Luigi Romolo Carrino
TempoSanto - Liturgia della Memoria,

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Titolo TempoSanto - Liturgia della Memoria,
Autore Luigi Romolo Carrino
Genere Poesia      
Pubblicata il 25/09/2007
Visite 9019
Editore Liberodiscrivere® edizioni (Studio64 srl Genova)
Collana Spazioautori  N.  5
ISBN .88-7388-076-2
Prezzo Libro 10,00 € PayPal
Entrare e aggirarsi all’interno di TempoSanto di Luigi Romolo Carrino costituisce un’esperienza di viaggio irripetibile, tragitto nel corso del quale il let­tore non può non cadere vittima delle malie struggenti della Parola e di una scrittura che, innamorata delle proprie fattezze, nello specchiarsi continuamente nelle acque insidiose della memoria, di sé narcissicamente muore, non senza prima aver consegnato la sua esaltante bellezza allo specchio dell’interpretazione. Un’avventura dalle tinte deci­samente orfiche quella che attende chi legge questa raccolta, un insieme di versi e di prosa lirica sapientemente coniugati nel segno della tradizione e della seduzione linguistica, un fascino che irretisce la mente fino ad aprirle il Paese misterioso delle emozioni. Nel segno della Vita Nova di Dante, dunque, ma anche di Campana, il poeta dei Canti Orfici per quanto attiene alla struttura testuale, composita, anfibia, che mentre si abbandona agli allettamenti del genere poetico non disdegna di cedere ai richiami del narrativo, come se l’Autore non volesse lasciare intentato nessun percorso, pur di visitare i gironi del proprio inferno, sprofondarvi in maniera salvifica e poi risorgerne, con­segnandoci la sua esperienza di insonne Ulisse novecentesco.
TempoSanto è articolato in varie sezioni, dove sacro e profano si alternano in un giuoco di riflessi estremamente suggestivo in cui l’epifania del demone (o daimon?) interviene ad aprire la sezione. Cinque sono i demoni che si manife­stano in questa straordinaria regione puntigliosa­mente disegnata dal Carrino: il primo demone, quello della Memoria, si staglia nell’incipit, sulla porta, classico elemento orfico. Il secondo de­mone, dell’Addio, colto dalla fertile allucinazione creativa seduto in cucina, come una foto stampata in memoria a ricordare cru­delmente lo strazio di un distacco, di una perdita, che si consuma ossimorica­mente nell’ambiente più caldo e familiare di un’abitazione. Dopo le Lodi Mattutine e prima dell’Ora Media ecco incidersi l’apparizione del terzo de­mone, quello del Ritorno, collocato nella penombra del pomeriggio. A questo demone, che reca il ritorno (fase squisitamente orfica), succede il quarto (prima dei Vespri): luciferina, la parola di Luigi Romolo Carrino ne veste le spoglie, in bilico tra il “dentro” e il “fuori”, alla finestra appunto. E infine la discesa si compie con il manifestarsi dell’ultimo, il demone del Perdono, che precede la Compieta.
Simbolico, il viaggio della parola ha dunque inizio con l’aprirsi del processo memoriale in maniera discreta, apparentemente per caso. E il primo demone, quello della Memoria, “dizionario di ogni eresia”, nel materiarsi sul bianco della pagina, fa strazio della sintassi perché il rito sacrificale si compia. La scrittura, come il corpo di Attis, si smembrerà sillaba per sillaba per ricomporsi nel segno di una ‘grammatica’ nuova, generatrice di sensi: dall’evento sacrificale, attraverso un volontario sov­vertimento dei principi costitutivi della grammatica normativa, elementi che appunto rendono “infertile” la grammatica, risorgerà un nuovo perio­dare, fatto di strappi e lacerazioni, a volte glossolalico, apparentemente an­titetico, che sembra divertirsi a invertire la collocazione delle preposi­zioni, a spez­zare le parole, per ottenere effetti di rimando anaforici e poli­semici e riflettersi in varie interpretazioni possibili durante l’atto di let­tura e di partecipazione a que­sta sorta di cerimonia sacra.
Il ricordo accende i suoi riflettori sul già stato e la scrittura muove a sin­ghiozzi nel regno degli accadimenti passati: “mi posso / mi posso apparirti?”, sembra sussurrare il demone, consapevole dei conflitti che va a produrre con la sua comparsa. Perverso e accattivante insieme, sembra minacciare e tranquilliz­zare, ma certamente promette paradisi quando, quasi didatticamente, afferma:     
 
            Ma sappi che da qualche parte
            ho luce, riccioli d’oro antico, anch’io
            anch’io ho acque morte fluite dal petto,
 
E in verità il testo apre squarci luminosi con il riferimento iconico a quei “riccioli d’oro antico”, che sveglia nella memoria collettiva immagini tipiche dell’infanzia, mentre la rappresentazione poetica non tradisce la sua vocazione mortale con il disegnarsi delle “acque morte fluite dal petto”. L’acqua, simbolo della vita per antonomasia, è qui rivestita di morte, come a incidere allusivamente un rifiuto, un anatema. Il tragitto si compie nel segno dell’antitesi dunque e di­cotomico s’inscrive, in superficie e sulla pagina, il ricordo di quell’ossimorico pa­radiso dalle tinte infernali, perduto sì, ma sempre attivo ad arpionare il presente con i suoi tentacoli per segnarlo di tracce indelebili.
Il rito di questo TempoSanto ha inizio con l’Ufficio delle Letture, dove la parola compie un percorso dal sacro al profano, non mancando di delineare, nell’Antifona della neve, i primi elementi dell’autoritratto abboz­zato dall’“io” lirico:
 
Sono un uomo nevicato dal cielo, nel meno del segno
negami la costante dolorosa che gravita nella carne.
 
Come si può constatare, l’autorappresentazione s’intreccia con una sorta di preghiera laica che poggia su un imperativo negativo (“negami”): la scrittura in­cide sulla pagina la presenza di una “costante dolorosa”, i cui segni si fanno quasi tattili, gravitando “nella carne”. Una sofferenza tanto lancinante da esplo­dere in un’invocazione di morte in ‘Aman, o invocazione del Sia Così (più di un invito):
                       
Mi basterebbe morire e morire
una volta Sconfiggermi
il pensiero o l’attesa nel tuo altare
misericordioso – mia memoria odorosa –
nel rito nostro del distacco
 
Il discorso si colora d’intonazioni tenere nell’evocazione di questa dolce morte. Un annullarsi che viene deposto ai piedi dell’altare “miseri­cordioso” in­nalzato in onore di una memoria definita dalla metafora ap­positiva come “odorosa”, quindi di chiara ascendenza proustiana. In questo sacrificio di morte la parola si scioglie in armonia, grazie alla rima interna, che insieme a fenomeni di assonanza e di consonanza, a mo’ di cerchi concentrici formatisi con il lancio di un sasso nell’acqua, produce nel lettore vibrazioni musicali che lo accompagne­ranno lungo tutto il cerimoniale di TempoSanto, mentre l’insieme di questi espe­dienti retorici contribuisce al farsi largo del Senso. In TempoSanto la si­gnificazione appare infatti stratificata, in quanto non si esaurisce in una inter­pretazione univoca, poiché le diverse strategie linguistiche atti­vate lungo la rac­colta danno luogo a un discorso polisemico che a ogni lettura esibisce tragitti in­terpretativi più ricchi, come si vedrà meglio suc­cessivamente.
Il rito di morte si compie nel seno della Parola-madre (“Furono parole la mia tremenda madre”), non senza prima celebrare una sorta di ritorno alle ori­gini, quasi una ricostruzione a posteriori del nascere del linguaggio e della poesia stessa, come si legge in Inno alla Reminiscenza:
 
Avevo quasi mille anni – mia Signora –
e un bacio fulminato sulla fronte.
Furono parole la mia tremenda madre
che mai proclamarono bocche per parlarsi.
 
Ma le parole, così forti, hanno vocali dure
dure come pietre e i suoni del serpente.
Sanno il cielo intero – o mia Signora –
ma con alfabeto fatto d’aria solamente.
 
A te – madre, madre di Madre – programmai
nel seno tuo reciso la Poesia mia più accorta.
Le schiere assediate del mio sguardo riposai
ancora nell’incavo del nostro mento misericordato.
 
Un rapporto molto stretto lega dunque le parole dalle “vocali dure / dure come pietre e i suoni del serpente” e la stessa poesia alla figura materna, a questa “tremenda madre”, e probabilmente anche per questo motivo la relazione tra l’“io” lirico e il farsi della scrittura si delinea come conflittuale. Così, attraverso invocazioni che inclinano alla supplica, mediante atteggiamenti di autoripiega­mento, neologismi (si pensi, solo per fare un esempio, a “misericordato”, che vei­cola significati plurimi), con il ricorso a climaches e ad anticlimaches, il dis-corso, ‘smolecolando’ parole, arriva alla Profezia del capo chino, dove l’amore per la parole si fa divorante, mentre il linguaggio assume tonalità e andamento tipici del di­scorso oracolare di I Ching. Il flusso linguistico, quasi rispondendo a un’esigenza oscura, teso a produrre ritmo, sfiora l’ecolalia, mentre feno­meni di sonorizzazione danno luogo a una cantilena autoipnotizzante. Tuttavia lungo questo dis-correre asemantico, volto a uccidere il senso per meglio evidenziarlo nel sacrificio di morte, proprio nel seno di questa ce­rimonia sacrificale dalle tinte orfi­che (si veda anche l’Antifona dell’Analfabeta),all’interno della negazione, si aprono falde che evi­denziano stringhe di significazione molto profonde e ricorrenti nel corso della raccolta. Anche l’uso della maiuscola, che sembra indulgere a ten­tativi di acrostici intelligentemente occultati tra le pieghe dei versi, contri­buisce a creare richiami ed echi intertestuali funzionali a svegliare nel lettore avvertito as­sociazioni con personaggi e miti della migliore tradi­zione classica e moderna, come palesa il Salmo dell’Analfabeta.
Innocente dannazione, la parola si fa inno e nell’Antifona della sposa perde la castità guadagnata in precedenza. Infatti, come a mi­mare una sorta di rito satanico, essa fa strazio della lingua e della grammatica, volta a uccidere l’infertile per la rinascita di una gramma­tica nuova: questo il compito che Luigi Romolo Carrino affida alla sua raccolta, a quei Demoni che appaiono a scandire la cerimonia rituale e a segnare con la loro comparsa le varie fasi del rito. E lungo questo tragitto l’Autore non trascura di sfidare anche il corpo del testo, che nel Salmo della sposa e del banchetto viene disposto in due colonne, la cui ar­chitettura è tale da originare la possibilità di una triplice lettura: ognuna delle due colonne, letta di seguito secondo un andamento verticale, costitui­sce un testo compiuto e autonomo, mentre la lettura delle due colonne di versi secondo una successione orizzontale produce un’ulteriore forma te­stuale.
Luigi Romolo Carrino ha tradotto in poesia il passaggio da una grammatica normativa a un poîein generativo, articolato in maniera tale da farsi incessante produttore di senso. Molteplici sono le strategie e i di­spositivi linguistici attivati per conferire polisemia a questa scrittura in continua fibrillazione creativa: oltre a quelli già evidenziati, non vanno trascurati i giuochi linguistici, la funzionale messa in campo dei diminu­tivi cari al Pascoli, le iterazioni di memoria campa­niana, quelle cesure improvvise che aprono dei veri e propri blanks nel corpo del discorso, quegli enunciati ossimorici idonei a tradurre entrambe le voci, il canto di Orfeo e il richiamo di Euridice (cfr. Terzo demone del Ritorno, nel pomeriggio), figure mitiche che la scrittura del Carrino riesce a rispol­verare dal glorioso passato e a restituire in vita, calandole in una dimen­sione estremamente moderna. “Cicatrice di gloria” di un’infanzia conti­nuamente celebrata e sacra­mentata insieme, la parola si fa segno di mise­ricordia stampato sulla mano in Ora media, mentre a eco risuona la promessa “Dentro di me, ho detto: «tor­nerò»”.
Come un’onda oscillante tra il richiamo imperioso della luna e il grido pro­veniente dai fondali governati da Mnemosine e risalente dagli inferi della Perdita, questa scrittura offre generosamente al lettore il suo corpo lacerato dai morsi dell’indagine. Intessuta di imprecazioni e di ri­chieste di salvezza, di preghiere a fior di labbra e di bestemmie covate ne­gli anfratti del linguaggio, di strappi san­guinanti e di dissacrazione gio­cosa, essa si scioglie indecisa tra il pianto adulto del bambino non-stato e il sorriso amaro e disincantato dell’uomo che smembra, di eco in eco, fo­glia per foglia, la sofferenza antica di quell’infanzia “scannata negli occhi chiari” sulle orme autorevoli di lacrime cantate in Parnaso, tra i morsi lace­ranti di un’impietosa autoanalisi. Contro “questa atroce offesa che è la vita” Luigi Romolo Carrino sfodera la sua arma più potente: una pa­rola dannata di bellezza che ci cattura tutti nella sua avventura, un per­corso da cui si esce senz’altro riconciliati con la letteratura contempora­nea.
 
 
                                                   Teresa Ferri
 
 

Urbino, marzo 2006

Salmo dell’estate che vinse gli amanti
Tra le onde del fare e disfare
gli amanti distrussero il sonno
sul niente andare de la estate che tornava
per addormentarli tra le chele di un granchio
e ne la conchiglia.
 
E su le rive del male
a uno dei due
girato di spalle certo che no
per nulla tornare nulla soccombere
promise la tiepida notte al tramonto
le ime ninfomanie
dischiuse a le stelle compulsive e disagiate
del dieci agosto di ogni mare e scintillìo.
 
A uno dei due
, nudo e speciale il mare della estate che venne,
venne e suonò la bella morte a mezz’amore
tra gli occhi chiari su per l’inganno
l’inganno innocente del venne l’estate.
 
 
Poi s’indivise il certo nulla e poi matto uno
a mortificare gli amanti con l’aria
nell’altro
 
o
 
l’altro alla mano,
al pezzo di schiena scioccato disse
disse ad un tratto: “non ti conosco, non so se sei forte”.
E venne l’estate. A uccidere il sogno agli amanti.
 
 
Gli amati gli amanti di un giorno venne l’estate
e li ammazzò come due cuccioli superflui e uno
guardava il tramonto scodinzolando
con le zampe impalate nel cuore e l’altro
un rantolo dedicò all’ultimo quarto di sole
e poi, l’amore.
 
 

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