Luigi Romolo Carrino
Triste, piccolo canto, dell´amore sciupato

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Titolo Triste, piccolo canto, dell´amore sciupato
Autore Luigi Romolo Carrino
Genere Poesia      
Dedicato a
a.a.
d.s.
p.a
v.c.
m.v.
Pubblicata il 22/06/2008
Visite 5456
Punteggio Lettori 85
Note quello che resta
Sugli scogli di Mergellina




Che nel mare di due,
– noi due pesci d’acqua dolce –
,ci respirammo abbracciati
prestandoci le branchie due a due
lo so Solo e adesso, adesso Che siamo ‘stati’

Di due anni il mare – come un padre –
risonò le nostre gesta accorte
sputandoci al cielo solo per errore delle sue onde.
Tra le correnti carezzevoli per un cuore in più
decidemmo di sperperarci nell’Anno Dei Maremoti
perché la qualità dell’aria che ci soffiammo era così necessaria
,rara

Ora non c’è più il mare, Ora non ci sono più pesci,
né l’acqua è dolce Né niente, Né nulla, Né tu Né io,
Nemmeno un fiume, Né un sasso vivo, per fossilizzarci



Talvolta
di mattino presto
il Mediterraneo
come una nostalgia
restituisce sulla sabbia di Napoli le anidridi nostre,
per l’aria che sciupammo, E Che Abbandonammo, al largo di noi





___________________________________________________________
Le cose così, come stanno - ventidue aprile del duemilaotto (diario minimo notturno)


C’è un posto che mi fa presente, uno di quei luoghi, solo uno, che mi fa presente al mondo. Ho tanta paura del mare, ne ho così tanta attrazione. Come fossi una delle tante imbarcazioni, come se poi ci fossi soltanto io in mezzo al. Come se dire ‘aiuto’ fosse solo un’altra onda folle, che crede di poter.
Sentirsi uno dei tanti, manifestarsi come uno dei, beh, devo dire che mi fa salire lo stomaco negli occhi, me lo fa scendere, e poi dico no, non è così. Non questa gioia di vivere, non ora, non qui.
Guidare e dirsi una volta, forse due, tre. Ma poi so che i numeri non si possono amare. I numeri, non si può.
Oggi, dietro al vetro di un treno che scippava i colori dalle mie iridi, pensavo a quanto quella pecora lì, intravista, fosse zoppa, quanto potesse essere bianca senza la mia vista. A quanta luce, nella mia vita, ho riflesso. Quanta noia, o gioia, o semplice amplesso. Quanto fossi unico, nel mio unico delirio.
C’è il mare. I lampi stanotte hanno fulminato fino alla fine dell’orizzonte, e io ho visto quello che c’era. E non c’era niente, solo altro cielo, altro mare. Seduto, con le gambe incrociate, e le mie galouises rosse. Una fiammella. È tutto, giuro, non c’era più altro.
Piove. Vorrei tu fossi qui per sentire questa creatura meravigliosa – forse te lo’ho scritto, ma non ero io, non sarò più questo per te -, silenziosa e costante, accesa fino alla fine del mio sguardo, fino a dove posso. Mi fa così pieno, vorrei morire adesso, non tornare, non arrivare: non sono mai stato così bello.

Poi mi sono alzato, ho guardato qualcosa, ma non posso esserne sicuro. Un fuoco nello stomaco, ancora, qualcosa riguardo certi calzini, un misto tra una conversazione e un esoterico delirio psichiatrico. Uno sbaglio, o anche amore, ma solo per errore, felice che sia così.
Il rimbalzo nella mia Lanos, barcollante, senza alcol. Ma solo niente, ho fatto un rutto credo. Quando mai, quanto mai. Tra le nuvole, forse mi fulmino il muscolo, forse mi batte ancora. Ed è bello sentirsi vivi, abbracciati e vivi.


Questa è tutto quello che posso fare. Tacere da qui, oltre in poi, prima di dirti la verità, mezzo niente e mezzo tutto. Questo è un regalo. Dirti. Dirti le cose.
Dirti le cose così, come stanno.



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