Franco Lucà
FolkClub

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Titolo FolkClub
da Cantacronache a Maison Musique passando per l’Italia
Autore Franco Lucà
Genere Musica      
Pubblicata il 24/10/2006
Visite 29056
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Spazioautori  N.  100
ISBN 9788873881001
Pagine 412
Note Allegato CD-ROM Musicarium 1, primo di 12 della collana Ethnie del CREL dedicata agli strumenti della musica tradizionale internazionale. Fotografie, filmati, notizie storiche, brani sonori in un affascinante ed istruttivo viaggio nella musica folk
Prezzo Libro 30,00 € PayPal

Il libro nasce a commento della raggiunta maggiore età del FolkClub di Torino. Nel tracciarne il canovaccio, però, non ho potuto fare a meno di considerare quanto la sua nascita sia stata sussidiaria ad una serie d’eventi concatenati che giustificano una progressiva metamorfosi della musica folk nell’Italia del dopoguerra. Fatti apparentemente scollati e dispersi sull’intero territorio, appuntati su un diagramma che ha per coordinate il tempo e i personaggi, tracciano una linea ascendente di costante crescita che chiarisce e giustifica l’impennata e la controtendenza di un processo in evoluzione. Attraverso l’analisi dei fatti, dei momenti e dei personaggi, ho rivisitato la rinascita della musica folk italiana maturata negli ultimi cinquant’anni, durante i quali il FolkClub ha recitato un’importante parte di co-protagonista in un copione che annovera grandi personalismi. L’analisi di tanto protagonismo consente di giustificare la longeva persistenza del Club e di inserirlo nella giusta casella d’appartenenza. Tutto si avvicenda al di fuori di una mente unica, di un’accorta regia e straordinariamente tutto si dipana autonomamente. Personaggi che non si conoscono si ritrovano attori dello stesso sceneggiato, orfano d’autore. Nell’analisi del percorso evolutivo nazionale registrato dalla musica folk emerge la persistenza e l’ostinazione di Torino. Dalla fine degli anni Cinquanta una serie di eventi, di seguito descritti, evidenziano i tanti gradini di una scala immaginaria in cima alla quale il folk è faticosamente salito, partendo dagli scantinati in cui stagnava. In tale ascesa, Torino non solo è stata compartecipe, ma ha svolto un ruolo primario. Basta scorrere date e fatti per rendersi conto non solo di quanto è stato prodotto, ma quanto questa stessa città è riuscita a mantenere e ad esaltare, invertendo quella tendenza, che è anche leggenda metropolitana, che la vuole capace di inventare ed incapace di conservare.Un solo sggerimento alla lettura. Le pagine che seguono snocciolano molti nomi, date, luoghi che potrebbero sembrare nozionistici ma che invece vale la pena di leggere. Essi rivelano personaggi e fatti che si rincorrono, si accavallano e non sono mai solamente occasionali. Se davvero manca una regia al cammino del folk nel dopoguerra è anche vero che esso si dispiega in una fortunata autonomia fatta sì di molta improvvisazione, ma anche ricca di personaggi ostinati.













 

Il volume contiene più di 140 immagini a colori e bianconero














 














 

F. L.

1. Virus

… alcune cose appaiono chiare lentamente, faticosamente si assimilano e solo con il tempo si riproducono…

Nel mio caso ci sono voluti dieci anni.
Mi riferisco al periodo trascorso a suonare musica folk nei club e nei festival d’Europa. Questi ultimi sono gli ambiti nei quali, negli anni Settanta, la musica ‘extracolta’ (termine razzista tuttora in uso) ha qualche possibilità di emergere rispetto alle canoniche pecoraggini televisive e alle già allora insopportabili sagre paesane e fiere di piazza.
Durante quegli anni appunto, a metà servizio tra le perizie per conto delle assicurazioni e le imperizie musicali, tra un lavoro remunerativo ma non amato e un amatissimo impegno semigratuito, molti fatti, quotidianamente vissuti, si accumulano nella mia mente: materiale grezzo in attesa di essere lavorato. Avviene una sorta di fecondazione, anche inconscia, di alcuni virus sconosciuti legati alla musica che, a distanza di anni, genereranno nuove idee, un po’ avventate e un po’ pionieristiche, per buona parte realizzate, fortunatamente.
Scrivo ‘imperizie musicali’ perché riferito alla mia precaria preparazione musicale, fatta più d’orecchio e di spontaneità che di studi classici. Sono gli anni in cui per noi musicisti artigiani è importante il contenuto del messaggio musicale e non l’essere dei virtuosi strumentisti.
Imparo a cantare, e con il trascorrere degli anni e dei concerti maturo una discreta tecnica vocale che mi permette di trovare, con buona improvvisazione, diverse voci d’appoggio alla melodia. Così il canto diventa gioco e mi avventuro per terze, quarte, bordoni.
Faccio parte per dieci anni, fin dalla sua fondazione nel 1973, del gruppo Cantovivo, che vanta un ricco repertorio di canti tradizionali, sociali, politici, nazionali e internazionali: è la straordinaria e sgangherata diligenza che mi consente di percorrere migliaia di chilometri in una prateria sconosciuta, allora terra di frontiera.
I brani sono legati inizialmente ai canti tradizionali del mondo contadino, al succedersi delle stagioni e degli eventi della vita (infanzia, innamoramento, matrimonio, famiglia, lavoro, morte). Vengono poi i canti socialmente più impegnati, d’emigrazione, di protesta e di rivendicazione, di guerra, della Resistenza.
In ultimo, i canti internazionalisti della lotta dei popoli contro l’oppressione, la dittatura, il fascismo e a favore della conquista dei diritti civili elementari (Spagna, Cile, Bolivia, Nicaragua, Argentina, Ango-la, Usa, Algeria, Portogallo, Uruguay, Vietnam, ecc...).
Scrigno di conoscenza e scuola di apprendistato sono gli anziani.
Dagli anziani e con gli anziani, durante le cene del dopoconcerto nelle sparse osterie del Piemonte o nelle tavolate dei festival d’autofinanziamento del Partito Comunista Italiano, imparo a condividere tempo, storie, canti e vino. Imparo a comprendere e rispettare i labili congegni legati all’opportunità di inserirsi nel loro libero cantare, di invadere le loro consuetudini, di disturbare la loro rituale comunicazione.
Apprendo nuovi canti, fatti oscuri, lampi d’insospettate vite parallele, squarci di avventura.
È il periodo d’oro.
Si rientra a casa alle luci dell’alba con le contorsioni allo stomaco per l’alimentazione approssimativa e la serenità negli occhi per il vissuto, guidando sconclusionati furgoni nei quali noi, compagni di ventura, si continua a suonare, a cantare, a bere, a litigare, a far progetti.
Alcuni di noi hanno anche un lavoro, altro e ufficiale, così si passa direttamente dal furgone alla cattedra, alla palestra, allo studio, al negozio, con le borse sotto braccio e sotto gli occhi.
Tutto il resto a seguire: i rapporti sentimentali, la famiglia, il lavoro, gli amici, il sesso, il cinema, il teatro, le feste, i compleanni; su ogni cosa ha precedenza la musica e ogni cosa ad essa succede…
Può sembrare estremo, anzi lo è.
Si canta per gli operai in una fabbrica occupata d’Andenzeno in cambio di un mazzo di cardi e qualche sera dopo in Piazza San Carlo a Torino davanti a migliaia di compagni. Si dorme sui materassi messi a terra nei mulini di Germania trasformati in pub e nel romantico hotel di Glasgow con la tanica di birra ai piedi del letto. Si passa dagli spaghetti caserecci, spadellati a notte fonda nelle cucine delle compagne, alle improponibili grasse e stomachevoli cotolette dei ristoranti svizzeri che alle undici di sera chiudono stomaci e battenti. Si condivide una maternità alle cinque del mattino, ospiti nella casa di una comune di studenti a Salisburgo (la giovanissima partoriente ha ballato tutta la sera al nostro concerto e all’alba noi, uomini del gruppo, sembriamo cinque classici padri che fanno lo struscio in sala d’attesa), o si è coinvolti in sfrontati ma dialettici e politici tradimenti di coppia. Si canta per la vittoria del divorzio, per la vittoria del PCI, per l’aborto, per il Primo Maggio, per il Venticinque Aprile, per l’Otto Marzo. Si cantano la gioia e il dolore, la vita e la morte, la festa e la rabbia in centinaia di manifestazioni di solidarietà.
Non ci sono limiti ai sentimenti umani e alle loro più franche e sfacciate manifestazioni: lacrime e risa, pugni e abbracci, odio e amore. Le notti servono a mangiare e bere, cantare canzoni, raccontare storie, discutere, insultare, tacere, violentare i sensi, crescere e un po’ servono anche a morire.

Le centinaia di concerti tenuti in Germania, Francia, Scozia, Austria e Svizzera, nei vecchi mulini, nelle fattorie, nelle gasthaus, nei teatri liberty, negli Auditorium classici, nelle università, nelle chiese, nei giardini d’inverno, insomma in una baraonda di strutture molto diverse tra loro e pesantemente improbabili per noi italiani, sono cascate di suggerimenti, sorprese, sensazioni e suggestioni a ciclo continuo.
Come evitare i confronti con le realtà di casa, con i nostri roboanti palasport, con le fatiscenti sale cinematografiche prestate prima al varietà e poi alla musica, con le improvvisate strutture degli oratori avviati al tramonto? Come giostrarsi, senza cedere allo sconforto, tra le vecchie trombe degli impianti d’amplificazione dei Festival de l’Unità e i potentissimi microfoni Neumann della televisione tedesca? E ancora, come confrontarsi con le spietate e teutoniche organizzazioni d’oltralpe, abituati come siamo ad un miracoloso quanto deprimente ‘fai da te’?
Il continuo passare dalle realtà impegnate e traballanti di un’imberbe cultura musicale italiana, in rapida trasformazione, alle situazioni efficienti e consolidate, anche se meno passionali, delle altre culture europee, è sì fonte di smarrimento, ma anche di continue sollecitazioni.
Sono proprio queste altalenanti situazioni a maturare il progetto FolkClub e a tracciarne le peculiarità quando nel 1983, anno in cui lascio Cantovivo, decido di avventurarmi in una nuova dimensione: non più attore di musica ma suo produttore.

“Il meritorio FolkClub di Torino, luogo di concerti non noiosi e rigorosi, sconosciuto ai commercianti di fuffa.”  Marinella Venegoni – La Stampa (17/11/01)

“Il calendario è incredibilmente denso e prevede partecipazioni italiane e internazionali. Una roba da far tremare i polsi ai grandi teatri sovvenzionati. Che non tutto sia perduto davvero? Che esista ancora una alternativa al binomio televisione - musica catarro (la definizione è di Moni Ovadia)? Uscendo dal FolkClub, l’altra sera, avevo proprio l’impressione di sì.”  Leoncarlo Settimelli – L’Unità (28/11/01)

“Chi cerca qualità schiette si rivolga piuttosto al FolkClub.” Alberto Campo – la Repubblica (18/11/02)

“Perché l’anima qui è tutto, altrimenti questa storia non la spieghi. Il numero di persone che può accogliere il Club non giustificherebbe l’esistenza di una impresa in nessun paese del mondo; né le scelte artistiche hanno mai badato alle tendenze imperanti. Al contrario il FolkClub dissimula. Avrebbe potuto cavalcare il boom della world music, cambiare nome, fare ‘tendenza’. Invece no. E’ rimasto ‘Folk’, e basta. Un nome magari demodé, ma una certezza in città. Dallo Zimbabwe, dalle Langhe, dal Mozambico, dalla California e dall’India vengono a suonare qui. Dove un ragazzo sulla porta spulcia la lista e il maestro di cerimonia assegna i posti. Da dieci anni, per chissà quanti altri.” Paolo Ferrari – La Stampa (17/5/98)

“Una leggenda vuole che ci siano musicisti e cantanti di primo piano che pur di esibirsi nella piccola sala di Via Perrone, dove non trovano mai posto più di duecento persone, accettino persino una riduzione del cachet.”  Ansa (7/4/03)

“è tuttavia nel minuscolo scantinato della sua sede che il FolkClub ha potuto costruirsi l’eccellente reputazione di cui gode tra gli appassionati di musica popolare e dei tanti musicisti italiani e stranieri che hanno avuto l’opportunità di calcare la sua pedana. Fra quelle pareti ormai intrise di suoni provenienti da ogni parte del mondo, infatti, l’osmosi fra spettatori e artisti è non solo frequente, ma addirittura inevitabile, tanto da dare ogni volta agli uni e agli altri la precisa sensazione di partecipare ad un evento speciale e anche per questo irripetibile.”  Elio Bussolino – la Repubblica (10/10/99)

“Un manuale della world music sotto forma di persone in carne e ossa, strumenti artigianali, serate stipate, prenotazioni a getto continuo e un rapporto diretto con gli artisti che li induce a tornare sempre volentieri. Tutto certificato dal Premio Tenco, che nel 2000 veniva assegnato allo stesso Lucà per l’organizzazione culturale. Una bella storia che colloca Torino al vertice della musica popolare in Europa.” Paolo Ferrari – Torinosette (15/4/03)

“Undici anni senza cambiare idea: e una volta tanto la coerenza premia chi ha voluto e saputo affrontare un’impresa difficile- forse dovremmo scrivere “disperata”- come può essere dar vita a Torino a un posto quale il FolkClub, dove la musica di qualità è finalmente padrona.”  Gabriele Ferraris – La Stampa (2/10/98)

“Uno si chiede se i torinesi (…) sappiano che esiste un FolkClub dove ogni settimana passano artisti da sballo.”  Gabriele Ferraris – La Stampa (13/5/99)

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