Marica Riccardelli - Stellalpi
Mamma che cos’è la guerra?

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Titolo Mamma che cos’è la guerra?
La guerra nella zona di Minturno
Autore Marica Riccardelli - Stellalpi
Genere Narrativa - Memoria del Territorio      
Pubblicata il 30/04/2008
Visite 11569
Punteggio Lettori 107
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Koine´  N.  8
ISBN 9788873881636
Pagine 146
Prezzo Libro 13,00 € PayPal

“Presto, nascondiamoci!” grida Francesca a Elena e Matilde, intente a giocare ad acchiapparello sullo spiazzo sabbioso davanti casa, a “Monte d’Argento”.
Anche se ovattato dalla distanza, il rombo degli aerei, che s’infiltra nell’abituale silenzio di quella tranquilla zona di mare, è facilmente riconoscibile.
Ben presto il rumore diventa più distinto. Francesca afferra per mano le bambine e le trascina verso il filare di viti più vicino.
“Presto, giù, e non vi muovete!”
“Mamma, ma così ci sporchiamo” piagnucola Elena “io in questo fosso non ci voglio stare!”
“Zitta e accovacciati!” le grida la mamma.
Matilde non parla, a lei non importa se il vestito si macchia, osserva la mamma e cerca di capire il suo strano comportamento. Stenta a credere che voglia giocare a nascondino con loro...

Settembre 1943: la guerra è in casa
“Presto, nascondiamoci!” grida Francesca a Elena e Matilde, intente a giocare ad acchiapparello sullo spiazzo sabbioso davanti casa, a “Monte d’Argento”.
Anche se ovattato dalla distanza, il rombo degli aerei, che s’infiltra nell’abituale silenzio di quella tranquilla zona di mare, è facilmente riconoscibile.
Ben presto il rumore diventa più distinto. Francesca afferra per mano le bambine e le trascina verso il filare di viti più vicino.
“Presto, giù, e non vi muovete!”
“Mamma, ma così ci sporchiamo” piagnucola Elena “io in questo fosso non ci voglio stare!”
“Zitta e accovacciati!” le grida la mamma.
Matilde non parla, a lei non importa se il vestito si macchia, osserva la mamma e cerca di capire il suo strano comportamento. Stenta a credere che voglia giocare a nascondino con loro, non lo ha mai fatto. In genere è sempre impegnata a lavare, cucinare, sferruzzare, chiacchierare, e poi loro due si sono sempre organizzate bene da sole.
“Uffa, mamma, ma perché?” continua a cicalare Elena, mentre cerca la posizione meno scomoda, come se dovesse rimanere in quel rifugio chissà per quanto.
Stanno lì, accovacciate, illudendosi di essere protette da un tralcio di vite che penzola sotto il peso di due grappoli d’uva, quasi pronta per la vendemmia.
Francesca appoggia le braccia sulle loro spalle e le stringe a sé, per essere sicura che non si alzino. Tace e, con il fiato sospeso, osserva gli aerei ormai visibili.
La paura è tanta. Soltanto il giorno prima, sulla vicina Gaeta sono piovute bombe come grandine. Non si sa bene quanti danni abbiano fatto perché le notizie, in paese, arrivano con difficoltà ma le bombe, dai paesi circostanti, tutti le hanno viste mentre cadevano e non ci vuole molta fantasia per immaginare che abbiano lasciato morte e distruzione.
Non si capisce più niente di quello che sta succedendo. Una delle stranezze è che non è stata proclamata la fine della guerra ma, in giro, si vedono sempre più frequentemente soldati allo sbando, che tornano a casa, senza divisa e abbastanza provati. Non si sa cosa aspettarsi.
Il rombo ormai è forte.
Che faranno?
A chi toccherà questa volta?
“Gesù mio!” bisbiglia Francesca mentre segue con lo sguardo la traiettoria dei velivoli.
“Che belli! Come brillano! Che sono quei cosi luccicanti che scendono, mamma?” chiede Elena.
Francesca non risponde, guarda le bombe che riflettono il sole mentre precipitano, appena a distanza di sicurezza dal loro nascondiglio. Un breve lasso di tempo e un boato si spande, fragoroso, investendo Monte d’Argento, tutta la piana e i paesi appollaiati sulle colline circostanti. Una nuvola grigia si alza dall’area colpita che, da quanto può valutare Francesca, è proprio dietro Monte d’Argento, nella zona denominata “gl’attu degli morte” e abbastanza vicina alla foce del Garigliano.
Gli aerei si allontanano alleggerendo ulteriormente il loro carico durante il ritorno.
Passato il pericolo madre e figlie escono dal fosso.
Sgomenta, con un gesto meccanico Francesca scuote via dei fili d’erba secca dai suoi vestiti e da quelli delle bambine. Senza perdere altro tempo, le prende per mano e si affretta a rientrare in paese . Ha la mente in subbuglio.
Il pensiero corre a sua madre, Maria Civita, che dovrebbe essere in campagna, a “Pontone”, quindi da tutt’altra parte rispetto alla zona colpita. Istintivamente va con la mente anche al marito, Augusto, anche se non è lì perché imbarcato sulla corazzata Italia . Si preoccupa per alcuni paesani, quelli che di solito lavorano i campi proprio vicino al Garigliano, e le si stringe il cuore all’idea che qualcuno possa essersi trovato lì, al momento del bombardamento. Si augura che non ci siano vittime ma ha un brutto presentimento. Si aggrappa alla speranza che non sia avvenuto nulla di irreparabile.
“Ch’è successo, ma’?” chiede Elena vedendo l’espressione preoccupata della mamma.
“Ch’è successo, ma’?” fa eco Matilde, come sempre.
“Hanno bombardato.”
“Bombardato?”
“Sì.”
“Quei cosi luccicanti erano bombe?”
“Sì.”
“E perché hanno bombardato?” continua Elena.
“La guerra!” risponde Francesca laconica.
Elena, pur non avendo affatto le idee chiare, non indaga oltre; percepisce lo stato d’animo della mamma e resta muta. Ha già sentito parlare di guerra ma, a sei anni, non sa cosa sia realmente. Sa soltanto che di guerra si muore, come si muore di tifo, di tubercolosi e di tante altre malattie che sente sempre nominare. Sa che il nonno, Enrico, è morto “di” guerra, quando aveva appena ventotto anni. Glielo ha raccontato tante volte la nonna, ma lei non riesce ad associare questa parola alle bombe che ha appena visto e alla preoccupazione della mamma.
“Mammà, che è la guerra?” chiede Matilde incuriosita.
“Zitta tu, che sei piccola e non capisci!” l’apostrofa Elena “la guerra è una cosa che fa morire, capito? È pericolosa!” aggiunge, assumendo con la sorella l’aria compiaciuta di chi ne sa di più.
Francesca le lascia dire, il suo pensiero è impegnato altrove.
Si affrettano a tornare a casa, percorrendo Viale Fedele e Via Simonelli fino al bivio per Castelforte, a un’andatura sostenuta. Dal bivio, per non fare il giro lungo, prendono la “Zi’ Nicolina”, anche se è abbastanza ripida. Matilde, che ha sempre preteso di andare in braccio a qualcuno tutte le volte che si è affrontata quella scorciatoia, ora si arrampica come una capretta su per quella salita piena di grossi ciottoli che rendono faticoso il cammino. Ha capito che è successo qualcosa di insolito e dimentica perfino di avere paura di Mario, il muto, quando passano davanti alla sua casa. Pur avendo il fiatone fanno l’ultima salita, quella che sbuca alle spalle della chiesa dell’Annunziata, e arrivano nella piazza omonima.
Si uniscono al gruppetto di donne che si è raccolto lì a discutere sull’accaduto e Francesca chiede cosa sia successo veramente:
“Me dicete ch’è succeso?” “Do’ hanno bombardato?” “È mòrto caccheruno?”
“De sicuro non sapemo ancora niènte ma che paura ce semo messa!” risponde una di loro “Hanno bombardato a Gragliano, proprio vicinu alla terra de Biasio e ‘na bomba è caruta ‘ncoppa alla casa de Rosaria.”
“Poverella. E che gli è succeso?” domanda Francesca.
“N’o sapemo ancora, Catarina è iuta a spià’. E po’ hanno bombardato puru agliu cimiteru”
“Gesù! Gesù!” esclama Giuseppella, anche lei arrivata in quel momento “hanno bombardato gliu cimiteru? Maronna aiutece, manco gli morte stanno chiù bone!”
“E tu stai a penza’ agli morte?” risponde Francesca “meno male che se l’hanno pigliata co’ issi. Era meglio si se la pigliavono co gli vivi?”
“No, no” si difende Giuseppella “sulo ca ‘nce sta chiù creanza pe’ niènte.”
Mentre chiacchierano di queste cose torna Caterina, così vengono a sapere che Rosaria, al momento del bombardamento, era lontana perché impegnata nel suo lavoro di lavandaia. In casa, invece, doveva trovarsi Luigino, il primogenito di Rosaria, la quale - sempre dal racconto di Caterina – in quel momento sta correndo verso casa.
“Mamamia! Poverella, e mò?” commentano le altre “‘iamo a vede’ se gli serve caccosa, ‘iamoce puru nui, n’a lassamo sola.”
“Aspettate nu momento che porto le criature alla casa” dice Francesca “e vengo puru i’.”
E tutte, signore e pacchiane , mani ai fianchi e passo svelto, con le larghe gonne che svolazzano al ritmo del loro passo, corrono da Rosaria che trovano, piangente, davanti ai resti della sua casa. Il fabbricato è sventrato. Appaiono alla vista testimonianze di una vita di stenti. Le sue povere cose, improvvisamente esposte alla luce del giorno, si mostrano in tutta la loro irriducibile miseria ma Rosaria ha ben altro a cui pensare che preoccuparsi della sua intimità violata; cerca Luigino ed è sconvolta al pensiero che il figlio possa trovarsi sotto quelle macerie.

“Presto, nascondiamoci!” grida Francesca a Elena e Matilde, intente a giocare ad acchiapparello sullo spiazzo sabbioso davanti casa, a “Monte d’Argento”.
Anche se ovattato dalla distanza, il rombo degli aerei, che s’infiltra nell’abituale silenzio di quella tranquilla zona di mare, è facilmente riconoscibile.
Ben presto il rumore diventa più distinto. Francesca afferra per mano le bambine e le trascina verso il filare di viti più vicino.
“Presto, giù, e non vi muovete!”
“Mamma, ma così ci sporchiamo” piagnucola Elena “io in questo fosso non ci voglio stare!”
“Zitta e accovacciati!” le grida la mamma.
Matilde non parla, a lei non importa se il vestito si macchia, osserva la mamma e cerca di capire il suo strano comportamento. Stenta a credere che voglia giocare a nascondino con loro...

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