Luigi Romolo Carrino
Faust aveva i capelli ricci*

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Titolo Faust aveva i capelli ricci*
Autore Luigi Romolo Carrino
Genere Poesia      
Dedicato a
l´opera è di david ho
Pubblicata il 03/07/2008
Visite 5880
Punteggio Lettori 85
Note dedicato a chi si dimentica - suo malgrado - dell´ombra, sotto la curva della mia bocca
Nel ritorno, per ogni alfabeto muto,
accucciato nell’imbuto delle mani io
io ero già morto, spaventato dagli angeli.


Dirti che aspetto un figlio
- io sempre figlio -
è perdonarti due sillabe paterne
perché il sangue non vuole più parlare,
il sangue si è confuso d’amore.

Il genio della mia stravaganza
è la gravidanza che non ti so regalare:
stanotte le stelle sono diecimila occhi d’oro.

Poco fa, prima del tramonto,
ho implorato la partenza del vento.
Ma sulle cime dei pini c’era la mia nostalgia
e la tenerezza di un passero rotto
e il singhiozzo del mare all’orizzonte
e il fiore della tua lingua
nello scheletro zitto del mondo, senz’ossa.


* D. Campana


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Faust e l'invetriata

La sera fumosa d’estate
Dall’alta invetriata mesce chiarori nell’ombra
E mi lascia nel cuore un suggello ardente.
Ma chi ha (sul terrazzo sul fiume si accende una lampada) chi ha
A la Madonnina del Ponte chi è chi è che ha acceso la lampada? c’è
Nella stanza un odor di putredine: c’è
Nella stanza una piaga rossa languente.
Le stelle sono bottoni di madreperla e la sera si veste di velluto:
E tremola la sera fatua: è fatua la sera e tremola ma c’è,
Nel cuore della sera c’è,
Sempre una piaga rossa languente.



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Vorrei poterti dare quello che voglio dire.
O starmene con una faccia da cerebroleso a guardarti, stare come l’albero a tenere il tuo appoggio, o due dita o essere una sigaretta, anche fumo. O mezzo prato, mezza foglia, mezzo nulla.

È estate, sei a mezze maniche, una stupida posa da maledetto, o suoni un motivetto adatto al silenzio.

Ma è un’imitazione. Un evento di poca cosa che nemmeno tu sai di poterti evitare: tu non sei qui. Tu sei quello che diviene, quello che nemmeno sai di diventare. Di essere.
Sei una domanda che non risponde. Sei un orologio sospeso che non trascorre, sei atteso. Sei quello che batte qui, mi feliciti le ferite, teneri le mie dormite. Tu sei un grafico che s’impenna, che s'affanna a cardiovascolare tuo malgrado oltre le distanze e le ricorrenze. Sei imbarazzo di vivermi, sei questo assentarmi in un fatto solo mio, tu questo timido cercarti tra le lancette, o nei muri della qualunque stanza o tra le parole di Veronique o i baci dati a carte da parati stantie, le malinconie e i giorni di compleanno. Tu sei la razza più bella che io abbia mai voluto conoscere. E questo, anche questo, ancora non sai. Tu sei non qui, e questo mi fa male al male perfetto che tu conosci, lo capisci, lo hai fatto tuo a soli 4 anni.

Vorrei poterti dire quello che voglio dare, e non durare niente. Insegnarti il cuore che dal suono nostro si stupisce, si allontana e regredisce, diviene pigolio e ruggito, leone ferito o gatto con una zampa sola senza coda senza baffi senza oriente, e poi niente sì, si calma e finisce col calmarsi, regolarsi al movimento della tua testa nell'incavo della mia, dove poggi il tuo sbandamento e lo scoramento della tua anca, il prepuzio del tuo intento e lo sgomento di tenersi così, non senza tagliarsi i polsi, non senza farsi lame sulle braccia e topografia dell’attenzione. Ritornare, dal sogno, nel tu che non sei qui.

Niente è certe volte, che mi distraggo, certe volte che ho delle cose da fare, che io poi le faccio. Niente è questo qua, ma è tutto quello che ho. Tutto quello. Che ho.

Tu, mentre ti giri, sorridi, e mi fai un po’ di bene e mi restituisci quello che, tanti anni fa, ci fu tolto.

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