M. Gisella Catuogno
Primo amore

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Titolo Primo amore
Autore M. Gisella Catuogno
Genere Narrativa      
Pubblicata il 16/05/2007
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Erano i primi giorni di luglio. L’estate era al suo esordio trionfante. Sull’isola d’Elba il cielo era puro cristallo d’azzurro sul quale scorrevano lievi sospiri di cirri. Da una settimana soffiava il vento del tempo buono, un maestralino che mitigava l’afa e prometteva benessere. Il mare faceva da specchio al sole e rifrangeva in schegge di luce bagnata il suo splendore. Barche a vele gonfie e tese solcavano l’acqua e filavano che era una meraviglia. I traghetti provenienti da Piombino dividevano in festa di schiuma la superficie che si ricomponeva appena risentita dopo il passaggio. I gabbiani s’alzavano ad altezze inconsuete per l’assenza delle nubi pesanti di scirocco.
Lungo le coste, la macchia mediterranea era in piena fioritura: non solo il rosmarino con i minuscoli fiori celesti, ma anche il cisto, la lavanda, la ginestra mescolavano colori e profumi nel saluto alla bella stagione.
Io avevo appena finito l’esame di quinta ginnasio e mi preparavo ad iniziare il triennio del Liceo Classico “Giosuè Carducci” di Piombino, dove la mia famiglia si era trasferita due anni prima dalla vicina isola, per permettere a me e a mio fratello di studiare più agevolmente, senza dover percorrere ogni giorno i trentadue chilometri che separano il Cavo, dove abitavamo, da Portoferraio, capoluogo dell’Elba e sede delle scuole secondarie superiori.
Quell’esame era stato particolarmente impegnativo e sarebbe rimasto nella mia memoria come più difficile della stessa maturità: tutte le materie da portare, commissione esigente e severa. Ce l’avevamo fatta solo in sei ad essere promossi subito, per gli altri…l’incubo di ripresentarsi a settembre e trascinarsi per tutta l’estate il pensiero di una nuova prova.
Io ero nell’esigua schiera privilegiata e il solo desiderio, ora che avevo rimesso piede nella mia isola, era di tuffarmi in quel mare trasparente e dimenticare per un po’ il mondo della scuola. Potevo riabbracciare le mie vecchie amiche e soprattutto Lucia, la più cara, che abitava a Firenze ma d’estate ritornava sempre allo “scoglio”, dalla nonna. Entrambe romantiche, facevamo insieme grandi progetti di vacanze memorabili, ma dovevamo scontrarci con una realtà che lasciava poco spazio allo svago e al divertimento: non avevamo una compagnia vera e propria di ragazzi e ragazze perché con i coetanei del paese la familiarità si era incrinata con il nostro allontanamento e con i turisti “ di passaggio” i genitori non permettevano che ci fossero rapporti se non superficiali. E poi, c’era la timidezza, il retaggio d’una educazione che vedeva i maschi possibili predatori di ingenue ragazze di quindici-sedici anni e la mancanza nel paese di luoghi di ritrovo per giovani, ad eccezione della spiaggia. Perciò sognavamo, c’innamoravano, trasalivamo per una parola, un sorriso, uno sguardo.
Andando al mare, facemmo amicizia con una ragazza quasi coetanea, ma certo più libera e sveglia di loro: si chiamava Donatella, era di Trento e possedeva al Cavo una bella villa, a Belvedere, immersa nella fresca ombra dei pini. Donatella si divideva tra il paese e Rio Marina, a otto chilometri, ed aveva molti amici. Proprio in quei giorni stava progettando una festa a casa sua nel tardo pomeriggio e invitò anche noi: accettammo quella proposta con slancio e un misto di timore. I nostri genitori ci avrebbero mandato?
Nei giorni seguenti cominciammo la nostra opera di persuasione: si trattava di trascorrere solo qualche ora ad ascoltare musica, ballare, chiacchierare, mangiare i dolci e bere gazosa.
Anzi, era deciso che ognuno dovesse portare qualcosa e noi stavamo già pensando alle frittelle di riso, tipiche all’Elba del giorno di San Giuseppe, che sicuramente sarebbero piaciute a tutti! I primi a capitolare furono in genitori di Lucia, che dettero per telefono il loro beneplacito, poi fu la volta dei miei.
Eravamo al culmine della gioia e dell’eccitazione. Una vera festa! Tanti amici! Magari, chissà, qualche incontro interessante! Mancava una settimana al gran giorno: bisognava essere bellissime, abbronzate e con qualcosa di davvero carino addosso!
Intensificammo i bagni di mare e di sole per apparire in forma smagliante, facemmo impacchi d’olio d’oliva sui capelli stanchi di luce e di calore e poi….comprammo Burda, edizione estiva, per tagliarci due abitini che la mia mamma, che sapeva cucire, avrebbe confezionato.
Che risate e che impegno! Non ci ricordavamo giornate più febbrili…
“ Deve essere un giorno speciale!” asserivo io
“Da ricordare per tutta l’estate” faceva eco Lucia.
E finalmente venne il gran giorno: quella mattina il cielo era un po’ imbronciato e il maestrale stava lentamente cedendo il passo allo scirocco, che abbassava le nuvole, le tingeva di grigio, appannava anche il sole e costringeva i gabbiani a rinunciare all’altezza.
Avevo dormito bene quella notte: di indole ero apprensiva, ma quando ero alla vigilia di un appuntamento che ritenevo importante, mi imponeva di non pensarci, di fingere che fosse come tutti i giorni e normalmente riuscivo nel mio intento; così avevo affrontato anche la maturità e, a differenza di amiche tanto più spavalde che non avevano chiuso occhio la notte prima della prova d’italiano, mi ero svegliata riposata, quella mattina fatidica…poi l’ansia m’aveva afferrato come una tenaglia.
Ora cercavo di guardare con un minimo di distacco a quel pomeriggio che m’attendeva, ma una certa uggia allo stomaco, la mancanza del consueto appetito che m’accompagnava alla colazione, erano segni inequivocabili della trepidazione che montava. Sentivo che quel pomeriggio sarebbe accaduto qualcosa di nuovo e di bello per me: non avevo mai avuto un vero ragazzo, mi era innamorata altre volte, ma senza quasi confidarlo a nessuno e tanto meno farlo capire all’interessato. Mi ero forse più invaghita dell’amore che di persone in carne ed ossa, fino ad allora, ma intuivo confusamente che quell’intreccio di sensazioni, di slanci, di desideri, emozioni che non solo i poeti, ma gli individui comuni chiamavano amore, doveva avere un posto straordinario nella vita: ne era turbata e affascinata, come un esploratore che si accinga a scoprire un continente sconosciuto, o almeno a lambirne i contorni.
Rifeci la mia camera, aiutai la mamma in qualche faccenda ed ebbi il permesso di raggiungere Lucia, a casa della sua nonna, dove avremmo trascorso il resto della mattinata a fare le frittelle.
“ Ciao! Buongiorno Teresa…” salutai al mio ingresso, mentre la gatta Carolina lasciava pigramente il suo posto per farsi coccolare da me. M’accolse la risposta festosa di nonna e nipote e il profumo di riso bollito che aleggiava per la casa.
Era stato cotto la sera prima, in acqua e latte, e aromatizzato al limone.
Noi, che avevamo campo libero in cucina, vi aggiungemmo farina, lievito e uova; poi mettemmo sul fuoco una padella di ferro, piena d’olio. Prendemmo col cucchiaino l’impasto, su cui avevamo versato un sorso di cognac, e lo adagiammo nell’olio caldissimo ma non bollente; la prima volta fecero cilecca: il riso e i suoi compagni debordavano, non avevano consistenza; allora aggiungemmo al composto un cucchiaio di farina, e tutto prese una tonicità maggiore. Ora si formavano palline dorate, che, appena liberate dalla padella, venivano subito spolverate di zucchero.
Non senza averne assaggiato qualcuna e invitato la nonna a fare altrettanto, preparammo dei vassoietti per gli amici del pomeriggio e uno per casa mia, dove delle frittelle andavano tutti matti, e li incartammo. Pulimmo la cucina ed uscimmo a fare la spesa per Teresa.
“Ricordiamoci i dischi ! Anche se io qui ci ho poco e nulla…” fece Lucia
“ Per il compleanno mi hanno regalato un 33 giri con tutte le canzoni di Sanremo” la rincuorai Giulia “e poi ho i Beatles, Joan Baez e Bob Dylan!”
I due cantautori americani, in particolare, erano la bandiera della contestazione studentesca che quell’anno dall’America era approdata in Europa e aveva infiammato gli studenti. Io ne aveva fatto esperienza diretta a Piombino, nella mia scuola: assemblee, rifiuto dell’autoritarismo, della cultura imposta dall’alto, cortei insieme agli operai delle acciaierie, perché la protesta delle aule si stava saldando con le rivendicazioni del mondo del lavoro.
Fatta la spesa, ci dividemmo.
“O.K., allora ci vediamo alle quattro!” sentenziammo eccitate
A pranzo, nelle rispettive case, piluccammo soltanto qualcosa: i dolci della mattina ci avevano saziate e poi c’era quella sospensione allo stomaco che faceva apparire il pasto consueto così prosaico ed inutile!
Alle tre e mezza Lucia era già a casa mia. Donatella aveva dato appuntamento alle sei, ma c’era da vestirsi, pettinarsi e truccarsi e due ore non sembravano tante…
per fortuna le docce erano già state fatte!
Ci aiutammo reciprocamente a disegnarci l’eye-liner, a spargersi l’ombretto sulle palpebre, a incurvare le ciglia col rimmel e a provare la tonalità di rossetto che stava meglio sul colore ambrato della pelle.
Alle cinque e mezzo ci presentammo a mia madre, che stentava a riconoscerci per la metamorfosi: “Sembrate più vecchie di cinque anni!” esclamò, soddisfatta ma chiaramente preoccupata per quelle ragazze in fiore che andavano chissà dove: “Mi raccomando, attente, abbiate giudizio, badate a voi…non fate tardi”
Era la solita litania, ma così accorata che non ebbi il coraggio di replicare e l’ abbracciai: “Non vado in guerra, stai tranquilla, mamma!” “Graziella, arrivederci!”
Uscimmo nel cielo basso e opprimente di quel tardo pomeriggio estivo, graziosissime nei nostri abitini confezionati in casa: rosarancio per Lucia, a esaltarne la pelle color cioccolata, gli occhi e i capelli neri, da autentica bellezza mediterranea; azzurro mare per me, castana, dorata dal sole, occhi verdi…Non sentivamo l’afa, né la fatica della salita per arrivare alla casa di Donatella. Mezz’ora dopo eravamo lì, con i nostri dolcetti, i dischi e tante aspettative nel cuore.
La padrona di casa fu molto gentile e ci presentò agli altri, che già si conoscevano. All’inizio fu un po’ imbarazzante e per un attimo, ma solo un attimo, mi pentii di essere dov’ero: mi sentivo fuori posto e tesa come una corda di violino.
Il garage era accogliente, spazioso: un tavolo in fondo, accostato al muro, pieno di bibite, pizzette, schiaccine, patatine, torte e le nostre frittelle; in un angolo riparato, il giradischi che urlava canzoni per tutti i gusti. Ai muri tanti poster di cantanti e miti del momento. Fuori, una bella terrazza sospesa su un panorama vasto e straordinario: il contorno dei colli ai lati e il mare di fronte con gli isolotti di Cerboli e Palmaiola a movimentarne l’uniformità.
C’erano una ventina di persone tra ragazze e ragazzi, allegri, affiatati, già gruppo. Qualcuno fumava, qualche coppia ballava un lento, i più chiacchieravano sotto voce. Lucia sembrava a suo agio e parlava con un ragazzo fiorentino che, aveva scoperto, abitava a pochi isolati da casa sua. Arrivò il turno di uno shake e, invitata ad unirmi a loro, ballai facendo finta di divertirmi.
“Roberto, meglio tardi che mai!” gridò a quel punto Donatella, tenendo per mano e accompagnando verso gli ospiti un ragazzo sui diciotto anni, non molto alto, scuro di capelli, e uno sguardo intenso, un po’ enigmatico, valorizzato dal verde degli occhi. Trasalii leggermente ma nessuno se ne accorse.
Un applauso e qualche fischio accolse l’ultimo arrivato, subito inghiottito dall’affetto degli amici. Lui si guardò intorno: “Ma conosco tutti qua dentro!…No, ecco c’è qualche piacevole novità! ”
E si diresse verso Lucia, che gli fu presentata, e poi dov’ero io…
“Donatella, ma dove le nascondevi queste bimbe?” esclamò stringendomi la mano e trattenendola nelle sue. Io arrossii, fatto che odiavo, ma sperai che lui non se ne accorgesse. Invece Roberto mi sussurrò: “Adoro le ragazze che arrossiscono!”
Io sorrisi ma sperai che si aprisse una voragine davanti a me e m’inghiottisse.
La festa appena cominciata è già finita…il nostro amore era l’invidia di chi è solo/ era il mio orgoglio, la tua allegria…cantava Sergio Endrigo.
Roberto mi prese la mano e mi portò al centro della stanza, circondandomi con le sue braccia e muovendosi dolcemente al ritmo della musica:
–Ti chiami come mia sorella, è un bel nome…parlami un po’ di te…-
Mettendo da parte la consueta riservatezza cominciai a sciogliermi: gli parlai della scuola, di Piombino, dei pochi amici che ormai avevo all’Elba…il disco era alle ultime note e m’aspettavo che lui si congedasse con qualche pretesto. Invece Roberto mi trattenne e aspettò altre note e parole:
C’è una casa bianca che/ più mai più io scorderò/mi rimane dentro il cuor/ con la mia gioventù./Era tanto tempo fa/ ero bimba e di dolore/io piangevo nel mio cuor/ non volevo entrare là…
I minuti di quella canzone furono il sottofondo delle parole di Roberto:
“Anch’io sono di qui, di Rio Marina, ma studio a Genova dove abitano i miei zii…ho un buon rapporto con mia madre e mia sorella, meno con mio padre, che è severo, autoritario…spesso non mi sento capito e mi rifugio nella compagnia degli amici, specie d’estate. Sono la mia salvezza….” Era persuasivo, simpatico, parlava bene.
Io ascoltavo, rapita dalla dolcezza ed intimità di quei momenti: mi sentivo stranamente leggera, a mio agio, senza timidezze, remore…Avrei voluto che quel disco non finisse più. Invece la Sannia tacque e l’incanto svanì: pensai che ora Roberto avrebbe invitato qualche altra ragazza e si sarebbe scordato di me. Incrociai lo sguardo di Lucia, che mi fece l’occhiolino, da lontano. Sembrava contenta. Oh, quante confidenze ci saremmo scambiate l’indomani!
Invece Roberto mi trattenne…
I want you/ your father’s ghost/he looks so gaunt/ I know they say it’s me he wants to haunt …what do you want/when he hears me/as I’m calling you/ to strike him…
Cantava Bob Dylan e lui, sottovoce: “ Anch’io ti voglio…non voglio perderti subito, vediamoci, ti va?…”
Era proprio quello che sognavo di sentirmi dire.
“ Va bene, possiamo vederci al mare…”
Lui mi sorrise e, finita la musica, mi sciolse dal suo abbraccio.
Tornai alla realtà e solo allora mi accorsi che si era fatto tardi e la sera ormai incombeva. Lucia mi venne incontro, invitandomi ad andare. Lo scirocco era calmato ma i nuvoloni erano ingrossati e cadeva una pioggerellina sottile, che poteva trasformarsi in un acquazzone. Prendemmo congedo da tutti. Io non sentivo nulla, mi pareva di essere eterea, senza peso. Avevo paura di aver sognato e che quel ragazzo così dolce, così diverso da quelli che conoscevo fosse frutto della mia inguaribile fantasia.
Invece l’indomani c’era anche lui, sulla spiaggia, col gruppo di Donatella e potemmo stare insieme, parlare, conoscerci meglio. Alla luce del sole, la magica atmosfera della sera prima era svanita, io mi sentivo meno a mio agio in quell’ambiente cameratesco, di ragazzi che scherzano, alludono e fanno battute.
Ma mi bastava incrociare il suo sguardo per rinfrancarmi e sentire un formicolio allo stomaco. Era questo innamorarsi davvero?
Con Lucia mi confidavo, le raccontavo quello stato d’animo di sospensione, di attesa, quel vedere ora il mondo che mi circondava da un’altra prospettiva, da un inedito angolo visuale. Roberto era il centro dei miei pensieri ed io gli giravo intorno, come la Terra col Sole. Stavo vivendo la mia personale rivoluzione copernicana.
Mi era passato anche l’appetito: mi sembrava così superfluo nutrirmi, io mi sentivo già sazia…
Una sera, dopo cena, mentre passeggiavamo sul lungomare, godendoci il riflesso della luna sull’acqua e la pace di quella serata punteggiata di stelle, ci sentiamo chiamare: era il gruppo di Donatella che aveva rinunciato alla consueta sosta sugli Spiazzi di Rio Marina e se ne era venuto al Cavo, a trovarci.
Grande gioia da parte nostra e la scelta di andarci a sedere, tutti insieme, ad una gelateria vicina.
Il sapore di quella crema, di quel cioccolato non li ricordo più, ma probabilmente mi sfuggirono anche allora. Mi rammento soltanto la dolcezza di Roberto, quando mi chiese, dopo un’ora che stavamo tutti insieme, di fare due passi noi soli. Ci avviammo sul vecchio moletto, per mano: mi pareva di camminare su una nuvola, una nuvola bianca, soffice, di panna montata. Ecco, è proprio il senso di leggerezza che mi è rimasto di quella sera. Quando fummo all’estremità del molo, mentre l’acqua gorgogliava tra gli scogli sottostanti, si fermò, mi abbracciò e pose le sue labbra sulle mie: era il mio primo vero bacio e mi stupì la sua intensità, la sua intimità. Restai senza fiato. Lui si scostò appena, per guardarmi negli occhi, illuminati solo dal riflesso della luna.
“ Ti voglio bene…non è un amore estivo…” mi sussurrò
“ Anch’io te ne voglio” riuscii soltanto a rispondere
Poi ritornammo verso gli amici: lui parlava dei suoi progetti, io pensavo a quel bacio e mi sentivo grande, come avessi superato una prova d’iniziazione e facessi parte di chi sa, di chi conosce il mondo, il rapporto uomo-donna. Fummo accolti da un applauso e io arrossii fino alla radice dei capelli: fortunatamente era notte e la luce scarsa.
Passai una settimana felice, poi… il vuoto, l’assenza, la sensazione d’essere stata presa in giro, ingannata. Nessuna notizia, niente. Al decimo giorno, misi da parte l’orgoglio e andai a parlare con Donatella. Che mi raccontò i problemi di Roberto, i suoi scontri con la famiglia e di come si fosse dovuto mettere a lavorare per obbedire a suo padre, che riteneva il suo vagabondaggio estivo come intollerabile. In più lo tallonavano perché cominciasse a studiare per l’esame di riparazione.
Insomma era in crisi.
Mi imposi di dimenticarlo: cosa c’entravo io nei suoi drammi familiari? Non avrebbe dovuto, al contrario, confidarsi con me e non escludermi dal suo mondo?
Trascorsi brutte giornate: Lucia mi consolava ma cercava, anche, giustamente, di
aprirmi gli occhi, di farmi rendere conto della realtà. Si poteva dar credito ad una persona che spariva senza dir nulla?
Poi ricevetti una sua lettera: si scusava, mi chiedeva perdono, mi diceva di dover tornare a Genova, a prepararsi per gli esami di settembre, ribadiva il suo affetto, mi scriveva il suo recapito. Respirai e tornai a vivere, a fantasticare su quell’amore, a ricamarci pensieri. Cominciò uno scambio epistolare che si protrasse per tutto l’inverno: ci raccontavamo la scuola, gli amici, i desideri, le rabbie, la voglia di vederci, forse a Natale, senz’altro a primavera. Mi diceva che per lui ero un faro, un punto fermo, che aveva cambiato vita e non l’attirava nemmeno uscire con gli amici a far baldoria. Credevo a tutto. Ero contenta: studiavo senza grande fatica, ascoltavo le canzoni della festa di Donatella, ogni tanto mi sentivo al telefono con Lucia, collaboravo serena alla vita di famiglia.
Durante le vacanze di fine anno, Roberto venne a trovarmi, dei parenti lo ospitarono. Trascorremmo insieme ore deliziose, ci sembrava nuovo e strano ritrovarci d’inverno, dato che i nostri ricordi comuni erano tutti estivi.
Mi ricordo le passeggiate in piazza Bovio, una splendida terrazza sul mare dell’Arcipelago, con il profilo dell’Elba di fronte e il vento di tramontana che spazzava l’acqua e sollevava spolverini, in una apoteosi di schiuma o le soste al Luna Park, dove tornavamo ad essere i ragazzi che in fondo eravamo, sulle macchinine a scontro o nel tiro al bersaglio, mentre Patty Pravo cantava Tu mi fai girar, tu mi fai girar come fossi una bambola, poi mi butti giù, poi mi butti giù come fossi una bambola…no, ragazzo no… la mia vita nelle mani di un ragazzo, non la metterò più…ed io pensavo che quella canzone non si addiceva proprio al mio stato d’animo e alla mia condizione.
Giunse anche la fine di quelle giornate spensierate e ci salutammo, giurando di scriverci, di sentirci, di rivederci a primavera.
Passarono i mesi: lentamente le giornate si allungarono, il sole ritornò a confortarmi col suo calore e a promettere felicità.
Si avvicinava la Pasqua, con i suoi riti, le sue speranze, il profumo di pulito nelle case tirate a lucido e quello inconfondibile dei dolci tipici: la torta pasqualina, le sportelle, l’anellata…
In casa c’era un lieto trambusto: era tornato mio padre, marittimo, dai suoi lunghi viaggi intorno al mondo, sulle petroliere, portando regali per tutti e tanti indumenti da sistemare. La casa era piena di roba e di letizia.
Dopo la lunga stagione invernale, c’era voglia di aria aperta e della nostra isola, dove più forte era il profumo delle fresie, delle ginestre e del rosmarino in fiore.
La traversata in traghetto del canale di Piombino fu, come sempre per me, quando il mare era amico, un’ora di relax: si ritrovavano amici di ritorno dal “continente”, dove studiavano o lavoravano, allo “scoglio”; si riscopriva e si cimentava quel senso dell’insularità , che è così forte in chi si allontana e, appena può, ritorna; si guardava il mare dal parapetto: le case, i palazzi, gli altiforni e i fumi di Piombino che si allontanavano mentre più nitido appariva l’isolotto di Cerboli e poi quello di Palmaiola, sentinelle del canale, e sempre più vicino e ridente si mostrava infine il primo paese elbano.
La Pasqua fu lieta e trascorsa in famiglia tra la ricca colazione, la Messa festosa della Resurrezione, le visite dei parenti. Aspettavo ansiosa l’indomani, quando avrei rivisto Roberto: come sarebbe stato incontrarci di nuovo dopo quasi quattro mesi? Il nostro legame avrebbe retto? Aveva gambe abbastanza robuste da farci trascorrere insieme un’altra bella estate?
Questi interrogativi mi frullavano nella testa mentre preparavo l’occorrente per il giorno dopo: saremmo andati con gli amici a fare una scampagnata, mangiando sui prati e dando così il nostro saluto alla primavera.
Il tempo ci voleva bene: la temperatura era frizzantina ma gradevole, il cielo di cristallo, il mare blu cobalto. I campi intorno offrivano allo sguardo distese di verde punteggiate di cento colori, quelli dei fiori appena dischiusi ai primi tepori.
Arrivò il lunedì dell’Angelo, mi preparai e misi nello zaino i panini e le bibite, m’incamminai infine verso il luogo dell’appuntamento. C’erano già tutti, non lui e nessuno ne sapeva niente. Aspettammo un bel po’ invano. Al telefono una zia ci disse che aveva dovuto anticipare la partenza. Mi era passata la voglia di festeggiare la Pasquetta: inutilmente gli amici mi invitavano a non prendermela e a fregarmene: non era nel mio carattere.
Ritornai a casa e passai la giornata a piangere, rifiutando qualsiasi uscita. Fu una esperienza sconosciuta e dolorosa: giurai a me stessa di strapparmelo dal cuore, di non voler sapere più nulla di lui. Non potevo rovinare così i miei anni migliori…
Lessi solo la prima di alcune lettere che mi scrisse: mi chiedeva di perdonarlo, mi parlava dei soliti problemi e diverbi con la famiglia, della sua “crisi cronica”, mi porgeva le consuete richieste di scusa…che non accettai.
Finiva così il mio primo grande amore, che non avrei mai più rivisto e che mi avrebbe lasciato nel cuore la memoria dolce e malinconica di quegli occhi verdi, di quello sguardo inquieto.

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