Maldola Rigacci
SENSUALITA´

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Titolo SENSUALITA´
E´ un pò primavera...
Autore Maldola Rigacci
Genere Narrativa      
Dedicato a
me stessa e ovviamente alla vita che nella sensualità ha uno dei suoi trionfi
Pubblicata il 01/03/2007
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Punteggio Lettori 120
Note Però mica sono sicura che sia narrativa!
Non fu la prima volta che tradizionalmente si intende, quella in cui un lui più o meno amato o desiderato prese, come si suol dire, il fiore della mia verginità. Oh, su quella avrei da fare anche qualche risata. Ma fu la prima volta che la sensualità mi catturò come una belva in caccia e io mi conobbi e guardai nel pozzo più profondo della mia femminilità e non m’impaurii,anzi, una leggerezza
di vivere mi sfiorò come una cicala lieta di cantare e morire nella calura
Ancor oggi non sopporto che mi si metta le mani nei capelli, odio il parrucchiere, la mia capigliatura è come un’essenza di me, che custodisco gelosamente. Non sapevo fino ad allora perché.
Fu quando, durante l’amore, mi attorcigliò i capelli e mi tirò indietro la testa per potermi baciare meglio sul collo e sulla bocca socchiusa da quella leggera pressione che mi salì un urlo leggero come di sorpresa per una voglia d’abbandono violento al suo polso; allora riconobbi che raramente qualcuno m’avrebbe veramente avuta senza quel gesto.
Un’antica, feroce voglia di sottomissione e ribellione mi scosse il ventre, dove il desiderio stilettò per una necessità senza requie.Ricordo che divenni una polla d’acqua tiepida e mi vergognai di quello stato tanto apertamente dichiarato di donna vogliosa.
Ricordo bene che scossi la testa, a liberarmi da quella stretta, non subito, no, non subito, dopo un po’, tanto per salvare la decenza e, come sempre,quasi in antipatia verso chi mi sfiorava i capelli, gettai qua e là il mio biondo luminoso con scatti secchi da cavallino bizzoso.
Quando i nostri tamburi smisero di suonare e il trillo del colibrì svaporò da quello stato di rosa conficcata, mi ruzzolai veloce giù dal letto e mi guardai subito allo specchio.Lo faccio spesso, perché il volto dell’amore mi sorprende sempre. Il chiarore del biondo non luccicava nella penombra, sembrava avessi cambiato quasi colore, ero bruna e oscura come il pozzo a cui mi ero affacciata, piena di voglie strane, che temevo di non esprimere mai e un tremore nelle braccia mi diceva con che forza e tensione mi fossi avvinghiata a lui.Era ancora estate, un’estate lenta ad andarsene, già quasi con i colori d’autunno.
Mi buttai addosso una vestaglietta arancione e mi accoccolai fra le sue gambe.Stava silenzioso e pareva non guardarmi neanche, ma la sua mano prese ad accarezzarmi i capelli e poi d’un tratto, con un movimento veloce, una zampata quasi, li attorcigliò di nuovo e mi tirò la testa indietro, ma dolcemente, come volesse solo guardare il collo e la spalla un po’bagnata ancora di sudore.
Poi lasciò andare la piccola matassa di capelli, per riannodarla di nuovo, ma tenne in mano il nodo e il pugno si serrò a coppa intorno a quell’improvvisato chignon, non mi tirò indietro la testa, fui io a muoverla cercando di farmi nido in mezzo alle ciocche, come se volessi entrare tutta in quella mano, fui io, come a dirgli guardami, questo credo sia lo sguardo che ti mostro nel piacere. Lo invitavo. Lo desideravo. Ma lui prese a parlare, la sua voce bassa, la sua voce dei momenti seri e solenni.Diceva che cercava l’anima delle sue donne nei capelli, quell’anima che non gli donavano mai.Diceva che quei fili sottili e lucenti portavano diretti nelle pieghe più nascoste, quelle che non si rivelano, neanche nel farneticare di un orgasmo con le nuvole nella gola e ogni poro della pelle a recitare orazioni solo fra le cosce.
Diceva…non so cosa diceva, no, non è che non ricordo, è che non lo ascoltavo.
Ero raccolta nella sua mano, tutta lì, a scrollargli l’anima, perché la prendesse, me la togliesse pure e mi lasciasse essere solo tatto e olfatto e sudore.
Ero in quella mano forte che mi raccoglieva i capelli e lungo quella mano il suono della voce scivolava fra i seni, correva per la schiena arcuata, le braccia abbandonate, il sesso che pulsava come una luna impazzita.Mi sentivo penetrata attraverso quel pugno stretto e quella voce più che se mi avesse schiuso il ventre e i capelli mi portavano il suo calore fino a bruciarmi le tempie d’una febbre di bimba che si struscia a lenzuola bianche bianche e sogna l’uomo.
Non so se mi vide nell’anima, ma ti prego, ti prego, pensai, prendimi ora che potrei essere farfalla, veleno, roccia scura, lava in cammino,pane cotto con legna d’olivo,ortica, foglia che cade, gemma nella neve, qualsiasi cosa, qualsiasi cosa, meno che una ragazza normale con un piccolo destino in un letto sfatto da un domestico piacere.
E la sua mano annodava e snodava i capelli ormai intrisi di piccole gocce golose e la sua voce galleggiava sull’oceano come una rosa purpurea ed io mi sentivo bella ed offerta in un languore che solo lui evocava come un mago con una ninfa di una foresta dimenticata. Mi strinsi la vestaglietta sui seni, che non leggesse in un’anima tanto fragile e sfrenata, che non vedesse la marea accecante che mi faceva drizzare i capezzoli, , che non mi sentisse supplicarlo di gettarmi fra i cuscini per essere soltanto piacere.
Mi dicono spesso che i capelli raccolti mi donano, da allora mi affiora sempre un sorriso strano quando mi fanno quel complimento, ma io non li raccolgo quasi mai, perché non si veda sul collo l’orma di quel giorno.

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