Maria Alba Pezza
Don Luigi di Liegro - La voce degli ultimi

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Titolo Don Luigi di Liegro - La voce degli ultimi
Don Luigi di Liegro
Autore Maria Alba Pezza
Genere Storia e tradizione locale      
Dedicato a
A Eugenio e Irina, a me cari come figli
affinchè l´amore e l´esempio di don Luigi non abbiano mai fine.

Pubblicata il 25/09/2007
Visite 13371
Punteggio Lettori 27
Editore Liberodiscrivere edizioni (Studio64 srl Genova)
Collana Spazioautori  N.  94
ISBN 978-88-7388-144-5
Pagine 96
Prezzo Libro 10,00 € PayPal

Nel 1992 (in copertina) don Luigi visita la mensa “Colle Oppio” con Giovanni Paolo II. In questa occasione il Papa, vedendo Don Luigi in mezzo agli ospiti della mensa, lo salutò dicendo: ecco il profeta dei poveri.



Dalla testimonianza di mons. Pasini, già direttore della Caritas italiana, 15 novembre 1997: “… Il papa ha sempre riservato a don Luigi un’attenzione affettuosa e quasi protettiva. Durante un incontro di alcuni anni fa, presente il card. Ugo Poletti, in cui, rendendosi conto di sollevare difficoltà all’apparato ecclesiale con le sue prese di posizione a favore dei poveri, mons. Di Liegro si era scusato del disagio che creava, Giovanni Paolo II per tutta risposta lo rincuorò: non si preoccupi, don Luigi, coloro che la criticano sono gli stessi che parlano male di me!”



Questo libro vuole essere soltanto un ricordo personale della sua figura e un modesto omaggio alla sua memoria: “La preghiera che preferisco non è certo la contemplazione fuori dalla vita di tutti i giorni. Quando mi trovo davanti un ammalato, un barbone, un immigrato, cerco la presenza di Cristo: lì trovo la mia vera preghiera”.

La voce di don Luigi attraverso il fruscio delle foglie secche

Era un pomeriggio d’autunno molto freddo e il cielo era tanto limpido che si potevano vedere in lontananza persi-no il Vesuvio e la sagoma dell’isola di Ischia che si staglia-va preponderante all’orizzonte.
Percorrevo il lungomare del Golfo di Gaeta e, mentre guardavo estasiata lo spettacolo del mare in burrasca, cer-cavo di prepararmi all’incontro con alcuni ragazzi immi-grati, ai quali avrei insegnato la nostra lingua, per aiutarli a inserirsi nella nostra società.
Giunta all’oratorio “don Luigi Di Liegro”, aprii la porta e, per il forte vento, entrarono con me anche delle foglie sec-che, cadute dai platani del viale antistante. Sembrava che esse volessero accompagnarmi all’incontro con quei ragaz-zi e il loro fruscio era simile a parole d’incoraggiamento per l’impegno che stavo per assumere.
La vista di quelle foglie secche mi portò indietro nel tem-po e alla mia memoria affiorò l’immagine di don Luigi Di Liegro, fondatore della Caritas romana, che da bambino raccoglieva, proprio in quel viale, le foglie secche che sa-rebbero servite per accendere il fuoco che avrebbe riscal-dato la sua modesta casa.
Nella mia mente risuonavano le parole accorate di sua so-rella Rosinella, che mi raccontava come ‘Luigino’, così don Luigi veniva affettuosamente chiamato da bambino, nonostante fosse piccolo e gracile, volesse ugualmente la-vorare per contribuire al magro bilancio familiare.
Aveva solo sei anni, quando aiutava il fratello maggiore Giacomo nella raccolta di foglie e di rami secchi che, con tanto zelo, riuniva in fascine da portare alla sua mamma.
Nonostante le sue manine e i suoi piedini fossero ricoper-ti da dolorosi geloni a causa del freddo, trasportava con gioia e solerzia il prezioso carico, troppo ingombrante e pesante per la sua tenera età.
L’immagine di don Luigi bambino mi diede molto corag-gio, quello stesso coraggio che aveva avuto lui, piccolo e indifeso, di fronte alle difficoltà della vita affrontandole con letizia e serenità. Un atteggiamento responsabile e maturo che contrastava con la sua giovanissima età, in cui i bambini sono soliti fare i capricci.
Il fruscio di quelle foglie secche, oltre a ricordarmi la figu-ra di don Luigi bambino, aveva dato corpo anche alla sua voce che mi spronava a riprendere l’impegno di volonta-riato che, da giovane, avevo iniziato con lui nelle borgate romane. Come d’incanto, mi affiorarono a una a una le immagini degli anni così particolari in cui ho vissuto la mia giovinezza.
Eravamo un gruppo di giovani cattolici universitari, per lo più ventenni, accomunati da un unico intento che era quello di fare “apostolato” nelle borgate romane, era così che allora veniva chiamato il volontariato.
Era il 1968. La contestazione imperversava. Fu quello un periodo molto critico per le giovani generazioni.
Volevamo cambiare il mondo o almeno migliorarlo. Vo-levamo fare qualcosa di concreto ed, essendo noi univer-sitari a contatto con la cultura, pensavamo di trasmetterla a chi, per propria sfortuna, non ce l’aveva.
Don Luigi ci organizzava il lavoro che consisteva nell’insegnare la lingua italiana ai bambini e anche agli a-dulti che spesso in quell’epoca conoscevano solo il dialet-to dei loro paesi d’origine.
Don Luigi ci ripeteva spesso questa frase: “È importante che insegniate loro a parlare e a scrivere correttamente, ma, soprattutto è importante che sappiano fare bene i conti, per non farsi imbrogliare da quelli che ne sanno più di loro”.
Inoltre aggiungeva: “Dobbiamo mettere in pratica una ca-rità che non deve essere elemosina, ma una carità nel vero senso etimologico del termine. Caritas in latino significa amore, benevolenza verso il prossimo e noi dobbiamo fa-re in modo di liberare le persone dal bisogno e renderle protagoniste della loro vita”.
Con quell’invito ci incoraggiava ad assumerci un impegno cristiano di carità, dicendoci che solo in quel modo a-vremmo messo in pratica l’insegnamento del Vangelo di Cristo.
Spesso ci accompagnava, avvisandoci di fare molta atten-zione, perché potevamo essere accolti con diffidenza o addirittura rifiutati.
Gli abitanti delle borgate romane erano persone emargi-nate che risiedevano, appunto, ai margini della città di Roma.
Nel 1968 a Roma quasi settantamila persone vivevano nelle baracche.
Uno slogan degli studenti universitari di quel periodo, a ta-le proposito, proclamava ” il terzo mondo è nelle borgate”.
Lo stesso don Luigi diceva: “Basta aprire gli occhi, per accorgersi che all’interno della città convivono numerose sottocittà popolate di nullatenenti, disoccupati, clandesti-ni, sbandati, drogati, alcolizzati, senza fissa dimora”. Era-no persone immigrate che provenivano non da paesi e-xtracomunitari come avviene oggi, bensì da paesi del sud della nostra stessa Italia. Essi vivevano in baracche abusi-ve, fatte di lamiera o addirittura di cartone, senza servizi igienici, perché nelle zone periferiche non c’erano né l’acquedotto né tantomeno la corrente elettrica.
Per ironia della sorte, però, erano addossate, il più delle volte, all’ombra di antichi acquedotti romani, la cui struttu-ra maestosa contrastava con la misera fattura di quei tuguri.
Il timbro di voce un po’ rauco ma deciso di don Luigi mi risuonò nella mente, come se lui si trovasse là, nell’oratorio, di fronte a me in quel preciso istante.
Mi affiorarono alla memoria le sue parole, quando ci di-ceva: “La carità non è il disfarsi dei vestiti usati o i pochi spiccioli che diamo ai mendicanti, per mettere a posto la nostra coscienza. La carità deve essere l’amore inteso co-me condivisione del disagio dell’altro, disponibilità, dedi-care un po’ del nostro tempo a coloro che hanno bisogno di aiuto, sia esso materiale o morale o spirituale. Non è necessario essere ricchi per aiutare gli altri, a volte, basta una stretta di mano un po’ più forte, basta un sorriso, una carezza a un bambino in difficoltà. La carità è cominciare ad amare quelli che ci sono più vicini, quelli più indifesi, come i bambini e gli anziani, che hanno particolarmente bisogno del nostro aiuto, per, poi, allargare questo amore a una famiglia più grande che è quella degli ‘ultimi’ e dei ‘senza voce’”.
Anche se don Luigi non era presente fisicamente, sentivo che il suo spirito era lì, in quella stanza, e traspariva dai volti e dallo sguardo di quei bambini che mi guardavano incuriositi e un po’ spauriti.
Subito sfoderai il più grande e il più gioioso dei miei sorri-si e abbracciai a uno a uno i più piccoli, che ricambiarono quella mia affettuosità facendo svanire tutti i dubbi e il timore nei miei confronti.
Il fruscio del vento attraverso le foglie e le voci dei bam-bini si mescolarono insieme.
Mi misi subito al lavoro, pervasa da un entusiasmo e da una forza interiore tale da intuire che, sicuramente, don Luigi da lassù vegliava su di noi.

Nel 1992 (in copertina) don Luigi visita la mensa “Colle Oppio” con Giovanni Paolo II. In questa occasione il Papa, vedendo Don Luigi in mezzo agli ospiti della mensa, lo salutò dicendo: ecco il profeta dei poveri.



Dalla testimonianza di mons. Pasini, già direttore della Caritas italiana, 15 novembre 1997: “… Il papa ha sempre riservato a don Luigi un’attenzione affettuosa e quasi protettiva. Durante un incontro di alcuni anni fa, presente il card. Ugo Poletti, in cui, rendendosi conto di sollevare difficoltà all’apparato ecclesiale con le sue prese di posizione a favore dei poveri, mons. Di Liegro si era scusato del disagio che creava, Giovanni Paolo II per tutta risposta lo rincuorò: non si preoccupi, don Luigi, coloro che la criticano sono gli stessi che parlano male di me!”



Questo libro vuole essere soltanto un ricordo personale della sua figura e un modesto omaggio alla sua memoria: “La preghiera che preferisco non è certo la contemplazione fuori dalla vita di tutti i giorni. Quando mi trovo davanti un ammalato, un barbone, un immigrato, cerco la presenza di Cristo: lì trovo la mia vera preghiera”.

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