Giulio Caprilli
Questo mare non finirà di urlare

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Titolo Questo mare non finirà di urlare
a cura di Manrico Murzi
Autore Giulio Caprilli
Genere Poesia      
Pubblicata il 25/08/2008
Visite 11567
Punteggio Lettori 20
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Nuda Poesia  N.  27
ISBN 9788873881889
Pagine 232
Prezzo Libro 15,00 € PayPal

Dice in uno dei suoi scritti: «In ogni uomo che cade a metà del suo percorso io vedo tutti i limiti delle possibilità umane e solamente quelle; la volontà con i suoi cedimenti e le sue crisi; io vedo insomma tutta la complessità dell’anima umana con i suoi alti e bassi, la sua capacità trasfiguratrice e la sua fragilità: niente che mi riporti all’assolutismo divino che si vorrebbe conferire alla creatura umana, la quale si presenta così senza attributi di dio, ma soltanto umana, con tutti i caratteri di ciò che è proprio alla natura di ognuno di noi. In ogni eroe, c’è dietro la maschera un volto sofferente dell’uomo che si innalza dalla natura».

hai la testa in mongolfiera


Hai la testa in mongolfiera
e un occhio a levante.
L’altro mi guarda
e sto seduto sul bordo d’occidente.
Dove l’arcobaleno fa da ghigliottina
e taglia a fette il cielo
segheremo la testa del nocchiero
per trenta stelle lucenti
di prima grandezza.

 

Prefazione a cura di Manrico Murzi
 «Ogni luogo che abbia dato nutrimento a un poeta non è più un luogo qualsiasi. I suoi vicoli e le sue piazze sono traccia di significato, se esso ha fornito spunti alla metafora; i suoi angoli e i suoi paesaggi sono fonte di consolazione, se esso ha prestato idee alla parola che si fa canto.
 L’Elba non è un luogo qualsiasi, essendo territorio piccolo, ma generoso con la poesia.
 I suoi cittadini ignorano un poco questa attività discreta che ha palpitato e palpita assieme all’ombra delle fortezze e dei boschi, in mezzo alla chiacchiera delle scalinate e delle marine, dentro al silenzio delle macchie e degli eremi.
 I suoi cittadini potrebbero rendersi conto anche dei frutti, come a dire dei messaggi, che da quell’attività derivano.
 Figlio dell’Elba fu anche Giulio Caprilli, morto a soli trentadue anni il due luglio del 1960 a Firenze, città della quale egli, linguaggio elbano immutato, aveva baciato con la poesia vie e campagne: se i glicini di Borgo Tegolaio si concedono docili allo sguardo, all’Elba i pampini sulle colline crepitano e le alghe nell’aria si imbrogliano.
 Era di Cosmopoli, dove si consuma ancora il matrimonio felice tra la natura selvatica dell’isola e l’architettura raffinata del Rinascimento.
 Egli non è così noto, anche tra gli isolani, come meriterebbe.
 Nato a La Padulella, il giorno preciso ‘un s’è mai saputo diceva la mamma, era il più timido dei figlioli dell’avvocato Mario.
 Per un certo pudore, riscontrabile in altre isole, Portoferraio non parla molto dei suoi anarchici, dei suoi fautori di un ordine democratico, dei suoi oppositori al Fascismo.
 L’avvocato Caprilli difese proprio un avversario del ventennale regime. Giulio ereditò dal padre lo spirito anarcoide, con in più, di suo, una spontanea vocazione alla libertà, che è nei venti di un’isola: se non stai ben attento, ti prendono per le trombe… e ti buttano per aria. Mal sopportò la disciplina dell’aula scolastica, dove non vi era spazio e tempo per le fantasie e i sogni che i testi letterari gli procuravano. Così leggeva molto al riparo di un muro scrostato o di una tamerice malaticcia.
 Nel 1948 fu protagonista di una sollevazione, in piazza Cavour, contro il comizio di un ministro dell’epoca*, a causa della chiusura degli Alti Forni.
*Giuseppe Togni (Pontedera 1903-Roma 1981), esponente della Democrazia Cristiana, sottosegretario e 12 volte ministro.
Venne arrestato e rinchiuso a Portolongone. Ne uscì presto. Altrettanto presto fu a Firenze. Seguiva dei corsi alla scuola per dirigenti del Partito Comunista.
 In breve tempo ebbe, però, una crisi di coscienza e ruppe con il Partito. La sua vivacità intellettuale e morale non accettava restrizioni e compromessi. Lasciò anche l’impiego che aveva. Nel frattempo la sua fragile fibra cedette e si ammalò di tubercolosi. Tanto gravò sul suo animo tale ribellione, che si isolò. Dopo varie soste nel sanatorio di Careggi, dove continuò a studiare e scrivere, superò infine la malattia. Così si mise di nuovo a lavorare. Si sposò, e da Anna ebbe una figliola, Evelina. Nel 1960 una reazione leucemica sopravvenne ad ucciderlo. Di lui si è parlato poco e poco si parla. Egli ha lasciato, come segno del suo essere pensante e sensibile, solo una raccolta breve di poesie, La testa in mongolfiera, pubblicata da Rebellato pochi giorni prima che morisse. Apparsa forse in una rivista, ci fu un’unica recensione a giudicare le sue liriche paradossi antiverticali, spudorati e magnifici. Bastava chiamarle semplicemente giuochi di fantasia consumati sotto le nubi dello scirocco… che semina scompiglio nelle teste degli Elbani.
 Conosciutici in quarta ginnasiale, anche se le nostre strade avevano preso direzioni diverse, non ci siamo mai allontanati. Così, nella fase finale dell’ultima malattia, lasciò disposto che mi si consegnassero tutte le sue carte, lasciandomi detto: Il cuore di un morto è freddo, amico. E tu non puoi riscaldarlo. Dimenticati di me, se non ti è molto difficile dimenticare. Però, siccome è noto quanto valore abbia ancora per noi, gente dell’Elba, la parola amicizia, come osservò il De Pasquali*, proprio i vincoli dell’amicizia operano l’evento insperato.
 Sceltolo dai tanti suoi scritti, avevo dato il racconto La Ritrattazione in lettura a Raffaello Brignetti**. Il quale ne fu toccato: subito lo definì uno dei più bei racconti del dopoguerra, e nel 1972 riuscì a farlo pubblicare, insieme al suo stesso racconto Daniele di eguale dimensione, dall’editore De Luca di Roma.
* Luigi De Pasquali (Portoferraio 1907-1992) scrittore elbano: “Napoleone all’Elba”, "Storia dell’Elba”.
**Raffaello Brignetti (Isola del Giglio 1921 - Roma 1978), giornalista e scrittore: “Morte per acqua”, “Il gabbiano azzurro”, “ La spiaggia d’oro”…

 
Se La testa in mongolfiera è segno bello, ma giovanile, La Ritrattazione è segno bello e forte. Un segno peraltro attuale, ora che viviamo i giorni immediatamente seguenti al crollo dei muri, allo sfascio dell’ideologia del socialismo reale.
 Quel racconto, che molti dovrebbero leggere, quella profezia poetica, è il discorso di Giulio sulla sua crisi di militante e sulla rottura con il Partito. In esso ci dice della sua vita che stava tutta in una valigia che aveva perduto; ci parla ironico di come anche laddove sono molte vigne, col sole sopra… sotto il ritratto di Giuseppe Verdi, i militanti del Partito al tempo della lotta avevano scritto ‘chi non lavora non mangia’. E tutto perché si sapeva solo che l’eroe, in quel caso, aveva una grande barba. Davvero, uno dei meriti delle democrazie attuali è quello di rendere a Cesare quello che è di Cesare e ogni barba al suo proprietario.
 Fatta la ritrattazione, gli ex compagni lo investono: Sei un pazzo e un trasognato, ma egli parla di loro come di volgarizzati… da filosofia di sottobanco che gli fa credere… che gli uomini ragionino come mangiano e che parlare di anima e di spirito è portare acqua al mulino dei preti e dei grassi borghesi… il Partito ha fatto il resto disumanizzandogli l’anima, perché ogni religione, oltre il carico di leggi, porta con sé un carico d’odio. Ora certe parole non fanno più scandalo. È roba dei nostri giorni.
 Il Caprilli, rimettendo piede sulla banchina del suo paese, a un certo punto del racconto esclama: quest’isola è una cosa per me che non si può cancellare! Più in là: questo paese ormai ce l’ho nel sangue, dicano quel che vogliono (i compagni di un tempo che lo evitano come un apostata). E ancora: paese è qualcosa di tuo che non si stanca mai di aspettarti, e allora è un peccato deludere la sua attesa… non dovremmo mai rinunciare a tornare, almeno una volta, alla terra che ci ha nato e alle diverse cose che ci hanno visto e sentito…
 Speriamo che il suo paese in questo trentesimo anno dalla sua morte, non perda l’occasione di ricambiare tanto sviscerato amore, e che non lo dimentichi».
 Così scrivevo su Il Corriere Elbano del 15 novembre 1990. Dopo diciassette anni, in questi giorni del 2007, posso solo dire che in me è uguale il peso della memoria, stesso il carico di affetto.
 In tutto, dunque, sono trascorsi 47 anni. Dal 1971, tempo in cui affidai in prestito al Brignetti parte dell’archivio Caprilli affinché vi attingesse liberamente per la pubblicazione de La Ritrattazione e la stesura del racconto Daniele che l’accompagna, le carte stilate o dattiloscritte da Giulio, ammucchiate senz’ordine di tempo o d’elaborazione, non sono state sfogliate, ma neanche dimenticate; spesse volte volgevo lo sguardo all’angolo dello scaffale che le custodiva senza aprirle. Erano divenute una presenza sempre più ingombrante col passare del tempo. Moralmente ero vincolato alla volontà di Giulio che le avrebbe volute visitate e diffuse. Lo chiedeva a me implicitamente: vaglia, scarta quel che non importa. Grazie!
Ora finalmente ho segnali che mi incoraggiano a porre mano all’opera, nella certezza che essa vedrà la luce.
 Scrive Giulio, con mano malferma, in uno dei suoi appunti: A Marciana Marina l’uomo più lungo è Adamo che… (uno dei personaggi mitici del mio paese ormai scomparsi. Viveva di espedienti, amava il vino e gli scherzi). Poi c’è il mio amico M.M.M. che è poeta e Brignetti l’ha messo nella “Deriva”. Per dispetto ora M.M.M. fa il navigatore: Io, dice, alla deriva non ci voglio stare. In queste parole scherzose c’è il rimprovero per il mio essere di continuo lontano.
 L’impareggiabile racconto di Brignetti, Daniele, narra con efficacia la vita di Giulio, tracciando anche il suo rapporto di amicizia e di sodalizio letterario con me. Per questa ragione mi limito a riportare in questo volume, brevemente, certi episodi che in qualche modo completano il ritratto di Giulio stesso e del suo animo prodigo, scanzonato e artista. Ed è da mettere in risalto il suo amore la sua nostalgia infinita per l’arcipelago e per Portoferraio in particolare: «A volte mi sembra una strana cosa l’avere avuto un paese così e così, ricco di belle e varie lune. Forse è a causa di questo quartiere infimo, fatto di case vecchie e spoglie con gli angoli incrostati di macchie… Sembra un gioco o una storia immaginaria, irreale, l’aver avuto un paese dove i ragazzi corrono nudi sulle spiagge di ghiaia o di rena, fatte a lame di falce e ombrate di tamerici, e dove i minatori scavano dentro rocce verdi e rosse… Sarebbe stato meglio rimanere laggiù, magari a fare ancora progetti e sogni e poesia su quell’altura di roccia, davanti al mare, dove c’è sempre un antico castello diroccato, a riempirmi la testa di vaghezze».
 Ed è a Portoferraio che frequentai insieme a Giulio la quarta ginnasio al “Raffaello Foresi”. A causa della guerra avevo fatto le Medie in una ventina di mesi privatamente a Marciana Marina con l’insegnamento soprattutto della maestra Maria Tagliaferro. Perciò incontrai il Caprilli solo il primo giorno di scuola nell’ottobre 1945. Ci misero nello stesso banco, ma poco dopo lui finì in fondo alla fila ed io ebbi per compagno Raffaello Corsi. *
* Nato nel 1932, ha svolto poi attività editoriale in varie case editrici vivendo in mezzo ai libri; vicino a Giulio Caprilli a Firenze.
Non ci si parlò molto, non ce n’era bisogno: era come se ci fossimo sempre conosciuti. Usciti da scuola facemmo la strada assieme fino alla spiaggia de Le Ghiaie: lui abitava in una palazzina più sopra, oltre la spiaggia, io più in là, agli Altesi Novi da zia Mary, sorella di mia madre. Arrivati davanti all’arco di sassi mi disse, indicandoli, che quelli erano l’unica cosa solida che lo tenessero attaccato alla vita e alla terra. Il cielo era nuvoloso e minacciava con qualche gocciolone che macchiava il bianco delle pietre. Poi lì per lì si scatenò il temporale. D’impeto, quasi ci fossimo messi d’accordo, ci mettemmo a tirar sassi contro le nuvole pesanti e basse. Scoprimmo di avere in comune la mania, in tali occasioni, di correre alla spiaggia e ribellarci contro la natura infuriata, contro la bellezza dello spettacolo, ma soprattutto contro la paura.
 Giulio non brillava gran che a scuola, ma dentro sé aveva tanta libertà e spontaneità che n’ero ammirato. Lo aiutavo nei compiti e cercavo di frenare molte sue idee: marinare la scuola, gironzolare a vuoto, andare a spaccare vetri o a gridare parolacce sotto le finestre della gente “bene”. Mi considerava la sua palla al piede, pur non potendo fare a meno di me.
 Insieme, se non facevamo mattanate, leggevamo l’Iliade nella versione del Monti: per noi due l’opera più poetica e più aderente allo spirito di chi vuole bruciarsi per un ideale. Così vedevamo gli eroi di Omero.
 In un tema svolto in classe, parlando di Virgilio, io dipinsi il poeta latino come servo del potere e cortigiano. L’insegnante, una supplente, non solo mi dette un cattivo voto, ma mi redarguì in un modo poco simpatico di fronte ai compagni di classe. Giulio reagì strappando l’Eneide, buttandone i pezzi per aria. Lo imitai, così fummo cacciati tutti e due dall’aula. Io ritornai dopo tre giorni, Giulio fu addirittura espulso dalla scuola, giacché protagonista di altre infrazioni, ma forse anche per ragioni politiche.
 Un episodio estivo: venne alla Marina una mia amica, scrittrice di Roma, che alle dodici di mattina si presentò sulla spiaggia di sassi grigi, radice del mio paese, in un bikini viola da levare il respiro. Giulio si sistemò a cavalcioni sulla prua del gozzo di mio fratello Scopamare; si sentiva già sospeso tra acqua e aria con lo sguardo in avanti volto all’orizzonte. Con il suo peso agevolò il varo del gozzo e lo slancio della gita. Io remavo al centro, con gli occhi puntati al banco di poppa dove la ragazza accelerava i tempi della tintarella. Si arrivò alla piccola spiaggia della Fieniccetta ad un’ora felice: non c’era nessuno. Sbarcammo, e Giulio si cercò un posto all’ombra. Ancora malato di tisi, non poteva stare al sole, né bagnarsi. La ragazza e io facemmo un bagno, a lungo torcendoci nei rivoli di luce che penetravano il mare. Spruzzi e grida, risate in gioia di vita… Mi ricordai di Giulio, solitario al riparo di un masso grigio, e, lasciata la magia dell’acqua con il sole a picco, andai a sedermi accanto a lui. E qui le sue parole lo rivelarono generoso e grande di cuore: «Torna nell’acqua! Il vostro gioco mi rende felice. Ci sono già io nell’ombra. Basto!».
 Nell’autunno 1953 fui a Firenze per lavorare al progetto della nostra rivista letteraria Mirteo: al fine di proporre e divulgare un manifesto di estetica innovativa. Riuscimmo a mettere assieme e a far uscire soltanto due numeri nel 1954: dunque ebbe vita breve. Passammo ore di mattana. Una sera, al “Vecchio Fattore”, in compagnia di Puccio Pucci restammo a lungo a parlare di arte e di poesia bevendo malvasia in abbondanza: lasciammo il locale sbronzi. Salutato il Pucci, ce n’andammo a Santa Maria del Fiore: io mi arrampicai in cima a un edicola di giornali all’angolo della piazza di fronte al campanile di Giotto, mi sdraiai sulla tettoia un po’ troppo scoscesa, aprii l’ombrello come si fa alla spiaggia. Giulio si infilò, non si sa come, tra la porta del Paradiso e l’inferriata che la proteggeva. Ci gridavamo versi dell’Iliade facendo assai baccano. Arrivò la polizia e finimmo nel vicino commissariato. Senza documenti indosso, dovemmo scomodare l’amico Pucci, già al caldo del letto, perché ci venisse a liberare. Una volta liberi, andammo di lì a poco a creare baraonda al “Pozzo di Beatrice”, zeppo di bellimbusti borghesi abbandonati alle danze dell’epoca. Giulio era deciso a offendere quei giovani studenti e far cagnara. Pur cercando di bloccarlo, l’idea mi piaceva. Scendendo la scala accendemmo il litigio e cominciammo a fare a pugni. Le gambe lunghissime di Giulio si muovevano come due cime di bastimento che si mollino da una banchina inavvertitamente e sotto grave sforzo. Ne demmo e ne prendemmo. Finimmo in un altro commissariato, ma questa volta restammo in gattabuia fino al mattino.
 Per non tradire il costume dei nostri incontri, un giorno si fece la salita del cane fino al Parco della Rimembranza. C’è un’ara fra cipressi, allori e querce. Ci venne idea di dare vita a quel luogo smorto mutando l’ara in un piedistallo: vi salii io, dio pagano al quale Giulio indirizzava versi bruciando i giornali e i libri che avevamo con noi. Giusto in tempo ci accorgemmo che arrivava, chiamata da chi sa chi, un ambulanza. Gridò Giulio: «La società ha sempre pronta la camicia di forza per gli ebbri di luce!».
 Nell’autunno del 1954, come succedeva ogni tanto, fu mio ospite a Marciana Marina. Un giorno, dopo una lauta bevuta, si sfrenò: strimpellando un mandolino, mise lo sconquasso nel mio studio. Lo lasciai fare, conoscendo la sua vita di dolore. Mi spaventò enormemente il gatto che in seguito, per qualche giorno, stentò a entrare nello studio. Me ne lamentai leggermente in una lettera. Mi rispose: «L’Elba è talvolta molto lontana… ho tuttavia qualche momento. A proposito di gatti ricordo sempre un quadro marinese. Una mattinata piovosa, credo domenicale: un ciarlatano strepita sotto la pioggia in mezzo a due bandiere e nel bel mezzo della piazzetta uno solo l’ascolta, tutto avvolto da un pastrano da pescatore bretone che ben lo protegge a differenza del ciarlatano che, impassibile nella sua finissima oratoria, gocciola da tutte le parti. Il ciarlatano era l’attuale presidente della Repubblica italiana (Giovanni Gronchi, n.d.r.), l’unico testimone era Manrico e il suo gatto, Mirteo, stretto fra le sue braccia. Beaudelaire amava i gatti. Amava il loro senso per il lusso, il loro calore voluttuoso, la loro predisposizione per i cuscini caldi… A me piacciono i gatti di campagna, magri, finissimi e agili, selvaggi e spelacchiati, cacciatori di topi e di uccelli, vagabondi notturni nei campi, inafferrabili sempre…». Il mio gatto si chiamava Aristarco, ma Giulio aveva l’abitudine di dare altri nomi e, vedremo, lo faceva con se stesso.
 Più tardi la sua salute fu in pericolo, la leucemia lo stava distruggendo. Fece una cura di cobalto che sembrava farlo migliorare, ma poi la situazione precipitò. Mi scrive in una delle ultime lettere: «Durante questa nuova crisi ho scritto molto, molte poesie. Cose nuove che ti incanteranno. Le ho scritte all’ospedale, quando non potevo muovere le mani… Ho portato in poesia incubi e ne è venuto fuori un lirismo che mi appassiona. È un mondo veduto attraverso i globuli bianchi, tra una pioggia e l’altra di raggi gamma». Devo dire: temo fortemente che queste ultime liriche si siano perdute in ospedale nel trambusto della sua morte.
 A metà del giugno 1960 viene di nuovo ricoverato privo di forze. Non vuole essere curato, chiede di lasciarlo morire in pace. Chiede di me, ma sono ad Istanbul. Arrivo in Italia il 5 luglio, ma lui si era già spento il 2, bestemmiando il Padreterno. È sepolto a Portoferraio nel cimitero dei Bianchi.
 Dice in uno dei suoi scritti: «In ogni uomo che cade a metà del suo percorso io vedo tutti i limiti delle possibilità umane e solamente quelle; la volontà con i suoi cedimenti e le sue crisi; io vedo insomma tutta la complessità dell’anima umana con i suoi alti e bassi, la sua capacità trasfiguratrice e la sua fragilità: niente che mi riporti all’assolutismo divino che si vorrebbe conferire alla creatura umana, la quale si presenta così senza attributi di dio, ma soltanto umana, con tutti i caratteri di ciò che è proprio alla natura di ognuno di noi. In ogni eroe, c’è dietro la maschera un volto sofferente dell’uomo che si innalza dalla natura».
 Molti sono i titoli di opere abbozzate, o stese e però ridotte a frammenti, oppure lasciate incompiute. Si è che Giulio viveva alla giornata, non si preoccupava della posterità, o credeva di poter attendere a mettere ordine nelle sue cose in un futuro che gli è stato negato. Teneva a farsi conoscere, ma poi ci passava sopra come su un desiderio che l’avrebbe tradito: da riderci sopra con allegria.
 Vi sono molti titoli. Primo fra tutti, La testa in mongolfiera e altre invenzioni, (in precedenza aveva chiamato la raccolta un quartiere fra le nuvole, titolo usato più tardi per un racconto che qui appare), raccolta poetica vista anche dagli editori Vallecchi e Scheiwiller, ma pubblicata da Bino Rebellato. Il quale così scriveva il 2 febbraio del 1960: «Caro Caprilli, ho letto tutte le poesie inviatemi e, anzitutto, grazie di avere pensato a me e alla mia editrice. Subito alla prima lettura sono stato preso dal senso dell’autenticità dei Suoi versi: autenticità che rare volte mi capita di riconoscere. Si può discutere sulle ‘direzioni’ della Sua poetica, sul movimento ritmico di un Suo verso, ma credo che nessuno dovrebbe negare l’originalità del Suo linguaggio. Perciò accolgo volentieri la Sua opera nella mia collana Zecchini d’oro, comprendente alcuni dei migliori giovani poeti di questo dopoguerra...». L’editore di Cittadella di Padova, noto per il buon fiuto, aveva capito: si trattava di un vero poeta e a lui rivolse generosità e attenzione, com’era sua abitudine, specie con i giovani. Giulio rispose con entusiasmo, e alla richiesta di una notizia bio-bibliografica da inserire nel volume rispose: «… La cosa più certa, più vera, è che sono nato nel 1928 nell’isola d’Elba, e che dal 1951 risiedo a Firenze. Ho collaborato a qualche rivista, alcuni giornali, ma niente che meriti menzione particolare. La “Testa in Mongolfiera” sta all’inizio di tutte le cose».
 Il volume uscì il giugno del 1960, nella collana Poeti, con Giulio alla fine del suo percorso terrestre, consumatosi pochi giorni dopo, appunto il 2 luglio. Conoscendolo, penso abbia preso il libro in mano e l’abbia sfogliato con contenuta soddisfazione in quel momento tanto serio della propria esistenza; voltandosi poi dall’altra parte si sarà abbandonato dentro di sé ad una sonora sghignazzata alla faccia della sorte e a qualche moccolo biascicato male. C’è un verso del poeta inglese William Morris, anch’egli imbevuto di socialismo utopistico, che mi ripeto spesso ripensando a Giulio: «the idle singer of an empty day», «l’ozioso cantore di un giorno vuoto».
 Il Rebellato apprese due mesi dopo la notizia della morte e l’11 settembre scrisse alla moglie Anna: «Ho appreso con grande dolore la notizia del decesso del Suo caro marito, del povero Giulio… ho provato e provo un grande dolore, come si trattasse di un mio carissimo amico, benché non abbia mai avuto la gioia di conoscerlo… ora è entrato nella più dolce poesia: nella pace, e.. nella sua poesia rimarrà imperituro il suo animo vivido, gentile, pieno di musica e di luce… ».
 In questo volume riporto tutte le composizioni poetiche del volume con l’aggiunta di alcune poesie scelte tra le tante qua e là sparse nelle carte d’archivio e da me ritenute meritevoli: restano indicate con un asterisco. A deh, coltivate più vigna ho aggiunto i due versi finali che non sono nel piccolo volume pubblicato da Rebellato. In una lettera del 25 dicembre 1957 mi scrive: «…ora lavoro soltanto in poesia, la prosa mi affatica. Non ho tempo per il lungo calcolo della composizione e dello svolgimento dei temi, il che richiederebbe pazienza e ore di lavoro e io arrivo a terminare la mia giornata stanco dell’ufficio. La poesia, per la sua immediatezza d’espressione, la rapidità dell’immagine e soprattutto per la relativa brevità della composizione, mi si addice molto più in questo periodo». Una volta mi disse che gli sarebbe piaciuto essere più composto nei suoi scritti. Gli risposi raccomandando: «Bestemmia da bambino, lì è la tua anima!».
 In un numero della Fiera Letteraria, non conosco l’anno preciso, uscì il poemetto David. Nella stessa lettera del Natale 1957, rispondendo alla mia richiesta di farmi avere i suoi ultimi lavori, mi dice: «… ma, inviarti roba per disperderla? Non sai quanto mi dispiaccia la perdita di quel famoso manoscritto che avevo in due copie soltanto e quella che mi rimase la distrussi in un momento di disperazione così come la gran parte, o quasi tutto di me, che avevo accumulato in tanti anni di lavoro. Potresti mandarmi quel “David” che io non ho più, anch’esso da me distrutto? Lo fotografo e ti rimando il pezzo. Lo composi una decina di anni fa e mi sembra fu pubblicato nel 51 o 52. Che roba è? Non ricordo nemmeno». Ebbene, gli spedii il David, non me lo restituì, non è fra le sue carte. Era un poemetto con accenti e esaltazioni ripetuti poi e sparsi qua e là ne I paradisi adolescenti, testo di prosa poetica riportato dopo La testa in mongolfiera. Confesso di avere scorso molti numeri della Fiera Letteraria, passando alcune ore in una biblioteca universitaria a visionare i microfilm della stessa rivista, ma la ricerca non ha dato frutti: forse manca proprio il numero che contiene quel poemetto o forse è firmato con uno pseudonimo che non conosco. Giulio, infatti, si dava altri nomi: Gabriele, Daniele, Gabriel, Giulio Gabriel, Giulio Cesare Caprilli, Giorgio Pasini, Pilade, Andrea… Vuol dire che qualche demone sta dalla parte di Giulio, il quale l’aveva distrutto e così voleva che fosse, per sempre. Ma qualcun altro potrebbe anche trovarlo, non si sa mai!
 Riportiamo poi I paradisi adolescenti dove la vena di Giulio è più ispirata e poetica: ricorda un poco il modo di Nietzsche in Così parlò Zarathustra o quello di Kahlil Gibran ne Il profeta. Di certo è un’opera poetica che merita attenzione, anche perché vi è idealizzata la trasgressione operata nel sogno, figlia della libertà, con tratti primitivi, figli di un’innocenza e purezza non ancora compromesse da norme che tentano di mettere la natura entro argini imposti da elucubrazioni intellettuali: solo quel che viene dal cuore. Giulio amava la violazione dei canoni, anche se non la praticava. Era aperto col cuore ad ogni dimensione e ad ogni dimensione volgeva comprensione e tolleranza.
 Nel suo archivio vi sono racconti lunghi e brevi, alcuni in forma di dialogo, che hanno talvolta la morte per protagonista, e comunque il dolore che si prova da vivi o da morti; ma vedremo che il pensiero della morte è dominante già nelle sue prime composizioni di La testa in mongolfiera. Non se ne capisce la successione precisa ed elenco le opere di narrativa nell’ordine in cui appaiono in questo libro, spesso per brani scelti, : 1 Divagazioni elleniche in forma di prosa, 2 Straniero mi riconosco, 3 Nella fresca estate dei morti, 4 La speranza era nell’aria, 5 Un morto senza biglietto, 6 A un venditore di violette, 7 Daniele, 8 Storie surreali, 9 Il forestiero, 10 Il resuscitato, 11 Le donne dell’isola, 12 Il pirata (titolo riferito a se stesso); non riportiamo brani di Lago, Guerre spaziali, L’allegria del dolore, Il bell’amico, Amore proibito, Peter e Oscar Wilde, Le feste fiorentine… Altri titoli: 13 Appunti per un giornale intimo e 14 Appunti per saggi (ne riportiamo qualche brano). Vi è anche un pezzo di teatro, 15 Rapporti tra il popolo e il re, dove con linguaggio poetico il Caprilli ribadisce le proprie idee anarcoidi e illustra situazioni ideali come una fuga dalla realtà che gli sta scomoda.
 Del poco che è stato pubblicato spicca di certo La Ritrattazione: ne abbiamo già parlato. Ecco le parole di Brignetti che in quanto autore de La Deriva già aveva prestato attenzione all’inquietudine della gioventù bruciata: «Vi si scoprirà la radice dell’inquietudine attuale, particolarmente nei giovani, che con sentimento e meglio con sofferenza presaga Giulio Caprilli aveva espresso già da tanto tempo. P ...

Dice in uno dei suoi scritti: «In ogni uomo che cade a metà del suo percorso io vedo tutti i limiti delle possibilità umane e solamente quelle; la volontà con i suoi cedimenti e le sue crisi; io vedo insomma tutta la complessità dell’anima umana con i suoi alti e bassi, la sua capacità trasfiguratrice e la sua fragilità: niente che mi riporti all’assolutismo divino che si vorrebbe conferire alla creatura umana, la quale si presenta così senza attributi di dio, ma soltanto umana, con tutti i caratteri di ciò che è proprio alla natura di ognuno di noi. In ogni eroe, c’è dietro la maschera un volto sofferente dell’uomo che si innalza dalla natura».

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