Luigi Romolo Carrino
Mariasole: La mia storia

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Titolo Mariasole: La mia storia
Autore Luigi Romolo Carrino
Genere Sceneggiatura - Teatro      
Dedicato a
a tutti quelli che ne hanno scritto e parlato, che lo hanno letto
Pubblicata il 16/07/2008
Visite 5097
Punteggio Lettori 127
Note Dalle pagine ´stracciate´ da Acqua Storta: la voce di Mariasole
Nella nostra città, che pare una grande famiglia, noi siamo orfani. Siamo un fatto segreto, Giovanni, ma non abbiamo segreti tra di noi, lo sai. Siamo talpe, nella nostra città. Questa è la mia storia, questa è la storia di Giovanni e Mariasole. Questa è una storia d’amore che comincia, e che finisce, sugli scogli di Mergellina.

La prima volta fu su Il Mattino. Avevi un bollino nero sulla faccia, cioè, non proprio, non copriva tutta la faccia. Si scorgeva la bocca, avevi la bocca aperta, un sorriso spavaldo. Stavi in mezzo a due Carabinieri. Sembravi alto per i tuoi quindici anni, o magari erano i due Carabinieri che ti scortavano a essere bassi. Avevi le braccia dietro la schiena, ammanettato. Portavi una maglietta bianca a maniche corte, ’nu jeans aderente. L’articolo titolava: “Arrestato figlio del boss per furto d’auto”. T’avevano arrestato alle 4 del mattino, all’uscita di una discoteca, eri andato a ballare con la macchina rubata la notte stessa. “Che cretino, preso come un ladro di stereo”. Sapevo chi eri, in casa mia madre e mio padre parlavano della tua famiglia, la famiglia di Don Antonio Acqua Storta, la famiglia quelli che vogliono comandare tutto e tutti, comandare anche dove non possono, dove non devono. Sapevo il tuo nome, sapevo dove abitavi, sapevo dove te la facevi, chi incontravi, dove rubavi, chi picchiavi, chi erano i tuoi amici, sapevo anche quando ti spostavi. Ma non ti avevo mai visto. Che strano, a pensarci adesso, ogni giorno sapevo così tante cose di te, eppure non ti avevo mai incontrato. Certo, a quell’età non correvamo pericoli, e non era necessario riconoscersi, sapere che faccia avevi: lo avrebbero fatto altri per noi.

Quella sul giornale è stata la prima volta che ti ho visto, sì, anche se non ho visto i tuoi occhi, i tuoi occhi famosi.
Anni dopo, il giorno dopo la mia laurea, mia madre mi porta in camera da letto, con la faccia scura e gli occhi gonfi di pianto, vuole farmi le carte, i tarocchi. Io non voglio ma lei insiste, distende i suoi arcani maggiori, mi dice che soffrirò molto nella mia vita, ma poi ogni cosa andrà al suo posto. Mi dice che amerò un uomo che non si può amare. Mi dice: “Certe donne hanno l’orgoglio sotto gli zigomi”. Non capisco immediatamente cosa vuole dirmi. Mi fa un discorso forte, “perché ormai sei una donna da marito”, mi dice. “Noi siamo donne, e come donne non guardiamo in faccia nessuno, tu dovrai stare vicino a tuo marito, pure se tuo marito sbaglia con un’altra donna”. Così mi dice in lacrime. Io le sorrido, l’abbraccio, le dico di stare tranquilla, di non dispiacersi: non permetterò a nessun uomo di trattarmi così.

Quella mattina, leggendo il giornale, non avrei mai immaginato, nemmeno lontanamente, che 10 anni dopo sarei diventata tua moglie.
Mio padre, qualche giorno dopo la lettura delle carte, venne da me e disse che dovevo sposarmi con Giovanni Farnesini. Non dissi una parola, nemmeno una. Sapevo che aveva ragione, sapevo che era la cosa necessaria da fare per il bene della famiglia, per salvarci tutti, per continuare gli affari da alleati e non più da rivali. Mio padre mi costrinse. Mi obbligò. Io allora sì che conoscevo la tua faccia, la tua camminata, la tua ignoranza, la prepotenza, la strafottenza, il colore strano, bellissimo e terribile dei tuoi occhi. Mi facevi schifo, eri tutto quello che non volevo da un uomo.
Il giorno che mi sposai odiavo tutti. Io non sono una donna remissiva, certe leggi però non possono essere violate.

Quello che non sapevo, il giorno che mi sposai, è che mi sarei innamorata di te senza ritegno, abbandonandomi al tuo odore, alle tue maniere, arrendendomi alla tua gentilezza brutale. Tu, ignorante e bastardo, un sanguinario, all’improvviso così dolce, così affettuoso, comprensivo, quasi debole, ma una debolezza da bambino, che mi veniva da proteggere. E poi ho capito, ho capito cosa ti aveva reso così. Solo l’amore poteva cambiare un uomo come te.

A volte si pensa che scrivere una storia sia facile. Da qualche parte, dentro di me, nel momento in cui ho capito cosa ti aveva cambiato, in quel momento so di aver scritto il finale di questa storia prima di viverla, sapendo cosa avrei fatto, come lo avrei fatto.
Quello che non sapevo, era quando lo avrei fatto.

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