Cristina Cardone
Zucchero e cannella

Vedi
Titolo Zucchero e cannella
Autore Cristina Cardone
Genere Narrativa - Romanzo      
Dedicato a
Claudia C.
Pubblicata il 23/04/2007
Visite 11699
Scritta il 26/05/2006  
Punteggio Lettori 127
Editore Liberodiscrivere® edizioni (Studio64 srl Genova)
Collana Spazioautori  N.  8
ISBN 978-88-7388-130-8
Pagine 112
Note Questo brano fa parte del mio romanzo Zucchero e cannella, in uscita per LDS, collana: Ponte di Cerere
Prezzo Libro 10,00 € PayPal

... Ogni cosa, nel libro, non soltanto gli amplessi, ma anche gli oggetti, i luoghi, il mobilio, gli indumenti, ciò che fa da sfondo ed è culla per i due attori, viene descritta con maniacale minuzia, come in certe opere di Balzac . I paesaggi esotici, il clima umido, il mare, che però qui è benevolo e avvolgente, l’atmosfera generale, ci porta, gradita anche se lievissima, l’eco dei romanzi giovanili di Conrad. Panama fa da scenografia a una vicenda che non è una tradizionale storia d’amore, che non ha un inizio e non ha una fine. Un incontro fra un uomo e una donna che fanno di tutto, ma che, curiosamente e significativamente, non si baciano mai.

Arrivò sulla spiaggia quando i gabbiani disegnavano cerchi bassi, inseguendo gli insetti.

Valzer della sera.

Marco annodava le reti, un passatempo, nel filo di fumo e briciole di tabacco.

Alzò appena lo sguardo, in modo da tenerla nel suo campo visivo.

Non era sorpreso di trovarla lì, incompleta variabilità di un attimo.

Lei aveva i capelli raccolti sul capo, in un’acconciatura scomposta e casuale, il kaftano leggerissimo e bianco sfiorava le caviglie mentre si chinava a raccogliere conchiglie, la risacca bagnava l’orlo facendo sì che il tessuto aderisse alle gambe, ma sembrava non farci caso.

Portò una mano alla fronte, per proteggere gli occhi dal bagliore argenteo di scaglie di sole al tramonto, a galleggiare sul mare.

In lontananza, una vela.



Molto lontana



Mosse un paio di passi e le onde le lambirono i piedi.

Era di spalle.

Lui non poteva vederla, ma i suoi occhi si chiusero a fessura, quasi avvertendo i seni di lei contro il tessuto, turgidi per il contatto con l’acqua.

Era cambiato il vento, ora soffiava verso il mare alzando onde trasparenti di sabbia, a pizzicare la pelle. L’abito leggero aderì al suo corpo, e lui poteva indovinarne la curva delle natiche e l’incavo della schiena, simile alla fenditura di un albero, nel punto in cui le radici si dividono.



All’improvviso si voltò.



Una ciocca di capelli sfuggì dall’acconciatura coprendole il viso.

Lui avrebbe avuto il tempo per abbassare lo sguardo, perché non si accorgesse di quanto fosse turbato.

Margherita scostò un po’ i capelli e i suoi occhi incrociarono quelli di Marco.

Si incamminò piano, tenendo sollevato appena un lembo del vestito, come se lui non fosse altro che una presenza sul suo cammino, inevitabile.

I piedi coperti di sabbia, i capelli ribelli sul viso, a celare la traiettoria del suo sguardo, oltre a lui.

Si inginocchiò a un passo dai piedi di Marco, ad osservare i muscoli del suo petto nudo.

Le braccia.

Le mani.

Le sue dita.



«Oh…» sospirò, notando due polpi adagiati sulla stuoia



Marco le era di fronte e lei sorprese i suoi occhi frugare nella scollatura.

Restò immobile.

Quando l’uomo alzò il viso, lo sguardo entrò di nuovo nel suo.

Senza dire nulla, senza chiedere permesso.



I gabbiani tornavano lanciando richiami, pianto della sera.

Margherita iniziò a raccontare la storia del gabbiano Livingston.

Giocando con le mani.

Lui la osservava trascinato in perpetui voli, la sigaretta ormai consumata, appesa alle labbra.

A un tratto lei si alzò e sorrise facendo cadere la sabbia dal suo vestito, stropicciato di acqua di mare.



«Domani tornerò, e sarai tu a raccontarmi una storia»



Tese una mano per aiutarlo ad alzarsi.

Era quasi buio, ma lui, imbarazzato, rimase fermo di voglia tra le gambe a tradire un turbamento.

Forse lei se ne accorse.

Sicuramente si morse il labbro.

Perse l’equilibrio o cadde in ginocchio. Altrettanto turbata?

Il contatto della sua bocca sul suo sesso era l’attesa ritrovata, la pioggia dopo mesi di arsura, le parole non dette.

Si mosse con dolcezza, accompagnando la carezza della bocca con il ritmo incalzante delle sue dita.

Fino a farlo cadere disteso, a vivere quel piacere, come se fosse l’ultima notte del mondo.

Poi si alzò, lo sguardo tornò sui polpi.



«Oh…» ripeté.



Lei si allontanò verso la riva, raccolse i sandali tenendoli per le stringhe, uncinati al mignolo.

Rimasero solo le orme.

Che la marea nell’abbraccio della luna avrebbe cancellato.

Non piovve.





(Continua...)




“Cantavamo Banana Republic sottovoce,

per non disturbare la notte

seduti sui nostri zaini all’aeroporto di Guanacaste o l’Avana?

Non ha importanza,

eri con me,

in entrambe le vite.

E la radio trasmetteva En el Muelle de San Blas”

 




[…] Eppure, spesso, perfino nei passi più audaci del romanzo, la poesia – con la quale l’autrice è nata alla scrittura – filtra ancora una volta attraverso il periodo, mitigandone la violenza d’impatto  sull’osservatore: “Il contatto della sua bocca sul suo sesso era l’attesa ritrovata, la pioggia dopo mesi di arsura, le parole non dette”. E oltre: “Voleva sentire l’onda di desiderio aderire a sé. I colpi contro di lei, ad abbattere un’idea, a volere tutto, fino a farle male… Lei gli affondò i denti nelle mani, a soffocare un lamento, un grido di piacere, un acuto di dolore”.



Claudia Carucci

Non ci sono commenti presenti.

Pubblica il tuo commento (minimo 5 - massimo 500 caratteri)

Qui devi inserire la tua Login!

Nascondi Qui devi inserire la tua password!

Hai dimenticato la password?

Qui devi inserire il tuo nickname!

Qui devi inserire la tua email!

Nascondi Qui devi inserire la tua password!

Hai dimenticato la password? Inserisci il tuo indirizzo email e riceverai i dati di accesso.

Qui devi inserire la tua email!

Ritorna alla login

Chiudi