giannitanda
Memorie di un congressista

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Titolo Memorie di un congressista
L’autore devolve i propri diritti a favore di EMERGENCY
Autore giannitanda
Genere Narrativa - Umorismo      
Pubblicata il 15/04/2008
Visite 10998
Scritta il 01/04/2008  
Punteggio Lettori 9
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Il libro si libera  N.  40
ISBN 978-88-7388-155-1
Pagine 118
Prezzo Libro 10,00 € PayPal

L’opera è articolata in episodi che si succedono in ordine cronologico e che ripercorrono le vicissitudini, farcite con una buona dose di fantasia, di un docente universitario  alle prese con le tentazioni, le falsità ed i piccoli privilegi che il mondo fatato dei congressi scientifici gli riserva.

UN SAFARI ACCADEMICO AL PARCO KRUGER
(Brano tratto da "Memorie di un congressista")
«Aver dimenticato a casa giacca e cravatta, cari colleghi, non è un dramma, aver dimenticato l’Autan Extreme potrebbe diventarlo!» Lo ripete più volte, nel suo discorso di benvenuto, Joshua Bayer, rampante neo-professore della Rand Afrikaans University, già successore di Gibbins alla City University di Londra, nonché ideatore della prima conferenza di Termodinamica e Scambio Termico in terra africana. Non in una città qualsiasi, beninteso, ma addirittura nel Parco Kruger, ai confini tra la Repubblica Sudafricana e il Mozambico, una delle più antiche riserve del mondo, esteso come le Puglie e “malaria risk area” per definizione. L’anfiteatro all’aperto nello Skukuza Restcamp è stipato di congressisti entusiasti, duecento o forse più, compresi Furio, Mirko e il sottoscritto, in rappresentanza del Bel Paese. Provati dal lungo viaggio aereo intercontinentale e dalle otto ore di pullman dall’altopiano di Johannesburg verso le pianure del Lowveld, ma ora più concentrati a respingere gli insidiosi insetti volanti che a prestare attenzione alla prolusione del professor Bayer. Non avvezzi a disquisire su materie scientifiche esposti a subdole malattie esotiche, ci si era dotati dei più svariati accorgimenti per immunizzare le insidie della savana: non paghi delle pastiglie antimalariche (il fegato ringrazierà per un paio di mesi) e delle vaccinazioni contro tifo, difterite, tetano ed epatite, ci eravamo muniti di grandi scorte di repellenti di vario tipo, dal rassicurante stick Peaceful Sleep, distribuito assieme agli atti del convegno, alla lozione biologica all’olio di jojoba, dall’odore talmente ripugnante da tenere distanti per otto ore zanzare ed esseri umani indistintamente.
Il piccolo villaggio di Skukuza è una presenza discreta dell’uomo all’interno della grande riserva, separata da una recinzione di filo elettrizzato. Gli ospiti sono sistemati in piccoli bungalow a pianta circolare con caratteristici tetti di paglia, provvisti di zanzariere e ventilatori a soffitto. Anche le riunioni tecniche sono ospitate all’interno di queste costruzioni tipiche, attrezzate con seggiole prelevate dal vicino ristorante e mezzi audiovisivi essenziali. La corrente elettrica va e viene, costringendo gli oratori a imbarazzanti pause prima che trasparenti e diapositive riprendano il loro posto sullo schermo; i suoni della natura e gli schiamazzi degli inservienti e giardinieri spesso si sovrappongono ai discorsi dei delegati, ma nessuno se ne lamenta. Le sessioni di lavoro si avvicendano, in parallelo, in cinque sale separate. Ognuna di queste reca un nome identificativo: Leopard Room, Buffalo Room, Elephant Room, Rhino Room e infine la Lion Room, la più importante e riservata alle letture a invito. Leopardo, bufalo, elefante, rinoceronte e leone non sono bestie qualsiasi, sono i big five, i cinque animali più ambiti e pericolosi, le autentiche attrazioni del Kruger National Park.
Oltre le robuste cancellate dello Skukuza Restcamp si apre lo sconfinato paesaggio della savana africana, accessibile ai novelli Livingstone solo dietro osservanza di severe regole: rientro al campo entro le sei della sera, soste per picnic solo nelle aree riservate, divieto assoluto di scendere dalla macchina a nolo o dalle jeep dei ranger. Per la prima, timida esplorazione del territorio ci serviamo di una Toyota Corolla, a proprio agio lungo i comodi sterrati che da Skukuza si dirigono verso il fiume Sabie, nella parte sudorientale del parco, territorio di ippopotami, bufali ed elefanti.
Non è indispensabile avere una meta per imbattersi in sensazionali incontri ravvicinati con gli ospiti del parco: giraffe e zebre, in piccoli gruppi, attraversano di tanto in tanto la strada per ricordarci di rispettare il limite dei quaranta chilometri orari, sinistri avvoltoi volteggiano minacciosi sulle nostre teste per ricordarci che se non si rientra alla base nei tempi stabiliti si potrebbe avere a che fare con loro. La frenesia ci fa scambiare un paio di grosse rocce per altrettanti elefanti e alcune fronde d’albero per un leopardo accovacciato su un ramo. Raggiunto il primo corso d’acqua, optiamo per la tattica di attesa, arrestando il motore e mimetizzando la nostra presenza all’ombra di una gigantesca acacia. La pazienza è premiata dall’arrivo di giraffe e antilopi assetate; non solo, perfino il gigantesco masso che affiora dall’acqua, postazione privilegiata di un paio di aironi, si rivela in realtà il dorso di un mastodontico ippopotamo.
I racconti del nostro safari tengono banco durante la cena sociale della conferenza, un gigantesco barbecue allestito sulla spianata asfaltata della locale pista dell’aeroporto, in mezzo a frenetiche danze di improbabili guerrieri Zulu con mantelli di pelliccia e pantaloncini della Adidas. La moglie di Maciej Blasiak, che con enfasi stava descrivendo l’avvistamento di un coccodrillo sul fiume che scorre adiacente al campo (dai più ritenuto un tronco d’albero trascinato dalla corrente), quasi rimane soffocata da una polpetta di carne di kudu nell’apprendere del nostro incontro ravvicinato con giraffe e leoni, mentre il professor Fujimoto, collega di Osaka, scuote la testa, incredulo che certi animali possano vivere al di fuori di uno zoo.
Il richiamo della savana si fa, giorno dopo giorno, sempre più irresistibile: i fuoristrada dei ranger fanno il pieno di congressisti in libera uscita, mentre nelle sale spiccano file di seggiole desolatamente vuote. Capita poi che nella Leopard Room il presidente dei lavori sia dichiarato disperso (lo rintracceranno qualche ora più tardi con uno zainetto sulle spalle e i binocoli al collo), mentre nell’adiacente Lion Room il pubblico (scarso) attende invano cinque dei sei oratori previsti dal programma dei lavori. Fanno eccezione coreani e giapponesi, che stazionano nei pressi delle sale congressuali anche negli orari di pausa, forse per la preoccupazione di perdersi nei sentieri del villaggio e concedendosi unicamente il piccolo sfizio di fotografarsi tra di loro utilizzando come sfondo una volta il muro di cinta, un’altra i contenitori dell’immondizia, un’altra ancora i vespasiani del ristorante. Per gli stoici che riescono a conciliare safari e relazioni tecniche esistono svariate possibilità. Una di queste è senz’altro il “Morning Wilderness Trail” (sottotitolo poco rassicurante: “The ultimate African experience”). Consiste nel farsi dare la sveglia alle quattro del mattino per scaraventarsi, a bordo di una grossa jeep, nel mezzo di una fitta boscaglia e da qui esplorare a piedi per un paio d’ore il territorio, inciampando in grosse radici, affondando la faccia in mostruose ragnatele e avvistando, con un po’ di fortuna, un paio d’impronte lasciate da un cucciolo d’elefante o, più probabilmente, da un complice dei ranger la sera prima. Per questa suggestiva esperienza ci si muove in piccoli gruppi di otto persone, diligentemente disposti in fila indiana e accompagnati da ipernutrite guide afrikaaner con carabina in spalla che, per tranquillizzare la comitiva, dichiarano in partenza di avere una pessima mira. Il rientro al villaggio coincide con l’avvio delle sedute tecniche; l’oculata scelta di una comoda e defilata postazione consentirà il recupero di almeno un paio d’ore di sonno perduto. Per chi è refrattario alle levatacce mattutine è previsto il “Night Drive” o “Evening Game Safari”, escursione notturna su fuoristrada scoperto durante la quale i partecipanti, dotati di potenti torce da agitare freneticamente alla ricerca (vana) di leopardi al riposo sugli alberi o di facoceri impauriti tra i cespugli, finiscono inevitabilmente con l’accecare qualche automobilista sulla carreggiata opposta o col procurare l’esaurimento nervoso a gruppi di babbuini che, terminato l’orario sindacale, ricercano qualche ora di agognata tranquillità.
La sala d’aspetto per le partenze dal minuscolo aeroporto di Skukuza è in realtà un delizioso giardino fiorito, con panchine di legno, ombrelloni di paglia e alberi di mopane. Il bagaglio a mano è ispezionato da due simpatici indigeni, che dispensano sorrisi a ripetizione. Poco distante, il bimotore della South African Airlines apre il portellone e accoglie le due dozzine di clienti in attesa: un manipolo di congressisti, una famiglia di turisti olandesi e qualche impiegato in viaggio premio di rientro a Johannesburg. Solo dopo poche ore, a passeggio sull’arenile di Jeffreys Bay, battuto dalle onde dell’oceano Indiano, la magica atmosfera della natura selvaggia e incontaminata sembra distante anni luce. La capitale mondiale del surf brulica, anche fuori stagione, di muscolosi praticanti della tavola e di comitive di pensionati inglesi e americani. I pub servono birra locale e salsiccia di carne essiccata, ostriche e vino bianco di Stellenbosch; sul lungomare, centinaia di bed and breakfast, dai nomi accattivanti (Sea View e Ocean Vision vanno per la maggiore) si contendono i turisti del fine settimana, offrendo a prezzi stracciati pernottamenti in letti di compensato e gommapiuma che si richiudono nel cuore della notte come trappole per topi. Il vicino Tsitsikamma National Park, raggiungibile dalla celebre Garden Route (una delusione: come afferma Furio, molto Route e poco Garden), è il paradiso degli amanti del trekking: l’Otter Trail offre cinque giorni di cammino lungo la scogliera, con punti ristoro, rifugi e caminetti per il barbecue disseminati lungo il percorso.
Il sole, visto dalla sommità della Table Mountain, si inabissa nell’oceano in pochi secondi. Mentre il cielo si tinge di rosso e il Capo di Buona Speranza diventa una macchia lontana e sfocata, coppie di fidanzati, intere famiglie malesi e vegliardi in gita alzano calici per festeggiare chissà chi o chissà cosa, oppure perché semplicemente si usa così; montare sulla funivia, risalire mille metri di dislivello con la borsa frigo sotto il braccio, brindare e ridiscendere prima del sinistro monito della sirena dell’ultima corsa. Con la nostra bottiglietta da mezzo litro di Natural Spring Water, tracanniamo due sorsi alla salute del professor Bayer; così come Vasco da Gama da queste parti scoprì, cinque secoli orsono, la rotta per l’India, Joshua Bayer ci ha introdotto nell’inedito circuito delle conferenze estreme. E mentre la brezza che sale dal mare ci accarezza, sembra di risentire le sue parole di commiato…«Vi attendo tutti alla prossima edizione in Zambia, in hotel a cinque stelle a strapiombo sulle cascate Vittoria, sconto del trenta per cento sull’iscrizione a chi si cimenterà nel salto con l’elastico (centocinquantacinque metri) dal ponte sospeso sullo Zambesi… »

L’opera è articolata in episodi che si succedono in ordine cronologico e che ripercorrono le vicissitudini, farcite con una buona dose di fantasia, di un docente universitario  alle prese con le tentazioni, le falsità ed i piccoli privilegi che il mondo fatato dei congressi scientifici gli riserva.

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