Alessandra Palombo
Lella - Racconto di Frank Poimen - 1^ parte

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Titolo Lella - Racconto di Frank Poimen - 1^ parte
Autore Alessandra Palombo
Genere Racconti Brevi      
Pubblicata il 16/07/2008
Visite 3689
Punteggio Lettori 16
Note E´ il racconto di un amico che ha iniziato da poco a scrivere. Lo posto e aspetto i vostri commenti. Sandra

Di giorno, con la luce, sembrava tutto più facile: c’era da lavorare, da correre, incontrare clienti, parlare con loro, convincerli, starli a sentire, quando magari ti rovesciavano addosso tonnel-late di problemi personali, con la moglie, con l’amante, con i figli. E poi c’era la casa: sua figlia tre-dicenne, con tutti i problemi di quell’età, un momento felice, il momento dopo in lacrime, mai con-tenta, petulante. E sua moglie: chiusa, taciturna, perennemente incapace di sorridere, di giocare, so-stanzialmente solo interessata a se stessa, a ottenere, in un modo o nell’altro, quello che voleva. Una normalissima situazione famigliare, uguale ad altre migliaia di situazioni famigliari, che lui doveva e voleva difendere. In realtà, subito dopo l’accaduto, si era lasciato andare a una sorta di inerzia, ri-muginando nella testa pensieri: aveva passato due giorni in letto, dandosi malato, a lavorare di fan-tasia. Aveva però capito che quella strada lo avrebbe portato presto al manicomio e si era fatto for-za. A poco a poco i ritmi a cui era abituato si erano rimpossessati di lui, e le giornate, bene o male, passavano. I pensieri si riaffacciavano alla sua mente proporzionalmente al venir meno della luce e con la notte diventavano tanto grandi da occupare tutto lo spazio che c’era. Pensava spesso che ave-va ragione Gaber, in una vecchia canzone, quando diceva che i pensieri di notte diventavano più grandi e più cupi. Davvero. Lui lo sapeva bene. Non riusciva a dormire, quella notte come tante al-tre notti, perché pensava a Lella.
Solo Lella: di lei non sapeva altro se non che si chiamava Lella. Non sapeva di che nome fosse il diminutivo, non sapeva il suo cognome, dove aveva abitato o quanti anni avesse avuto. Non sapeva niente di lei e il suo ricordo lo uccideva un poco per notte, come un veleno.

L’aveva conosciuta in maniera casuale, alla fermata dell’autobus, nella periferia della città, a fine maggio, in una giornata diventata serena e luminosa verso sera dopo essere stata grigia e coper-ta. Nella luce gialla del sole tra le nuvole che si stavano diradando le pozze d’acqua delle piogge dei giorni precedenti riflettevano colori. Era alla fermata ad aspettare l’autobus perché aveva portato la macchina dal meccanico per la revisione. Il meccanico era un suo cliente, diventato poi quasi un amico, e aveva l’officina da quelle parti e gli avrebbe controllato l’auto in modo che passasse il col-laudo senza problemi. Il meccanico stesso l’avrebbe portata al collaudo, ed erano d’accordo che sa-rebbe andato a ritirarla il giorno seguente.
Era molto bella: alta, snella, con i capelli scuri corti perfettamente a posto, elegantissima. Non c’era nulla di fuori posto in lei. Notò che portava la vera al dito e che aveva gli occhi tristi, co-lor nocciola. Poteva avere poco più di trent’anni. Si fermò guardandosi in giro, con quello che, lì per lì, gli era sembrato uno sguardo smarrito, poi gli si avvicinò:
“Devo andare dalle parti della stazione. Che autobus devo prendere?”, chiese in tono neutro, come se la cosa non la riguardasse.
“Venga con me, vado anch’io da quelle parti. Poi, quando scendo io, dovrebbe fare ancora un paio di fermate …”, si fermò un attimo a fare il conto, “ sì due”, le disse con un sorriso.
Con lo stesso tono distante, senza sorridere, rispose: “Grazie”.
Dopo neppure un minuto lei lo guardò nuovamente e affermò: “Non ho il biglietto.”
Lui lo aveva. Ne aveva comprato cinque quella mattina, anche se non usava abitualmente l’autobus, in previsione del fatto che sarebbe stato senza macchina.
“Non si preoccupi, ce l’ho io, anche per lei”.
“Grazie”. Passarono forse venti secondi di silenzio, poi disse: “Non ho soldi”. Non lo disse a lui, non lo disse a nessuno. Lo disse e basta. Lui la guardò: aveva lo sguardo lontano, sembrava su un altro pianeta con comunicazioni intermittenti con questo.
“Non fa nulla”, rispose, “il biglietto glielo offro io. Se capiterà che ci incontriamo di nuovo, me lo restituirà”.
Lei annuì.
Salirono e lui timbrò i biglietti, porgendogliene uno. Lei sembrò non accorgersene e lui con-tinuò a tenerli entrambi in mano. Non c’erano posti a sedere liberi, ma l’autobus non era molto pie-no, si stava abbastanza comodi anche in piedi. La guardava e non sapeva cosa dire. Gli vennero spontanei molti argomenti con i quali cercare di avviare una conversazione, ma l’espressione vacua e distante della donna era un deterrente praticamente insormontabile. Lui sapeva parlare: il suo la-voro lo portava a parlare molto, con molte persone, in molte situazioni. Ma in quel frangente non aveva nessuna idea su come andare oltre a quello sguardo vuoto e a quel tono piatto, impersonale, distante che aveva usato nelle poche frasi che si erano scambiati poco prima, alla fermata. Dava l’im¬pres¬sione che le parole non la potessero raggiungere, forse che neppure le udisse davvero. Alle fermate, passeggeri salivano e altri scendevano, ma l’autobus non divenne mai affollato. Si liberò un posto e lui la invitò a sedersi. Lei, come poco prima per il biglietto, parve non accorgersene.
Era quasi arrivato: appena l’autobus si fermò alla fermata precedente la sua, tirò fuori dalla tasca interna della giacca una penna e, appoggiandosi in qualche modo, sul retro di uno dei due bi-glietti scrisse rapidamente il suo numero di telefonino. Lo porse alla donna: “Questo è il suo bigliet-to. Alla prossima io scendo, lei deve fare ancora due fermate”.
“Va bene. Grazie”.
“Dietro le ho scritto il mio numero di cellulare…”. Lasciò la frase in sospeso. Lei annuì meccanicamente e prese il biglietto tenendolo in mano con aria lontana. Era certo che la prima cosa che avrebbe fatto appena scesa dall’autobus sarebbe stato buttarlo via. Forse nemmeno con inten-zione, come se lui l’avesse seccata scrivendole il suo numero di cellulare, ma per un riflesso condi-zionato. La sensazione che aveva è che neppure si fosse accorta che lui aveva scritto sul biglietto e che non lo avesse sentito quando glielo aveva detto. Si avvicinò all’uscita e, prima di scendere, mentre le porte si aprivano, le diede ancora un’occhiata: aveva l’aria lontana e vide che teneva il bi-glietto ancora nella mano sinistra, tra il pollice e l’indice, come se non ne avesse consapevolezza.

Per due o tre giorni pensò un po’ a quella donna così bella e così strana e, di sfuggita, pensò anche che avrebbe potuto succedere che lo chiamasse sul cellulare. Ma sapeva che era un’i¬po¬tesi as-solutamente improbabile. Anche se avesse sentito quando le diceva di aver scritto il suo numero o se ne fosse accorta, senz’altro non aveva conservato il biglietto. Al pub, mentre beveva un Negroni, si sorprese a pensarla dispiaciuta di averlo buttato via: sorrise, non era un brutto pensiero e ci si cul-lò un poco. Quella donna un po’ lo intrigava: si chiedeva quali pensieri ci fossero dietro quegli oc-chi persi e tristi e come fosse arrivata nella periferia più profonda della città, praticamente senza sa-pere dove si trovava, con un paio di migliaia di euro in abbigliamento e senza biglietto per l’autobus.

Se lo chiese per qualche giorno, alla sera all’ora dell’aperitivo, tra un Hemingway e un Ne-groni, e le chiacchiere con gli amici del locale. Un pensiero veloce, che lo sfiorava e lentamente svaniva. Una sera al tavolo raccontò anche l’episodio del loro incontro, ma si accorse ben presto che quella donna, almeno per come la descriveva, non suscitava negli altri l’interesse che aveva suscita-to in lui. Poi cominciò a chiederselo sempre meno, ma il pensiero di quella donna si riaffacciava al-la sua memoria: un attimo, un attimo soltanto, poi svaniva tra tutti gli altri pensieri, ma quell’attimo, durante il giorno, nei momenti più disparati, causato chissà da quali strane associazioni di idee, c’era, e lui ci si soffermava un poco, come a impedire che davvero svanisse del tutto.

Verso la fine di ottobre, una mattina qualsiasi, mentre prendeva un caffè in un bar qualsiasi, il telefonino suonò con la musichetta che le aveva messo sua figlia (“Così quando ti telefonano pen-si a me, papi”) e lui vide che sul display appariva la dicitura “Sconosciuto”.
“Pronto?”
“Sono quella del biglietto dell’autobus”, disse con la stessa voce che aveva sentito alla fermata dell’autobus, con lo stesso tono piatto, distante, senza partecipazione. L’avrebbe riconosciuta anche se non gli avesse detto chi era. Così, alla fin fine, il biglietto non lo aveva buttato: ne fu gratificato.
“Sì, mi ricordo”, disse, un po’ imbarazzato, cercando cosa dire per proseguire nella conver-sazione. “Mi ricordo benissimo”, prese tempo.
“Ha la macchina?”
“Sì”
“Mi aspetti oggi alle quattro”, e gli disse il posto.
Fece una rapida ricognizione: proprio alle sedici aveva un appuntamento di lavoro, ma ave-va anche voglia di rivedere quella donna e, d’altro canto, il tono che lei aveva per telefono non era quello di chi avrebbe concesso una seconda possibilità. O quel pomeriggio o il biglietto con il suo numero sarebbe davvero finito in un cestino, mentre l’appuntamento si poteva spostare senza pro-blemi.
“Va bene”, le disse.
Lei interruppe la comunicazione senza neppure un saluto, mentre stava per iniziare un tenta-tivo di conversazione. Ma era molto felice lo stesso perché l’aveva chiamato. Disdisse l’appunta¬mento e si accinse a far arrivare le quattro.

La scorse arrivare, sull’altro lato della strada, con lo sguardo fisso in avanti. Scese dalla macchina e le fece un cenno. Lei lo vide, annuì e si diresse verso di lui. Era bellissima, vestita in modo altrettanto curato ed elegante di quando l’aveva conosciuta alla fermata dell’autobus. Guar-dandola, sorrise a se stesso: era quella del ricordo. Appena fu entrata in macchina gli disse con lo stesso tono assente: “Mi chiamo Lella”.
Lui le disse il suo nome, mentre accendeva il motore, e aggiunse: “Piacere”. Mise la freccia: “Dove andiamo?”, disse, inserendosi nel traffico.
“Vai dritto, ti dico io quando svoltare”. Era passata al tu con estrema naturalezza, come se l’essersi detti i nomi avesse stabilito un rapporto solido tra loro.
Guidò per circa un chilometro, poi Lella gli disse: “Gira a destra”.
Girò a destra su una strada che si inerpicava sulle colline intorno alla città. Non capiva dove lo stesse portando. Stava per chiederglielo, quando Lella parlò di nuovo: “Prendi la strada sterrata, a sinistra”.
“Va bene”, disse lui sterzando, “ma dove mi stai portando?”
Lella non rispose. Continuava a guardare fuori dal finestrino, le mani abbandonate sulle gambe. Ogni tanto stringeva rapidamente le labbra.
“Ok, mi fido”, disse a bassissima voce, quasi a se stesso. Trovava quella situazione un po’ surreale, non capiva bene cosa stesse succedendo. Capiva di non avere il controllo, come aveva sempre avuto in momenti simili, e si sentiva a disagio. La strada sterrata era larga e in buone condi-zioni. Era un po’ che non pioveva e, pur andando piano, la macchina sollevava nuvole di polvere giallina. “Domani farò lavare la macchina”, pensò.
“Gira qui e fermati”. Erano arrivati su uno spiazzo erboso e sul terreno erano evidenti le tracce lasciate dal passaggio di molti mezzi. In fondo allo spiazzo, poco davanti a lui c’era una scarpata, che, così a prima vista, sembrava piuttosto larga e profonda, e che, dalle tracce di pneuma-tici sul bordo, chiaramente veniva usata come discarica abusiva di materiali di scarto dell’edilizia e probabilmente di altri oggetti ingombranti da buttare. Non era in grado di calcolarne la profondità da quella posizione, e poi comunque dipendeva da quanto tempo era aperta e da quanto veniva usa-ta. “Un posto da coppiette”, pensò, “e anche una discarica abusiva. E ora?”
Appena la macchina fu ferma e il motore spento, Lella si girò verso di lui e diresse senza esitazioni le sue mani verso la cintura dei suoi pantaloni. La slacciò, tirò giù la cerniera e cominciò a trafficare dentro i suoi boxer. Lui la guardava esterrefatto e nello stesso tempo incuriosito: non sa-peva né cosa dire, né cosa fare. Non che la cosa gli dispiacesse, tutt’altro, per male che andasse era un’esperienza del tutto nuova ed era curioso di vedere come sarebbe andata a finire. Lo stupore gli cancellò perfino l’ansia da prestazione che a volte lo prendeva, soprattutto con una partner nuova. Lella glielo tirò fuori, si chinò su di lui e glielo prese in bocca, pochi secondi, come se stesse facen-do una cosa che si deve fare obbligatoriamente, con un movimento rapido avanti e indietro della te-sta. Appena pensò che l’erezione fosse sufficiente, gli si mise a cavalcioni, scostò gli slip e lo guidò dentro. Cominciò a muoversi su e giù, con gli occhi persi nel vuoto e stringendo ritmicamente le labbra, le mani appoggiate sulle sue spalle. Lui provò a baciarla sulla bocca, ma lei distolse il viso. Allora le mise una mano sul seno da sopra il maglioncino, e poi cercò di farla correre sotto. Lei gliela fermò e cominciò a muoversi più velocemente. Ebbe un ultimo sussulto, e restò immobile. Anche lui era venuto, in silenzio. Ma gli era piaciuto molto.
Lei allungò una mano, dalla borsa un pacchetto di fazzolettini di carta. Ne afferrò tre o quattro, si sfilò dal pene che stava perdendo vigore, si tamponò con i fazzolettini, si mise a posto gli slip e si risedette al suo posto. Lui non aveva ancora realizzato del tutto cosa fosse successo. La guardò, si guardò, e le disse con la voce rotta:
“Mi dai un fazzolettino, per piacere?”
Lei non parve averlo neppure sentito. Cercando di sporcarsi il meno possibile, allungò una mano per prendere uno straccio che teneva sotto il cruscotto. Si pulì con quello alla bell’e meglio, si rinfilò in qualche modo la camicia nei pantaloni, si riallacciò. I pantaloni si erano un po’ macchiati. “Insieme con la macchina”, pensò, “devo portare a lavare anche il vestito”. Ma pensò anche che quella sera avrebbe dovuto trovare la maniera di mascherare le macchie, per fare in modo che sua moglie non se ne accorgesse.
Intanto Lella aveva tirato fuori dalla borsa un pacchetto di Marlboro e si era accesa una siga-retta. Lui non sapeva cosa fare mentre lei fumava con lo sguardo perso nel nulla. Aveva la stessa sensazione che aveva avuto in autobus, mesi prima: impossibile comunicare con lei. Eppure quello sarebbe stato il momento adatto, dopo aver fatto l’amore, quando viene voglia di parlare, di raccon-tarsi. La guardava, si guardava in giro, allungò una mano e accese il lettore stereo di cd. “Spegnilo”, disse lei e lui annuì, eseguendo.
Quando ebbe fumato tre quarti di sigaretta aprì la portiera, butto via il mozzicone e disse: “Andiamo giù”.
“Va bene”, rispose accendendo il motore. Sentiva una specie di tensione a tutti gli arti, un bisogno di muoversi, di stirarsi, di fare qualcosa. L’orgasmo era stato bello, gli era piaciuto molto quel modo di fare l’amore, così in maniera selvaggia, senza preliminari, senza preparazione: non gli era mai capitato, neppure da ragazzo. Non ne era uscito rilassato però, semmai ancora più carico. Gli era rimasta la voglia di baciarla, di accarezzarla, di sentire il suo seno sotto le mani, di frugarla sotto la gonna. E di sapere di lei, cosa faceva nella vita, cosa temeva, cosa sperava, cosa desiderava. E poi di sapere perché proprio lui e perché proprio lui dopo tanti mesi. La guardò. Stava lì seduta immobile, come all’andata. Sembrava che non fosse successo nulla, non un capello fuori posto, non una sbavatura al trucco, non un po’ di luce negli occhi. Lo stesso sguardo perso di prima, lo stesso stringere brevemente e rapidamente le labbra. Solo, forse, qualche stropicciatura alla gonna.
Le posò una mano su un ginocchio. Come per miracolo per una frazione di secondo lei parve animarsi: lo guardò, poi guardò la mano. Lo riguardò, e tutti fini lì. Con la voce completamente ato-na di sempre disse: “Continua a guidare”. E lui ritirò la mano, riportandola sul volante, con il palmo che tratteneva la memoria di un paio di calze di seta.
In silenzio arrivarono nel posto in cui lui l’aveva fatta salire, poco più di un’ora prima.
“Fermati. Fammi scendere”, gli disse.
Mentre scendeva dalla macchina, lui fece per dirle qualcosa, ma lei lo anticipò:
“Ti chiamo io. Ciao”, e se ne andò.

Quella notte, e nelle altre notti, mentre aspettava la chiamata di Lella, aveva ripensato molto a quella prima volta. Si diceva che se non avesse rimandato l’appuntamento gli sarebbe restato solo il rammarico di aver perso un’occasione con una donna così bella. Dopo non più: si era accorto su-bito, dopo i primi momenti di quel primo incontro in quel pomeriggio di ottobre, che quella situa-zione lo aveva fatto prigioniero, proprio per tutta la sua inadeguatezza e la sua pericolosità. Voleva credere che fosse possibile andare oltre quel rapporto frettoloso e meccanico. Non sapeva come de-finire il comportamento di Lella, ogni definizione che trovava gli sembrava non coprire tutto. Forse era una richiesta di aiuto e lui si sentiva come sull’orlo di un precipizio: aveva paura di cadere, ma non riusciva a tirarsi indietro.

Quella notte, come tante altri notti che c’erano state prima e come tante altre notti che ci sa-rebbero state, mentre si rassegnava al fatto che il sonno non sarebbe venuto, si girò dall’altra parte, a fissare i contorni delle cose nella luce fioca che entrava dalle tapparelle abbassate quasi comple-tamente. Sapeva che, piano piano, avrebbe preso forma il pensiero più terribile, quello che davvero stava sempre con lui, e che lo dilaniava. Sentì sua moglie muoversi nel sonno, come a rispondere al suo movimento, e borbottare qualcosa senza senso.

Passarono dieci giorni prima che lo richiamasse. Dieci giorni in cui rabbia e rassegnazione, speranza e delusione si alternavano, di momento in momento. Per i primi due o tre giorni desiderò una telefonata di riconferma: sarebbe stato bello che lo chiamasse per dirgli che quel pomeriggio le era piaciuto, che era stata bene con lui. Oppure solo per salutarlo, per chiedergli se stava bene: a-vrebbe capito che lei lo pensava e che la loro storia avrebbe potuto avere un seguito. Se avesse avu-to il suo numero, lui l’avrebbe chiamata: ma dentro sapeva che lei non lo avrebbe fatto, fino a quan-do, e se, non avesse voluto fissargli un nuovo appuntamento. Si ripromise di chiederle il numero del suo telefonino, anche se lo bloccava una certa timidezza, una sorta di paura di apparire invadente.
Pensandoci, aveva accumulato intorno a un episodio durato solo pochi momenti, un’infinità di spiegazioni possibili, fino a quando, come per magia, questo garbuglio di spiegazioni aveva tro-vato una sua chiarezza e una sua consequenzialità inoppugnabili. Si era dato tutte le risposte: e sa-peva che, negli incontri successivi, queste risposte che si era dato avrebbero avuto la loro conferma, e il mistero che si nascondeva dietro quei comportamenti nella sua testa si sarebbe chiarito: ogni comportamento successivo di Lella sarebbe stata la conferma di quello che aveva pensato.
Se un altro incontro ci fosse stato, però, perché la telefonata non arrivava. Lui era, ad ogni ora che passava, sempre più sulle spine, oscillante tra la certezza che non l’avrebbe mai più sentita, e la speranza che la chiamata non arrivasse per qualche problema contingente. A seconda dei mo-menti passava dal rinnegare completamente tutta la costruzione cerebrale che si era fatta, alla sua riconferma attraverso una serie di giustificazioni sempre più cervellotiche che dessero ragione del suo silenzio. E queste ragioni rinforzavano la certezza che la sua costruzione fosse giusta e la arric-chivano di altri argomenti. Pensava spesso al quel pomeriggio, arricchendo anche quello di partico-lari: si soffermava soprattutto su quell’abbozzo di rapporto orale, colorandolo di mille sfumature e di mille significati. Ogni volta che ci pensava, quel rapporto di pochi attimi, nel suo ricordo, diven-tava sempre più completo e portatore di una promessa, accrescendo il suo desiderio.
Finalmente, in una sera piovosa e triste, mentre dal pub tornava a casa dopo l’aperitivo, arri-vò la telefonata.
Quando vide che il chiamante era sconosciuto, capì che era lei e l’emozione gli blocco la go-la. Fece scorrere lo slide del telefonino con la mano quasi tremante:
“Pronto?, rispose con voce rotta.
“Domattina alle dieci”, disse la voce proveniente da un pianeta alieno.
“Sono felice di sentirti, cominciavo a preoccuparmi. Non sei stata bene? Come stai?” Cerca-va di parlare in fretta, di dire il più possibile in poco tempo e cercava, soprattutto, di tenerla agganciata al telefono.
“Domattina alle dieci. Nel posto dell’altra volta”. E troncò la comunicazione.
Stette qualche attimo a guardare il telefonino muto, un po’ perplesso, ma soprattutto molto contento, mentre il display si era spento per risparmiare energia, e poi riprese la strada verso casa.

(continua)

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