Giuseppe Gilardi
La danza immobile

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Titolo La danza immobile
96 pagine di fotografie inbianco e nero e coloro
Autore Giuseppe Gilardi
Genere Fotografia      
Dedicato a
Lucia
Pubblicata il 22/05/2008
Visite 13738
Punteggio Lettori 48
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Alogenuri  N.  1
ISBN 978-88-7388-176-6
Note Libro Fotografico di Giuseppe Gilardi, testi di Mauro Macario In copertina: Il Corsaro, Alen Bottaini - Bayerisches Staatsballett

Chi mai dunque fermerà quel gesto? Chi sarà il predatore discreto dell’istante irripetibile? Ci vuole un ballerino parallelo, il ballerino della danza immobile, un’ombra aggiunta che una sarta teatrale cuce sugli altri un attimo prima di entrare in scena, un’ombra che sappia scomporsi e riapparire costantemente da tutti i lati di una ubiquità coreografica memorizzata, rivissuta, un’ombra alata in agguato amoroso sul trapezio volante dove la presa dell’immagine non effettua due volte il suo volteggio ed è senza rete sottostante. E’ un mondo al di là del visibile; la nostra percezione visiva, limitata, parziale, illusoria, ne capta solo la parte concessa.

 


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L’Estasi figurata
Fra tanto baccano epocale di persuasori circensi, fuori dal mestolo dell’omologazione, oltre la proliferazione inconsulta delle figure virtuali che umiliano la purezza dell’uomo di Leonardo, il corpo muto sguscia via, trova nel silenzio danzante il suo linguaggio universale che s’invola oltre il filo spinato degli idiomi di confine, beffando con eleganza ogni ostacolo etnico-culturale, portando nel mondo la buona novella della poesia carnale che accomuna tutte le genti; d’incanto si materializza nel suo lirico disegno di rappresentarci trasfigurati in lui, un corpo individuale che diventa corpo collettivo, e altrettanto d’improvviso, evanescente come un ectoplasma, svanisce per poi ricomporsi poco più in là in quella zona segreta del nostro immaginario dove l’illusione di un riflesso speculare ci affianca al virtuosismo antimaterico di un movimento che nasce dal nulla e muore nell’aria un attimo dopo, senza lasciare traccia. Chi mai dunque fermerà quel gesto? Chi sarà il predatore discreto dell’istante irripetibile? Chi provvederà a eternarlo catturandolo nel suo dispiegarsi, in quel ricamo espressivo che non ha strumenti artificiali ma solo la propria sublime mortalità, oserei dire, la sua stupefacente deperibilità che per un momento si ricostituisce in tessuto marmoreo ma con la leggerezza di una polvere d’oro destinata a vanificarsi con orgoglio, senza malinconia, accettando il proprio corpo come un manufatto impossibile a clonarsi e a donarsi? Come faremo a trattenere negli occhi la forma radiosa di un bagliore pirotecnico che si dissolve nel buio come un fuoco fatuo su di un carillon?
Ci vuole un ballerino parallelo, il ballerino della danza immobile, un’ombra aggiunta che una sarta teatrale cuce sugli altri un attimo prima di entrare in scena, un’ombra che sappia scomporsi e riapparire costantemente da tutti i lati di una ubiquità coreografica memorizzata, rivissuta, un’ombra alata in agguato amoroso sul trapezio volante dove la presa dell’immagine non effettua due volte il suo volteggio ed è senza rete sottostante. La danza scrive con i piedi ma il suo stile è superbo come quello di Joyce. E’un mondo al di là del visibile; la nostra percezione visiva, limitata, parziale, illusoria, ne capta solo la parte concessa. E’ una poesia ancestrale, arcaica, selvatica, che riaffiora come in un rito magico; più è colta e raffinata, più porta con sé qualcosa di tribale che abbiamo perduto lungo i secoli: l’armonia del corpo in movimento a fini evocativi, le significanze più segrete come graffiti da decifrare, lo scambio sensuale ed eucaristico senza intermediari religiosi o ideologici. La libertà dentro la metrica dei gesti.
Siamese alla musica, la danza ne è il gemello monozigoto.
Platone scrisse: “ La musica è una legge morale, essa da un’anima all’universo, le ali al pensiero, uno slancio all’immaginazione, un fascino alla tristezza, un impulso alla gaiezza e la vita a tutte le cose. Essa è l’essenza di tutte le cose, essa è l’essenza dell’ordine ed eleva ciò che è buono, di cui essa è la forma invisibile, ma tuttavia splendente, appassionata ed eterna.” Niente di più vero, di più esaltante. Immaginare però un mondo inanimato, solo attraversato dai suoni, non basta a suffragare questo pensiero: la danza, devotamente, soccorre la musica in empatica osmosi dando “la vita a tutte le cose”, come rappresentazione fisica e metafisica dell’uomo e della donna che cantano il gesto dell’esistere biopoetico in un intreccio corporale che spinge il sogno ai bordi di un’eternità relativa. La poesia del corpo…un’affermazione che suona come un’eresia in una fase di retrocessione, di oscurantismo, di puritanesimo vittoriano, di recrudescenza clericale, ma l’arte, di qualunque matrice, ha il dovere e l’intrinseca potenza di scavalcare i recinti censori eretti dalle istituzioni repressive, di scremarle dai loro rifiuti campani sparsi come incenso cattivo, di incenerirle con la folgore della bellezza incontrovertibile. La poesia del corpo depura i concetti infamanti di osceno e restituisce alla sua nudità il movente del sogno, la commozione dell’offerta, l’esultanza di una festosa comunione pagana, il diapason ritrovato di una nota collettiva sulla quale intonare un’autentica, viscerale fraternità trasversale, senza feticci da idolatrare né totem ai quali inginocchiarsi.
Soli, sul carillon, danziamo felici rotolando verso la fine.
Ma da stasera si replica.
Mauro Macario

hi mai dunque fermerà quel gesto? Chi sarà il predatore discreto dell’istante irripetibile? Ci vuole un ballerino parallelo, il ballerino della danza immobile, un’ombra aggiunta che una sarta teatrale cuce sugli altri un attimo prima di entrare in scena, un’ombra che sappia scomporsi e riapparire costantemente da tutti i lati di una ubiquità coreografica memorizzata, rivissuta, un’ombra alata in agguato amoroso sul trapezio volante dove la presa dell’immagine non effettua due volte il suo volteggio ed è senza rete sottostante. E’ un mondo al di là del visibile; la nostra percezione visiva, limitata, parziale, illusoria, ne capta solo la parte concessa.


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