

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