Susanna Perachino
PRIGIONIERE

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Titolo PRIGIONIERE
fotografie in bianco e nero sulla violenza alle donne
Autore Susanna Perachino
Genere Fotografia      
Dedicato a
A tutte le donne e tutti gli uomini
Pubblicata il 09/07/2008
Visite 11712
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Alogenuri  N.  2
ISBN 978-88-7388-185-8

 [...] Queste donne sono PRIGIONIERE del loro passato ma anche del loro presente: costrette a nascondersi dietro le persiane chiuse di una casa-rifugio cercando di sfuggire all’incubo delle violenze subite e, al contempo, crearsi un nuovo futuro.


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Prigioniere è un reportage consacrato alle donne che sono quotidianamente vittime di violenze domestiche.
In molti Paesi, le violenze commesse dal partner tra le mura domestiche sono la prima causa di morte della popolazione femminile. In Europa, la violenza rappresenta il principale pericolo mortale per le donne tra i 16 e i 50 anni. Questo fenomeno appartiene alla normalità più che alla patologia e riguarda le donne di tutti gli strati sociali e culturali, tutte le razze e tutti i livelli di istruzione.
La violenza che si manifesta nell’intimità della famiglia investe la sfera psichica, fisica, sessuale ed economica. Picchiate, imprigionate, sottomesse, insultate, minacciate, violentate, umiliate, private dei mezzi economici: queste donne hanno paura, si isolano, perdono fiducia in se stesse, non hanno più il coraggio di difendersi e cadono in depressione. La casa diventa, quindi, il luogo più pericoloso dove la violenza viene esercitata proprio dalla persona amata. Questo genere di situazione evoca, talvolta, le condizioni familiari d’origine sia dell’aggressore che della vittima.
Le donne si sentono responsabili per i figli che, a loro volta, assistono ad una crescente violenza nei confronti delle madri. Le donne, in un clima familiare di minaccia e dipendenza, si convincono di essere, in qualche misura, colpevoli per quello che accade loro e si negano il diritto fondamentale al rispetto della loro dignità, integrità e libertà.
Gli episodi violenti si ripetono nel corso del tempo e tendono ad assumere forme sempre più gravi, al punto da convincere una parte crescente di donne a denunciare il marito o compagno; ma la vergogna e l’umiliazione di ammettere questo dramma rischiano, frequentemente, di far rinunciare al lungo e penoso processo di reintegrazione.
L’indifferenza della società, il silenzio reticente e la debole percezione della violenza coniugale colpiscono ancor più le donne nel loro sentimento permanente di sofferenza.
Da una decina d’anni, attraverso il programma europeo Urban, è operativa in Italia la “Rete Antiviolenza”. Il piano d’azione ha portato alla creazione di centri di accoglienza e case protette per donne e bambini vittime di violenze domestiche. E’ in questo tipo di strutture che si è sviluppato, a Genova, il reportage fotografico PRIGIONIERE.
Nel 2007, anno di approvazione della legge della Regione Liguria contro la violenza su donne e minori, la fotografa ha partecipato agli incontri nella casa-rifugio per donne vittime di violenze domestiche, nella casa madre-bambino e nel centro antiviolenza dell’UDI al fine di narrare queste storie di donne.
Le immagini sono state scattate nel rispetto della dignità, del dramma privato e della reputazione delle donne presenti, ospiti nelle strutture residenziali, operatrici e fruitrici delle attività presso il centro antiviolenza. Al fine di assicurare la protezione e confidenzialità delle persone e della localizzazione dei luoghi, è stata scelta la tecnica close-up in pellicola bianco e nero ad altissima sensibilità.
Da questo reportage sono stati tratti uno slideshow teatrale ed una mostra.
Queste donne sono PRIGIONIERE del loro passato ma anche del loro presente: costrette a nascondersi dietro le persiane chiuse di una casa-rifugio cercando di sfuggire all’incubo delle violenze subite e, al contempo, crearsi un nuovo futuro.
 

 [...] Queste donne sono PRIGIONIERE del loro passato ma anche del loro presente: costrette a nascondersi dietro le persiane chiuse di una casa-rifugio cercando di sfuggire all’incubo delle violenze subite e, al contempo, crearsi un nuovo futuro.


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