Luigi Romolo Carrino
R., a vent´anni

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Titolo R., a vent´anni
Autore Luigi Romolo Carrino
Genere Poesia      
Dedicato a
r.
Pubblicata il 06/05/2008
Visite 4686
Punteggio Lettori 112

Sono la pausa che mi spiega quando ho parlato alle mie camicie,

la cerimonia del sogno che oggi copia il ritmo del respiro, ora che dorme la voce.

Sono stato la prima sillaba del nome, ieri e non un altro, sono

l’altezza del dirupo in autunno e il vento distratto, la scatola di fagioli sul tavolo in cucina,

l’arrosto,

il libro raro da tradurre o da leggere, sono quello da trascrivere e la bella madre dei tuoi seni.

 

 

Nel credo e nell’orazione era il corpo pazzo di sudore e prendeva la mano

e la metteva sul cazzo mio

quando la serenata di ferragosto ci faceva le lucciole gaie e l’amplesso del mio primo amante

ti regalai nel fiotto di sperma che ti regalai,

chiuso in un barattolo con una farfalla morta. E fu allora che ci fu tutto l’amore v(i)olato.

 

 

Sono la pena che mi spande. La pena più grande. Io fui la tua gioia indecente. Lo sono.

Sono io la foto girato di spalle che ti preme il torace mio aperto

quasi senza peli alle tue meraviglie primitive che chiedevano le mani sulla spiaggia di Anzio:

sono io la nazione, quella rivoluzione dello sguardo adesso che sorridevi, sorridi e sei felice.

 

 

Voglio dirti che sono rimasto bambino nel tutto niente che adesso parlava la tua gola, voglio dirti

che sono qui ammazzato nei due gemelli che hai perduto e nelle due bambine vere che hai avuto

voglio dirti che ho mangiato tutta la tua luce in vent’anni e di questa luce ho vissuto.

Io sono quello che non si ottiene, quello che sviene allo specchio restando in piedi,

io sono la cronaca della pioggia il 28 di febbraio e sono l’amore (cazzo!)

sono l’uomo che si fermò sulla punta delle sue dita, tra le pieghe della tua fica,

con la bocca afferrato alle scorie del tuo fiato uterino, nei fianchi e nel culo mi sono rifugiato.

 

 

Sono il verbo sbagliato, il tempo e il modo rimescolato, il corpo che a sud si autoripara.

Quello che fui e che sono e stato e tutta la tutta mia bellezza esiliata e fallo: testimoniami,

sia un orologio, un bicchiere, la guerra delle nuvole all’orizzonte

o che sia furiosa almeno quella tutta infanzia screanzata, aliena e mal nata.

 

 

Sono la pausa che mi spiega quando parlo alle mie camicie,

il rito sacro della menzogna che oggi copia un respiro qualunque che anche tu,

anche tu, che ti dormi la voce, la chiamerai una scusa già a vent’anni,

ma non c’è una casa che non abbia occhi divano televisore letto, un fatto che sia vero e che ci credi.

 

 

Io sono il padre e il figlio e l’uomo, io sono il suono che mi crea scompiglio e mi consola,

il mare di ottobre a primavera le mani distratte mi intuisce, la cicatrice doppia m’imita sulla fronte,

e il singhiozzo delle onde m’innamora:

sappi che tornai con l’odore di un paese differente per tutto il tempo in cui mi vissi,

per tutto il tempo che ti amai.    

 

 

 

 

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